Archivio per Marzo, 2009

Tutto quello che c’è da sapere su Killshot

31/03/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti

Sta in questa foto:

killshot

Mickey “Maschera di Cera” Rourke che fa l’indiano pellerossa.
Voglio sapere cosa si è fumato chi l’ha pensato.

Tutto il resto si dimentica il giorno dopo.
Si dimentica Rosario Dawson, 7 minuti di presenza, ormai il Samuel L. Jackson femminile per quantità di ruoli inutili accettati in qualsiasi cosa.
Si dimentica Joseph Gordon Levitt, che va contro i suoi ruoli abituali e fa, con esiti insipidi, il buzzurro ignorante e chiaccherone.
E spero di dimenticare presto Diane Lane, una di quelle rare donne per cui il tempo pareva essersi fermato 20 anni fa, fino a quando gli ultimi maldestri minuti di questo film non lo hanno rimesso tragicamente in pari.
E lasciamo stare per compassione Thomas Jane, uno che in L’acchiappasogni riusciva a farsi rubare la scena da Donnie Wahlberg.
Non conosco il romanzo originale di Elmore Leonard da cui è stata tratta questa cosaccia, ma se c’era vita John Madden gliel’ha succhiata via tutta e l’ha ridotto a un giallo da sabato sera buono solo per chi ha esaurito la filmografia di Ashley Judd.
L’unica cosa che mi ha fatto piacere è stato rivedere Tom McCamus, che ricordo con affetto in L’uomo in uniforme.
Ve lo ricordate L’uomo in uniforme? Quello sì che era un film figo.

>> IMDb | Trailer

P.S.: il trailer cita anche Johnny Knoxville, ma la sua parte è stata tagliata

Lettori, Gemma. Gemma, i miei lettori.

30/03/2009 | news | di Nanni Cobretti
Spostati che voglio vedere il ricamo della poltrona!

Spostati che voglio vedere il ricamo della poltrona!

Amici! Vi presento Gemma Arterton.
Forse vi ricorderete di lei nell’ultimo film di James Bond – è quella che se lo tromba fuori quadro.
Io la conosco bene. Siamo concittadini (non fatemi aggiungere altro).
Ad ogni modo, Empire punta forte su di lei come una delle più grandi star del prossimo decennio.
DE-CEN-NIO.
Non so su chi avessero puntato l’anno scorso, ma se non era Miley Cyrus temo abbiano sbagliato.
La ragione principale, oltre al ehm, piacevole aspetto fisico, è che sarà protagonista femminile di due blockbusteroni che qui attendiamo… beh dai, li attendiamo con l’aria che se proprio non c’è altro di meglio si può fare, dai.
Uno è Prince of Persia, di cui abbiamo già parlato.
L’altro è il remake di Scontro di titani, finito nelle sapienti mani di quel raffinato narratore che è Louis Leterrier.
Tenetevi pronti.
Se Empire ci azzecca, io rivendo il nostro sex tape a peso d’oro.

perdonate la qualità video amatoriale

Perdonate la qualità video amatoriale

Bronson. Storia vera.

30/03/2009 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Il personaggio (di Casanova Wong Kar-Wai)

il vero Bronson

Il vero Charlie Bronson

Si fa chiamare come il Giustiziere della Notte: Charles Bronson.
Se gli fate notare che all’anagrafe gallese è registrato come Michael Iver Peterson, conosciuto anche come “il carcerato più violento del Regno Unito”, se la prende molto. Per cui rispetteremo la sua volontà. Se vuole farsi chiamare così, non saremo certo noi a impedirglielo.
Di buona famiglia, viene descritto dalla zia come “una ragazzo amorevole: sempre disposto ad aiutare il prossimo”. Grazie al suo fisico imponente, trova lavoro come forzuto presso il Circo della città di Luton. Contemporaneamente comincia a farsi notare come barenuckle boxer, letteralmente “pugile a nocche nude”, l’originale forma di boxe, quella senza guantoni.
Nel 1974, a 17 anni, viene arrestato per rapina a mano armata. Il bottino è di 26 pounds. La pena è di 7 anni. Solo che Charles Bronson, senza voler smentire gli amorevoli resoconti della zia, non dev’essere proprio una personcina ammodo. Tant’è che ad oggi è ancora un prigioniero di classe A presso il penitenziario di massima sicurezza di Wakefield. Fanno 35 anni di prigione. Di cui 30 in isolamento. In cui non è stato con le mani in mano, ma ha collezionato reati: aggressioni, ricatti, risse, minacce di cannibalismo… di tutto.
Nel 1994, in una delle 120 prigioni in cui è stato, rapisce un secondino. Come riscatto chiede: una bambola gonfiabile, un elicottero e una tazza di tè. Nel 1998, tiene segregati due dirottatori iracheni e un terzo ostaggio. Insiste per farsi chiamare “Generale”. Vuole un aereo per Cuba, un Uzi, tante munizioni e un’ascia. Dice ai negoziatori che, a meno che le sue richieste non vengano soddisfatte, si mangerà uno dei due iracheni. A un certo punto chiede a uno dei suoi prigionieri di colpirlo “very hard” con un martello. Così, per ingannare il tempo. Nessuno osa. Allora Charles Bronson si taglia sei volte di seguito una spalla con un rasoio. Durante il processo, messo di fronte alle sue colpe, Charles si dichiara “As guilty as Adolf Hitler”. Altri sette anni di pena vinti. L’anno successivo tiene legato per due giorni l’insegnante dell’istituto in cui si trova. Le sue richieste questa volta sono decisamente più modeste: due cheesbuger con patatine.
Nel molto tempo libero a disposizione, si tiene in forma con un regime di 2,500 flessioni al giorno. Occupazione che gli ha dato lo spunto per pubblicare il volume Solitary Fitness, dove spiega come farsi un fisico in ambienti angusti. Ha pubblicato in totale 11 libri con cui ha anche vinto prestigiosi premi. Nel 2001 si è sposato con Sara Rehman, una donna musulmana che gli ha scritto dopo aver visto una sua foto su un giornale. Ma le cose non hanno funzionato. Si sono già separati e lei ha scritto due libri sul loro breve matrimonio, da cui lui non ne esce benissimo. In questi giorni si discute la possibilità di rilasciarlo su parola.


Il film
(di Nanni Cobretti)

Aldo Baglio

Aldo Baglio

Come avrete probabilmente intuito, c’è un solo modo di raccontare una storia del genere.
Farne una commedia.
L’esordiente [chi è quel somaro poco serio che ha scritto "esordiente" io non lo so, ndr] Nicolas Winding Refn (credo un nome finto scelto con una manciata di lettere pescate a caso dallo Scarabeo) lo capisce al volo, e prende come chiaro punto di partenza Arancia Meccanica, altra storia di un amante dell’ultraviolenza e della semi-impossibilità di farne un soggetto integrabile in società.
Esistono tante definizioni di “persona cattiva”. Charlie Bronson ad esempio non ha mai ucciso nessuno, ed è stato incarcerato per crimini in cui nessuno si è fatto male. Charlie Bronson è semplicemente un perverso sado-masochista a cui piace dare e prendere botte: in quanto tale, la galera per lui non è più una punizione ma una specie di Disneyland.
Charlie non ci prova nemmeno a “guarire”. Lui sogna di diventare famoso, e vive per cogliere ogni scusa per infilarsi in una rissa. I suoi obiettivi sono solitamente le guardie carcerarie, l’istituzione: quando si annoia provoca, e attende il momento in cui arrivano in sei o sette a randellarlo come un bambino che aspetta Babbo Natale. Se può, si fa trovare nudo, ricoperto di grasso, e con un gran sorrisone sulla faccia. Ed è per questo che il momento più buio della sua vita è quello passato in manicomio, tra gente col cervello fuori uso e continue e pesanti iniezioni di narcotici a lasciarlo in stato di perenne rincoglionimento duro.
E se da una parte il signor Refn lotta un po’ con una sceneggiatura che non ha una direzione ben definita, e a volte spezza il ritmo con qualche incompiuto intermezzo metaforico di troppo, dall’altra azzecca in pieno un gran numero di sequenze memorabili, nonché l’idea di dare al protagonista – uno strepitoso Tom Hardy – una stilizzata mimica da comico muto.
E, come in tutti i bei film che si rispettino, si esce con una gran voglia di raccontare le scene migliori agli amici.

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Ong Bak 2. Il trionfo.

29/03/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti

ong bak 2Sono commosso.
Sono sinceramente commosso.
Ci sono stati momenti in cui avevo temuto che non avrei mai visto questo film, l’ambizioso e tormentatissimo esordio alla regia del nostro eroe Tony Jaa.
Avevo paura che diventasse il suo Game of Death – il film che Bruce Lee voleva eleggere a manifesto della sua filosofia ma che morì prima di concludere.
Tony Jaa non è morto, ma ha fatto capricci da star, ha gonfiato il budget, si è fatto prendere da gravi crolli nervosi, ha minacciato ricatti, è addirittura scappato scomparendo (nella giungla!), poi è tornato, ha pianto in TV, e infine è riuscito a concludere il tutto con l’aiuto di Panna Rittikrai, suo mentore, già sceneggiatore e coreografo del primo Ong Bak e regista dello spettacolare Born to Fight.

Ogni marzialista serio sogna di realizzare grossomodo lo stesso film.
Un film epico, di grande impatto spirituale, in cui il protagonista (se stesso) intraprende un viaggio più o meno metaforico che lo porterà a imparare, o a sfidare, o comunque a fare sfoggio di diversi stili di lotta.
È il film con cui il marzialista celebra la sua definitiva e incontrovertibile superiorità, del proprio stile o di se stesso singolarmente in quanto fine conoscitore di stili diversi.
Alla fine di questo film, composto da scene di combattimenti in percentuali che variano dall’80 al 98%, l’eroe impara – o insegna – qualcosa di non molto lontano dal senso ultimo della vita.
E Tony Jaa, dopo aver fatto essenzialmente la marionetta da circo in due film con Prachya Pinkaew, vuole decisamente la consacrazione a marzialista serio.

ong bak 2

A questo punto vi dovrei parlare dell’epica storia che ha partorito la sua mente iperstimolata, ma ammetto che, pur avendo visto una versione in tailandese con opportuni sottotitoli, l’ultima cosa che mi interessava fare era distrarmi a leggerli. Quindi non lo so. Non ne ho la più pallida idea.
Apparentemente non ha nulla a che fare con il primo Ong Bak: è ambientato nella Tailandia del Tantissimiannifa d.C., e c’è Tony Jaa bambino che prima lo malmenano e lo fanno lottare con un coccodrillo (scena da giù di testa), poi cresce e impara le arti marziali. A quel punto comincia a picchiare cattivi a raffica indiscriminatamente, ma non saprei dirvi se per vendicarsi o, che so, per “punire se stesso”. E non me ne frega niente.
La cosa importante è che, forse con piccola delusione dei meno avvezzi al genere, Tony abbandona in parte gli stunt gratuiti dei suoi primi due film in favore di uno show maggiormente incentrato sulla maestria tecnica. Il solito Muay Thai, una manciata di animali, lo stile dell’ubriaco, la spada, la scimitarra, il nunchaku a tre bastoni… c’è un po’ di tutto, e viene sfoggiato contro i più svariati avversari, che comprendono tocchi fantasy come una donna-tigre e una spettacolare donna-corvo. C’è spettacolarità e c’è concretezza, e niente pacchianate tipo i replay delle scene più pericolose. Ong Bak 2 finalmente assomiglia a un film, e non a uno speciale stuntmen del sabato notte di Italia1.
E che film! Per chi fosse combattuto se desiderare o meno lo sbarco di Tony Jaa in terre cinematograficamente più avanzate alla ricerca di maggior professionalità tecnica di contorno, non c’è più motivo di disperarsi: provvisto per la prima volta di budget adeguato, il Tony si presenta con una pellicola confezionata di lusso, fotografia, montaggio, tutto. E in più riesce a non farsi travolgere dalla sindrome di onnipotenza, e a limitarsi soltanto a ciò che sa fare bene – nello specifico, il suo personaggio necessita di una sola espressione e ha sì e no due frasi di dialogo.
In definitiva, Ong Bak 2 non giustificherà appieno la crisi di nervi del suo sensibilissimo autore, ma compie il miracolo di fare effettivamente quasi tutti i passi avanti a cui si sperava di assistere, concretizzando in larga parte le ambizioni che si era proposto.
Che poi diciamocelo: parafrasando il nostro Jean-Luc Merenda, uno come Tony Jaa non lo si crea in una notte.

ong bak 2

Poi ovviamente non posso concludere un post su Tony Jaa senza parlare di elefanti.
Del resto i suoi film ci hanno aperto una suggestiva finestra su un mondo in cui la gente possiede elefanti come noi possediamo cani e gatti.
In questo film nessuno gliene ruba uno – Tony pare già nervoso per i cazzi suoi – ma i simpatici pachidermi sono i protagonisti delle scene più incredibili.
Scene che in un paese civile probabilmente non gli permetterebbero di girare, ma per fortuna in Tailandia sì.
Tony non ci tradire, rimani dove sei.

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Baghead: so nineties…

28/03/2009 | divagazioni, recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Bella la grafica...

Bella la grafica...

Voi nel 1996 cosa facevate? Io ho dei ricordi confusi. Mi vengono in mente numerosi pomeriggi passati a spulciare il voluminoso catalogo della videoteca dietro casa. Grossi raccoglitori verdi, divisi per categorie, che ormai conoscevo a memoria. “Oh, vediamo se anche oggi la lista degli horror è uguale a ieri!”. E poi, cazzate una via l’altra. Casa, divano, amico scemo, litri di Estathè e il pregio di pellicole tipo Un Minuto A Mezzanotte. Che bello che era Un Minuto A Mezzanotte. Io mi divertivo. Se andavo al cinema, ci andavo con lo zio, quindi quasi mai… infatti l’ultima roba che mi ricordo su grande schermo è I Guerrieri del Sole. Gran VHS e qualche blockbusterone con mamma e papà alle feste.

non so... preferite degli austrliani depressi?

non so... preferite degli australiani depressi?

Poi nel 1994 mi ricordo che in sala uscì Clerks. E anche gli amici meno scemi, stranamente, cominciarono a interessarsi. Volevano andare al cinema. A vedere un film in bianco e nero… “Ma siete sicuri? Ma a voi non ve n’è mai sbattuto niente… Strano, perché quando vi ho chiesto se vi andava di vedere Robot Jox, pochi si sono fatti vivi… Eh? E come la mettiamo? Secondo me vi mettete in un brutto pasticcio”.
E infatti…
Infatti io mi ricordo che due anni dopo, persone abbruttite da “il filmettino indipendente” mi portavano a vedere qualsiasi stronzata con protagonisti tristi, vegetariani, con dei problemi tipo che non riescono a parcheggiare bene la macchina, ma poi a tre quarti del film c’è una battuta cinefila.
Era il 1996, e si andava a vedere al cinema, in numerose compagnie post adolescenziali Amore e Altre Catastrofi. Che non so se ve lo ricordate. Mamma mia. Cheppalle. Maccosa.
Poi basta. Fortuna vuole che anche l’Italia ha detto la sua con Cresceranno i Carciofi a Mimongo. Conseguenza diretta: istantaneamente tutti nel mondo si sono resi conto che era giunto il momento di dire “anche no”. Non è obbligatorio angosciare il mondo con dei film del cazzo. Fatti con un’idea semplice e tanta fantasia. Girando nei ritagli di tempo tra amici. Con la sceneggiatura buttata giù in una sola notte dopo una sbronza incredibile. No. Mi dispiace. Non si fa così. Sono stati bruttissimi momenti, ma li abbiamo superati.

Incredibile quanto io sia bizzarro.

Incredibile quanto io sia bizzarro.

Ogni tanto bisogna alzare la voce con gente come Zack Braff, pronta a fare un film solo per farti sapere che a lui ascolta gli Shins e gli piace la figa… Ogni tanto bisogna spiegare agli amici che vedere Nick e Norah che si fanno i mixtape a vicenda per un’ora e mezza è una rottura di palle… Ma è roba di poco conto… Comunque – almeno – è cambiata la forma. Ci siamo dati un tono. Non c’è più quella sciatteria della macchina a mano sempre e comunque. Gli attori si vestono meglio e sono meno brutti. Insomma, quel Cinema lì, non esiste più. Tranne per i fratelli Duplass. Che però hanno capito tutto è in meno di novanta minuti, con il loro Baghead, si fanno giustamente beffe di quasi una decade di roba inutile.
Trama: doppia coppia male assortita in odore di “Manini & Tradimenti”. Conoscono persone per cui è stato creato il detto “Il sonno del Cinema genera cortometraggi”. Gente che con robe del genere ci campicchiano. Anche loro si convincono che ce la possono fare. Basta un’idea… “Andiamo in una casa isolata in montagna a farcela venire!”

Uno de i400calci sul set di Baghead

Durante la notte, una delle ragazze (una che poi farà vedere le tette) sogna di essere inseguita da uno con un sacchetto in testa. “Trovata l’idea! Facciamo un horror con uno con un sacchetto in testa! Sarà un successo!”.
E poi succede di tutto e non è che adesso vi svela la sorpresa. Perché, sì, c’è anche una sorpresa.
Ma la cosa importante che quel giocattolo si è rotto.
E noi possiamo sperare in un remake di Un Minuto A Mezzanotte.
Sai che bello?

Di Baghead ne ha parlato anche una trasmissione della radio.
che fa i servizi con le vocine e tutto un montaggio figo.

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Nanosservatorio: Phil Fondacaro

27/03/2009 | nanosservatorio | di Nanni Cobretti

phil fondacaroNome: Phil Fondacaro

È il suo vero nome? Sì. È una persona seria.

Altezza: 1,07m

Big break: difficile stabilirlo con esattezza, è una leggenda del settore che lavora ininterrottamente da ormai trent’anni. Era l’unico Ewok che moriva inquadrato nel Ritorno dello Jedi. È protagonista di Troll, in cui compare sia appunto nei panni del troll, sia senza make-up nel ruolo di un nano normale che però, essendo ancora il 1986, gli altri personaggi lo guardano come se provenisse da un altro pianeta. Lo si ricorda inoltre con affetto in Ghoulies 2 e in un ruolo secondario in Willow, ed è Dracula nello stra-cult dwarfsploitation The Creeps.

Ha mai fatto l’elfo di Babbo Natale? Sì, nel 2000, in una serie tv con Michael Chiklis chiamata Daddio che fu trombata dopo appena 9 episodi. E in The Polar Express.

Ha mai fatto porno? Non risulta. Però è comparso in una puntata di The girls of Playboy Mansion.

Ha fatto l’episodio di CSI coi nani? .

È amico di Verne Troyer? Dibbrutto. È sposato con la sua manageressa, Elena Bertagnolli, e gli ha fatto da stuntman in Austin Powers: Goldmember.

Personaggi interpretati il cui nome si prende gioco della sua statura: beh, tantissimi. Ne cito alcuni: Big Moe in un episodio di Quantum Leap, Big Eddie in uno di Tequila e Bonetti, Little Tom Maison in uno di Renegade, Big Hack in Walker, Texas Ranger, Chihuahua in La terra dei morti viventi

Ulteriori curiosità: ha fatto il cugino It in un film della Famiglia Addams del ‘98 uscito direttamente in homevideo (Tim Curry nel ruolo di Gomez e Daryl Hannah in quello di Morticia!). Ha fatto un film con le gemelle Olsen. Ha interpretato il toccante ruolo di un nano con un figlio alto normale in un episodio di Il tocco di un angelo. Il suo motto è “It’s not the size of the man in the fight, but the size of the fight in the man.”

Lo compreresti? Mi sa che fa prima lui a comprare me.

Indy era pedofilo

25/03/2009 | divagazioni | di Nanni Cobretti

it must be Indiana JonesEh, quel padre che non c’era mai… Povia avrebbe capito tutto subito.
Ma contestualizziamo a modo.

È il 1978.
George Lucas ha appena fatto Guerre Stellari.
Steven Spielberg ha appena fatto Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Lawrence Kasdan non ha ancora fatto un cazzo (soprattutto non ha ancora fatto L’acchiappasogni), ma viene invitato dai due suddetti ad un incontro di brainstorming sul loro nuovo progetto, di cui lui dovrà scrivere la sceneggiatura.
Con loro c’è un registratore a fermare il tutto su nastro.
L’incontro dura 5 giorni, a botte di 9 ore al giorno.
Lucas e Spielberg hanno già le idee chiare a grandi linee su cosa vogliono raccontare, ma c’è da definire il come.
Sanno già che il protagonista si chiamerà Indiana Smith, o Indiana Jones.
E sono delle vere e proprie macchine di idee, idee che attendono solo una forma coerente.
Alcune di queste verranno usate, altre verranno recuperate per i successivi capitoli, altre ancora verranno scartate.
Tali incontri sono stati trascritti, e sono ora disponibili in un comodo pdf di 125 pagine, di cui Mystery Man riassume i punti più interessanti.
E spicca tra le altre cose il punto che riguarda la relazione tra Indiana Jones e Marion, che pertanto trascrivo e traduco:

LUCAS: Stavo pensando che questo tizio potrebbe essere stato il suo mentore. Che magari aveva conosciuto questa ragazzina quando era ancora bambina. E aveva avuto una relazione con lei quando aveva 11 anni.
KASDAN: E lui 42.
L: Lui non la vede da 12 anni. Ora lei ne ha 22. È davvero una strana relazione.
SPIELBERG: Sarebbe meglio se lei ne avesse più di 22.
L: Lui ne ha 35, e la conosceva 10 anni fa quando lui ne aveva 25 e lei appena 12. Sarebbe divertente farla leggermente giovane all’epoca.
S: E promiscua. È stata lei a farsi avanti.
L: 15 è perfetto. So che è un’idea scandalosa, ma è interessante. Una volta che lei ha 16 o 17 anni non lo è più. Ma se lei ne avesse 15 e lui 25, e avessero effettivamente avuto una relazione l’ultima volta che si sono incontrati, e lei fosse follemente innamorata di lui, e lui…
S: Lei conserva foto di lui.

E ora il dialogo definitivo, come compare nel film:

MARION: Sono 10 anni che ti odio con tutte le mie forze
INDIANA: Io non volevo farti del male…
M: Ero una bambina, ero innamorata di te, è stata una grossa carognata!
I: Tu sapevi quel che volevi.
M: ADESSO lo so, questa è casa mia, fuori di qui!
I: E va bene non pretendo che tu faccia salti di gioia, ma forse ora possiamo aiutarci a vicenda.

Dammelo.

"Dammelo" "Scordatelo, babbiona"

Beh, direi che fa il paio con l’incesto sfiorato in Ritorno al futuro.
Viva gli anni ‘80.

Twilight: recensione

24/03/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti

Si può considerare Twilight una sottospecie di horror e parlarne sui 400 calci?
Ce lo concedete uno di quei bei post dove tra un po’ arrivano i fan di Twilight a insultarci nei commenti?
Dai che siamo caldi. Siamo in cinque, stiamo lavorando sodo e ce lo meritiamo. Prendetelo, se volete, come un test tecnico per vedere se siamo indicizzati bene su Google.
E dopotutto nessuno dei cineblog seri che leggo ha avuto il coraggio di guardarlo, o di ammettere di averlo guardato. Io in compenso non ho letto il libro, ma mia madre si è ciucciata l’intera serie e me l’ha raccontata integralmente, per cui la prendo per buona e ne sparlo lo stesso.

Homer Simpson adocchia una ciambella

Homer Simpson adocchia una ciambella

Dunque: a me Twilight è sembrato un oggettino piuttosto strano.
L’origine di tale stranezza sta principalmente nella regia di Catherine Hardwick, una che si intende sì di teenageresse, ma una soprattutto che viene dal cinema indipendente pseudo-autoriale alla Gus Van Sant dei molto poveri (Thirteen, Lords of Dogtown).
E pertanto ha questa mano soft e raffinata che era forse l’ultima cosa che mi attendevo da un prodotto simile e che, contrastata da una sceneggiatura di un’imbecillità sconcertante, provoca ogni tanto cortocircuiti spettacolari.
Ho detto sceneggiatura, non libro, ma è palese che in questo caso guardo il libro con molto sospetto. E a tal proposito cito e traduco le parole di /film, perché ne condivido l’impressione: pare di sbirciare un’imbarazzante fantasia erotica scritta da una 16enne che non aveva necessariamente intenzione di condividerla. Porno per ragazzine.
Di conseguenza i personaggi sono del tutto bianchi o neri: si dividono in buoni, cattivi e barzellette. Le barzellette sono gli umani di contorno, talmente stampati nei loro cliché da darti la vaga impressione che chi ha scritto questa cosa non ha mai avuto amici.
Mi si chiedeva anche spesso: perché Twilight, e non le dozzine di libri e film dallo stesso argomento? Dopo aver visto il film la mia ipotesi più plausibile è: Twilight è genuino. L’autrice, Stephenie Meyer, non è una 35enne che cerca di scrivere qualcosa che piaccia alle 16/12enni. È proprio una 35enne che non è mai cresciuta, e nutre ancora le stesse vivide, immature e vagamente rancorose fantasie di allora.

Sguardi intensi fra Edward Cullen e Bella Swan

Sguardi intensi fra Edward Cullen e Bella Swan

Tornando al film, diventa quindi spettacolare come la Hardwick ignori l’irreparabile superficialità di fondo e pretenda di dare al tutto il suo tocco curato e delicato, insistendo su una colonna sonora che propone un Iron & Wine là dove ti aspetteresti cose tipo i Jonas Brothers, e contando su due bravi attori, Kristen Stewart e Robert Pattinson, che fanno letterali acrobazie per dare credibilità e spessore alle minchiate alla “mettiamo ‘emo‘ in ‘Smemoranda’” che gli vengono messe in bocca.
Detto questo, prima di un secondo tempo che diventa semplicemente moscio, ci sono almeno 40 minuti che fanno cappottare dalle risate.
Tutta la fase di seduzione è esilarante: lei, il nome più figo e romantico dell’Universo (”Bella Swan”) che arriva alla scuola nuova e al minuto 2 è amica di tutti senza aver aperto bocca; il primo incontro con lui, il tenebroso Edward Cullen, che sente l’odore di lei e gli vengono i conati (giuro); il seguente comportamento come da pagina 18 del Manuale del Bello e Misterioso; 15 assurdi minuti – i miei preferiti – in cui lui la pedina continuamente soltanto per dirle “io e te non possiamo diventare amici” (ma allora smettere di rompere il cazzo e startene al tuo posto? no?); scambi del tipo “io uccido le persone” “frega un cazzo” “…e il leone si innamorò dell’agnello” (le prime due non letterali, l’ultima purtroppo sì); l’ormai stra-discussa metaforica paura fottuta del sesso… ah, quanto sarebbe bello che il ragazzo più figo della scuola si innamorasse al primo sguardo senza motivo e non volesse altro che “stareabbracciatituttalanottesaràbellissimolostesso“, concetto che nel caso specifico addirittura elimina la terrificante prospettiva di un impuro contatto fisico in favore di reciproci sguardi intensi, sottolineati dai puntuali primissimi piani che diventano il corrispondente Harmony di Sergio Leone.

"Starai mica ascoltando i Jonas Brothers???"

"Starai mica ascoltando i Jonas Brothers???" "Chi, io? Ehm, ma figurati, nooo..."

E la Hardwick riprende il tutto con relativa sobrietà, ritmo sommesso, un sacco di camera a mano, fotografia virata in azzurro quasi mai pacchiana… pare di vederla sul set, mentre si tappa il naso e per non impazzire finge di avere per le mani il nuovo Lost in Translation. Si fa tradire soltanto dalle scene con effetti speciali, paurosamente sotto standard, roba che erano più lisci in Automan. Non è un caso che, una volta deciso di girare il seguito, la produzione l’abbia trombata in meno di 24 ore, e mi chiedo anzi se qualche teenegeressa – magari senza ammetterlo a se stessa – non abbia trovato il film sotto sotto un po’ noioso.

Ma alla fine dei conti Twilight mi sta simpatico. È bello sognare, ci mancherebbe. Qui si sta semplicemente parlando d’altro.
L’importante, bambine, è che vi ricordiate che il pene non è una cosa cattiva.

>> IMDb | Trailer

P.S.: il padre di Bella Swan pare Rivers Cuomo

“Ma non era in rehab?”: Mary-Kate Olsen

24/03/2009 | divagazioni | di Dolores Point Five

Mary-Kate Olsen interpreta Emily Valentine in "90210: E Mo' Facciamo Come Dico Io".

Mary-Kate Olsen interpreta Emily Valentine in "90210: E Mo' Facciamo Come Dico Io".

Nome: Mary-Kate Olsen.

E’ il suo vero nome: il trattino ce l’ha messo lei.

Corrisponde alla realtà: sua sorella si chiama Ashley, tutto considerato direi che è cascata meglio.

La conosciamo come: la metà sinistra della mistica entità Le Gemelle Olsen, ex baby dive del piccolo schermo sottoposte a un intenso regime di sfruttamento minorile, fuggite dopo il diciottesimo compleanno a New York dove non si sa se alla fine abbiano potuto trombare (alla faccia del conto alla rovescia).

Perché stava in rehab?: mah, è andata insieme per l’anoressia , l’ADD, il collasso dei reni e il fidanzato di Paris Hilton.

Punti extra per: aver prestato a Heath Ledger la casa dove lui è finito all’altro mondo.

Dove l’abbiamo rivista: nella commediola The Wackness, in cui interpreta “Union”, una fricchettona del Central Park circa 1994.

Come stava: con dei dreadlock monumentali e pienamente conciata come una fricchettona del Pratello (entra in scena insieme a un bonghista, infatti), ha buttato subito lì una citazione da Beverly Hills 90210, tanto per far capire che oh, ragaz, gli anni Novanta facevano schifo. Poi ha limonato con Ben Kingsley.

L’abbiamo riconosciuta subito: vabbé, non vale, sapevamo che era lei.

Ci è mancata: minchia.

The Punisher: War Zone. Dai che ci siamo.

23/03/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti

the punisher: war zoneMettiamo in chiaro le cose: per quanto io sappia di avere gusti che generalmente differiscono da quelli della “critica convenzionale”, mi sono sempre vantato di saper riconoscere, o perlomeno trovare un senso credibile ai loro punti di vista, anche quando opposti ai miei.
Ma guardando The Punisher: War Zone mi sono trovato per la prima volta incredulo davanti al contrasto tra ciò che vedevo e un impietoso 25% al pomodorometro. Stavamo guardando lo stesso film? Conoscevamo lo stesso fumetto? O qualcuno era ancora un po’ troppo ubriaco di Cavalieri Oscuri?
Il fumetto del Punitore è molto semplice, e parecchio bidimensionale rispetto a colleghi più illustri come Batman, Spiderman o persino Wolverine: mafia stermina famiglia di poliziotto ["poliziotto"?? chi ha detto "poliziotto"? sei stato tu? e tu? e neanch'io! ...Ray?], il quale diventa psicopatico, indossa maglietta con teschio e inizia a sterminare mafiosi come mosche. Come un fottuto Jason Vorhees dalla parte della giustizia. O un incrocio fra Mad Max e Steven Seagal. Non è complicato.
Eppure.

Nel 1989 ci fu il primo tentativo di portarlo sul grande schermo, ma ci pensò la New World sull’orlo della bancarotta, con un budget ridicolo e Dolph Lundgren protagonista. In più di un verso tradirono le poche cose tradibili: Dolph era biondo e lo tinsero nero, e soprattutto niente maglietta col teschio. Niente teschio! L’unico segno distintivo! E la prossima qual è, Superman senza la “S”? Magari in jeans e polo?
A parte quello il film era mediocre con punte di ridicolo (i monologhi interiori del Punitore che parla a Dio!), ma se non altro il Dolph, con il suo vagare a occhi spenti con movenze alla Frankenstein, era credibile nei panni di uno con il cervello completamente fottuto. E il dialogo “Come cazzo li chiami 125 morti in 5 anni?” “Lavori in corso.” è da applausi.

Nel 2004 il remake a budget serio. Ah, come si vantavano all’epoca, dicendo “beh come minimo verrà meglio di quello precedente”, ridendo e ammiccando e dando pacche sulla spalla. E ahimè, come si sbagliavano. E ci volevano delle belle acrobazie per sbagliarsi in un caso simile.
Comunque: il Punitore recupera la t-shirt col teschio, ma vai a sapere perché è di nuovo interpretato da un biondo tinto, Thomas Jane. Ma il problema principale è la sceneggiatura, che sposta l’azione da New York alla Florida e soprattutto trasforma il personaggio in un’incredibile fighetta che si diletta in scherzetti psicologici, e che quando s’incazza fa più che altro tenerezza. E inoltre perde una spropositata quantità di tempo  su inutili personaggi secondari, facendo fare amicizia tra il Punitore e i suoi vicini di casa. Il Punitore. Che fa amicizia. Coi vicini di casa. Manco fosse “Simpatia” Will Smith. Roba da non credere [in realtà è successo, nella nota storia intitolata Bentornato, Frank... e ricordo anche questo episodio di Happy Days in cui Fonzie abbordava una tipa che non ci stava].

Ray Stevenson, mentre guarda Thomas Jane con compassione

Ray Stevenson, mentre guarda Thomas Jane con compassione

La cosa buffa di questo sequel/reboot è che a volerlo fortemente è stato proprio Thomas Jane. Ha rotto il cazzo a tutti perché credessero nel progetto, ha preteso lo spostamento dell’azione a New York, e ha insistito per un copione più cupo e violento. Ha ottenuto tutto ciò, e poi ha ottenuto Lexi Alexander – ex-campionessa di karate e kickboxing, e già autrice di Green Street Hooligans – alla regia. E Lexi Alexander l’ha trombato in favore di Ray Stevenson, il quale – alleluja – come minimo è moro di capelli.
Bastano 5 minuti per capire che si è sulla strada giusta: abbiamo una bella tavolata di mafiosi italoamericani, di quelli che alternano inglese e italiano cavernicolo (”Mangiare! Vaffanculo!”); salta la luce ed entra il Punitore; in tre secondi netti pianta un coltello in testa al capo, spezza il collo alla moglie (olè!), spezza il collo a quello di fianco, e poi procede con calma a sterminare l’intera tavolata a coltellate e pistolettate.
Poi ok, si appende a testa in giù al lampadario e inizia a sparare a raffica in tondo come nei peggiori film di Rodriguez, ma gliela si perdona perché è l’unica sboronata coreografica che si concede in tutto il film.
Il Frank Castle di Ray Stevenson non è perfetto. È ancora un po’ troppo umano per i miei gusti, gli manca ancora la scintilla di pazzia negli occhi, ma capisco che per vendere il film non si può esagerare. Anche Mad Max si è ammorbidito quando ha incontrato Tina Turner. Ma la sua presenza è minacciosa il giusto, il conteggio dei cadaveri gli fa onore, e lo si può largamente considerare finora il più fedele all’originale.
Vogliamo però parlare del resto? Abbiamo una coppia di cattivi strepitosa: Dominic West è un Jigsaw da applausi, una specie di divertito Joker farlocco in versione tamarro siciliano, e Doug Hutchinson ruba la scena a chiunque nei panni del vero psicopatico figlio di puttana della situazione, un Loony Bin Jim al cui confronto Rorschach pare Clark Kent.
E Lexi Alexander dirige il tutto come se avesse visto gli schizzi di ultraviolenza di John Rambo e avesse urlato “PURE IO”. Cervelli che volano, teste che esplodono, sedie infilate in un occhio, ventri strappati a morsi. Neanche il Verhoeven di Robocop.

ti guardo a te ma sparo ai due che ci hai di fianco

maga magia! ti guardo a te ma sparo ai due che ci hai di fianco

E quindi mi chiedo: cosa desiderare di più? The Punisher: War Zone non è e ovviamente non vuole essere un capolavoro, ma è lontano anni luce dalla pigrizia e dall’assurdità di cose alla Daredevil o Ghost Rider, ed è scemo quello che basta per non dare fastidio.
È concentrato su quello che conta di più: ha scene d’azione che fanno il loro sporco e sanguinoso dovere, un ritmo bello sostenuto, un eroe imponente e due cattivi che a guardarli sono una goduria. Mica John Travolta.
Probabilmente nessuno girerà mai il vero Punitore, ma di questo ci si può accontentare eccome.

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