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Il vero sballo è dire Yeah. FEFF 2009.

feff11Siamo ovunque. Voi non lo sapete, ma ci siamo. Sei in coda al Far East Film Festival di Udine , ti capita di dire disinvolto che hai già letto la recensione di Ong Bak 2 su un sito “guarda, niente male, anzi te lo consiglio”, e tu non lo sai, ma dietro di te hai proprio uno di quei manigoldi pronto a immolarsi per la salvaguardia dei film di gomitate in testa. Io te lo dico…
Non ho visto tanto dell’undicesima edizione del FEFF, perché sono ancora legato a quelle noiose cose come il lavoro che ancora mi impediscono di rimanere in sala al buio tutto il giorno, ma anche in soli tre giorni di visioni coatte, qualcosa di buono è saltato fuori.

THE HANDSOME SUIT, Hanabusa Tsutomu, Jp, 2008.

Uno brutto che si scaccola e che ha preso 101 due di picche nella sua triste vita, incontra un signore distinto che gli presta una tuta da omino Michelin. La tutona ha il potere di trasformarti in uno schiantatope. Giustamente il ciccione ne approfitta un po’, fino a quando si fa fregare dalla seguente credenza popolare: “nella vita è importante essere belli dentro”. La cosa interessante del film è che mentre ti scorre davanti agli occhi, ti stai già chiedendo a chi affideranno la parte del bruttone quando si farà il remake USA, dato tipo a David Frankel. Si accettano scommesse. Molto divertente, anche se c’è uno spiegone finale che sembra fatto apposta per tutti quelli che hanno problemi con la memoria breve, modello Tom 10 secondi. Giuro: ripetono una cosa lapalissiana per almeno mezz’ora.
Non c’azzecca molto come film da recensire in questa sede, me ne rendo conto, ma volevo tanto scrivere “schiantatope”.

BEAST STALKER, Dante Lam, HK, 2008

Sbirro con senso di colpa (Nicholas Tse), tenta di rimediare salvando la vita a una bambina con le orecchie a sventola, in mano a un killer senza scrupoli dal passato oscuro e doloroso. Dante Lam dirige un film “caccia all’uomo” che non si inventa veramente niente, ma che ha una sequenza iniziale che vale da sola il prezzo del biglietto. Ma soprattutto ha dalla sua uno morto con la testa incastrata nel parabrezza di un auto. Parabrezza intatto, ma con una grossa protuberanza verso l’esterno. Guardi bene, ed è la testona di un cattivo incastrato e sanguinante. C’è tutto quello che ci deve essere in un noir hongkonghese, tra scene d’azione, caratterizzazione dei personaggi e cenni melò… l’unico tentativo che si fa per discostarsi dal prodotto medio alto, è da ricercare nella struttura a incastro di tre storie messe insieme da un Destino beffardo che tu non lo sai, ma ha fatto tutto lui.

CHOCOLATE, Prachya Pinkaew, Thai, 2008.

Visto su grande schermo, Chocolate si conferma una delle più belle sorprese dei film di mazzate degli ultimi… tanti anni. Alla autistica Zen basta guardare in televisione il primo Ong Bak per diventare una macchina da guerra a andare in giro a picchiare i cattivi che devono i soldi a sua madre, la quale sta morendo in ospedale. La donna si è inimicata mezza malavita tahilandese figliando l’autistica con uno Yakuza che sembra Paolo Kessisoglu. I cattivi si fanno trovare tutti sempre in set bellissimi (un posto dove fanno il ghiaccio, un posto pieno di scatole e armadietti, una macelleria all’aperto…), perfetti per delle scene di combattimento sempre differenti, coreografate benissimo, fantasiose oltre la media e che mostrano la capacita di Yanin “Jeeja” Vismistananda, classe 1984, di utilizzare una gamma di stili semplicemente impressionante. Prachya Pinkaew poi, va oltre i suoi limiti e ha una percezione dello spazio precisa e funzionale a quello che vuole mettere su schermo ,che non si vedeva dai tempi del secondo Once Upon A Time In China… La sequenza finale – che si svolge sulla facciata di un palazzo – ricorda la schermata di Donkey Kong, ma lascia assolutamente esterrefatti per inventiva.


IF YOU ARE THE ONE
, Feng Xiaogang, China 2008.

Niente da dire, ovviamente… Commedia romantica melò con quella gnocca di Shu Qi… 25 finali in più del dovuto. Piacevole. Ma c’è comunque una sequenza che vorrei portare alla vostra attenzione: per spiegare che il protagonista del film ha un botto di soldi, per cui può tranquillamente andare in giro per China e Giappone per tutto il film, senza mai lavorare o mostrare una minima preoccupazione per il dinaro, si è deciso di inserire questa genialata. Esso ha brevettato, per una cifra esorbitante, un geniale oggetto in grado di risolvere tutte le più accese e crude rivalità del mondo. Tra cui potremmo annoverare Isarele Vs. Palestina, ma anche anche i condomini di Forum. Un tubo azzurro recante la scritta Peace – con anche le colombine bianche svolazzanti – all’interno del quale i due contendenti giocano alla morra cinese. Ma senza barare! Il tubo non ti fa vedere cosa fa l’altro. Tu fai la tua mossa, dici quando sei pronto e, quando è pronto anche l’altro… il tubo si apre in due e mostra a tutti il risultato! Che poi è insindacabile! E tutto il mondo può vedere chi è il vincitore! Capito? Bellissimo. Dieci minuti buoni di film a parlare di questo, per poi raccontare una storia d’amore tra un 50enne simpatico ma piuttosto disperato, e una gnocca disperata.

INSTANT SWAMP, Miki Satoshi, Japan, 2009

Miki Satoshi è pazzo, e ok. Che però fosse anche interessato a raccontare, a modo suo, la vita di una insostenibile quasi 30enne che lavora per una rivista di moda ed è smorfiosetta come una Miranda July sotto anfe, mi ha lasciato interdetto. La poetica dell’ “è incredibile quanto io sia una persona bizzarra, incompresa da tutti quelli che mi circondano, tranne da quella ristretta cerchia di casi umani dalle strane capigliature che mi sono scelta per amici, anzi, forse sarebbe meglio dire che la vita e il destino senza regole mi ha dato modo di incontrare su quella superstrada tutta matta che è la vita”, che incontra l’indie USA. Con un dragone posticcio nel finale. Dovrebbe fare simpatia. Ti viene voglia di andare a bere una birra con Brunetta. No, per dire…

SOMTUM, Nontakorn Taweesuk (Su IMDB c’è la pagina del film, ma non quella del regista), Thailand, 2008

E arriviamo al pezzo forte. Storia: un australiano gigante, scemo come una pigna, va in Thailandia. Si metto un cappello che amplifica il suo aspetto demente, va in un bar, si fa adescare da una ragazza che mercifica il suo corpo, la quale lo droga e gli ruba tutto. Non gli scrive benvenuto nell’aiz sullo specchio, non gli ruba un rene, ma gli fotte tutto. L’australiano scemo ma grossissimo, rimane in Thailandia perché è incapace per 98 minuti filati di andare al consolato australiano, scroccare una telefonata una mail un fax in giro, parlare semplicemente con qualcuno. Si prendono cura di lui due bambine povere ma buone. Pensate che una di esse mena forte. L’altra è invece debolina ma simpatica e intraprendente. Lui ride in continuazione, tipo paresi facciale, e non fa niente per tutto il film se non essere goffo. Ma a livelli che sembra l’abbiano da poco operato al cervello (e magari è vero ma non viene detto nel film, adesso che ci penso. Quindi vuol dire che la ragazza che lo ha adescato, oltre a rubargli tutto, lo ha anche portato da un dentista cieco che lo ha operato al cervello, così a sfregio!). Com’è, come non è, nel film succede che ci sono due altri australiani (cattivi, mi sembra di ricordare) che stanno tentando una truffa con dei gioielli, una, buona, che vende delle papaye e balla… ah! poi la madre delle bambine buone ma povere, che anche lei è ovviamente povera, apre un bar sulla spiaggia. C’è un perché questa signora thailandese apre un ristorante sulla spiaggia. Adesso ve lo spiego. Il gigante australiano a un certo punto inciampa. Le bambine decidono che ha evidentemente usato il suo strano body language per dire che vuole provare la cucina locale. Gli fanno provare il Somtum del titolo e lui diventa rossissimo in faccia e spacca tutto. Siccome ha spaccato tutto, la signora thailandese, che già era poverissima si ritrova ora anche priva di un bene immobile. Per cui si decide, con fare molto frivolo, di aprire il ristorante di cui sopra. Quello sulla spiaggia. Grazie a questo trucco, non dico che quella che ormai è una famiglia (bambine povere ma buone + mamma povera ma ristoratrice + simple aussie giant) diventano ricchi, ma mi sembra di poter dire che se la cavano. Oh, nonostante questo, non ci crederete mai, si ritrovano nei casini. E a un certo punto si menano forte tutti con tutti. Bellissimo.
In più c’è da sottolineare che il protagonista, Barney, l’australiano gigante ma che proprio non ce la può fare, è interpretato da Nathan Jones.

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210 centimetri, 149 chilogrammi. Nathan Jones è australiano nella vita come nella finzione. Nato nel 1970, raggiunta la matura età, ha già alle spalle otto rapine a mano armata, due delle quali fatte in Tasmania. Dopo Chopper, è tra i criminali più temuti d’Australia. Arrestato, viene condannato a 16 anni. Ne sconta sette presso la prigione di massima sicurezza di Boggo Road Gaol. In breve tempo, tra le mura del penitenziario, diventa campione nazionale di Powerlifting, disciplina in cui l’atleta esegue tre esercizi: lo squat, la distensione su panca piana e lo stacco da terra. In pratica solleva dei gran pesi. Diventa gigantesco. Comincia a farsi conoscere con il nome di The Megaman. Esce di prigione e comincia a fare il bodyguard per il multimilionario Rene Rivkin. Il passo successivo è l’ingresso nel magico mondo del Wrestling. Non c’è lega in cui non abbia militato: World Wrestling All-Stars, World Wrestling Entertainment, World Series Wrestling… La sua prestanza fisica gli serve come biglietto da visita per l’industria cinematografica. Prima apparizione a fianco di Jackie Chan in Police Story 4: First Strike. Seguono piccole parti in pellicole come Troy, Fearless, Asterix alle Olimpiadi, The Protector… Solitamente fa il gigante russo. Quello che non dice una parola, ma spacca tutto e fa paura solo per la sua mole. Forse proprio quest’ultimo titolo lo introduce alla nascente industria del cinema thai di mazzate, che gli cuce questo film addosso. Dopo le riprese pare sia stato investito da un pirata della strada che si è successivamente dileguato. Se lo chiedete a me, un evidente regolamento di conti. Pare sia nel cast di Tekken.

La cosa che manda in bestia di Somtum è quanto sia noioso. Ha tutti gli elementi per essere, se non una bomba, un onesto film exploitation. Niente. Ogni possibile speranza viene disattesa. Nathan Jones fa veramente il minimo sindacale. Si limita a due mosse mal coreografate sul finale. Per il resto del film sembra solo scemo. Ah, a un certo punto c’è una gag insistitissima su lui che è talmente grosso che spacca un mortaio da cucina via l’altro. Che ridere. C’è un tentativo di intreccio che suscita meno interesse di una barzelletta raccontata male da uno zio antipatico. È recitato molto peggio di un porno, da attori che nell’industria a tre X potrebbero essere giusto utilizzate in scene di massa. Per rimanere in tema, l’arroganza fisica e la faccia da ebete di Jones, messa sempre di fianco a due minorenni nel paese del turismo sessuale, è francamente disturbante. A confronto, Chocolate assume uno spessore da grande classico del Cinema.

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9 Commenti

  1. Nathan Jones merita una carriera esagerata. E’ il degnissimo erede della gloriosa stirpe di picchiatori molto grossi del cinema d’azione: Prof. Toru Tanaka, Matthias Hues, Ralf Moller…

  2. grazie per i video, ma ammetto non sono il mio genere

  3. abraxas de la sfiga

    cavolo abbiamo finalmente scoperto chi e’ rulk!

6 Trackbacks

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  • Scritto da Il bel Biopic di una Volta: Ip Man « I 400 calci il 13/07/2009 alle 08:02

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