Nanni si scusa, ma questa settimana il fermo-immagine NON andrà in onda perchè s’era scordato di programmarlo.
Nanni si scusa, ma questa settimana il fermo-immagine NON andrà in onda perchè s’era scordato di programmarlo.

t-shirt not included
Immagino sappiate cosa s’intende per arricciacazzi. Nel caso in cui non vi sia noto, arricciare il cazzo è l’espressione che il popolo usa per definire la pratica femminile di battere i pezzi a un ragazzo allo scopo di non dargliela. Quello di cui la maggior parte delle ragazze non sono a conoscenza è che esiste una nutrita minoranza di maschi che adorano farsi fare il cazzo a boccoli e raccontarselo a vicenda come delle zie. Quelle cose da serate a due piene di illuminazione ed alcolici. Tanto per dire, ho questo amico (Ingmar Beretta) che usciva con questa ragazza per, sì, è una storia noiosa.
Ecco, Bella Swan è la più arricciacazzi di tutti. Il mondo non è stato molto tenero con lei: suo padre è un clone di Rivers Cuomo (OH OH, e sua madre è Mary Tyler Moore). Il tagliando del suo pickup è scaduto. Lei è costretta a barcamenarsi tra botte di angst metropolitana, tossicodipendenza da adrenalina, musica di merda ed aitanti everyboy americani di periferia, quasi esclusivamente divisi tra vampiri tetrosexual usciti da un incubo di Boy George e licantropi strafatti di steroidi. Viene voglia di rifarsi su qualcuno, certo, ma (anche se la letteratura che ho consultato tende a starsene zitta su questo punto) il carattere volubile e l’instabilità emotiva della categoria sociale danno indicazioni abbastanza precise sul fatto che arricciare il cazzo a un licantropo non sia una cosa ragionevole. Sapete qual è la differenza tra uomo lupo e licantropo?

"Già cenato, grazie."
L’unica altra cosa su cui mi va di scrivere in merito a New Moon è il racconto dell’episodio in cui (verso il minuto 40) Bella ha un incidente in moto e si fa un taglietto in testa. Il suo amico indiano culturista si toglie la t-shirt per tamponarle la ferita. Bella gli dice qualcosa tipo “sei davvero bellissimo, Jacob“. E trova qualcosa da fare per schivare il limone duro. Lui, preso bene dalla cosa, rimarrà a torso nudo fino ai titoli di coda, approfittandone per farsi un taglio di capelli di tendenza e salvarle la vita una mezza dozzina di volte. Alla fine Bella sceglierà di continuare a farsi le sopracciglia di Edward, sancendo in via definitiva il suo status di sessuofoba arricciacazzi (il che è anche un po’ un peccato, perchè io Kristen Stewart me la farei anche senza posate), destinata a fare l’infelicità di ogni freak del pantheon degli stessi -non avendo letto i libri, though, spero che al prossimo giro ci provi con uno zombie. Nel frattempo depennate qualche risposta da questa lista qui. Parlando della cosa in termini di, emh, cinema: il fatto che la produzione abbia fatto fuori Catherine Hardwick (rimpiazzata da Chris Weitz, un tipo per tutte le stagioni) ha tolto dal secondo episodio del film quel briciolo di lacca indiepatinosa che lo faceva slittare da under-17 a under-30 malvestiti, lasciando questo compito a una colonna sonora sfigatissima, senza d’altra parte incrementare il tasso di violenza, effetti speciali e scene di lotta -tipo, un incubo autogenerato dalla recensione del primo film a cura di Nanni Cobretti. Considerato comunque che nella saga di Twilight mancano sesso, sangue e non ti mettono nemmeno -come evidentemente dovrebbero- la cover per ukulele di Somewhere Over the Rainbow nei titoli di chiusura, che ce l’andiamo a vedere a fare? In sacrificio.
Del due, Universal Soldiers 2: Brothers In Arms, prodotto televisivo con i rip off degli attori veri veri (Matt Battglia al posto di JCVD e Andrew Jackson al posto di Dolph Lundgren) non sapevo nemmanco dell’esistenza. E non penso per altro di essermi perso molto. Ma per il terzo capitolo, come già vi avevamo detto, si torna a fare le cose in grande.
C’è un nuovo soldato in città. E non uno a caso, ma Andrei The Pitt Bull Arlovski, campione bielorusso di Mixed Martial Arts. Che fosse solo campione di MMA è un conto, ma è bielorusso… Fa molta più paura così, non trovate? Guardate come festeggiano il giorno del ringraziamento dalla sue parti…

No, per dire… E per fermare uno così, ci vuole un pennello grande, non un Matt Battaglia qualsiasi. Per cui, al secondo 44, si risveglia LUI, Jean Claude in persona. Guardate che faccia… Non è adorabile? A me viene da piangere dalla gioia. Al secondo 59, con la rentrée di Dolph, si pone con grazie l’ultimo pezzo del puzzle e l’applauso scatta spontaneo. Noi qui, non si vede l’ora.
Attenzione: questo articolo non vuole solo essere una recensione di un cortometraggio a futura memoria, ma anche un accorato appello ai registi Stefano Bovi e Gianluca Ortolani di farsi vivi, contattare i 400 calci, farci sapere cosa stanno facendo, come va. In realtà di Stefano Bovi ho trovato l’indirizzo mail in rete, di Ortolani si sa solo che un suo omonimo (si spera) si è buttato in politica con l’Unione per il Trentino.
Comunque, signore e signori, ecco a voi Lo Stronzo Assassino (annata 1999), un indimenticabile ed esilarante cortometraggio che allietò il fantomatico Alienante Film Festival, un festivalino di corti svoltosi in una ludoteca milanese nell’anno del Signore 2004, credo. Il corto si aggiudicò un posto sul podio grazie alla diabolica azione congiunta della sottoscritta e del suo moroso, giurati per l’occasione, poi disparve nel nulla. Ora è tempo di rispolverare questo vecchio ricordo.
Lo Stronzo Assassino, a dispetto di chi lo etichetta banalmente come “trash” è un capolavoro in cui ambizione ed amatorialità, conoscenza dei mezzi ed incapacità di usarli, follia surreale e critica sociale si danno di gomito senza mai fondersi armonicamente. Per fortuna, altrimenti non esisterebbero scene da arresto cardiaco come quella in cui il nonno acchiappa un barattolo di detersivo su cui campeggia Topolino e commenta “Devo proprio buttare via questo liquido radioattivo che mi ha regalato l’Esercito”.
Insomma, la trama è questa: Ciccio è un ventenne disoccupato e disperato; vive con la sorella ammodo che gli rompe i coglioni. Un giorno sente un impellente richiamo della natura e corre in bagno, senza sapere che il nonno ha appena versato il famoso liquido dell’esercito nel water. E dal connubio del liquido col frutto delle viscere di Ciccio, oh meraviglia!, nasce uno stronzo gigantesco e parlante -- il quale promette a Ciccio che gli troverà subito un lavoro; ma in cambio, lo stronzo ha bisogno di cibarsi di cervelli umani! Visto che metafora? Quindi Ciccio si mette all’opera e ammazza le vittime con armi improprie come la paletta per le mosche o una copia del fumetto “Falco”. Ma il patto con lo Stronzo Assassino sembra non funzionare. Riuscirà Ciccio a liberarsi dalla sua maledizione? E sopratutto, a trovare un lavoro?
Sì va bene ci sono somiglianze con Brain Damage di Henenlotter ma a me quello lì non piace per cui non ne parlo. D’altronde, Bovi e Ortolani dimostrano di conoscere bene la materia che stanno trattando: citano Ultraman Contro Godzilla (o qualcosa del genere), mettono in colonna sonora la sigla giapponese di Hurricane Polymar, la stanza di Ciccio (presumibilmente la vera stanza di Bovi) è tappezzata di eroi manga. Poi c’è anche la sigla di Lulù, altro cartone animato degli anni ’80, una roba dolciastra, intollerabile. E poi le finezze di regia tipo l’assassinio fuori campo di un amico di Ciccio, che sentiamo urlare mentre la camera inquadra da vicino la sigaretta che gli è sfuggita di mano nell’agguato.
Ovviamente la storia ha senso solo in un contesto di disagio sociale, in questo caso la disoccupazione. I doppi sensi sugli “stronzi” che detengono il potere si sprecano, così come le continue umiliazioni a cui Ciccio fa fronte. Addirittura si può pensare che lo Stronzo Assassino, che parla con la voce di Ciccio in falsetto, sia in realtà una proiezione della sua rabbia e paura; almeno finché lo Stronzo non sfreccia a bordo di una macchinina sull’autostrada deserta intralciando il traffico (sì esatto; è una gag da lacrime agli occhi). Il finale apre ancora un’altra interpretazione ma ora basta.
Amici dei 400 Calci, è vostro dovere divulgare il Verbo dello Stronzo Assassino presso chi ne sappia riconoscere ed apprezzare l’ardire. Ecco a voi l’opera integrale, divisa in cinque parti alla cazzo come è giusto che sia:
Parte1:
Auguri Maestro.

(hehehe… “69″…)
Ah, il David Twohy… con Pitch Black ci aveva regalato uno dei migliori sci-fi/action/horror del nostro giovane millennio, con Below un film che non ho visto per via della mia personale allergia per i sottomarini, e con Le cronache di Riddick una cosetta che si annunciava strafiga ma – per i pochi ricordi che ne conservo – risultava appena passabile. Il fiasco al botteghino ha fatto il resto, lasciandolo inattivo per più tempo di quanto meritasse. Se ne torna con questo A Perfect Getaway, un film che si presenta tutto sommato annastanza formulaico, con cui il nostro tenta di riciclarsi come solido professionista.
Abbiamo una coppia di freschi sposi formata da Steve Zahn e Milla Jovovic – con quest’ultima che sta al gioco e si comporta come se sposare Steve Zahn fosse possibile anche senza una dose criminale di Roipnol – che va in vacanza alle Hawaii ma, da fighetti sboroni arricchiti finto-alternativi quali sono, decidono di rinunciare ai comodi hotel in spiaggia per esplorare gli antri meno conosciuti dell’isola in cerca di eventuali oasi nascoste. Sul posto vengono accolti innanzitutto dal ciccione che cadeva con l’ascensore in 12 Rounds (sta bene, si è ripreso), e poi da notizie riguardanti una coppia di serial killer che si aggira nei paraggi. Al che i nostri si incamminano guardando con sospetto ogni coppia che incontrano.
Ora, la parte interessante del gioco è trasformare i panorami paradisiaci delle Hawaii in luoghi loschi e malfidati. E qui David Twohy se la gioca bene, dosando la tensione con esperienza e mano sicura, e costruendo personaggi credibili. Il film tiene, la vicenda acchiappa. Il problema è che, location a parte, di storie del genere se ne sono viste a centinaia. E allora io ho pensato “cazzo, è David Twohy, non gira un film da sei anni, figurati se è tutto qui”, e con questo banale ragionamento ho indovinato il colpo di scena decisivo al volo. Che intendiamoci, nonostante per spiegarlo a modo serva un flashback di 15 minuti secchi (non scherzo), è un colpo di scena figo, nulla da ridire. Però è tutto qui (spoiler?).
Alla fine è un ottimo film per una serata senza pretese, ma speriamo sia soltanto una tappa di allenamento in vista di un ritorno a cose più sostanziose.

"Voi due sareste sposati??? Non mi pigliare per il culo, lui è il tuo amico d'infanzia gay"
DVD-quote suggerita:
“Ho visto di peggio: Turistas”
Nanni Cobretti, i400calci.com

"ti voglio bene..."
Nome: Dagoth, il Dio dei sogni (olè!). O almeno così viene chiamato in Conan il distruttore, oggetto di questa scheda. Dagoth in realtà pare essere niente meno che il nuovo nome di Dagon, il noto pesce-demone lovecraftiano. La storia di questo puffdaddyano cambio di nome (”lovecraftiano” e “puffdaddyano” nel giro di sei parole, mica male) è una classica cosa complicata da nerd su cui esistono valanghe di documenti letterari e fumettari, per cui vi rimando direttamente alla pagina in cui l’ho scoperta. In quella stessa pagina si scopre che una volta Dagoth aveva una valletta di nome “Blondine” (giuro).
Chi gliel’ha dato: i suoi, immagino. Erano indecisi tra Pilot Inspektor e Moxie Crimefighter, poi hanno optato per Dagon. E lui, ingrato, alla prima occasione è volato all’anagrafe e ha cambiato due lettere per puro dispetto.
È colpa degli americani? No, a quell’epoca gli americani non erano ancora stati inventati. Dagoth è una specie di semi-dio cristallizzato nella forma di una statua dalle fattezze umane, per colpa di un’antica maledizione che a me piace pensare sia opera della stessa strega di Biancaneve. Per tornare in vita, nella forma mostruosa che conosciamo, va recuperato il suo corno magico (sento puzza di metafora sessuale) e gli va apposto in fronte quasi come uno strap-on. Tale corno può essere toccato solo dalle mani di una vergine, la quale verrà poi sacrificata a lui – non è chiaro se mangiata, struprata o calpestata senza ritegno. Si definisce vergine qualsiasi ragazza capace di trovare Schwarzenegger attraente. “È scritto nelle tavole di Skelos”.
Altezza: precisamente 2,20m per 240kg. Come lo sappiamo? Gli appassionati leggendo quelle cifre avranno drizzato le antenne: ebbene sì, dentro al costumone di gomma creato dal nostro eroe Carlo Rambaldi, si nascone – non accreditato – nientemeno che André The Giant in persona. Lo giuro. Ecco le prove:

Ci sono quasi gli estremi per etichettare sotto "nanosservatorio"
Filmografia essenziale: Conan il distruttore, dicevamo. Poi c’è anche il Dagon di Stuart Gordon, ma tutte queste congetture nerdistiche non mi convincono appieno e, per non saper nè leggere nè scrivere, preferisco considerarli due mostroni diversi.
Vittime preferite: le ragazze vergini. Sono sempre andate per la maggiore con le divinità dell’era pre-invenzione degli Stati Uniti d’America. Dopo invece è successo un po’ il contrario, come dimostrano la maggior parte dei film horror in circolazione. Cose che fanno pensare. Poi c’è da dire che nel film lo fanno incazzare subito appena sveglio soffiandogli la vergine dalle manone dopo avergliela fatta annusare, da veri stronzi. E a quel punto Dagoth giustamente si inalbera e comincia a tirare schiaffi all’orba e chi prende prende.
Mossa preferita: beh, un suo cavallo di battaglia è la mitica testata, oppure lanciare l’avversario contro il paletto e poi schiacciarglielo contro con il culone. Ma qui, non essendoci un ring, non ne fa uso. Qui la sua mossa preferita è sbraitare emettendo suoni sconnessi, tirare pizze in faccia con le manone palmate, o calpestare senza rispetto.
Omicidio migliore: quello appunto dove calpesta un povero malcapitato… per il resto c’è più che altro della gran confusione, e il tutto si conclude abbastanza presto.
Come si sconfigge: gli si salta in groppa e oplà! Gli si toglie di nuovo il corno dalla fronte. È un po’ come staccargli le pile. Nel frattempo il suddetto corno però ha messo letteralmente radici, per cui non è facilissimo estrarlo, è piuttosto incagnato. Schwarzy ad esempio prende e tira dritto fortissimo, ma io mi sento di suggerire che forse è più furbo provare tipo a svitarlo per attorcigliare le radici e incontrare meno resistenza. Se vi capita di provare fatemi sapere se vi siete trovati bene con questo metodo.
Ricorda una figa? Sì, ma quella di una vecchia.
Lo compreresti? Io sì. Come statua, all’ingresso fa un figurone che neanche nella villa di Scarface. Come mostro gli darei una seconda possibilità, magari una volta che si è pappato la vergine che gli è stata promessa si dà una calmata e diventa un compagnone… a me sembra il tipo che se lo porti al pub fa serata. Mal che vada si sta attenti, si fa prima una prova in cinque o in sei, se va male gli si svita il corno di nuovo e ci si accontenta della statua.

Dagoth è capace di soddisfare tre ragazze contemporaneamente solo con la testa. Non per niente è un semidio.
Non ho cuore di andare al cinema a vedere New Moon. Vi ricordo però che il nostro capo Nanni ha recensito il primo Twilight e questo dovrebbe farvi capire che comunque noi ci siamo interessati e che stiamo sul pezzo e non è che facciamo gli snob e ignoriamo le cose più commerciali. Però non ho cuore di andare a vedere New Moon. Per cui abbiamo deciso di regalarvi questo finissimo contributo trovato in rete.

Hahahahaha questo titolo mi fa morire dal ridere. Poi ve lo spiego.
È dura catalogare Carriers come horror, ma l’ho visto al FrightFest di Halloween, e se quelli del FrightFest dicono che è un horror io mi fido. Ma in realtà è un drammatico.
La premessa è praticamente quella di Zombieland in chiave seria: c’è il mondo ridotto in condizioni post-apocalittiche da un virus – che non ha nulla a che fare con gli zombi, sembra più che altro la suina – e noi partiamo a fatto già avvenuto seguendo la fuga in macchina di quattro ragazzi verso una spiaggia, luogo simbolico della loro infanzia, che loro ritangono sicura. Come in Zombieland ci sono regole da seguire meticolosamente, anche se non è un cazzo divertente mettersi lì a disinfettare l’auto dentro e fuori ogni volta che la tocca qualcuno. E come Zombieland il protagonista è uno smilzo timido con la faccia da schiaffi (Lou Taylor Pucci) che di sicuro ci ha l’iPod con dentro i Pains Of Being Pure At Heart. Ma al posto di Woody Harrelson c’è il nuovo Capitano Kirk: Chris “Testa Grossa” Pine. Che fa il fratello maggiore.

Chris Pine in Star Trek
E il film prende un po’ la via di Alba rossa (et voilà, vi ho spiegato il titolo), non inquadrando quasi mai i contaminati e descrivendo piuttosto l’impatto traumatico dello scenario sui ragazzi, la fine di tutto ciò a cui ci si era abituati, la sopravvivenza, le regole che se le sgarri mezza volta per leggerezza sei fottuto, la rapida e dolorosa crescita, la speranza che è dura da mantenere in vita, il non potersi concedere un solo attimo di respiro, la rimessa in discussione dei propri valori, la legge del “o noi o voi”, dover valutare in pochi secondi ciò che prima non si sarebbe mai neanche lontanamente preso in considerazione… insomma, è una mazzata. Rischia il patetico, il pretenzioso e il semplicistico più di una volta, ma tutto sommato se la cava egregiamente, indovinando almeno un paio di scene dall’impatto emotivo notevole.
La storia dietro la distribuzione tardiva di questo film girato e abbandonato nel 2007 è poi legata strettamente alla presenza di Testone Pine, grazie al quale la Paramount ha improvvisamente intravisto un potenziale commerciale nella pellicola dei fratelli Pastor (no, nessuno dei due si chiama Carl). La cosa incredibile, che raramente accade in operazioni spudorate come questa, è che effettivamente Testone sfodera una di quelle interpretazioni grintose e carismatiche che ci manca poco che regga il film da solo, per cui chi effettivamente si sentisse attratto dal film solo per via della sua presenza (che ne so, magari siete medici con la passione per misurare i crani) non rimarrà deluso. Bravo il nostro Capitano.

La versione seria di Ghostbusters
DVD-Quote suggerita
“Non è proprio un horror, a meno che non siate macrocefalofobici”
Nanni Cobretti, i400calci.com

Che ormai il cinema di genere, l’horror nello specifico, sia stato totalmente sdoganato è un dato di fatto. Nei festival di mezzo mondo ormai la proposta di titoli di genere è altissima, e la parte più becera e divoratrice dell’industria non vuole certo rimanere all’asciutto. Micheal Bay ha fatto capire che con i remake dei classici è possibile incassare in un solo weekend cifre simili al p.i.l. di un qualche staterello africano, e giustamente ora si tenta di sfruttare il tutto fino in fondo. Zombieland da un certo punto di vista è il peggio che si possa immaginare: è come beccare George A. Romero al Plastic di Milano. È uno zombie con una felpa gialla e una magliettina a righe.

I Bloody Beetroots sono il nuvo punk. Basta cò ste chitarre. La cassa dritta è hype.
L’idea di base, quella che ha convinto qualcuno alla Columbia (e quella che mi aveva messo in guardia), è questa: prendiamo “la teen commedy fatta di ragazzini diversamente cool intelligenti e chiacchieroni che si innamorano ma non sono ricambiati ma poi visto che sono simpatici e sotto sotto pure scaltri a un certo punto vengono ricambiati” e la ibridiamo con gli zombie. Tutto qui? Tutto qui. Perché? Perché mi hanno detto che gli zombie buttano. Sei sicuro? Sicuro, fidati. La sorpresa è che Zombieland è comunque un buon film.

Allora: non è una semplice operazione di rip off della horror comedy inglese (un titolo per utti, l’inarrivabile Shaun Of the Dead). Qui siamo oltre. È il post indie smart. È come quel film dove a un certo punto per far capire che si tratta di un film indipendente, ti piazzano un adesivo della Rough Trade nell’angolo basso sinistro dello schermo. Ma, colpevoli anche dei titoli di testa clamorosi e un inizio folgorante, dopo pochi minuti il trucco funziona e (anche io che sono uno troppo sgamato) si finisce per considerare il tutto come un buon prodotto. Perché? Perché comunque il film -- prima sceneggiatura per il grande schermo della coppia Rhett Reese & Paul Wernick- è scritto molto bene. Fondamentalmente sfrutta l’idea di una rilettura delle regole del genere per -- scusate il bisticcio -- stilare una serie di regole per sopravvivere al diffondersi degli zombie: controllare sempre il sedile posteriore, non usare mai i bagni pubblici, assicurasi sempre di aver ucciso lo zombie prima di dargli le spalle… Cose del genere. Con un occhio ai libri di Max Brooks, si riesce a guardare al genere con una certa consapevolezza. Ma si riesce a dire anche qualcosa di non banale sul classico rapporto/similitudine viventi e morti viventi: la desolazione e la solitudine causata dal diffondersi dell’epidemia, è molto simile a quella che i “nerd” vivono sulla loro pelle tutti i giorni. Insomma, coloro che non sono accettati dalla massa hanno più possibilità di sopravvivere.
Aggiungiamoci anche che il lavoro dell’esordiente Ruben Fleischer dietro la macchina da presa è tutt’altro che piatto e anonimo, ma che ha invece un ritmo e una vitalità invidiabili. E ancora: è innegabile che l’alchimia tra il nerdacchione Jesse Eisenberg e il tamarrissimo Woody Harrelson funziona e i due insieme fanno ridere (al contrario di Emma Stone che, oltre a fare una serie di cazzate che in un film così ben scritto lasciano veramente a bocca aperta, fa poco ridere.) E ancora: non possiamo dire nulla, ma c’è una sequenza con un attore a cui tutti noi vogliamo bene che solo a ripensarci mi viene da battere le mani fortissimo per la felicità.

Vuoi dire che non ti è piaciuto il mixtape che ti ho fatto?
Insomma… incredibilmente mi trovo nella condizione di scrivere che Zombieland è un film esilarante. Adorabile. Di quelli che avrà anche qualche pecca che noi integralisti che stiamo dietro al genere da prima di te non possiamo certo non notare, ma che ti viene voglia di rivedere appena partono i titoli di coda.
“Sarei stato contento di scrivere che è brutto e invece è bello ”
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com