Archivio per Febbraio, 2010

Fight Night: Street Fighter – Sfida finale

26/02/2010 | fight night | di Nanni Cobretti

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o anche solo farvi battere i piedini in preparazione al weekend.

Artista: Hammer feat. Deion Sanders
Titolo: Straight To My Feet
Dal film: Street Fighter -- Sfida finale

Menopeggio TV: L’Eliminatore

26/02/2010 | menopeggio tv | di Bongiorno Miike

Minirecensione in dieci punti da leggere stasera davanti al televideo.

L’Eliminatore

(Eraser)

DOVE: RETE 4

QUANDO: 21.10 (forse)

locandina

1) In questa pellicola l’Arnold se la prende con tutti: italiani, russi, omosessuali, coccodrilli, piloti di linea, la CIA, l’FBI, l’esercito e soprattutto fa bruttissimo alla fisica newtoniana.

2) La sceneggiatura è di Green&Chernuchin cioè gente che ha fatto Law&Order. Al di là dei gusti personali per le serie TV, sfido chiunque a dire che Law&Order non sia un orologio svizzero per quanto riguarda il plot.

3) L’Arnold intepreta un personaggio che si capisce da subito essere il mejo fico del canestro. Non so voi, ma io lo preferisco in veste “padre di famiglia tutto buonino buonino che poi si mette il grasso sotto gli occhi e ti ammazza utilizzando le lame della motofalciatrice”.

4) Come in uno sparatutto di qualità, le armi migliori arrivano alla fine e qui c’è il mio fucile preferito di sempre.

5) L’Arnold è in grandissimo spolvero: fin troppo. E recita male. Malissimo. Tanto che quando cerca di fare l’affascinante gli esce una faccia stile “puma del ribaltabile” (parlo del tipo bel moretto ultracinquantenne che fa strage cuori a tutti i concerti dell’orchestra Bagutti).

6) Venti minuti di questo film bastano a far sembrare John Woo un maestro del neorealismo.

7) La durata è anomala: ben 115 minuti. Ma se andate a prendervi un po’ di pollo fritto riuscite a rientrare nei canonici 90 minuti (e la trama si segue comunque che è un piacere).

8) Vorrei spendere una parola sul lavoro di Chuck Russell: bravo.

9) Vorrei spendere due parole sull’interpretazione di James Caan: doppio mento.

10) Ho visto di peggio: Mission Impossible III.

Dove sei Adrien? DOVE SEI?! Vieni fuori che voglio solo parlare

Dove sei Adrien? DOVE SEI?! Vieni fuori che voglio solo parlare


“Zoolander 2″. No, non è uno scherzo. E’ la REALTA’.

25/02/2010 | media, news | di Dolores Point Five

Ragazzi, se non è un’eccezione meritevole questa io non lo so: stando a chi di solito non racconta cazzate, la Paramount ha dato la luce verde a ZOOLANDER 2.

Oh, a me capita ancora di dire "bello bello in modo assurdo"

Oh, a me capita ancora di dire "bello bello in modo assurdo"

L’impeto per varare un sequel a un film MERAVIGLIOSO ma di nove anni fa non si sa da dov’è partito, ma potrebbe trattarsi di un gustoso effetto collaterale di Tropic Thunder, visto che Il Prescelto è il bonone con gli occhiali di Mulholland Drive lo sceneggiatore Justin Theroux, che sostituirebbe il suo BFF Ben Stiller alla regia. E scusate se quello che sto scrivendo sembra una velina governativa ma AAAAAAAAAAH.

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH.

33413

Dio fa' tornare Billy Zane. Dio fa' tornare Billy Zane.

Non credo ci sia molto altro da aggiungere, se non che il primo modello sfila, il secondo modello ripete e poi elabora.

O forse sì.

The Stepfather, che in Italia si intitolerà “Il segreto di David” (?!?!?)

25/02/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

il segreto di davidSapete chi è che butta fuori horror addirittura peggiori di quelli prodotti da Michael Bay? La Screen Gems (Sony). Un esempio: The Covenant. E sapete chi è che li dirige persino peggio di Marcus Nispel? Nelson McCormick. Un esempio: Che la fine abbia inizio. E sapete chi ha scritto tutti i filmacci finora citati, compreso Il segreto di David di cui vi parleremo oggi? J.S. Cardone. E sapete chi traduce i titoli originali peggio degli italiani? I cinesi. Ma infondo forse nemmeno loro.
L’originale Stepfather – Il patrigno, dell’87, era un piccolo cult dalla sceneggiatura piuttosto bucherellata ma dominato dal suo protagonista, l’aitante Terry O’Quinn, oggi più famoso come John Locke in Lost (a proposito: nella bara c’è lui! Come dite? È uno spoiler vecchio? E che ne so, chi l’ha mai guardato Lost).
La nuova versione azzecca il protagonista, l’ottimo Dylan Walsh di Nip/Tuck, con quegli occhioni azzurri che fanno innamorare le casalinghe dietro ai quali mai e poi mai potresti pensare che si cela uno psicopatico mica normale. Il problema è che, se Terry O’Quinn metteva onestamente una certa strizza, la sceneggiatura di J.S. Cardone fa del personaggio di Walsh un autentico povero pirla con la freddezza e l’acume tattico di un bambino di 6 anni. Innanzitutto per i primi 45 minuti dice “famiglia” ogni tre parole, al che pure il pesce rosso dei vicini capisce che sotto c’è qualcosa che non va. Poi, alla faccia della lieve svista, confonde il nome della figlia inventata nel giro di due frasi consecutive. Poi, alla faccia dell’inafferrabile camaleonte, non ha un briciolo di documento falso per sostenere i suoi multipli cambi di identità, per cui rischia l’incastro semplicemente perché accetta un posto di lavoro ma non sa come compilare il modulo per ricevere la busta paga. E infine ammazza gente senza uno straccio di premeditazione tattica, a caso, quando gli scappa l’urgenza, senza preoccuparsi di non lasciare tracce e in un’occasione addirittura con i figliastri presenti al piano di sopra. Uno così non solo non terrorizza per un cazzo, ma fa una gran compassione e ti chiedi come abbia fatto a non finire in galera al primo schizzo. Il fatto è che di fronte gli mettono una Sela Ward stordita grave, e soprattutto Penn Badgley di Gossip Girl, talmente stoccafisso che in confronto Hayden Christensen pare Jim Carrey.
Per cui non rimane che confermare che sì, l’unico motivo per cui eventualmente subirsi questa vaccata è Amber Heard in uno dei più sfacciati e gratuiti ruoli da arricciacazzi che io abbia mai visto. Praticamente ha due sole funzioni: 1) evitare che Penn Badgley parli da solo; 2) arrapare i pre-adolescenti facendosi inquadrare soltanto in pose provocanti e alternando esclusivamente – con l’unica eccezione del finale (giuro, l’unica) – bikini con mutandine e canotta. A 12 anni sarei probabilmente svenuto. Fate voi.

amber heard

"Sì Nanni, sono pronta per l'intervista, quando arrivi entra pure senza bussare. Un bacione."

DVD-quote suggerita:

“Buono a malapena per un breve dibattito negli spogliatoi prima dell’ora di ginnastica”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Offspring: il pranzo è servito

24/02/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

offspringÈ probabilmente a un effetto collaterale del filone torture porn che dobbiamo la riscoperta molto tardiva di un autore come Jack Ketchum, attivo fin dagli anni ‘80, di cui non ho mai letto un cazzo ma rimedierò molto presto. Nel giro di pochi anni sono usciti La ragazza della porta accanto, The Lost e Red (di cui vi ha già parlato Casanova). In comune, nonostante la presunta moda, uno scarsissimo coraggio dal punto di vista del budget che li fa assomigliare tutti a pessimi film per la tv. Ma La ragazza della porta accanto riusciva comunque a tirare mazzate allo stomaco di quelle che si ricordano, e pure Red si salvava per il ritratto commovente del suo protagonista.
Questo Offspring non è molto diverso: budget sempre bassissimo, sceneggiatura auto-adattata dallo stesso Ketchum e regia auto-affidatasi dal produttore Andrew Van den Houten (parente di Milhouse?), ma risultati sorprendenti.
Si narra di una tribù di cannibali incestuosi che, per motivi che mi sono sfuggiti, si accampa nel Maine come se niente fosse, e alla bisogna esce a fare scorta di cibo. Cioè di carne umana. Nel senso che uccidono le persone. E poi le mangiano. È il loro mestiere. Sono cannibali. Trama sentita e risentita, ma sarà lo stile minimale di immagini e suoni, sarà il trucco non eccessivo da bianchi selvaggi (no zulù nè deformi), ma non vedevo roba così efficace e soddisfacente da tempo immemore, forse addirittura dai classici di Deodato. Scordatevi tristezze mainstream tipo Wrong Turn o il remake di Le colline hanno gli occhi: qui c’è del sano gore low budget old school in puro gusto europeo che funziona a meraviglia in contrasto con l’ambientazione da telefilm americano.
E oltre a questo, ho gradito particolarmente due cose:
1) la matrice letteraria si sente: Ketchum, che non poteva di certo limitarsi a imbrattare i suoi libri di succo di pomodoro, per tenere alta la tensione si inventa il personaggio dell’ex-marito violento/maniaco in procinto di violare l’ordine restrittivo per raggiungere la coppia di protagonisti, e ne nascono situazioni interessanti;
2) c’è un bel tabù abbattuto con magistrale indifferenza… dai, per una volta non spoilero, tranquilli.
In definitiva: si tratta di una cosetta piuttosto grezza e assolutamente non priva di difetti, ma la goduria di vedere cannibali così cazzuti dopo tutto questo tempo vale ampiamente il prezzo del biglietto.
Sappiate inoltre che è in preparazione un seguito diretto da Lucky McKee, che dopo Red si sta attaccando a Ketchum come Branagh a Shakespeare (tanto per fare un paragone fuori luogo a gratis). La cosa che mette in confusione è che in origine il romanzo di Offspring era già di suo il secondo capitolo di Off Season: ora non solo non capisco perché hanno girato prima il secondo, ma non capisco neanche se Lucky McKee farà il prequel o cosa.

Sembra o non sembra King Buzzo da bambino?

Sembra o non sembra King Buzzo da bambino?

DVD-quote suggerita:

“Fa venire un’improvvisa voglia di pollo”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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L’urlo di Chow terrorizza. TERRORIZZA, vi dico.

23/02/2010 | news | di Nanni Cobretti

stephen chow's tai chi
Esatto. Stephen Chow ha in programma il remake di L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente. Ambientato negli USA. Girato in lingua inglese. Con il titolo cambiato in Tai Chi. E con Anne Hathaway e Jack Black. Che Stephen si auto-assegni il ruolo di Bruce Lee è scontato. Che Anne Hathaway interpreti l’equivalente di Nora Miao è una deduzione abbastanza logica. Che Jack Black sia stato ingaggiato per il ruolo di Wei Ping-Ao è una supposizione tutta mia. Che Scott Adkins faccia Chuck Norris è una speranza altrettanto mia basata sul nulla più totale. Sul resto passeranno giorni prima che io riesca a ragionarci con la dovuta lucidità. A voi la palla.

[via Channel News Asia]

P.S.: chissà se tiene la scena in cui lui va al ristorante ma non sapendo leggere ordina cinque zuppe… era divertentissima!

Shrooms – Trip senza ritorno

23/02/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

shroomsL’ho guardato principalmente perché sono un fan delle Porte della percezione di Huxley e di Venerdì 13: mi aspettavo perciò un mix tra le due cose, magari con un pizzico di Requiem for a Dream. Forse avevo troppe aspettative.

Per quanto riguarda i trip con funghi allucinogeni i miei film preferiti sono Stati di allucinazione, The Doors e soprattutto Young Guns: qui c’è Lou Diamond Phillips che in veste di sciamano con la faccia dipinta macera un fungo allucinogeno e lo dà a tutti per trovare il contatto con il Grande Spirito in un momento di difficoltà per il gruppo (Charlie Sheen è stato appena ucciso). Mi piace perché Lou riesce in quello in cui fallisce Jim Morrison: il trip ha un valore olistico, connette i singoli individui a una dimensione spirituale superiore, grazie alla quale trovano la forza di attraversare indenni un campo indiano. Il che a quei tempi non doveva essere certo una passeggiata.

Bisognerebbe poi anche parlare, a proposito dei trip, di Avatar, del quale ho una teoria. Quella natura così visionaria, lisergica, è il frutto dell’atmosfera del pianeta, che gli umani non possono respirare altrimenti soffocano. È dunque l’atmosfera lisergica a dare al pianeta quell’aspetto da trip perenne. Si aggiunga il fatto che la Terra invece è ridotta a un deserto. E chi l’ha provocato il deserto? L’uomo. E qual è la droga che consuma l’uomo che consuma il pianeta? La cocaina. Il messaggio di Avatar mi pare dunque inequivocabile: abbasso la cocaina viva l’LSD.

La protagonista Lindsey Haun ha lo stesso carisma di un attaccapanni, cioè di Kirsten Dunst. Le somiglia anche, però ha i denti a posto. A proposito: quello che mi fa incazzare di Spiderman è che si vede lontano un miglio che Mary Jane non ne vuole mezza da Peter Parker. Ma come si fa a scegliere Kirsten Dunst per Mary Jane? È come chiamare Cassano a interpretare Gianni Letta in un film sul G8.

lindsey haun

A proposito di donne e supereroi: si vede lontano un miglio che neanche Katie Holmes ne vuole mezza da Bruce Wayne (peraltro le mettono in bocca frase cruciali come “Non è ciò che siamo ma quello che facciamo che ci qualifica” – c’è frase più educativa per i nostri figli? – ma lei si capisce che non capisce cosa sta dicendo) e che neanche quella che interpreta nel Cavaliere oscuro il ruolo di Rachel, la sorella di Gyllenhaal, Maggie, ne vuole mezza uguale (non ne vuole peraltro mezza neanche da Harvey Dent, infatti secondo me quando Joker l’ha fatta esplodere gli spettatori fingevano di essere dispiaciuti ma dentro di loro erano indifferenti). Il che solleva una questione più generale: perché nei film tratti da supereroi non vengono scelte le donne giuste? Jessica Alba a parte, naturalmente. Ma lei ha un altro problema: i maschi che le ronzano attorno sono dei minus habens.

Nel film in oggetto ci sono questi funghetti minuscoli, capezzolari, che increspano a migliaia il sottobosco irlandese. Io se fossi una guardia forestale irlandese darei una bella passata di diserbante e la cosa finirebbe lì ma ciò nel film non accade forse per implicite tutele da parte di qualche organizzazione ambientalista.

Kirsten, cioè Lindsey, prende qualche funghetto di troppo e forse inizia a vedere il futuro, così almeno dice lei. Intanto però tutti sono sotto trip e non capiscono cos’è reale e cosa noi. Nel bosco girano anche questi due boscaioli strafatti degli stessi funghi, che anzi mettono in vasetto come i nonni facevano da noi con i pomodori per la conserva. I due boscaioli hanno un’accetta e mangiano capre. Nel bosco c’è anche un’entità, forse la madre di tutti i funghi, o una creatura sfortunata, che è cresciuta nel bosco mangiando funghi. C’è infatti una leggenda che ne parla a riguardo.

shrooms

Un dato storico prima di concludere. In una scena una mucca dice: “Lo sai che sei fottuto.”

Il tizio in mutande replica: “Sei solo una cazzo di mucca.”

E lei: “Eh sì, ma una cazzo di mucca parlante.”

È la fine della grande alleanza tra uomo e animale parlante inaugurata dalla Disney, proseguita con Francis il Mulo e che ha raggiunto il suo acme con Orazio di Maurizio Costanzo.

A prescindere però da questi aspetti diacronici la morale del film credo in sostanza sia questa: mai mangiare funghi allucinogeni in un bosco in Irlanda se intorno ci sono dei boscaioli con la faccia deturpata che girano con un’accetta, fanno la conserva con l’LSD e mangiano capre crude.

DVD-quote suggerita:

“Se i funghi fanno quest’effetto, chissà i tartufi”
Jean-Luc Merenda, i400calci.com

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Mega Shark vs. Giant Octopus: la spiegazione scientifica

22/02/2010 | divagazioni | di Nanni Cobretti

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No, voglio dire: chi di voi ha osato mettere in dubbio che fosse possibile?

[via Stivo]

Hush: macchinina rossa rossa, dove vai?

22/02/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Uno dei filoni più interessanti -- ma anche dei meno frequentati -- del thriller, è quello dei film ambientati quasi interamente in macchina. Il primo titolo che viene in mente a tutti ovviamente è il clamoroso The Hitcher, in cui C. Thomas Howell sgranocchia delle dita mozzate messe a tradimento in un cartoccio di patatine fritte dal sadico autostoppista John Ryder, interpretato in maniera gigantesca da Rutger Hauer. Tralasciamo il seguito e il remake, (per non farci venire la gastrite e) per citare una sorta di spin off, ovvero il bellissimo Cohen & Tate diretto da Eric Red, ovvero lo sceneggiatore di The Hitcher (e de Il Buio Si Avvicina). Adam Baldwin e Roy Scheider, killer a contratto costretti a dividere l’angusto spazio vitale di una berlina nel lungo viaggio verso Huston. Mi viene in mente ovviamente anche Duel… e poi il vuoto. Nel senso che, certo, ci sono anche il primo Interceptor, Vanishing Point e altri, ma che fanno già parte di altri generi. Quello che interessa a noi, sono quelle pellicole che raccontano di un gatto e di un topo, di una strada e di una macchina. E bona lé. Una roba tipo Hush, insomma.

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L’inglese Hush, esordio alla regia di Mark Tonderai, ex dj per BBC Radio One e già attore e sceneggiatore, si colloca fieramente nel filone. Si potrebbe chiamare un piccolo omaggio carploitation. Tonderai, oltre ad avere un bel cognome, si vede che si è sbattuto non poco per scrivere un bel thriller dove la strada, le macchine, i non luoghi ad essere protagonisti. Il risultato però, e mi scoccia molto scriverlo, non è del tutto soddisfacente. Zakes e Beth sono in macchina sotto la pioggia battente del felicissimo Yorkshire. Coppia in crisi, tentano di ricucire il loro rapporto facendo questo bel viaggietto insieme. Lui per lavoro si deve fermare in tutti gli autogrill che incontra per cambiare i cartelloni pubblicitari. Sai le risate? Davanti a loro, a un certo punto, si piazza un enorme camion bianco. Si alza per un secondo il portellone del rimorchio e Zakes riesce a vedere all’interno del tir una donna incatenata. Da qui comincia -- come da copione -- un lungo ed estenuante inseguimento tra stazioni di servizio, autostrade, parcheggi, stradine secondarie.

Hush03

C’è poco da fare: Hush ha un inizio fulminante. L’idea è semplice, funziona alla grande e dopo i primi cinque minuti sei pronto a gridare felice: “Ho scoperto un film piccolo molto bello, guarda, un gioeillino di quelli che solo se cerchi attentamente o leggi i report dei festival di genere minori! Alè, oh, oh!“. Poi però le cose cominciano a precipitare. Pochi altri generi al mondo pretendono un’unità di luogo, di tempo e soprattutto una sceneggiatura ferrea come quelli ambientati in macchina. Gli errori di Hush sono due. Non rispettare la regola della macchina, ambientando alcune sequenze importanti (troppe) fuori dalle claustrofobiche lamiere dell’auto. E soprattutto quello di totalizzare un numero impressionante di Maccosa. Metto le mani avanti: voi assidui lettori lo sapete. Ci basta poco. Non vogliamo sempre e solo I Soliti Sospetti. Si può anche arrivare in fondo a un film di genere prendendosi certe libertà (leggi = inserendo qualche cazzata o non spiegando proprio tutto tutto). Qui però c’è poco da fare: siamo incollati al protagonista e per la maggior parte del tempo, siamo seduti sul sedile del passeggero. Non si può sbagliare quasi nulla. E visto che 91 minuti sono tanti, dopo un po’ non si sa più che pesci pigliare e, per allungare il minutaggio, si perde il controllo. Cosa pericolosa dietro il volante come dietro la macchina da presa. Il risultato è che dopo la mezz’ora ci si ritrova spesso in piedi, occhi sgranati, mani nei capelli e in bocca una sola parola: Maccosa!?

Hush04

DVD-quote suggerita:

“Parte bene ma il Maccosiometro dopo poco goes to eleven
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Peccato veramente perché le intuizioni non mancano e poteva essere un gioiellino. Il film è prodotto tra gli altri dalla Warp Films.

BONUS: Deep Purple performing Hush @ The Playboy Mansion in 1968. Groovy.

il fermo-immagine del lunedì

22/02/2010 | il fermo-immagine del lunedì | di Nanni Cobretti

hot shots 2

Hot Shots! 2