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Little Deaths: si sa che noi donne ci mettiamo più tempo a venire…

…Ed è per questo che anche la recensione di questo bel prodottino uno e trino ci ha messo tanto. In compenso, quando noi donne veniamo non la smettiamo più, ci calmiamo un attimo e poi di nuovo, sorpresa!, ed è per questo che dopo la rece di Little Deaths vi darò in pasto pure l’intervista ai registi, uni e trini. Contenti? Comunque, giusto per riepilogare ciò che il buon Jean-Claude ha già detto: Little Deaths è uscito in DVD questo mese, è un’antologia di corti di circa mezz’ora ognuno, a tema sesso+morte declinato in chiave crudele e perversa. Detto così non brilla per originalità, ma a conti fatti è decisamente insolito e soddisfacente, realizzato con cura e interpretato da buoni attori. Dettagli:

Episodio 1, House & Home, di Sean Hogan: una coppia di benestanti, belli e gelidi, adocchia una giovane e graziosa senzatetto e la “seleziona” per partecipare ad un lauto banchetto a casa loro; si capisce, sono ricchi e annoiati, si sentono in colpa per le disuguaglianze economiche del paese, e anziché dare un fracasso di soldi in beneficenza, come sarebbe giusto fare,  invitano i poveracci a casa loro. Un bel bagno, una bella cena per assaporare i piaceri del capitalismo e poi via di nuovo vestiti di stracci a raccattare rifiuti per la strada. Già messa così è da stronzi dentro. Ovviamente non è solo così, la giovane coppia nasconde un terribile segreto (primo colpo di scena), ma quello che nasconde la ragazza è ancora meglio (secondo colpo di scena). Si tratta di  rendere tangibile, se non appetibile, il sadismo sociale e il cannibalismo di classe – umiliazioni, violenze, budella a volontà, il tutto condito da una spruzzata di metaforone che però non copre i sapori, li accompagna. Girato con colori sontuosi e movimenti di macchina sensuali e avvolgenti, il film riesce doppiamente interessante proprio per lo scarto fra scelta iperestetizzante e storia  adrenalinica, divertente, selvaggia.

"Cara, dove hai messo il Digestivo Antonetto?"

Episodio 2, Mutant Tool di Andrew Parkinson: qui si cambia registro. Colori acidi e smorti per una storia surreale e spaventosa. Jen è una ex-prostituta che sta cercando di liberarsi dalla droga; il suo medico è uno che puzza di criminale pazzo lontano un miglio, ma si sa, le ex-prostitute tossiche queste cose non le sanno discernere molto bene; suo marito, in compenso, lavora per il medico pazzo e gli fornisce materiale umano con cui nutrire un mutante costruito dai nazisti. A cosa serve il mutante? A secernere, tramite un cazzo gigante, una sorta di sperma magico che ti apre il terzo occhio. A cosa serve la ex-prostituta tossica? Ideona del medico: facciamole provare questa nuova dddroga con la scusa che è una medicina tipo il metadone e vediamo cosa succede. Ne succedono di bbbrutte. E bisogna dire che qui la storia si fa piuttosto macchinosa, forse degna di un lungometraggio più che di un corto da mezz’ora scarsa: benché Parkinson sia molto abile a tenere tutti i fili della situazione e benché gli attori mostrino le motivazioni dei loro personaggi in modo chiaro e coerente, si ha comunque la sensazione che la carne al fuoco sia un po’ troppa. Forse le forbici della censura (di cui parleranno i registi stessi nell’intervista) hanno mutilato l’episodio rendendolo un mutante di se stesso, il che sarebbe molto metacinematografico ma non ce ne fregherebbe molto.

"Ma mi si è aperto il terzo occhio!" "Basta scuse, ora apri qualcos'altro!"

Episodio 3, Bitch di Simon Rumley: come ci si poteva aspettare, Rumley fa la parte del leone. Eh, cosa gli vuoi dire? Che vira l’80% delle scene in rosso, in bianco o in blu affinché ci ricordiamo tutti del suo film precedente? Che mette in scena una storia di tortura psicologica in cui l’orrore fisico rimane tutto fuori campo?  Certo; però è il suo episodio a rimanere più impresso, a scioccare, a farti presagire la tragedia con uno stillicidio di errori umani gravissimi, misti a debolezze, incomprensioni, cecità e sordità sentimentale. Diciamo che Bitch (sia nell’accezione letterale di “cagna” che in quella colloquiale di “troia”) è una romcom al contrario: parte già quando la relazione fra i protagonisti è in decomposizione, quando il sadomasochismo insito in due vite mediamente inutili ha perso ogni guida e ogni limite – e solo un terribile, crudele, financo ingiusto contrappasso può mettervi fine. La ragazza che umilia di continuo l’uomo che ama (o amava, o ha amato) e il ragazzo che accetta senza saper dire di no (ma cova una polveriera dentro di sé) si muovono in un ambiente urbano tetro e senza speranza come i loro cuori. Magistralmente scritto, interpretato e diretto, questo episodio è tanto sferzante quanto profondo, tutto giocato sul non visto e non detto.

Occristo, un altro filtro blu! Sono migliaia, scappiamo!

DVD quote:

“Un gran bel prodottino uno e trino”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

INTERVISTA

I registi: Sean Hogan, Andrew Parkinson, Simon Rumley. L’idea: un film horror a episodi come se ne giravano in passato e come non se ne fanno (quasi) più. Il tema: sesso perverso. La speranza: girare tre corti anziché un lungo deve per forza essere un’idea vincente. Spoiler di Andrew Parkinson: “no, è come girare tre lunghi”.

Dopodiché: gestazione lunghissima. Produttori criminali che osteggiano la realizzazione anziché favorirla. Executives che inveiscono e minacciano l’unica collaboratrice che sembra lavorare seriamente al progetto (l’attrice e produttrice Samantha Wright). Rapporti fra i tre registi che fin dall’inizio naufragano irrimediabilmente. Censori che vorrebbero tramutare un film horror in una romcom da Sundance. Distributori che si inventano sotterfugi per non mostrare il film ai festival specializzati. Una fortunosa uscita in DVD nei paesi giusti, fra cui anche l’Italia come già fatto presente da Jean-Claude. Soldi guadagnati? Bwahahahahahazero.

Nonostante questo ed altro, Sean Hogan è vivace e chiacchierone come sempre, mentre Andrew Parkinson punteggia il fluere lutulentum del collega con due o tre battute pungenti e corrosive; entrambi innaffiano abbondantemente l’ugola con pinte di ale che normalmente va bevuta a temperatura ambiente, ma in questo pomeriggio novembrino, su questo tavolaccio all’aperto di un pub del cazzo, somiglia pericolosamente ad una ice cold lager. Simon Rumley lo devo contattare via Skype per evitare di arbitrare un incontro improvvisato di bareknuckle a tre.

"Tarallucci e vino" alla maniera di Hogan

Cicciolina Wertmüller – Sean, il tuo segmento di Little Deaths, House & Home, sembra contenere un forte significato sociale-economico, ovvero lo sfruttamento delle classi basse ad opera della borghesia, e la conseguente resistenza/vendetta delle vittime. Mentre ne parliamo, il clima economico in Inghilterra (e ancor più altrove) non è esattamente florido. C’è un nesso?

Sean Hogan – È interessante rivedere il film in questo momento. L’ho scritto quando la crisi economica era ancora all’inizio: era un brutto periodo personale, ero sempre di cattivo umore, gonfio di rancore per film che non avevo potuto realizzare. Mi è venuta in mente questa storia di lotta di classe ma in quel momento non avevo pensato alle influenze del mondo esterno, mi ero ispirato più che altro alla satira grottesca di Raw Meat (aka Death Line, ndCW). Però sono anche cresciuto abbuffandomi di film horror anni ‘70 e quasi tutti avevano un sottotesto politico, sicuramente mi hanno influenzato. Questo è il bello del genere horror: lo puoi riempire con diversi tipi di immaginario e di significato. Purtroppo, ora è raro trovare un horror con un sottotesto, la maggior parte dei film non ha un gran significato. Beh, sempre meglio che non avere nessun horror e basta!

Nanni Cobretti – Ma forse quello è colpa delle politiche cinematografiche mainstream…

SH – Certo. Il 90% dei film horror di oggi fa cagare, vengono girati da ragazzini ricchi, viziati, con più tecnologia che idee. Li girano per motivi sbagliati, o giusto per fare qualcosa o perché “l’horror vende”. Ma in questo modo il genere si sputtana! Non dico che non ci siamo buoni horror in giro, ma se un film nasce fin dall’inizio come creatura di un produttore anziché di un regista, sai già che quel film nasce sotto un controllo ferreo, senza libertà né fantasia.

Andrew Parkinson – E ciò vale anche per i low-budget, il cui scopo principale è tirare al cinema i mocciosi di 14 anni.

CW – Insomma, cosa è successo coi produttori di Little Deaths?

SH – Quando hanno letto lo script andava tutto bene, poi hanno visto il prodotto finito e hanno deciso che era inaccettabile e hanno chiamato un nuovo montatore per tagliuzzarlo. Comunque noi faremo uscire il Director’s Cut. Quando il film finalmente è stato completato, il SXSW Festival ci ha offerto di proiettare la versione originale, ma il nostro sales agent Pierre David (seguono insulti non riportabili da un sito rispettoso e bon ton come il nostro, ndCW) non voleva mostrarlo! Quando si è convinto a mostrare almeno la versione tagliata, io di nascosto ho sostituito il DVD così il SXSW ha proiettato l’originale – però mi hanno sgamato. È venuto fuori un casino, ora mi invitano a pochissimi festival e sono pieno di rogne legali, ma anche io ho sparso varie denunce in giro.

AP – Bisogna stare attenti a scegliersi i collaboratori. Augh.

Ma ditemi voi dove l'avete mai vista un'immagine più archetipica per connotare il concetto "Attenzione Pericolo". Geniale.

CW – Ah, giustappunto, Andrew, ora viene il tuo turno. Come è nata l’idea di Mutant Tool, il tuo segmento?

AP – Stavo pensando da un po’ all’idea di una prostituta il cui cliente ha i genitali mutanti, poi l’ho ampliata. È una storia di sfruttamento in cui tutti si approfittano di tutti. E poi volevo scrivere una storia abbastanza bizzarra per Jodie Jameson, l’attrice protagonista; abbiamo già collaborato in passato, è un’attrice fantastica e insieme ci facciamo tante risate.

NC – E perché hai voluto inserire lo scienziato pazzo nazista?

AP – Mi piaceva l’idea che il mutante fosse stato creato durante la guerra e non al giorno d’oggi, come se il male di allora resistesse anche nella società odierna.

CW – E adesso state lavorando a nuovi progetti?

SH – Sì, un’altra storia a base di sesso perverso che si chiama Palate Cleanser, parla di un collutorio un po’ particolare, hahaha! L’ho girato in un attimo, a bassissimo costo per presentarlo al FrightFest e altrove.

AP – Bah. Fare cinema è da sfigati.

"Vedi, figliolo, si può avere un cazzo gigante ed essere sfigati lo stesso"

Ecco, questa è la prima tranche di intervista. Dopo il monorigo definitivo di Andrew io e Nanni abbiamo deciso che era ora di andare a mettere il culo al caldo, ed è partita l’operazione Rumley. Ora, che Simon Rumley sia di un background diverso lo si capisce subito dal cinema che fa; ma mai mi sarei sognata di sentirgli nominare (seppure in modo critico, e per fortuna!) due registi come… come…

…non ce la faccio. Tanto lo saprete se leggete più sotto.

CW – Ciao Simon, che bel barbone da artista che hai! E che faccia serissima che hai! Sarà il monitor di Skype o mi sembri tipo uno che cura mostre d’arte a Londra Est nelle gallerie giovani nate sopra i pub alla moda?

Simon Rumley – Sì, io mica campo come regista. Curo mostre d’arte. Stasera c’è il vernissage di una mostra da me curata in una giovane galleria sopra un pub alla moda di Londra Est.

CW – Ma dai, non me l’aspettavo! Però io non vengo, devo andare al pub con degli amici.

SR – Guarda che non ti ho mica invitata.

CW – adesso mi tiro su la maglietta e scommettiamo che cambi idea Partiamo con la domanda di rito: da dove viene l’idea del tuo segmento Bitch?

SR – Risale agli anni dell’Università. Ero a letto con la mia ragazza, lei era nuda, all’improvviso le è caduto addosso un ragno dal soffitto. Si è messa a urlare, era terrorizzata. A quei tempi volevo fare il romanziere, non il regista, e ho cominciato a scrivere la storia di una coppia di darkettoni in cui lei è dominatrice e lui dominato. Sono arrivato a metà e poi ho smesso. Ma quando abbiamo cominciato a parlare di Little Deaths mi è tornata in mente e ho pensato di farne un film. All’inizio pensavo ancora di usare i ragni, ma i cani sono più efficaci, più spaventosi.

CW – Sbaglio o è ambientato in quel vomitevole purgatorio semiurbano di Enfield?

SR – All’inizio volevo girarlo a Oval, dove è stato girato Attack The Block; volevo che fosse una storia londinese, una storia di quartieri poveri. Poi ho girato varie scene a Enfield e nelle zone più infime di Londra Est, più vicino a casa tua che alle gallerie d’arte dei miei amici.

CW – Lusingata. In effetti, i tuoi personaggi fanno sempre vite di merda.

SR – Molta gente ormai non ha scelta, succede a Londra come anche a New York o a Los Angeles, i prezzi sono schizzati alle stelle e la gente non ce la fa. Vivere a Londra comporta vantaggi e svantaggi, prendi per esempio i disordini di agosto: non sono lotte serie come quelle degli anni ’80, sono un gruppo di ragazzini irresponsabili e fuori controllo. È un segno della decadenza dell’Occidente. Ogni giorno a Londra succede qualcosa di violento, pericoloso, antisociale: in parte ciò è causato dalla condizione di povertà coatta in cui vengono tenuti gli immigrati, ma alla fine ci paralizza tutti.

CW – I tuoi personaggi vivono passioni forti ma poi perdono contatto con l’amato/a, si alienano e sbroccano. È anche questo un portato della crisi?

SR – La mancanza di comunicazione è molto diffusa, la gente non ha più voglia di parlarsi. Nei miei film avrei potuto scegliere finali più accomodanti alla Mike Leigh o alla Ken Loach, in cui i personaggi anziché uccidersi trovano una soluzione per andare avanti; ma a me interessa di più mostrare quanto la psiche possa diventare profondamente tenebrosa, più l’amore è positivo, più diventa distruttivo quando è perduto o tradito. In Bitch, il ragazzo è tanto colpevole quanto la ragazza: lei vorrebbe che lui la dominasse, continua a punzecchiarlo per farlo reagire e prendere le redini della relazione ma lui non è abbastanza forte, rimane passivo. È un problema di comunicazione fra i due, alla fine lui reagisce nel modo peggiore.

CW – E adesso? Un altro film di vendetta?

SR – No, ora solo morte: ho partecipato ad un altro film horror a episodi che si chiama The ABCs Of Death. Mi è toccata la P, per cui il mio corto si chiama P for Paramaribo che è la capitale del Suriname. Il cameraman che ha girato tutto Little Deaths, Moncho Aldamiz, mi ha parlato del suo paese d’origine, il Suriname appunto, e abbiamo deciso di girare lì. In tre settimane abbiamo fatto tutto.

CW – Speriamo che non ti capitino più altre sfighe come quelle capitate a Little Deaths. Senti, cosa mi dici delle due versioni del film?

SR – Il mio episodio non è molto esplicito, per cui non è stato macellato come gli altri. Ora scusami ma devo prepararmi a ricevere gli ospiti del vernissage (giuro, ha proprio detto così, ndCW), ciao.

CW – Ciao.

>> IMDb | Trailer

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12 Commenti

  1. crononauta

    Intervista molto interessante.
    A proposito del film la terza storia è stata quella che ho preferito di più, soprattutto gli ultimi minuti sono stati girati e montati molto bene.

    Il trailer di Abc of Death ( http://bit.ly/v1OnOI ) mi aveva galvanizzato già tempo fa, sembra super.

  2. Grande, era da un po’ che speravo in una recensione!
    Bella anche l’intervista, mi ha incuriosito.
    Peccato che sia play.com che amazon non l’abbiano in catalogo… :-(

    Un suggerimento per noi poveri abitanti del fanalino di coda d’europa?

  3. edit estemporaneo: trovato su ebay! :-D

  4. Uwe Pòl

    grazie mille per l’intervista e complimenti!

  5. joe r. lonsdale

    se esce l’uncut me lo compro in dvd…

  6. Ebay??? Ma non dovrebbe essere uscito in Italia da poco? I signori registi ci mostrarono persino il dvd della Fox Italia, ce l’avevano con loro…

  7. Marvin Scortese

    io l’ho trovato su bol.

    ad ogni modo non mi ha entusiasmato per nulla, ho trovato interessante il solo terzo episodio, con lo scamarcio inglese con la fidanzata-cagna. Il primo episodio, a parte il plot twist finale, riesce ad essere noioso con sola mezz’ora di tempo a disposizione. il secondo episodio è sicuramente il meno riuscito. il terzo invece è ben scritto, ben recitato, ben girato e con una fantastica sequenza finale. peccato, perché l’amalgama finale dei tre episodi non c’è.
    insomma un po’un film del cazzo. mutante.
    e ora si aspetta abc of death

  8. Past & Fasul

    film horror a episodi,il filone mi piace abbastanza,lo recupererò…

  9. Schiaffi

    A me sembra soltanto un misero filmetto abbastanza noioso.
    L’unica cosa che mi ha stranito è il tizio del primo episodio che tocca mezza casa con le mani unte.

    Sarei curioso di sapere se nel 3o episodio quando il tipo compra il cane dal barbone, questo sia un attore o è effettivamente il barbone vero che sta sempre all’ingresso di Old Street.
    Era la domanda essenziale da fare nell’intervista.

  10. Cicciolina Wertmuller

    @Schiaffi: eh oh (allarga le braccia e dondola la testa) cosa ci vuoi fare. Ma scusa, se sei anche tu da queste londinesi parti vai a vedere la sua mostra, magari lo becchi e glielo chiedi tu. La galleria si chiama Charlie Qualcosa ed è sopra il pub The Reliance proprio in Old Street. Fammi sapere se hai fortuna.

  11. @Nanni: si, infatti è il dvd italiano. Di solito cerco di comprare in lingua originale, ma in questo caso mi tira un po’ il culo mollare 15 eurI per il dvd e 17 per la spedizione dagli usa… :-/
    (no, di seller uk non se ne trovano, o il mio ebay è diventato improvvisamente antianglosassone..)

  12. @jo: ma per l’appunto mi chiedevo che bisogno c’era di comprare il dvd italiano su ebay visto che e’ appena uscito… o comunque come mai si trova solo li’

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