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Dormi sepolto in un The Fields di grano, non è la rosa non è il tulipano

A volte si finisce a guardare un film per i motivi più impronosticabili: la colonna sonora, la sua improbabile programmazione su un canale satellitare che si chiama Horror, il culo di non-Freida Pinto. Prendiamo, per esempio, The Fields.

Sopra: The Fields.

Qui alla Fortezza della Solitudine, dove ha sede la redazione dei 400 calci, si usa dividersi così le pellicole interessanti: nelle segrete c’è un enorme muro di marmo bianco con venature rosa, sopra il quale vengono scribacchiati, con il sangue delle donne delle pulizie, i titoli in uscita che siano papabili di recensione, con motivazioni e tutto (nella stanza di fianco, più piccola ma arredata proprio a modino, c’è la parete per Miike). Quindi ogni tanto noi si scende nel dungeon, si dà uno sguardo al muro e si dice: «Vorrei tanto scrivere di quel robo del cinema là». A questo punto sta al redattore decapitarsi e impalare la propria testa su un’alabarda, che viene a sua volta piantata nel muro di fianco al titolo del film: così gli altri sanno che è stato prenotato.

L’altra sera stavo passeggiando per i sotterranei, i faccioni dei miei colleghi che mi ammiccavano dall’alto di picche acuminate, quando una chiazza di sangue appartenente ad Abernathy Soares Worthington da Silva, il nostro domestico anglo-filippino, ha attirato la mia attenzione: recitava, letteralmente, «The Fields, con Cloris Leachman e Tara Reid».

Su Tara Reid valgano le sempiterne parole del Nostro Capo:

«Ti dò in omaggio il mio aneddoto preferito su Tara Reid: il director’s cut di Alone in the Dark è uno dei rarissimi director’s cut che durano MENO del theatrical perché consiste semplicemente in Uwe Boll che ha cercato di tirare via quante più scene con Tara Reid possibile».

Su Cloris Leachman, invece, non val la pena dire nulla, se non: nel film in questione non compare alcun cavallo.

Incuriosito da quest’accoppiata improbabile, sono andato a spulciare tra le interiora del sommelier di redazione su IMDb, e ho scoperto che The Fields è un horror sui generis, premiatissimo in svariati festival del cazzo, uno di quei film a proposito del quale i registi (sono due), nonostante i faccioni da nerd, vanno in giro a dire: «Non volevamo che fosse un horror, non l’abbiamo girato come un horror, guardate che anche se parla di Charles Manson, serial killer e circhi abbandonati non è un horror». Wow, un arthouse film con una delle peggiori cagne della storia del cinema e Frau Blucher! Chissà che roba! E così mi sono decapitato e l’ho visto.

Sopra: che roba.

Sgombriamo il campo da un paio di equivoci:

1) The Fields, tutto sommato, si lascia guardare; non in senso cinematografico, quanto in senso strettamente visivo: se togliete il volume e le parti recitate, è uno stupendo videoclip

2) The Fields è un film del cazzo

Di cosa parla, The Fields? Di campi di grano negli anni Settanta, di un bambino degli anni Settanta che ha paura dei campi di grano degli anni Settanta, delle cose brutte che si nascondono nei campi di grano degli anni Settanta. Sì, il presupposto è Stephen King, né più né meno: Mattera e Mazzoni non provano neanche a far finta di non voler scopiazzare qualsiasi cosa scritta dal Re prima del rincoglionimento (se non quando devìano di poche decine di metri e ricalcano Lansdale).

La vicenda va così: c’è un bambino ciccione, Steven, che vive con i genitori in un qualche Stato americano ripieno di nulla dove il massimo divertimento dei giovani è sparare ai polli. Il padre è un brav’uomo un po’ tonto che indossa la maglia della salute bianca con sotto la canotta, mentre la madre – che è Tara Reid con una parrucca improbabile e un accento ancora più improbabile – è un’alcolizzata. Il bambino non è felice e quindi si rifugia in mondi immaginari dove Godzilla vince ogni battaglia, nel frattempo i genitori litigano spesso, finché un giorno Canotta va un po’ troppo oltre e dà inizio a una crisi familiare in piena regola.

Sopra: andare un po' troppo oltre.

Il bambino viene quindi spedito a svernare dagli avi, nonno Bev Appleton e nonna Cloris Leachman, due contadini che abitano in mezzo alla campagna e sono soliti frequentare assiduamente un cazzo di nessuno. La compagnia ideale per un bambino turbato, soprattutto considerando che la nonna passa le giornate a fumare, dire parolacce orrende e guardare vecchi horror anni Sessanta. In quest’ultima frase, incidentalmente, si riassume il meglio del film, ovvero una Frau Blucher che spazza via chiunque altro nel suo ruolo di “progenitrice sboccata e sarcastica”. Tolta lei, metà del film se ne andrebbe a ramengo. Per fortuna, lei c’è, sempre.

E per fortuna, viene da pensare sulle prime (stoltamente!), rimane l’altra metà, da archiviare nella categoria “cose che mi ricorderò di questo film tra un paio di mesi”: in quanto purissima arthouse pretenziosa ed estetizzante, The Fields dedica tre quarti della sua ora e mezza di durata a inquadrare pezzi di America rurale e selvaggia. Campi di grano (rosso sangue), vecchie muscle car, tramonti purpurei e/o sanguigni, di un purpureo e/o sanguigno che oggi non è più quello di una volta perché un tempo l’aria era più pulita e il sesso più sporco. Erano gli anni Settanta, ogni spiga nascondeva un mistero – o, nella peggiore delle ipotesi, Forrest Gump –, ogni albero un impiccato, ogni ruscello putrido un cadavere, ogni radiogiornale un nuovo terrore, perché il mondo è cattivo. Sono tutte cose che il piccolo ciccione esperisce su base regolare nelle sue esplorazioni del bucolico Maine, siano esse le fughine fino al circo abbandonato anche se gli è stato proibito di recarvisi o i viaggi in macchina con il nonno.

«Cheeee mi vengauncolpo se quello non è il vvvecchio Tom!».

Le esplorazioni servono a dare il “la” alla vicenda: un giorno il grassone sente alla radio che Charles Manson è in galera ma potrebbe venire rilasciato su cauzione, e siccome la cosa più eccitante che la realtà possa offrirgli è la dentiera di nonna, lui comincia a rifugiarsi in un mondo immaginario, dove Manson si è trasferito di fianco a casa degli avi e passa le notti a tormentarlo e minacciarlo di morte. Ma sarà davvero tutto immaginario? O ci sono forse dei cattivi reali, anche se nessuno crede alle fantasie di Trippone (capirai, figlio di un’alcolizzata, chissà il cervello in che stato è)? E soprattutto, cosa c’è nel campo di grano dove Frau Blucher dice a Panzo’ di non recarsi mai, «perché non torneresti indietro vivo»? Cosa sa, LA NONNA? Che, c’è forse un grande mistero nascosto tra le spighe? SPOILER.

Va detto che The Fields ci crede molto, al suo ruolo di ghost story + studio d’atmosfera + psicologia spicciola razzata da King (dualismo realtà/fantasia, l’influenza dei film horror sulla psiche, rifugiarsi nel terrore immaginato per non pensare a quello reale). Ci crede al punto da tirare in ballo tutti gli ingredienti del genere, bamboline scrostate, animali che abbaiano e poi scompaiono guaendo, porte che cigolano. Ed esteticamente ci riesce anche, tra pellicola sporcatissima in modo non-fastidioso e qualche scenografia da sturbo. Il problema è il solito di quando si prova a copiare un genere che non si ama e a trasformarlo in qualcosa d’altro (d’alto): si canna tutta la grammatica, si riempiono i buchi con un po’ di metaforone, si gioca a fare i fighi e ci si dimentica particolari come “fare paura” o “far esplodere la tensione”.

Sopra: "yin" e "yang", "luce" e "buio", "metaforoni" e "visivi".

E così, per una sequenza buona (= tutte le volte che Obeso corre nel campo di grano per nessun motivo in particolare: che ci volete fare, le cazzo di spighe fanno sempre venire un po’ strizza) ce n’è una che ti vien voglia di rompere di cartoni registi e sceneggiatore (= Cloris Leachman che spiega al marito che «i film horror non sono la realtà, fanno molta più paura le cose che sono là fuori che quelle che stanno nella tivvù»). Per ogni Frau Blucher c’è una Tara Reid. Soprattutto, per ogni momento in cui ti viene da esclamare: «Ehi, dai che ingrana e ora fa il botto!» c’è qualcosa che fa crollare la tensione e precipitare nuovamente The Fields nell’anonimato più bieco.

E poi c’è la cosa che tutti i registi che non amano l’horror ma che vi si cimentano sbagliano sempre, sempre, SEMPRE: il finale. Questa gente è convinta che lo scopo di un film sia far passare un messaggio, una predica, una verità, un concetto, e si dimenticano che se io poveraccio ti ho seguito per un’ora e mezza in attesa che succeda qualcosa di interessante – pronto a giustificare la noia dell’ora e venti precedente con il più classico dei «macché noia, si chiama costruzione della tensione» – voglio che tu concluda il tutto a) con il botto e b) con una spiegazione plausibile e appassionante.

Invece questi due coglioncelli spocchiosi, che guardano il cinema di genere dall’alto in basso e lo vogliono piegare alle proprie esigenze artistiche manco fossero degli Stanley Kubrick di staminchia, concludono il tutto con uno dei finali più flosci e spompati, oltre che inutilmente familistici come si addice a un bel film per tutti degli anni Settanta, che io ricordi. Con tanto di espediente stile “lo spiegone finale lo faccio raccontare a un annunciatore radiofonico, GENIO!, ARTISTA!”. Rovinando così anche quel poco di buono che avevano fatto fino a quel momento.

Sopra: tipo non questo.

Ultima considerazione: l’utilità di ambientare tutto questo negli anni Settanta e di infilarci Charles Manson a cazzo di cane e di piazzare a inizio film la scrittona BASED ON TRUE EVENTS e più in generale di rifarsi a un immaginario (letterario, culturale) vecchio di quarant’anni per parlare di cose (l’amore della famiglia, il modo in cui funziona il cervello dei bambini) che teoricamente sarebbero sempre attuali, be’, è questo il più grande mistero del film.

DVD quote suggerita:

«Miglior Film con il Cervello al Festival del Cinema Intelligente di Vertemate con Minoprio 2012»

«Come un film horror, senza la parte horror!»
(Stanlio Kubrick, www.i400calci.com)

IMDb | Trailer

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15 Commenti

  1. Phoenix

    Un film senza coesione insomma, cose belle infilate ma complessivamente non merita.

  2. Past & Fasul

    alone in the dark…quanti ricordi…è stato il mio primo shock cinematografico…da fannissimo ancora oggi della serie videoludica (mi hanno offerto 160 euro per alone in the dark:jack is back per ps-one ma io ho detto NEIN!!!)mi sono precipitato a vederlo,allora sapevo poco o nulla di boll,che su internet c’erano recensioni e pareri ecc…sembra passata un eternità…che dire una porcata immonda…si la reid riusciva a spiccare anche in quel mare di cacca…

    so che ne usci pure un seguito,dicono pure peggio,ma chi cià il fegato…?

  3. @Phoenix: esatto, con l’aggravante della disonestà intellettuale del “voglio fare un horror ma mi vergogno perché è roba da ragazzini, quindi lo vesto da film figo per far capire che sono un intellettuale”.

    @Past: il seguito è meglio del primo! Cioè, è una porcata immonda – Tara Reid, quindi a modo suo migliora. C’è pure Bill Moseley e Danny Trejo, se sei feticista delle fazze criminali buttate a caso nei films.

  4. Dembo

    Scusate per OT:

    Non vedo l’ora di leggere la rece di Hunger Games, fa davvero CACARE a spruzzo.
    E la colpa è tutta nostra, che vi abbiamo “obbligato” a recensirlo.
    Odiateci.

  5. Riccardo

    Bella la recensione, pessimo il film.
    Ieri si parlava di un post sul nuovo trailer di TDK, giusto per creare un pò zizzagna

  6. Gonzo Kent

    Il passaggio su ‘basato su una storia vera ecc.’ mi fa pensare a ‘The strangers’ che vedo a nastro su ‘Premium’.
    I400calci ne hanno mai discettato?

  7. giubari

    http://9gag.com/gag/4043949

    Nicolas Cage
    Period

  8. minibivo

    http://www.youtube.com/watch?v=DmaQDLAA7mk&feature=player_embedded

    GUARDATE E GODETE

    DOMANI ESCE LA VERSIONE HD !!!

  9. Il burio.

    Solo per il titolo meriti un high five epico.

  10. Il burio.

    @Dembo: ieri sera sono andato a vedere Hunger Games e all’uscita dalla sala non sapevo che pensare: non riuscivo a capire davvero s’è m’è
    era piaciuto o no. Dopo un paninazzo e una coca ho deciso di sì.
    Fondamentalmente lo spunto iniziale è quello di Battle Royale (ragazzi presi a caso che devono uccidersi a vicenda finchè non ne rimane solo uno), ma viene riletto tutto guardando dall’angolazione “abbiamo provato a fare la rivoluzione, abbiamo preso le fave e ora ogni anno ci tocca sorbirci ‘sta strage. Magari però a ‘sto giro è la volta buona che la rivoluzione si vince”. Inoltre mira ad un pubblico molto più giovane e vince a mani basse (soprattutto se confrontato contro qualsiasi Twilight).

    La cosa che m’ha dato più fastidio però sono stati i primi 20/25 minuti: la camera a mano + il parkinson m’ha fatto venire il mal di testa.

    Su Imdb gli ho dato 7 (anche se dalle recensioni che avevo letto mi aspettavo qualcosa in più). Leggerò il libro e poi saprò esprimermi meglio.

  11. babaz

    Stanlio sei un cazzo di mito!
    sapevatelo

  12. maiorana

    ma vertemate con minoprio da dove lo hai tirato fuori????dio bono che ridere

  13. Ma siete troppo buoni! Poi mi emoziono <3

    @maiorana: il giorno in cui la gente che scrive l'Internet scoprirà i paesini dalla Brianza in su, il LOAL si moltiplicherà all'infinito. Case in point: http://i46.tinypic.com/23j3fjr.png

    BULGAROGRASSO? Really?

  14. maiorana

    ma poi vogliamo parlare di “vighizzolo”????ci ho fatto le medie a vertemate io!

  15. STAI MALE, quindi Vertemate è pure ABITATA!
    Io lì da quelle parti ci sono salito l’ultima volta per andare ad adottare il mio gatto. Forse proprio a Vertemate.

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