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Capirci una sega: The Corridor

Ah, l’incomprensibilità filmica. La conoscete? È quella cosa per cui alla fine di certi film vi guardate intorno alla ricerca di sguardi persi come il vostro cercando di capire se siete voi ad essere degli stupidi che non capiscono nulla o è il film ad aver fallito nella più basilare delle azioni: avere un senso. Non avendo voglia di raccontarvi tutta la sua storia mi limiterò a farne un semplice sunto in quattro punti:

  1. 1968: esce 2001: Odissea nello spazio. L’incomprensibilità filmica diventa arte della stramadonna. La gente ne ha paura ma grida al capolavoro. Alcuni vengono nelle mutande. Altri si chiedono se la vita abbia un senso. Vengono nelle mutande.
  2. 1980: esce Shining. Kubrick diventa il re dell’incomprensibilità filmica della stramadonna e definisce Eraserhead il suo film preferito. La gente ne ha paura perché Jack Nicholson fa cagare in mano e smette di chiedersi cose alla scena del pompino. La gente urla al capolavoro con rara convinzione. Stephen King se ne lagna ma, di nascosto, viene nelle mutande.
  3. 2001: esce Donnie Darko. Morto Kubrick, l’incompresibilità filmica diventa roba da ragazzini, sintomo intellettuale di uno sfogo giovanile. I giovani con gli occhiali urlano al capolavoro. Jake Gyllenhaal diventa famoso e viene nelle mutande.
  4. 2011: esce The Corridor. Lo sfogo giovanile diventa lebbra, che diventa morte, che diventa MACCOSA CAZZO STO GUARDANDO. Un anno dopo Jean-Claude Van Gogh se ne lagna. Non diventa famoso. Non viene nelle mutande.

Una storia così avvincente che sono venuto nei bermuda, scrivendola. Un attimo di pazienza ed arrivo al punto, cambiamo argomento. Perché secondo voi scegliamo di recensire determinati film? Diverse ragioni, ma le recensioni positive sono una di queste: se se ne legge bene in rete si segna e quando se ne ha la possibilità si vede. Ora, se cercate recensioni di The Corridor su google troverete due pagine di recensioni positive che dicono tutte più o meno le stesse cose: “film rivelazione della scena indipendente canadese!” “Alla fine ha tutto senso!” “Un film che lascia spazio all’immaginazione dello spettatore!” “Un finale mozzafiato che soddisferà tutti i fan dell’horror, della fantascienza e non solo!” eccetera eccetera eccetera, tutti che ne parlano bene, tutti che dicono ALLA FINE TUTTO TORNA, tutti felici di questo coso che pare essere un horror sci-fi con i coglioni di manganese e scusate se m’è venuta la curiosità di vederlo per poi parlarvene. Ebbene, cari lettori, sappiate una cosa: alla fine tutto torna UNA SEGA.

L'espressione tipo di chi non ci ha capito una sega.

La premessa sarebbe che cinque amici vanno in una casetta (rossa, quindi del male) in un bosco innevato per passare un weekend tra uomini e trovano un misterioso corridoio di energia. Uno di loro (Stephen Chambers) è appena uscito dall’ospedale dei pazzi, due di loro (James Gilbert, quello fico, e David Patrick Flemming, quello meno) erano con lui prima che ci entrasse, quando fuori di sé li ha feriti con un coltello mentre la madre giaceva al suolo, morta d’overdose, e gli altri due (Glen Matthews, quello nerd, e Matthew Amyotte, quello grasso) sono amici casuali un po’ sfigati uno dei quali con una pessima stempiatura in silicone. Tipo che ha tutta la testa normale e in cima è grigia. Lo sapete voi perchè? Io no, l’incomprensibilità è già a buon punto. Intorno ai 45 minuti entrano in questo corridoio di energia che sembra il tunnel spazioincomprensibile di Donnie Darko e allo scoccare della prima ora danno tutti di matto tranne il matto che resta l’unico normale perché imbottito di psicofarmaci. Troppo ironico. Seguono 35 minuti di roba pazza, sangue, morti e telepatia. Figata direte voi, santo cielo dico io: è proprio in questi minuti che l’incomprensibilità filmica esplode in un’eiaculazione di MACCOSA così fertile da sembrare, appunto, Donnie Darko cagato da Stephen King con la parrucca da Kubrick mentre Lynch ci piscia sopra e nel frattempo fa le previsioni del tempo (neve a fiotti e spruzzate di cosa cazzo); e voglio dire, almeno in Donnie Darko c’era il bel faccino di Jake Gyllenhaal, qui neanche un paio di tette a supplire la mancanza di qualcosa di bello da vedere. Alla fine è come essersi fatti un pipa di funghi e nulla sembra avere un senso logico o illogico. Più lo guardavo e più non capivo, mi sentivo uno stupido perso in casa sua che dove si aspettava di trovare la cucina ha trovato un ristorante cinese; ero partito così convinto che fosse un film coerente dove tutto, prima o poi, sarebbe tornato in arco narrativo che da A finisce in B che non appena mi sono reso conto di non averci capito un cazzo di niente m’è salita la depressione ed ho deciso che i problemi li aveva tutti lui, non io. Potevano dirlo subito “Hey cicci, non si capisce un cazzo, godetevelo lo stesso”, potevano fare come quelli di Kill List e neanche provarci a spiegare qualcosa. Quello è un bel film dove non si capisce un cazzo, quello è un bel film esattamente perché non si capisce un cazzo. E invece no, non solo succede un delirio di cose dove i nostri protagonisti si uccidono blaterando cose e si fanno lo scalpo in onore della virilità, ma provano pure a buttarla sul filosofico esistenzialista, sul significato della realtà e sul perché siamo al mondo. Il corridoio, quell’entità misteriosa in grado di unire le menti di chi lo attraversa e dare loro poteri sovrannaturali, è un metaforone sulla vita, l’esistenza e la realtà, ma il punto è che NESSUNO GLIEL’HA CHIESTO, a ‘sto cazzo di corridoio, di venirci a spiegare il significato dell’esistenza. Ci avesse spiegato il significato del film sarebbe stato meglio, che il metaforone sarà pure palese ma il resto resta comunque seppellito sotto quella decina di metri di incompresibilità filmica che quasi quasi ora chiamo merda e la pianto lì.
Avete capito, quindi? Il regista, Evan Kelly, e lo sceneggiatore, Josh MacDonald, si sono fatti dei calumet Kubrick, King, Richard Kelly e un pelo di Lynch ed hanno vomitato la loro personalissima risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto: un cazzo di corridoio. E già 42 mi faceva cagare.

"Va' dal parrucchiere" m'hanno detto. "Aggiusta il taglio" m'hanno ripetuto.

Se vi interessa poi posso dirvi che la prima ora diventa una menata dopo 20 minuti ma gli attori sono bravi e lo studio sui personaggi, non del tutto banali, quasi interessante, peccato sia tutto mandato in vacca dai quei 35 minuti finali che solo la droga può spiegare. Qualcuno potrebbe dire che film del genere non li fa più nessuno, che discese a spirale nell’inferno della mente sono cosa rara da quando è arrivato Polanski a insegnarci la via, che un film horror fantascientifico incentrato più sui personaggi che sul sangue è per forza di cose intelligente, ma quel qualcuno ha torto e va preso a pugni nello stomaco. L’idea per un film interessante c’è ma viene sepolta da un’ambizione inspiegabile visti i mezzi a disposizione e le capacità narrative chiaramente limitate, e non vedo perché difendere un prodotto così indifendibile su basi dettate dalla disperazione e dalla disperata ricerca di scuse per affiancare la parola originale a nuovi film di genere quando stroncarli e levarli di mezzo è l’unico modo per fare spazio a quelli davvero originali o, più semplicemente, validi.
Sinceramente: vi sfido, se avete un’ora e mezza da buttare, a guardarlo e a spiegarmi quel che avete capito voi. Vi invito anche a indicarmi le droghe che assumerete e gli alcolici che berrete. Se ci lasciate le penne sono affari vostri e non mi prendo alcuna responsabilità. Se poi vi piacerà e lo capirete non vi dò il permesso di darmi dello stupido. Credo di aver finito. Vado a venire nelle mutande.

DVD-quote:

Il MACCOSA più evitabile dell’era post-Donnie Darko.
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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52 Commenti

  1. enricovaldo

    Non ci ho capito veramente un c…o… Unica consolazione è che dura poco, tutto sommato…

  2. Concordo con quando detto prima su DD, non credo assolutamente che sia un film non sense, mi è parso ben chiaro il significato; detto questo do la mia personale interpretazione del film:

    Dopo la caduta di un asteroide (la madre dice di aver visto una piccola stella cadere) un intelligenza extraterrestre, priva di corpo ma composta di pura energia, approda sul nostro pianeta. Cerca di interfacciarsi con la forma di vita intelligente che trova, di integrarla a sé (intelligenza collettiva tipo Borg) e di diffondersi, ma la mente umana non è all’altezza per la sua struttura, subconscio, istinto di morte e compagnia bella, così sfocia nel delirio. Nel finale il protagonista che è riuscito a mantenere la propria identità e stabilità grazie ai medicinali che inibivano l’influssi mentale della “cosa” riesce a racchiuderla in sè e si sacrifica generando una sorta di implosione che distrugge entrambi.

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