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I film della Howard Phillips Lovecraft Historical Society: Il richiamo di Cthulhu e Colui che sussurrava nelle tenebre.

SIGLA!

Amiamo Howard Phillips Lovecraft. Chi non lo ama? Nessuno, no?… NO?! Noi però di più, giuriamo. Siamo la fanbase Calcista Lovecraftiana.

Lo consideriamo uno degli scrittori più innovativi e influenti (anche se non tutti se ne sono accorti) del secolo scorso. Se si dovesse indicare uno e un solo motivo per questo affetto/amore/adorazione ci verrebbe una sola parola: proporzioni.

In un periodo storico in cui la fisica stava passando da “classica” a “moderna”, in cui le leggi della meccanica newtoniana cominciavano a non entrarci più un cazzo con quel che stavamo scoprendo del mondo intorno a noi, in cui l’uomo credeva di poter giocare a fare Dio scoprendo i segreti e le leggi che governavano la realtà, Lovecraft prese la letteratura fantastica, quella dell’orrore e quella mitopoietica e ne fece esplodere le dimensioni, prendendo così a schiaffi l’uomo e ricordandogli che il suo posto nell’universo è più o meno paragonabile a quello di FLI nel Parlamento italiano.

«La paura più grande è quella dell’ignoto» scriveva HPL; e l’ignoto era tutto ciò che stava oltre la soglia della comprensione umana, spostata parecchi anni luce più in là da tutto quel che stava succedendo in ambito scientifico tra la fine dell’Ottocento e la fine del Novecento e spinta indietro di altrettanti parsec dalle opere di un tizio che non vedeva nulla di affascinante nell’infinitamente piccolo (nessuno dei suoi personaggi è un biologo molecolare, un chimico, uno stagista di microscopìa) e trovava invece nell’infinitamente grande – e nell’infinitamente bizzarro – la ragione (o perdita della medesima) d’essere della sua poetica.

Versione TL;DR
Lovecraft era tipo Leopardi se Leopardi avesse ascoltato gli Sleep

HPL's in da house yo!

Anche il Cinema ama Lovecraft, o almeno dice di farlo.

Difatti, raramente dalle sue opere qualcuno è riuscito a tirare fuori qualcosa di rilevante o anche solo “divertente”.

Fondamentalmente perché, leggendo Lovecraft, registi e sceneggiatori si sono sempre soffermati sugli aspetti più facili, più “cheesy” o più vendibili, come Hollywood richiede.

Se proprio si dovesse un film su At the Mountains of Madness o su The Dream-Quest of Unknown Kadath, il risultato finale dovrebbe essere una roba tipo di tre ore e mezza, possibilmente lenta e sicuramente magniloquente. E “Hollywood is not amused” da una cosa del genere, e quindi continuerà a usare Lovecraft piuttosto che ad adattarlo con rispetto. Continuerà a produrre filmetti brevi, splatterosi e infantili, quando invece i racconti e i romanzi del tizio di Providence (non useremo MAI la parola “visionario” in questo pezzo) sono lenti, metodici, densi, cronachistici, molto simili in questo a quelli del suo maestro Edgar Allan Poe, che in quanto genio indiscusso aveva già previsto tutto nel suo Gordon Pym. Ecco perché siamo tutto sommato contenti che il progetto di At the Mountains of Madness di Guillermo Del Toro sia naufragato per colpa di Prometheus: con tutto il bene che vogliamo al ciccio messicano, la sua scelta di mettere in piedi una baracconata ricca d’azione, violenza, mostri tentacolari in 3D e sparatorie era, onestamente, un’idea del cazzo e ancora peggio uno spreco di un’occasione.

E non sarebbe stata la prima. In quasi un secolo di storia, il magico mondo del cinema ha prodotto decine di adattamenti delle opere del Nostro, e quasi tutti indegni. Vogliamo parlare di Boris Karloff protagonista di una versione di Il colore venuto dallo spazio il cui titolo è Die, monster, die! invece che O let me gaze upon the unspeakable evil that came upon us from the sky and is withering and destroying our crops and our own sanity with its unseen tentacles of maliciousness? Della versione teen horror di La creatura, che non fa paura neanche a 6 anni? Del Dagon di Stuart Gordon (lo stesso di Re-Animator, il quale meriterebbe un discorso a parte), che per una cosa che azzecca ne sbaglia clamorosamente un’altra e così non sai mai se volergli bene o meno?

Tentacled rapist!

Perché nel caso parliamone, ma niente ci smuoverà dalla nostra convinzione che pochi, pochissimi di quelli che provano ad adattare Lovecraft ci abbiano capito davvero qualcosa.

Per fortuna, nel frattempo, per fare un po’ di giustizia al Nostro è arrivata la Howard Phillips Lovecraft Historical Society o HPLSHS per gli amici. La HPLHS è un’associazione di appassionati di Lovecraft; sotto di essa vengono prodotte e patrocinate iniziative e incontri, realizzate produzioni in serie limitata di gadget, libri o quant’altro. Diciamo che possiamo considerarla l’area “fanboy” e “pop” di HPL, laddove la Arkham House ne è quella sicuramente letteraria e istituzionale. Tra i meriti della HPLHS c’è la produzione, sulle sole forze dei fan, di due film: The Call of Cthulhu e The Whisperer in the Darkness; un mediometraggio il primo e un lungometraggio il secondo. Li si potrebbe quindi chiamare dei fan-movies, oggetti per i quali abbiamo di solito grossissime riserve dati i risultati deludenti della quasi totalità delle opere del genere. Quelli di cui vi parliamo, invece, sono qualcosa di più, per fortuna.

Nell’oceano di opere cinematografiche amatoriali tratte o ispirate da Lovecraft, brillano difatti su più punti:

• innanzitutto l’accuratezza con cui sono stati concepiti; nulla è casuale, nulla è trascurato o buttato li, sia dal punto di vista puramente estetico sia da quello filologico

• altro fattore di pregio è la tecnica, sia di regia sia di sceneggiatura, molto al di sopra della media e sicuramente anni luce dallo standard del fan-movie

• in ultimo, e probabilmente il fatto più peculiare, c’è l’espediente estetico e narrativo usato: ambedue i film sono girati citando due periodi cinematografici del passato, in perfetta aderenza con il racconto svolto.

 

«Heavy metal or no metal at all».

The Call of Cthulhu è girato come un film muto degli anni ’20, una sorta di Inferno di Bertolini per capirci, ma che ovviamente traspone fedelmente il racconto di Lovecraft. Tutto, dal sonoro ai pannelli con le scritte alle scenografie (stupenda la resa di R’lyeh) è in perfetto stile Providence, e gronda tentacoli e putrescente acqua marina da ogni frame. L’approccio, per noi abituati a montaggio frenetico e inquadrature che durano pochi istanti, sulle prime può risultare ostico; tradotto, se non siete nello stato d’animo giusto la noia potrebbe sconfiggervi e costringervi a spegnere VLC. Il che sarebbe peraltro un errore imperdonabile, sciocco e superficiale. Bisogna entrare nel mood, magari leggendosi prima il romanzo breve/racconto lungo da cui il film è tratto, e poi mettersi a guardare il film: in pochi minuti si è avvinti dall’atmosfera tetra e, forse perché contemporanea a Lovecraft, così tangibilmente plausibile nonostante la palese e voluta artificiosità teatrale. Persino nelle sequenze più a rischio – l’arrivo a R’lyeh, per esempio, apice del film, poteva essere a rischio disastro estetico, dal momento che il Nostro la descrive così:

«The nightmare corpse-city of R’lyeh…was built in measureless eons behind history by the vast, loathsome shapes that seeped down from the dark stars. There lay great Cthulhu and his hordes, hidden in green slimy vaults».

Come si fa a rendere cotanta putrebonda magnificenza con quattro euri e cinquanta, cioè all’incirca il budget a disposizione per le scenografie?

Facile: si prende spunto dal Nosferatu di Murnau, dal Gabinetto del dottor Caligari, persino dal design obliquo e confondente di Brazil, e si ricrea un incubo di proporzioni sballate e angoli non euclidei con quattro pezzi di compensato tenuti su con lo scotch.

Sopra: tipo così.

The Whisperer in the Darkness, per parte sua, è un ulteriore innalzamento dello standard. Se nel Richiamo l’esigenza estetica intelligentemente verteva sul muto – un po’ per le atmosfere, ma anche per trarre il massimo risultato da un budget minimo, palesando limiti e rendendoli coerentemente parte dell’operazione –, Colui che sussurrava nelle tenebre gode di un budget evidentemente più alto; con esso, sale anche il livello produttivo: ci si rifà all’horror/sci-fi classico degli anni ’30-’40, in puro stile Universal per certi versi. Quello che non cambia è il risultato: pur essendo la (scarna) CGI a livello di un gioco del Super Nintendo e il ritmo fermo a sessant’anni fa, a spaccarci la faccia ci pensano l’ambientazione, l’atmosfera, le scelte narrative.

Il romanzo breve da cui il film è tratto è una delle opere migliori di Lovecraft, nonché uno dei primi passi compiuti dal Nostro in direzione opposta alla letteratura horror classica e in direzione della sci-fi cosmica: il terrore dell’ignoto comincia a far spazio alla paura per l’infinito. Sono lontani i tempi del raccapriccio dei Ratti nei muri o di La cosa sulla soglia, il timore reverenziale per tradizioni vecchie come l’umanità di La ricorrenza o le bizzarrìe psichedeliche di Alla ricerca del misterioso Kadath; al loro posto, la sensazione di essere solo briciole ignoranti in un cosmo immenso e gelido e mosso da forze lontane dalla nostra comprensione e dalla cui compassione siamo distanti come Betelgeuse dal mio salotto.

Il film è così, solo che su pellicola.

Ed è in queste cose che il film È Lovecraft, più ancora che nel disvelare mostri e abominî; mostri che tra l’altro, senza spoilerare nulla, ci sono eccome, e sono anche dannatamente convincenti. È Lovecraft nel prendere per mano lo spettatore per poi scaraventarlo in un abisso troppo grande e troppo incomprensibile per le nostre limitate menti, senza mai perdere il contegno e la dignità dello scienziato che studia ciò che ha di fronte con razionalità e non riesce a venire a capo di come sia possibile che una mente distaccata dal corpo possa viaggiare fino ai confini estremi dello spazio.

«L'orrore! L'esame di microbiologia!».

C’è un dettaglio, poi, che abbiamo adorato in entrambe le operazioni: la completa assenza di “ironia”, quel morbo che tende ad affliggere l’amatorialità; il morbo del «se non lo puoi fare bene, allora fallo buffo». Qua nulla è buffo, e ogni imperizia tecnica scorre via con la plausibilità della messa in scena limitata d’epoca. Un espediente esteticamente gustoso e narrativamente – paraculamente – impeccabile. La straight face, nel XXI secolo, è diventata quasi un ostacolo alla capacità di godersi un film: bisogna scherzare, ammiccare, fare le robe meta-. Con Lovecraft no. Bisogna abbandonarsi alla sospensione d’incredulità per farsi trascinare nel vortice. Sia che lo stiate leggendo, sia che vi stiate godendo un adattamento cinematografico.

La maggior parte degli sceneggiatori di film tratti da HPL non colgono questo dettaglio. I ragazzi della HPLHS, in quanto prima fan e poi filmmaker, lo sanno, e agiscono di conseguenza. E in questo modo riescono, anche nel 2012, a venderci film muti e/o lentissimi, in bianco e nero, senza mezzi ma con tanto, marcissimo cuore.

DVD-quote suggerite:

«La Howard Phillips Lovecraft Historical Society presenta: come fare giustizia alle opere di Howard Phillips Lovecraft con quattro euri e cinquanta»
(Charles Dexter Ward, Presidente, Howard Phillips Lovecraft Historical Society)

«Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn, motherfucker!»
(Il grande Cthulhu)

>> IMDb | HPLHS (The Call of Cthulhu)

>> IMDb | HPLHS (The Whisperer in the Darkness)

E ora, BONUS TRACK!

Solo per voi amici fancalcisti, la coppia Kubrick/Von Trier presenta:

Il manabile di Howard Phillips Lovecraft al cinema.
Ovvero: “Cosa guardare e cosa evitare a tutti i costi: una selezione ragionata
“.

La morte dall’occhio di cristallo (Daniel Haller, 1965): se ne diceva sopra, ma per capirci: se trai un film da Il colore venuto dallo spazio e la tua prima idea è intitolarlo Die, Monster, Die! (oppure Monster of Terror in Inghilterra) è chiaro che abbiamo un problema.

The Dunwich Horror (Daniel Haller, 1970): OK, il regista di 8 Mile scrive un film con Sandra Dee e Dean Stockwell basato su Lovecraft, inserendo belle fighette e dimenticandosi la sceneggiatura. Tutto sommato è un adattamento competente, ma Lovecraft non ha bisogno di adattamenti competenti, ma di qualcuno che lo ami davvero. Verdetto: sì ma si poteva dare di più.

Re-Animator (Stuart Gordon, 1985): basato molto vagamente su Herbert West – Reanimator, è un film talmente di culto e con scene talmente iconiche per un certo tipo di horror (gatti zombie, cunnilingus post-mortem) da far quasi dimenticare che con il racconto non c’entra sostanzialmente nulla e anzi ne prende in prestito due o tre tematiche per poi trattarle malissimo. Per una volta saremo indulgenti, però: è impossibile non amarlo, nonostante tutto. Verdetto: sì ma per affetto.

From Beyond (Stuart Gordon, 1986): e siamo a due film di Stuart Gordon, che è quindi un fratello e gli vogliamo bene. Ma non qui: qui Gordon prende uno dei racconti meno apprezzati di HPL e compie la stessa operazione fatta per Re-Animator, ma con risultati non altrettanto apprezzabili. Forse è solo questione di come e perché nasce un culto, e tutto sommato From Beyond non è, oggettivamente, peggio del predecessore. Quel che gli manca, oltre all’aderenza all’opera lovecraftiana, è la magia. Verdetto: no.

La creatura (Jean-Paul Ouellette, 1988): da un racconto tra i più spaventosi mai scritti dal Nostro, uno slasheraccio teen anni Ottanta di una bruttezza rara. Abbiamo ucciso per molto meno. Verdetto: tipo che assolutamente no.

The Resurrected (Dan O’Bannon, 1992): sarà per via del regista, sarà perché Il caso di Charles Dexter Ward è un racconto talmente strano che è difficile sbagliare completamente un adattamento a meno di riscriverlo da zero e cambiargli titolo, ma questa è una delle lovecraftate migliori che ci siano in giro. Dice che gli effetti speciali sono pessimi: a voi interessa? Verdetto: sì.

Necronomicon – Book of the Dead (Aa.Vv., 1993): Lovecraft cerca il Necronomicon. Lovecraft trova il Necronomicon. Lovecraft lo legge e ci racconta quello che ci trova scritto dentro. La fedeltà, tutto sommato, c’è. Il film un po’ meno. Verdetto: meh.

Dagon (Stuart Gordon, 2001): basato su L’ombra di Innsmouth e – in parte – su Dagon. Splendide scenografie e abbastanza tentacoli da far felici i fan di bocca buona, ma decisamente troppa comedy per risultare efficace fino in fondo. Classico film che parte a razzo e finisce a cazzo: le ultime sequenze rovinano quanto di buono era successo fino ad allora. Verdetto: sì ma con riserva.

Dreams in the Witch-House (Stuart Gordon, 2005): dovendo scegliere un singolo film lovecraftiano di Gordon, opteremmo per questo episodio di Master of Horror. Si prende qualche libertà rispetto al racconto, ma l’orrore è palpabile e le geometrie non euclidee: non chiediamo di meglio. Verdetto: sì.

The Dunwich Horror (Leigh Scott, 2009): ehi, prendiamo uno dei racconti più famosi di Lovecraft e aggiungiamoci come protagonisti UNA COPPIA INNAMORATA! Bell’idea del cazzo. Verdetto: no.

«Witchin' good!».

Menzioni d’onore. Ovvero, Lovecraft c’è, basta saper guardare

La casa 2 (Sam Raimi, 1987): dopo quel che è successo settimana scorsa, abbiamo bisogno di aggiungere altro?

Il seme della follia (John Carpenter, 1994): uno dei migliori Carpenter di sempre nonché uno dei migliori film di sempre. È interessante notare come sia un film stephenkinghiano fino al midollo ma dall’impronta lovecraftiana talmente evidente da farci capire che anche Stephen King (sempre sia lodato) dovrebbe svegliarsi tutte le mattine ringraziando il tizio di Providence per aver scritto quel che ha scritto. SPOILER: lo fa.

Punto di non ritorno (Paul W. S. Anderson, 1997): il migliore degli Anderson dirige questo fantahorror sovrannaturale nelle profondità dello spazio. Angoscia dal profondo, dimensioni demoniache parallele, gente che diventa pazza e muore male in outer space, follia, tecno-stregoneria e un Sam Neill in stato di grazia. Direi che ci siamo.

SIGLA FINALE!

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56 Commenti

  1. @ Cristiano Brignola
    Quello che dici è vero ma non è così rilevante in due racconti come quelli trasposti. Lo sarebbe per un racconto come La cerimonia magari, che appunto si basa sui segreti di comunità periferiche e rituali innominabili (per questo aspetto citavo “the wickerman” come un film con attinenze concettuali con Lovecraft).
    Sull’orrore bhè, probabilmente se i due film della HPLHS fosser usciti negli anni da cui prendono le mosse sarebbero stati terrificanti, chiaramente per noi contmporanei sono dei “divertissement” sul tema, ma fatti bene e più fondati di tanta roba con i soldi.
    Non è poco.

  2. babaz

    ma io vi amo troppissimo
    questo pezzo va in bookmark, anzi che dico in homepage
    recupero IMMANTINENTE le 2 produzioni HPLPLAPLSPs o come cazzo si scrive e via dibbella

  3. Beh, mi inchino di fronte ai Calcisti che rendono omaggio al Maestro.
    E’ sempre una delizia leggervi, here in L.

  4. Ruben

    Assolutamente da aggiungere alla lista “Die Farbe”, film indipendente tedesco e e ben fatto tratto da “Il colore venuto dallo spazio”. Daje!

  5. Calboni

    Noto che tra le menzioni d’onore manca L’Aldilà del nostro Fulci. Il plot è simile a “Il modello di Pickman” e si parla persino di Book of Eibon, se non vado errando.

  6. Ho appena visto un film he si chiama The Course, distribuito in Italia col titolo La fattoria maledetta. Si tratta di una trasposizione del racconto “Il Colore Venuto dallo Spazio”. Non parte malissimo, anzi sembra che si vogliano creare una serie di rimandi e metafore interne che potrebbero essere anche interessanti. Però le cose non funzionano mai. Finito il primo quarto d’ora si assiste a scene non troppo legate, girate male e recitate peggio. Di contro in moltissimi punti ci sono personaggi sacrificatissimi e che in fin dei conti sembrano appiccicati al film con lo sputo. Non è malissimo come punto di partenza, ma il risultato non mi ha lasciato alcunché.
    Segnalo solo per completezza.

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