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Looper e la teoria dell’acquario

Da appassionato di fantascienza ho sempre notato che una costante dei buoni lavori del genere, vuoi letterari e fumettistici o cinematografici, è la coerenza deterministica degli assunti dell’opera, per tutta l’opera e indipendentemente da quanto possano essere assurdi: se stabilisci delle regole quelle sono e rimangono per tutta la durata della faccenda. Un po’ come in un acquario, in cui l’ecosistema è chiuso e perfettamente auto-sufficiente, a prescindere da quanto siano strane le cose che ci stanno dentro, palombari di plastica e casse del tesoro compresi. Un buon acquario, oltre ad essere bello, deve anche avere la sua coerenza interna, altrimenti i pesci muoiono. Allo stesso modo in un buon progetto di fantascienza, nel mondo inventato di sana pianta che racconti, non devono esserci falle di ragionamento o sospesi non desiderati, sennò sei Lindelof.

Ecco la storia in breve: nel futuro prossimo del 2042 Joe (Gordon Levitt) è un Looper, ovvero un killer che lavora per la mafia dell’ulteriore futuro per la quale fa fuori persone mandate indietro nel tempo dal 2072, anno in cui il viaggio nel tempo è stato scoperto ma subito vietato per legge. Le vittime vengono clandestinamente mandate nel passato per poi essere uccise così da non lasciare tracce del corpo nel futuro, in cui è diventato impossibile far sparire qualcuno per via di dispositivi traccianti. Dopo trent’anni, da contratto, un looper viene mandato indietro nel tempo come una vittima qualsiasi e viene eliminato dall’ignaro se stesso del passato il quale percepisce una ricompensa in lingotti d’oro attaccati alla schiena del futuro se stesso. Questo auto-eliminare il futuro se stesso si chiama chiudere un loop. Chiuso un loop, il looper se la spassa per gli anni che gli restano con l’oro ricevuto dalla sua auto-esecuzione. Rifiutarsi di chiudere il loop comporta la morte. Un giorno Joe si trova a dover chiudere il suo loop, ma si trova davanti il se stesso del futuro (Willis) non incappucciato e legato come al solito, e tutta la vicenda diventerà molto complicata.

nella foto: la struttura di un buon racconto di fantascienza

Attenendoci alla teoria dell’acquario, Looper ci mostra delle regole e ci fornisce degli assunti, ma non crea un reale tessuto per tutto quello che accade, creando quindi alcune incongruenze fastidiose. Questo perchè è un film sui viaggi nel tempo e i paradossi che ne derivano, che nel genere è forse il tema più pernicioso da maneggiare e mantenere coerente. Sia chiaro, i pesci non muoiono qui eh, però ogni tanto si forma qualche mucillaggine che ci rovina un po’ l’insieme; per un appassionato di fantascienza Looper non può arrivare alla perfezione, mentre lo può probabilmente fare con uno spettatore meno attento, grazie alla sua narrazione un po’ “inceptioniana” che punta maggiormente allo stupore e confida un po’ troppo sulla sospensione di incredulità commettendo errori che ad esempio in Moon -per citare un esempio recente di hard-sci fi intelligente- non accadono, così come non accadono nemmeno in un film dal taglio decisamente meno serioso come Ritorno al Futuro.
Intervistato su queste incongruenze, il regista Rian Johnson – che è anche lo sceneggiatore – ha dichiarato:

“È il paradosso Terminator. Se per te è davvero importante giustificarlo aldilà del ‘ha senso in termini di raccontare una storia’, dovrai infilarti in multiple timeline possibili e loop logici infiniti. Puoi forzarlo fino a dargli senso, per me è un aspetto standard dei film sui viaggi nel tempo e c’è una piccola quantita di logica magica che devi applicare per fare in modo che una storia del genere abbia senso.”

Capite??? “Logica magica”! In un film di fantascienza con tendenze hard-sci fi lui butta in mezzo la magggìa. Come lettore di fantascienza serio a me una risposta così fa rodere il culo, con quella faccia lì poi. Non so voi, ma a me son girate.

“Capito? È un po’ magico, come la mia sciarpa dell’arcobaleno della fantasia e la mia carta da parati”

Al netto di queste considerazioni il film va bene. Pur non essendo tratto da Philip K.Dick o William Gibson è un buon film tratto da Dick o Gibson, nel senso che ha lo stesso tipo di respiro e te lo godi perché non avendo alcun preciso raffronto letterario ingombrante non stai a fare paragoni con l’originale. Per intenderci, con respiro dickiano o gibsoniano (o anche sterlinghiano se volete) intendo dire quella sottile permeazione di futuribilità in un contesto ai nostri occhi abbastanza famliare, quell’oggetto o azione completamente futuribili messi però in una quotidianità praticamente identica alla nostra e che grazie a questo piccolo corto circuito (visuale o scritto che sia) ci fa speculare sulla nostra attualità proprio perchè non veniamo mai portati eccessivamente fuori dal nostro vissuto. Utilizzando quindi espedienti fantasiosi ma non troppo, si specula sul consumismo, sui rapporti tra le persone, sulla società, sui limiti e le necessità umane. Un telepate per Dick non è una roba come negli X-Men ma gli serve per parlarci della violazione della nostra privacy. Per Gibson un pirata informatico che si interfaccia con la rete con uno spinotto nel cervello  non è una cosa da fumetto ma è per esplicitare fisicamente quanto stiamo diventando compenetrati con i nostri bisogni tecnologici. E così via. Un’altra caratteristica di questo approccio alla fantascienza è anche il farti percepire il futuro attraverso la parabola di decadimento tecnologico, quindi così come nella realtà uno smartphone anni fa era un oggetto costoso e avvenieristico mentre oggi te lo danno con l’abbonamento e ne esistono per ogni tasca, nella finzione filmica di Looper il viaggio nel tempo è una cosa assodata e ordinaria, invenzione bandita per legge e che viene fatta dalla criminalità di nascosto con macchine un po’artigianali, in cantina come una distilleria di whisky clandestina. In Looper c’è questo respiro, ed è quello che mi ha fatto sopportare le mille incongruenze del film.

“ma quindi nel futuro divento pelato come Bruce?”

Non vi racconterò scene del film e nemmeno le piccole incongruenze di cui sopra, perché è un film ad alto tasso di spoilerabilita ed è divertente vederlo a mentre libera, così magari non fate caso neanche alle incongruenze tutti rapiti dalla magggìa di Johnson. No perché ve lo auguro davvero di essere avvinti dalla magia magica, altrimenti storcerete il naso un po’ troppe volte per accettare il presupposto del film, il suo finale e svariate cose nel mezzo.

Come ogni film di fantascienza speculativa, fa riflettere ma nel mentre anche divertire (il Sant’Agostiniano “nutre la mente solo ciò che la diverte”) e quindi si spara un sacco e scoppiano anche delle cose, ci sta qualche culo e tetta, mutanti con la telecinesi e un sacco di Bruce Willis. Quest’ultimo è come Clint Eastwood o John Wayne ai tempi: intepreta ormai sostanzialmente lo stesso personaggio, addirittura citando le incarnazioni precedenti, anche qua oltre le faccette solite a un certo punto lo troviamo trafelato, con un hangover (post-viaggio nel tempo), che sgranocchia aspirine buttato per terra come un John McClane o un Joe Hallenbeck (e anche in questo film il personaggio ha il nome che inizia per J). Siamo al meta-Bruce Willis insomma.

“Meta-Bruce Willis un par di palle!”

Il film nonostante sia sceneggiato un po’ a vanvera è girato bene, con un bel ritmo, senza eccessiva frenesia ma anzi dosando bene i tempi tra scene d’azione e scene di dialogo, al massimo forse ha una fotografia un po’ troppo patinatina. Nelle vesti del cattivo ci sta Jeff Daniels, uno che il cattivo non ce lo vedresti mai a farlo, e difatti il suo personaggio è una figura talmente non-clichè che realmente non riesci a capire cosa aspettarti da lui. Notevole Gordon-Levitt, che è stato pesantemente truccato in volto per avere i connotati più simili possibile ad un giovane Willis, creando questa situazione un po’ straniante (anche un po’ grottesca) di Gordon-Levitt che recita bene ma quasi con la faccia di Willis, faccette incluse. Brava Emily Blunt e impressionante il piccolo Pierce Gagnon che ci regala con Cid uno dei bambini più disturbanti degli ultimi anni, veramente un nano malefico. Notevole anche il culo di Piper Perabo, la quale ce lo esce in un paio di sequenze che ti fanno scordare che è praticamente priva di tette.

dat ass

Looper, quantomeno per il tentativo e la messa in scena, può tranquillamente essere considerato un film rilevante del genere nel nuovo millennio assieme a un Moon o a un District 9, ma senza gridare al capolavoro. La fantascienza speculativa raggiunge il capolavoro solo quando l’acquario è praticamente perfetto, quindi si può parlare di un bel film ma non del capolavoro che vi diranno tutti i vostri amici.
Possiamo però augurarci che film di fantascienza con queste intenzioni escano più spesso, magari non con 4-5 mesi in ritardo come anche questa volta accade in Italia dove almeno però è stato possibile vederlo in anteprima a Lucca Comics lo scorso weekend, e magari tirando un po’ meno in ballo la magggìa per giustificare buchi nella sceneggiatura grossi come ossobuchi.

DVD quote suggerita

“Un bel film, ma non il capolavoro che vi diranno tutti”
Darth Von Trier, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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152 Commenti

  1. Axel Folle

    Per me invece c’è una sceneggiatura di base ottima con un paio di minchiate evitabili qua e la tipo lo stronzetto cinetico che avrei evitato in blocco e la parte della fattoria pallosapallosa ma affossato da una regia per lo più banale (professionale eh ma su standard comunissimi per il prodotti no medio americano), una fotografia plasticosa e appunto la parte della fattoria e della telecinesi che fan cader le braccia (finale compreso) oltre a mancare una dose massiccia d’azione che avrebbe giovato molto al tutto.

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