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Lost in Translation (o no)

Una cosa a cui gli spettatori americani non assisteranno mai, guardando il quarto Die Hard, è Claudio Sorrentino che urla «COME TI STA, UN PO’ STRETTO DI COLLO?» a Maggie Q sulla tromba dell’ascensore. Considerato quello che ci guadagnamo culturalmente a guardare un film in lingua originale, tutto sommato non va nemmeno malissimo. In questi giorni impazza una polemica che viene dalle teste di tutti noi: i risultati di Django Unchained, con le sale che lo proiettavano in originale letteralmente prese d’assalto, chiedono una rivoluzione copernicana nel modo di commerciare i film.

La spina dorsale ideologica del discorso doppiaggio no è abbastanza solida. Ci sono momenti nella storia del nostro cinema nei quali volevamo certezze e ci hanno dato Santamaria, continuano a esserci, continuano a farci del male e a snaturare il NOSTRO cinema. In realtà è un discorso che stiamo facendo da una vita intera, anestetizzati da un’estetica festivaliera alla salviamo il cinema e/o imbuchiamoci alle anteprime di stampa. A ben guardare non esiste un vero e proprio partito doppiaggio sì, nel senso che la gente che si gode i film doppiati poi non viene a rompere il cazzo su internet. Molti di questi se ne stanno avvolti nella penombra della pirateria o dell’insipienza culturale, vanno a vedersi il film al cinema in condizioni pietose e quando si trovano davanti una cosa figa non sentono l’impulso di rivedersela la sera successiva e portarci la morosa la sera dopo ancora raccontando a lei e soprattutto a sé la manfrina de lo sto facendo per te. Di queste persone, nonostante facciano poco rumore, è piena l’Italia. È gente che paga il biglietto al cinema andandosi a vedere roba che non è manco buona per digerirci sopra i popcorn, o che viola la legge in modi plateali scaricandosi un cam da 4Gb rippato di merda e ripreso da qualche anonimo scoppiato col tremore essenziale. Almeno molti di NOI li dipingono così; NOI abbiamo in mano la verità, una buona conoscenza della lingua inglese, una dipendenza da serie TV seguite in tempo reale su cui costruiamo buona parte della nostra socialità. Abbiamo trascorso un periodo di sei o sette mesi a Brighton (o peggio ancora New York), anch’esso molto propenso a ritornare nei nostri discorsi casuali. Oppure facciamo solo finta di averlo avuto, o abbiamo semplicemente sculato e ci è toccata una professoressa alle medie che è riuscita a insegnarci abbastanza da poter imparare un inglese decente guardando i film, o per guardare i film.

Sopra: la prof delle medie.

Sopra: la prof delle medie.

(approfitto anzi dell’auto-gancio per rendere grazie alla mia prof d’inglese, della quale ricordo solo il cognome, alcuni tratti somatici e la diffusa opinione popolare che fosse una troia, nel senso di insegnante esigente, la quale non ha permesso che me ne andassi dalle medie del mio paese senza conoscere a menadito la sintassi, rendendomi possibile di avere un’opinione documentata sul doppiaggio sì o no senza essermi dovuto arrendere al cliché dell’anno da cameriere a Londra).

Il Paese reale è sparito anche dalla homepage di Repubblica, sostituito barbaramente da una mandria di gente su Twitter che dà opinioni su tutto lo scibile umano. Ha un suo senso, ed è molto meglio parlare tra gente erudita anche se l’argomento è la quindicesima serie di Gossip Girl (del quale comunque per un paio di serie sono stato io stesso un devoto fan: la mia devozione si limita naturalmente ad averle viste in originale con sottotitoli sul caro vecchio Megavideo quando già erano disponibili in italiano). Ho anche qualche amico, nel senso di contatto facebook, che considera l’esperienza di guardarsi i film in qualità Youtube/Megavideo indegna d’essere chiamata vedere un film. Non stai guardando un film, stai guardando il parto di una mente malata che l’ha messo a caso sul tubo fregandosene del tuo diritto di spettatore a godere delle immagini dell’ultimo Kaurismaki alla qualità che Kaurismaki ha deciso essere quella giusta per il suo film. Cosa c’entrano tutte queste cose con il doppiaggio? Difficile a dirsi, ma la domanda è dove ponete il vostro limite?

Dieci anni fa avevo venticinque anni ed una penosa esistenza borderline in provincia. Per me il lavoro di un distributore, o di un doppiatore, è sempre stato meritorio. Era gente che si faceva il culo per portare dei film taiwanesi in Italia e farli vedere a gente che tendenzialmente se li snobbava in favore di qualche cosa che a quei tempi non riuscivamo a definire cinema senza prenderci male. Andavi a vederti Woody Allen e ti trovavi davanti un centinaio di spettatori culturalmente interessati, cinquanta dei quali (quelli seri) erano anche a vedere Cronenberg la settimana prima, e di questi ultimi ce n’erano sette (quelli hardcore) con cui ti saresti trovato persino davanti a Wong Kar-Wai. Si dividevano quasi equamente tra puzzoni asociali coi capelli unti e lunghi e persone cool con ragazze al seguito che si facevano di cinema perché leggere libri portava via tempo che avrebbero impiegato allo specchio. Gli uni e gli altri hanno trovato un modo piuttosto figo di sopravvivere al cambio di millennio: i primi hanno iniziato a trafficare in DVD e Divx appena possibile, facendosi un impianto decente a casa e rinunciando vita natural durante a qualsiasi coinvolgimento in affari che riguardassero l’umanità; i secondi hanno iniziato a scribacchiare per riviste e blog e hanno iniziato a beccarsi qualche accredito per i festival tipo Venezia. L’ho visto a Venezia è diventato una specie di adagio delle conversazioni: dopo un po’ hanno deciso che vedersi un film doppiato non aveva alcun senso. La tecnologia ci è corsa incontro.

«L'ho visto a Venezia».

«L’ho visto a Venezia».

La prima volta che vidi un film con i sottotitoli fu una pena. Non perché non riuscivo a seguire il film e leggere al contempo: al contrario, ascoltavo il film e capivo che i sottotitoli erano fatti a merda. Qualcuno più, qualcuno meno, ma andò avanti per un bel po’ di tempo. Potete verificarlo voi stessi, armandovi dei primi DVD che avete rubato ai megastore perché all’epoca costavano un occhio della testa. La terza cosa più terribile sono i sottotitoli, la seconda sono i filmini antitaccheggio all’inizio del DVD che non potevi skippare, la prima erano i menu interattivi. C’è un periodo piuttosto definito nel quale i sottotitoli sono diventati effettivamente MOLTO fighi: è stato quando hanno iniziato ad essere prodotti da anonimi eroi che lavoravano gratis per il solo piacere di far seguire a tutti le serie TV in tempo reale, e non qualche emittente italiana si fosse presa il disturbo di doppiarla e trasmetterla in chiaro. Questa gente ha svolto un lavoro certosino che ho sfruttato per lungo tempo io stesso, e nessuno potrà mai dire abbastanza bene di loro, ma mi sento comunque un po’ in difficoltà a dover ammettere che la qualità delle mie visioni è migliorata grazie a gente che non ha problemi a firmarsi Burzum87, Verzaverde o TutorGirl.

Quando in Black Rain Michael Douglas parla col capo della polizia di Tokyo e dice «e vi pioverà addosso tanta di quella merda che maledirete il mio nome tra una doccia e l’altra», non è Michael Douglas a parlare. La battuta in originale è diversa, la seconda parte è qualcosa tipo «non vorrete mai aver sentito parlare di me». È una battuta che in qualche modo mi ha preso di peso e mi ha scagliato nell’adolescenza. Un film è un prodotto artistico che scaturisce da uno sforzo collettivo. Spesso il film è attribuito ad un uomo, ma non è l’unico fattore in gioco. La storia di alcuni film è piena di riscritture, gente licenziata, gente che ha provato a metterci una pezza, finali alternativi e registi che hanno minacciato a mano armata l’attore protagonista per evitare che fuggisse dal set. Non ho davvero nessun problema a considerare il doppiaggio italiano una parte fondamentale del mio innamorarmi dei film. Sono del tutto convinto che Glauco Onorato è stato cruciale perché io m’innamorassi di Arnold Schwarzenegger, lo stesso si può dire di Sorrentino su Mel Gibson, di Luca Ward su Samuel L. Jackson, di Pannofino su Denzel Washington. La voce di Eros Pagni semplicemente annichilisce l’originale di Lee Ermey. Ci sono tanti esempi di film tradotti a cazzo e doppiati a cazzo, non voglio star qua a combattere battaglie senza senso. Sono comunque prontissimo ad ammettere che l’attuale plebiscito a favore dei film distribuiti in originale sia viziato da un bel po’ di, non so, non arriverei a dire ipocrisia ma quantomeno ingratitudine verso una professione che ha portato tanto male, ma anche tanto bene, alla nostra cultura.

«You the man, Wim».

«You the man, Wim».

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205 Commenti

  1. alessandro

    OT sul discorso dei manga:
    No, cazzo. No. Non vorremo mica tornare agli anni ’80? Siamo riusciti ad avere le edizioni simili alle originali dopo anni di sbattimenti e ora andiamo in giro a dire che beh, in effetti, non era poi così importante e addirittura queste allontanano nuovi possibili lettori? Ma che stronzata. Speriamo solo che nessun editore vi abbia letto, che non si sa mai da queste parti. Come se leggere al contrario fosse così difficile…al decimo volume che leggi è già un processo automatico. Se certa gente si tiene lontana da delle opere soltanto per questo motivo direi che la colpa non è certo di queste ultime. L’uomo non è un fottuto sasso, riesce ad adattarsi perfettamente. Almeno quando ne ha voglia.

  2. “A ben guardare non esiste un vero e proprio partito doppiaggio sì”

    C’è però il partito “doppiaggio di qualità sì” cha ha molti accoliti e molti se ne continuano ad aggiungere più che il doppiaggio moderno va impoverendosi ;-)

  3. Cutter

    Con tutto che il doppiaggio è un’arta per la quale siamo più che rinomati all’estero, sarebbe anche ora che i nostri “grandi” o meglio quelli che hanno più lavoro (vuoi Pannofino o Ward per il cinema, la Izzo per la tivvù) PASSINO IL CAZZO DI TESTIMONE a nuove leve.

  4. Taekwondo fighter

    “Vi dichiaro marito e pugnale” cit. del doppiatore di Jason Statham ne I mercenari 2 e jet lee con la voce di Peter Griffin sono due dei motivi per cui oggi vedo solo film in lingua.

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