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Mostrologia: Jurassic Park

Introduzione

INTRODUZIONE

Jurassic Park è un film di fantascienza della miglior specie. Già dal presupposto – cioè: è possibile resuscitare animali estinti a partire da pochi frammenti di DNA – imbastisce un’avventura non solo divertente, ma anche scientificamente abbastanza plausibile da alimentare speranze e in cui incongruenze o impossibilità risiedono, come il diavolo, più nei dettagli che nella big picture. È oltretutto un film figlio di un tempo in cui il rapporto tra studi genetici e avanzamento tecnologico era ancora allo stadio «usciamo tutte le sere e facciamo le cose pazze perché ci vogliamo un sacco bene»: c’era eccitazione per un futuro che andava svelandosi nella sua potenziale grandezza e le cui ingenuità erano ben nascoste dietro uno strato di entusiasmo. Era un film (un libro, prima) che parlava con (e per bocca del) la comunità scientifica dell’epoca, andandosi a collocare in un ristretto Olimpo dominato dai Simpsons; contrariamente allo show di Groening, però, che si diverte a infilare qui e là nuove formule e nuove idee – a volte anche prima che vengano pubblicate da qualche parte – e fungere da vetrina per la scoperta/lo scienziato del momento, Jurassic Park ha suggerito una possibile strada che, grazie anche alla lucida follia di alcuni privilegiati, la scienza non ha mai smesso di provare a percorrere.

Al di là delle implicazioni etiche, l’idea di riportare in vita specie estinte stuzzica la comunità scientifica da decenni, e continuerà a farlo a lungo, essendo di fatto impossibile (e comunque, cosa me ne faccio del dodo quando posso avere un titanosauro?). A meno di non credere a complotti dei rettiliani volti a mettere a tacere le voci di esperimenti governativi condotti in bunker sotterranei interrati sotto un garage multipiano di Des Moines, i nostri sogni si scontrano con la fredda realtà. Jurassic Park è il più speranzoso e insieme frustrante what if della storia del cinema. Solo nel primo dei tre capitoli della saga vengono riportate in vita quindici specie diverse di dinosauro, sette delle quali compaiono all’interno del film e otto vengono citate e/o spuntano su lavagne, mappe, boccette di embrioni. Spielberg, poi, si era avvalso per la scrittura dell’aiuto di Jack Horner, paleontologo e divulgatore; il risultato è uno showcase di teorie che al tempo erano all’avanguardia per lo studio della vita: quella che i dinosauri fossero a sangue caldo, che alcuni di essi fossero gli antenati degli uccelli, più altre ipotesi sul comportamento sociale, le strategie di caccia, il colore della pelle.

Sopra: il colore degli occhi.

Sopra: il colore degli occhi.

Risultato finale: non è facile distinguere tra realtà e fantasia in Jurassic Park. Alcuni punti fermi:

• nonostante il nome del posto, sono pochissimi i dinosauri giurassici che popolano il parco dei dinosauri giurassici di John Hammond. I protagonisti del film, in particolare, cioè T. rex e Velociraptor, sono cretacei. Credo sia un problema fonetico: Cretaceous Park suona malissimo. Sposo la teoria del Capo: avrebbero dovuto chiamarlo Dino Fuckin’ Park e chiuderla lì

• solo esemplari femmina, DNA di rana, dipendenza da aminoacidi per evitare fughe: tutto molto plausibile, nulla, ahimè, che funzioni

• qualsiasi ipotesi di comportamento (mangiare ergendosi sulle zampe posteriori, sputare veleno, cacciare in gruppi) è invece grosso modo sensata, o quantomeno lo era confrontandosi con le conoscenze dell’epoca. I dettagli nelle singole schede, comunque

Ciò detto, abbiamo sette (sette!) dinosauri di cui parlare, ciascuno con la sua bella schedina: senza frapporre ulteriori indugi né indugiare su ulteriori frappé, cominciamo con le domande generiche, oltre che con una bella SIGLA!

Nome, e chi gliel’ha dato: “dinosauro” significa “lucertola terribile”, pur non essendo i dinosauri delle lucertole e pur non essendo necessariamente terribili, solo bisognosi d’affetto dopo essere usciti da 65 milioni di anni di morbo dell’estinzione. Il termine fu coniato da Richard Owen, paleontologo e bisnonno del recentemente ritiratosi Michael*, nel 1842. Richard Owen era inglese, ed è più o meno l’unico aspetto della faccenda che non è colpa degli americani.

Filmografia essenziale: non sono sicuro che serva dirlo, ma comunque la trilogia di Jurassic Park.

Origini: risparmiandovi il pippone evoluzionistico che comincia 230 milioni di anni fa con animali come Euparkeria, e limitandoci ai dinosauri del parco, nasce tutto da un grumo d’ambra che arriva da un albero sul quale si posò una zanzara che succhiò il sangue che scorreva nel dinosauro che viveva nella preistoria che per due soldi mio padre comprò. L’idea di John Hammond, miliardario con molto tempo da perdere, è di estrarre quel DNA, completarne le sequenze mancanti riempiendole con materiale genetico di origine anfibia, impiantare la stringa completa in un uovo di coccodrillo e lasciare che la natura faccia il suo corso. Tutto corretto, su carta, ma smentito dalle stupide leggi della fisica. Non ci addentreremo, invece, in riflessioni sulla possibilità o meno che animali estinti da 65 milioni di anni possano adattarsi senza problemi a un’atmosfera molto diversa per composizione nonché a un potenziale esercito di nuovi patogeni a loro sconosciuti.

Sopra: 'sta stronza.

Sopra: ‘sta stronza.

È colpa degli americani? Sì, e nello specifico del dottor John Hammond, «il lato oscuro di Walt Disney» secondo la definizione degli stessi Spielberg e Crichton. Epitome del capitalismo avventuroso all’americana, fatto di tanti soldi e pochi scrupoli, il suo progetto di parco di divertimenti popolato di animali de-estinti è figlio della sua ambizione e della voracità del suo conto in banca più che di una sana, umana curiosità scientifica. È interessante notare come a mettere un freno ai suoi entusiasmi non siano Grant e Sattler, i due paleontologi della spedizione, ma il matematico: non solo vetrina per la genetica e le scienze della vita, Jurassic Park è anche, soprattutto, un’occasione per la teoria del caos – quella orrendamente semplificata con la storiella della farfalla che batte le ali – per mostrare i muscoli al mondo. È bello notare come a metà film le fredde teorie matematiche di Ian Malcolm e quelle etologiche di Alan Grant convergano in un messaggio unico: NOPE.

«È PREVISTO CHE SI VEDANO DEI DINOSAURI,
NEL SUO PARCO DEI DINOSAURI?»
GLI ERBIVORI EDITION

Brachiosaurus e Parasaurolophus

Brachiosaurus e Parasaurolophus

Dimensioni e particolarità fisiche: Brachiosaurus, gigante erbivoro simile ad Apatosaurus (spoiler: nessuno dei due si chiamava Brontosaurus), è il primo dinosauro che si vede nel film. Due metri di lunghezza è LA MISURA DEL SUO OMERO, mentre l’animale completo sfiora i trenta metri. Ha il collo lungo per mangiare le foglie che stanno in alto sugli alberi, e quando le foglie stanno troppo in alto si alza sulle zampe posteriori; quest’ultimo dettaglio potrebbe essere un’invenzione di Spielberg. Insieme al più minuto e innocuo Parasaurolophus, che nel film compare solo nel ruolo di “bestiolina sullo sfondo” (favoriamo diapositiva), fa capolino solo per farci entrare nell’ordine di idee che i dinosauri sono davvero tornati in vita. Brachiosaurus fa rispunta dopo che tutto è andato a ramengo, per farci scoprire che anche i dinosauri starnutiscono; Parasaurolophus, invece, comparirà con ruoli più o meno importanti in tutti i capitoli della saga (mentre è curiosamente assente dal romanzo): questo particolare gli ha fruttato il soprannome di “Hitchcock dei dinosauri”.

Vittime preferite e omicidio migliore: le foglie degli alberi? La dignità della povera Lex?

Come li si sconfigge? Ignorandoli, non avendo questi animali alcuna intenzione di far del male a nessuno.

Gallimimus

Gallimimus

Dimensioni e particolarità fisiche: se serve una prova tangibile del legame tra dinosauri e uccelli, eccovi uno struzzo alto due metri. Compare subito dopo la scena dello starnuto del Brachiosaurus, e per pochi secondi: prima un branco di essi rischia di travolgere, Re Leone-style, Grant e i due bambini, poi uno di loro si offre in sacrificio per tutti e si fa sbranare dal T. rex. Nella visione di Spielberg, Gallimimus assomiglia a un Velociraptor ma è più tenero. In realtà, il fatto che avesse le ossa cave e alcune caratteristiche dello scheletro in comune con quelle degli uccelli fa pensare che, come dimostra questa foto della scienza, potesse essere piumato.

Vittime preferite e omicidio migliore: sebbene un tempo si pensasse che questi polli fossero carnivori, già al tempo di Jurassic Park era accettata l’idea che si trattasse di paciosi mangiaerba.

Come li si sconfigge? Correndo più veloce di loro. Oppure, alla faccia di Prometheus, cambiando direzione.

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Triceratops

Dimensioni e particolarità fisiche: nove metri per tre per una dozzina di tonnellate di peso, in pratica una supermucca. Ah sì, tre corna e una corona spinata ne adornano la faccia, rendendo Triceratops il non-bovino più minaccioso del parco. Nel film ne vediamo un esemplare solo, affetto tra l’altro da una fase precoce ma in rapido sviluppo di morbo della morte; è anche l’unico dinosauro del parco di cui vediamo le feci, che a occhio non sono tanto diverse dalle feci di una mucca, solo che sono di più. Scegliere di mostrare l’animale solo in quello stato pietoso, peraltro, è una scusa furbastra per non dovergli scrivere una parte ad hoc ed evitarsi un grattacapo: ancora oggi, infatti, lo scopo delle corna di Triceratops è dibattuto. La teoria più accreditata, comunque, le assimila ai palchi di una renna o alle corna dello scarabeo rinoceronte: roba che ti fa sembrare figo di fronte alle femmine e zarro di fronte agli altri maschi. Se così fosse, sarebbe curioso che l’esemplare del parco di John Hammond avesse le corna, in quanto femmina e quindi probabilmente priva di ornamenti selezionati sessualmente.

Vittime preferite e omicidio migliore: “l’olfatto di Ian Malcolm” non è una risposta sufficiente.

Come la si sconfigge? Lasciandola in pace. Oltretutto, Triceratops fu una delle ultime specie di dinosauro a resistere sulla Terra prima della tragica estinzione, il che lo rende un coriaceo figlio di puttana che forse è meglio lasciare in pace.

«È PREVISTO CHE SI VEDANO DEI DINOSAURI,
NEL SUO PARCO DEI DINOSAURI?»
I CARNIVORI EDITION

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Dilophosaurus

Dimensioni e particolarità fisiche: è più piccolo di Wayne Knight ma anche più incazzato. No, ma seriamente: in un film rigoroso fino all’ultimo dettaglio, Dilophosaurus è la pecora nera, la macchia su una tovaglia immacolata. Spielberg lo dipinge come una specie di cigno urlante con un ombrello che gli si apre sulla nuca, mentre la scienza ci insegna che questo tignoso bastardo era lungo fino a sette metri e aveva la fazza che vediamo in questa diafanìa; nessuna traccia dell’ombrello, come d’altra parte il dettaglio che questo animale sputerebbe un fiotto di veleno accecante negli occhi delle sue vittime prima di divorarle è stato inventato per l’occasione. Un brutto colpo per Wayne Knight, che deve togliere una voce (“Esperto di bukkake rettiliani”) da un cv che espone con orgoglio anche “Esperto di sudate guardando la passera di Sharon Stone“.

Vittime preferite e omicidio migliore: adora l’odore di ciccione nerd che suda quando guarda la passera di Sharon Stone al mattino perché sa di vittoria: cinque minuti scarsi di screentime e Dilophosaurus si porta a casa senza neanche far fatica il titolo di “Boba Fett di Jurassic Park“.

Come lo si sconfigge? Evitando di tradire la fiducia dei tuoi datori di lavoro per vendere a una multinazionale rivale il frutto delle fatiche e degli sforzi economici e intellettuali di un’equipe di ricerca composta da centinaia di persone che su suddetta ricerca hanno costruito le proprie vite, la propria carriera e il proprio futuro. CICCIONE DI MERDA.

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Tyrannosaurus rex

Dimensioni e particolarità fisiche: questo figlio di puttana è lungo come un cazzo di pullman di quelli che ci fai le gite scolastiche che ci stanno su un centinaio di bambini urlanti, pesa come la madre puttana grassa di uno di questi bambini urlanti, ha denti lunghi come machete/macheti/machetes, il passo pesante di quando hai fatto la cazzata e il capo ti chiama nel suo ufficio, le zampine corte corte tenerine e la stessa miopia di Carletto Ancelotti quando faceva giocare Thierry Henry terzino. Insieme al mostro che arriva dopo è il più cinematografico dei dinosauri di Jurassic Park, non solo perché intrinsecamente FICO ma anche perché scritto come fosse il personaggio di un film e non un animale catapultato in un habitat innaturale. Ha un ingresso trionfale in scena, un paio di sequenze di inseguimento, una personalità; persino, sul finale, un ruolo di deus ex machina darwiniano che da film d’avventura trasforma Jurassic Park in parabola di crescita personale di un animale feroce sì, ma dal cuore d’oro.

Vittime preferite e omicidio migliore: no, la frase precedente non è vera, T. rex è semplicemente un predatore affamato che ingoia tutto ciò che gli capita davanti. Anche se si tratta di un avvocato seduto su un cesso chimico che si sta cacando addosso dalla paura. L’omicidio migliore, però, è probabilmente anche l’ultimo del film: quello di uno dei due Velociraptor che stanno minacciando i Nostri Eroi, che risolve una situazione intricata e senza via d’uscita nell’unico modo possibile, e cioè concedendo ai protagonisti qualche minuto di vantaggio per sciacquarsi dalle palle. Nota a margine: tutto ciò che si vede nel film, quest’ultima sequenza inclusa, è plausibile e supportato dalla scienza.

Come lo si sconfigge? Nell’unico modo che verrebbe in mente a una persona razionale: dandosela a gambe (a pale) a bordo di un elicottero, cercando di mettere più miglia marine possibile tra il rex e il fuggitivo.

JP-Velociraptors

Velociraptor

Dimensioni e particolarità fisiche: se il T. rex è il mostrone del film, il kraken della situazione, Velociraptor è il villain in senso più tradizionale, la bestia intelligente la cui minaccia costante fa da freno e insieme sprone al gruppo per levarsi dalle palle il più in fretta possibile. Lungo circa tre metri, scaltro e capace di pensiero complesso, feroce e crudele quando uccide, è indubbiamente il dinosauro più memorabile di Jurassic Park (votate: #teamraptor o #teamrex?), nonché quello che più è rimasto impresso nella memoria collettiva e nella cultura popolare, anche nelle sue varianti più buffe. Tutto questo nonostante (o forse proprio perché) sia rappresentato in modo poco fedele alla realtà (nella foto: la realtà) e più aderente ai canoni del classico film di mostri. Per quel che riguarda la storia dell’aprire le porte, tranquilli: basta chiudere a chiave.

Vittime preferite e omicidio migliore: un generico “tutti/e” dovrebbe bastare per chiudere il discorso.

Come lo si sconfigge? Si prega la catena alimentare che faccia piombare dal cielo un salvatore affamato che tolga le castagne dal fuoco; incontrare un predatore nel suo habitat naturale riporta anche il più armato figlio di puttana a una condizione primordiale: quella della vittima designata, dello spuntino, della materia prima per cacate. Il genio di Jurassic Park sta tutto racchiuso nei Velociraptor: mettere da parte tutte le favolette consolatorie sull’uomo specie dominante piazzando un gruppo di individui in una situazione realmente preistorica per poi sputar loro in faccia la triste verità, e cioè che, per quanto intelligenti possiamo essere e avanzata la nostra tecnologia, restiamo poco più che appetitosi e indifesi mucchietti di carne e ossa. L’unica nostra fortuna? Che quei mostri se ne resteranno per sempre confinati su un’isola.

*questa potrebbe essere una stronzata.

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104 Commenti

  1. Ankel

    Awwwwww
    Allora nn sono l’unico che a 4 anni voleva fare il paleontologo..!
    Jurassik Park!!!!
    Lo scheletro del t rex forforescenteeeeeee!
    PRIMAL RAGE PER SUPER NES… OMG OMG quanto era bello …

    Amo questo blog

  2. mi_pate

    Grazie di esistere.

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