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Cera un cileno in coma: la recensione di Magic Magic

Dunque, innanzitutto mi scuso per il titolo del post.
Poi, un’avvertenza. Il film di oggi contiene elementi che possono causare gravi intolleranze:

1) Assenza di sangue, assenza di azione.
Magic Magic appartiene a quel genere che, se proprio insistete, si può definire thriller psicologico. (Prima scrematura dei lettori)

2) Lentezza. Cose che non si capiscono bene. Finale strano. (Seconda scrematura)

3) Michael Cera. (Scrematura definitiva)

Lo so, lo so. Il fatto è che l’altra mattina, parcheggiando, ho inavvertitamente rigato la portiera dell’hovercraft di Nanni Cobretti – sì, proprio quello della popolare serie TV L’hovercraft di Nanni Cobretti – e da allora lui me l’ha giurata e mi ha assegnato questa recensione per far sì che i lettori mi disprezzino.
E io, ligio al mio dovere e al mio destino, non solo vi parlerò di questo thriller con Michael Cera presentato al Sundance, ma ve ne parlerò pure BENE.

Quindi non dite che non ve l’avevo detto. Da questo punto in avanti procederò da solo, indifeso, in territorio minato. Decidete voi se seguire nel suo ingrato percorso questo povero recensore, oppure se preferite trovarne un altro più bello che problemi non ha.

La sigla di oggi è l’inno cileno perché il film è cileno.

Ciao a tutti. Siete ancora qua?
Per quei pochi affezionati che hanno deciso di rimanermi al fianco, ho una bella sorpresina: la protagonista del film è Juno Temple. Juno Temple! Una delle migliori cose mai sfornate nel 1989, una che dopo Kaboom e, soprattutto, Killer Joe, ha iniziato a infilare un clamoroso ruolo da barely legal dietro l’altro in una serie di film per palati raffinati. Inoltre, negli ultimi mesi “Juno Temple” sta a “far vedere le tette” come “accendersi una sigaretta” sta a “far arrivare il bus”, quindi YAY. In questo Magic Magic, Juno si mette nuda nella vasca addirittura dopo un minuto e mezzo, prima ancora che sia partito un benché minimo accenno di plot. E questo a casa mia si chiama bendisporre lo spettatore, e di questo ringraziamo Sebastián Silva.

Chi è Sebastián Silva? È un regista cileno che alcuni di voi ricorderanno per il suo Affetti e dispetti, un film che in originale si intitolava LA NANA e che io mi sono rifiutato di vedere quando ho saputo che in realtà non conteneva alcuna NANA. Ti sembra il modo di illudere così la gente, Sebastián? Per farsi perdonare, Sebastián Silva ha fatto amicizia con Michael Cera e l’ha portato per qualche mese lontano dagli USA, in Cile, presentandolo al parentado e ospitandolo a casa sua. Questa amicizia / sodalizio artistico / erasmus per ventenni miliardari non ha soltanto permesso a Scott Pilgrim di imparare un buono spagnolo con accento cileno, ma ha dato origine a ben DUE film diretti da Silva e interpretati dal balbettante biondino che amate odiare. Il primo di questi film si chiama Crystal Fairy, che pare sia una sorta di commedia picaresco-lisergica e ha avuto un buon successo critico negli USA. Il secondo è appunto Magic Magic, e ora finalmente vi dico di cosa parla.

Yay.

Yay.

(D’ora in poi c’è qualche spoiler, vi avverto, ma il film non è basato su sorprese o colpi di scena).
Alicia (Juno Temple) vola a Santiago per andare a trovare sua cugina che studia là. La cugina è Emily Browning (fino a pochissimo tempo fa Emily Browning mi piaceva un botto, ma da qualche mese, ahimè, la sua faccia sembra ordinata da uno che ha chiesto “una maxipizza bianca con tanta mozzarella e la faccia di Emily Browning”). Appena arrivata a Santiago, giusto un attimo di tette e poi via, si parte subito per una vacanza in culo al Cile con gli amici della cugina: (a) cileno belloccio e ombroso, (b) cilena stizzita e poco accomodante e (c) Michael Cera. Meta della nostra gita: una casa in mezzo a un’isola in mezzo a un lago in mezzo al nulla in mezzo al sud della Patagonia cilena fredda e inospitale. Fin qui tutto Cabin in the woods: cellulari che non prendono, loschi isolani, arredamento rustico, natura morta con giovanotti e bottiglie di rum.
Ma, come vi ho detto all’inizio, Magic Magic non è un horror. Non ESTERNAMENTE, almeno. Non oggettivamente. Silva dà nuova linfa alla definizione di “claustrofobico” assumendo sin da subito il punto di vista della protagonista e facendoci assistere a una situazione ambigua e inquietante (da potenziale slasher, volendo) dall’interno di una testa – quella di Juno Temple – che ben presto si rivelerà malata. Per chiarirsi: Alicia non sta bene nel cervello. All’inizio sembra solo tesa e stanca, poi diventa paranoica, poi delira, poi diventa proprio matta. E non è una follia da villain che sbrocca, non ci sono psicopatici della domenica né serial killer: la povera Juno c’ha semplicemente bisogno di andare da uno bravo, e invece si ritrova sul set di Scream con un pugno di sconosciuti e i telefoni che non funzionano. E fa tutto quello che un paranoico farebbe in una situazione come la sua, poveretta: si immagina le cose, o forse no. Si inimica gli altri, o forse è lei che se lo inventa. Ha gli attacchi di panico, e il fatto di stare su un’isola dove la gente parla solo spagnolo non aiuta. E quando la ragione ti fa CIAO la situazione fa presto a precipitare, letteralmente.

(io qui le guardavo le cosce)

(io qui le guardavo le cosce)

È un accumulo di tensione tutta interiore che inizia come un forte disagio, uno spiazzamento fisico (l’arrivo in paese nuovo) che diventa subito spiazzamento mentale (avere a che fare con gente vagamente inquietante in un luogo vagamente inquietante). E se si parla di tensione e disagio, tu Sebastián Silva mi compri IMMEDIATAMENTE quando apri il film con uno dei miei più grandi incubi sociali moltiplicato per dieci: trovarsi a convivere con gente poco simpatica e UNA sola persona che conosci, e poi di colpo, per un imprevisto, l’unica persona che conosci è costretta ad andarsene e tu rimani solo, estraneo tra estranei, a cercare disperatamente di farti accettare, a temere di stare parlando troppo o troppo poco, a darti la colpa di qualunque minimo intoppo per il semplice fatto che tu non c’entri un cazzo e gli altri sembrano sempre migliori o più a loro agio di te. Mai successo? A me sì. E per lo meno non ero su un’isola cilena con Catalina Sandino Antipatia Moreno.

Il bello di tutto questo è che Silva, sadico, gioca di fino per tutto il tempo con le aspettative e i dubbi di noi spettatori, che non sappiamo mai dove finiscono la paura, la diffidenza, la timidezza e la paranoia del personaggio principale, e dove iniziano la malevolenza, l’antipatia, forse persino la reale pericolosità dei suoi comprimari. Occhio però: non siamo di fronte a un banale “Sarà vero o SARÀ TUTTO NELLA SUA TESTA?”. Magic Magic non ha una soluzione manichea a questo problema: ha, semplicemente, una visione assai condivisibile e assai poco rosea dei rapporti interpersonali tra persone estranee, visti come una serie di continui, sottili, spesso immotivati o incomprensibili micro-attacchi alla propria integrità, intimità, salute mentale. Alicia non è sicura di ciò che vede perché il comportamento dell’ALTRO non è mai chiaro e univoco. Gli amici cileni sembrano odiosi perché Alicia è paranoica, ok, ma anche perché, con ogni probabilità, SONO odiosi. La gita sull’isola sembra foriera di guai e carica di segreti taciuti perché forse potenzialmente lo è, perché nessuno è mai al sicuro quando è straniero, o estraneo, anche soltanto nella sua testa.

Scott Pilgrim vs. il concetto di abbigliamento

Scott Pilgrim vs. il concetto di abbigliamento

Chiave di volta di tutto questo sistema è, pensate un po’, Michael Cera. Michael Cera che, col suo personaggio di nome Brink, raggiunge una volta per tutte l’obiettivo che si sta ponendo da qualche anno (ossia scrollarsi di dosso lo stereotipo della mezzasega con la voce tremula) giocando proprio sull’inquietudine e sul disagio che sono sempre stati impliciti nel suo personaggio-tipo. Il suo Brink (Brink!), coi maglioncini crema e l’ostentazione stronza di uno spagnolo fluente, è una sorta di disadattato fondamentalmente buono, fondamentalmente molto vulnerabile, che si fa scudo con una spavalderia che non solo non gli è propria, ma che non è nemmeno capace di gestire, di ammettere o di giustificare quando esagera. Brink è al contempo un ventenne plausibile nelle sue indecisioni comportamentali, nei suoi saliscendi d’umore, ma è anche abbastanza viscido e indecifrabile (perché È UN VENTENNE, e perché è MICHAEL CERA) da poter tranquillamente essere additato come serial killer in incognito, come potenziale psicopatico, soprattutto in un contesto del genere. E a questo punto nessuno può trovare davvero eccessive le paranoie di Alicia: se Michael Cera ti sembra un gamberetto lesso con probabili pulsioni violente, non sei tu che sei matta: è lui che è Michael Cera. E il regista (e Cera, che per inciso è bravissimo, se non si fosse capito), punta tutto su questo aspetto, infliggendo alla povera Alicia il tormento più grande di tutti: quello dell’incertezza.
Sebastián Silva imbastisce sequenze che trasudano gelo e ambiguità in un modo che verrebbe voglia di prendere Wentworth Miller e il regista di Stoker e strofinarglici il naso dentro minacciandoli con un giornale arrotolato se solo ci riprovano. E tutto senza bisogno di spezzare il collo a nessuno. Basta avere un sincero pessimismo di fondo e un direttore della fotografia redivivo e clamoroso come Christopher Doyle (dov’eri finito???) che con la mano sinistra fa le parole crociate e con la destra spadroneggia col fuori fuoco in una serie di sequenze che CIAO, tipo quella in cui Alicia legge un libro mentre Catalina Sandino Moreno forse la sta osservando, forse no. Mica che abbiamo reinventato la ruota, eh; però funziona.

Va a finire, allora, che Magic Magic diventa un horror nella misura in cui si vuol chiamare orrore la vita quotidiana degli insicuri e dei deboli, messi di fronte a una situazione che forse è davvero seria, forse è davvero problematica. E non ci sono soluzioni, ma solo una risoluzione, magari eccessiva, magari piovuta dal nulla, certo inspiegabile; l’assenza di soluzioni del film è l’assenza di soluzioni nel momento in cui la tua personalità si ritrova costretta a incontrarsi e a interagire con quella di altri individui. Non si saprà mai quanto di reale c’è in questo tipo di rapporti, quanto è dettato dalla propria insicurezza, quanto dalla propria maleducazione, quanto dalla maleducazione e dall’insicurezza altrui. Quanto dalla follia. Ci sono solo cose che accadono per un susseguirsi di eventi microscopici che dipendono solo tangenzialmente dalla nostra volontà, ma le cui conseguenze e la cui portata vanno al di là della nostra comprensione, del nostro raggio d’azione. E ognuna di queste cose fa sempre un po’ più male e c’infilza sempre un po’ più nella ciccia, ma ce ne rendiamo conto quando ormai siamo sul ciglio della rupe e non si può andare che in una direzione. Metaforicamente, s’intende.

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Ecco.
Ci siete ancora? Giusto un paio di cosine e ho finito.
Il film non ha avuto un gran successo critico negli USA ed è uscito direttamente in DVD – cosa preoccupante, visto che c’è Michael Cera, del quale era uscito in sala persino ANNO UNO. Noi estimatori di Magic magic siamo, temo, una minoranza schiacciante, per cui è bene ribadire il concetto: in Magic Magic non ci sono spaventi, non ci sono fantasmi, non ci sono uccisioni e non ci sono assassini, almeno non al di fuori della mente di Alicia. L’87% di voi si annoierà a morte e maledirà me e Michael Cera. Per tutti gli altri, c’è questa sorta di anti-slasher maligno e destabilizzante, che vi chiuderà la bocca dello stomacuccio A PATTO CHE che i temi, i comportamenti e i personaggi siano capaci di risuonarvi nel cervello e toccare corde, fobie, ferite già scoperte. Quello, e le chiappe di Juno in primo piano.

DVD-quote suggerita:

«Someone’s got to do the culling of the fold»
(Luotto Preminger, i400calci.com)

>> IMDbTrailer

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57 Commenti

  1. vespertime

    e aggiungerei, approposito di bilico e ambiguità, un appunto sul personaggio di Michael Cera che fa lo sbruffone ma forse non lo è, che fa battute sessuali su Alice ma che sotto sotto fa il “cane” con il suo migliore amico e chiede ad Alice (sotto ipnosi?) di fargli un pompino. Insomma è GAY o no? Più ci penso (al film) e più trovo mille questioni sull’argomento.

  2. Luotto Preminger

    Vespertime mi dai grandi soddisfazioni. E il bello secondo me è che le ambiguità non sono mai giochi fini a sé stessi, ma contribuiscono a creare un senso d’inquietudine raro, un dubbio che spinge lo spettatore a interrogarsi sul proprio personale approccio nei confronti delle relazioni con gli altri e col mondo.
    È un film che realmente parla (e suscita reazioni) a un livello inconscio/irrazionale, e quindi diverso da persona a persona.

  3. vespertime

    Si quello si. Un inquietudine quasi fastidiosa perché per tutto il film si tende a non riuscire a mettere a fuoco un sacco di cose. Finale compreso. Con tutti quei rimando a quello visto fino ad ora, come la morte del passerotto o del pianto del cagnolino, tanto fastidiose (per me) sul momento che spiazzano una volta ritrovate alla fine, come se volesse mettere in dubbio anche quelle parti di film dove di dubbio non se ne aveva alcuno. A me almeno ha dato quella cosa li.

  4. Arrivo anch’io in ritardissimo per dire che mi tessero nel 13% a cui il film è piaciuto e pure molto.

    Ci sono molti film validi dove c’è una trama solida e potente però con un botto di scene di raccordo banalotte, ecco qui è il contrario: la trama è molto esile, ma c’è un’attenzione pazzesca nel costruire micro-situazioni tutte inquietanti sia prese singolarmente che in relazione a tutte le altre…

    Inoltre anche per me lo spunto della fobia sociale di essere in mezzo ad estranei e non riuscire/volere integrarsi è potentissimo, alla fine ti vien da domandarti perché sia stato sfruttato così poco… o meglio, sfruttato un sacco diluito con altri elementi specie nelle commedie, ma difficilmente così “puro” e disturbante come qui…

    Michael Cera davvero da applausi, se interpretasse un ruolo da maniaco tipo Elijah Wood in Maniac sbancherebbe tutto

  5. Luotto Preminger

    Non avrei saputo dirlo meglio. Sono proprio contento

  6. EDA

    Cazzo 55 commenti e il film l hanno visto in tre. Beh mi aggiungo pure io e posso dire una cosa BOMBETTA! Bravissimo sebastian silvia a rendere tangibipissimo il Disagio tanto che la rpima parte e’ una bomba, nel mezzo pensavo si stesse perdendo nei cliche del thriller psicologico, ma poi arriva un finale che e’ di un angoscia e una tensione rari. Grande luotto, a leggerla post visione la tua e’ un ottima recensione. Ma non hai minimamente accennato una cosa: sto film ha uno dei finali piu bastardi degli ultimi anni. Promossissimo comunque

  7. Lorenzo

    Appena visto (e appena arrivato su questo blog per la prima volta). Caro Luotto, anche secondo me hai colto tutto quello che si poteva. Me l’aspettavo un horror ambientalista-naturalistico e quindi m’ero preparato ascoltando gli Immortal. E invece è molto, molto più sinistro. Ma il suo limite è che non tutti arrivano a capire certe cose, come i ragazzi del film che, stronzi o non stronzi, ci mettono una vita per capire che Juno ha bisogno di aiuto. Sarà che bisogna passarci?

    Comunque, voto anche io per le nane, a condizione che siano paffute e pienotte, perché se invece sono tutte proporzionate non sembrano più nane e allora tanto vale accontentarsi di Nicole Kidman.

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