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Le Highlands hanno gli occhi: la recensione di Lord of Darkness

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Sopra: un nano in apertura.

Lord of Darkness che si chiama anche Sawney: Flesh of Man. E lo so che non gli faccio un gran servizio esordendo fin dal titolo facendo riferimento a un capolavoro, ma d’altra parte l’alternativa era chiamare il pezzo The Glasgow Chainsaw Massacre, e capite che comunque vada la famiglia Wood ha deciso di mettersi in un bel pasticcio con il suo film d’esordio.

Famiglia perché a dirigere è l’esordiente Ricky Wood, a scrivere il padre – così deduco dall’assenza di “y” nel nome di battesimo – Rick e a cinematografare ottimamente il tutto è lo [zio?] Ranald. Pasticcio perché, a fronte di un soggetto fortissimo e molto evocativo, i tre decidono che il modo migliore per affrontarlo non è trattarlo come un pezzo di storia, ma modernizzarlo e infilarlo a forza in uno slasher classicissimo che più classicissimo non si può. Poteva andare peggio, tutto sommato, ma poteva andare anche meglio, ma soprattutto poteva andare SIGLA!

Sawney Bean è il più grande serial killer della storia. Sospeso tra leggenda e cronaca, fu il capo di un clan di cannibali vissuti in una qualche caverna della Scozia tra il 1400 e il 1500; nel giro di qualche anno, Sawney e famiglia uccisero e divorarono un migliaio di persone, prima di venire impiccati in massa per i loro crimini. Wes Craven prese ispirazione da questa storia per il suo Le colline hanno gli occhi, e più in generale qualsiasi film di “famiglie omicide cannibali” deve qualcosa a questo pezzo di folklore europeo. Charles Manson puppaci la fava.

Sawney: Flesh of Man, invece, non è il più grande film sul più grande serial killer della storia, ma un’opera discreta e promettente che soffre più di tutto del morbo dell’esordiente.

«Non ditemi che arriveranno i plot twist?!».

«Non ditemi che arriveranno i plot twist?!».

Primo sintomo del morbo dell’esordiente: strafarite acuta

Lord of Darkness si apre con una voce narrante su fondo di CGI scadente che racconta la storia del clan Bean.

«Bene!» penso io. «Un horror in costume, uno studio storiografico d’atmosfera che funge da film definitivo su questa semi-leggenda!». No: la voce narrante ci informa che «sono morti tutti tranne uno, MWAH AH AH» e si salta, per qualche motivo, al 1997; due tizi entrano in una caverna in mezzo al nulla, trovano un mostro incappucciato, uno dei due ride sguaiatamente e spara in da la fazza all’altro.

«Bene!» mi convinco io. «Uno splatter ambientato per qualche motivo un anno prima che l’Italia intera imparasse a maledire il nome di Gigi Di Biagio!». Neanche: stacco fino al giorno d’oggi, e in una discoteca dei sobborghi di Glasgow una banda pittata come i Kiss sta suonando una sorta di orrido metalcore compressissimo e Panteroso; annoiata dalla vita e dal fidanzato cocainomane, la bella Rebecca fugge dal locale e prende un taxi. Ma attenzione! Nel taxi c’è qualcosa! Rebecca viene rapita! Sarà viva? Sarà morta?

«Bene!» mi ripeto per l’ennesima volta. «Ora parte un torture porn a sfondo redenzione in cui Fidanzato Cocainomane salva la vita della sua bella e nel frattempo impara che la droga fa male! Grazie, Fede Alvarez. Zero su zero: tramite il peggior salto logico della storia recente degli horror ci ritroviamo al funerale di una ragazza. Sarà Rebecca? Povera Rebecca, è stata fatta a pezzi e la sua testa impalata in mezzo al bosco! Ma come mai Fidanzato Cocainomane non c’è, e invece ci sono un giornalista e un detective che discutono del caso con toni accesi? E perché d’improvviso siamo sotto terra in compagnia di Rebecca e del clan dei cannibali? Non sarò io a lamentarmi di una disgustosa e disturbante scena di stupro e violenze perpetrata da colui che diventerà con tutta evidenza il cattivone del film, ma fin qui non è facile seguire la storia, né, soprattutto, capire che Rebecca e la ragazza del funerale NON SONO LA STESSA PERSONA.

Sopra: Rebecca. Non quella del funerale. Quella del funerale è Charlotte. Questa è Rebecca.

Sopra: Rebecca. Non quella del funerale. Quella del funerale è Charlotte. Questa è Rebecca.

Combattiamo il morbo dell’esordiente: l’impennata di classe

Una volta che i Wood si sono assestati e hanno assegnato a ciascuno il proprio ruolo – il cattivo lo sapete, il buono è il giornalista, una specie di incrocio tra Ryan Gosling ed Emanuele Filiberto –, per fortuna, gli ingranaggi vanno tutti al loro posto, e per tutto il secondo atto il film carbura a un ritmo lento ma inesorabile, alternando con naturalezza scene in cui Ryan di Savoia indaga sulla sparizione dell’amica Charlotte (quella del funerale) e scene in cui mr. Bean (eh…) tortura e ammazza e mangia e trita la carne delle sue vittime. Se le prime sono girate con grande talento da Wood, che ogni tre inquadrature ne infila una virtuosissima e due interessanti, sono le seconde che danno al film la marcia in più: la famiglia Bean, per farla breve, è meravigliosa.

C’è il padre Sawney, convinto che la Bibbia giustifichi le sue azioni e che ci regala una prestazione da cannibale semianalfabeta squilibrato sessualmente deviato da dieci e lode. Ci sono i suoi figli, che per qualche motivo sono manici del parkour e sempre per qualche motivo sono vestiti come se Fabri Fibra fosse andato al G8. C’è la misteriosa madre, mostro ripugnante nascosto in cantina come una creatura lovecraftiana e per nutrire la quale la famiglia Bean si fa in quattro e soprattutto fa in quattro le proprie vittime. Le numerose scene di cannibalismo assomigliano a una puntata di Master Chef con Albert Fish al posto di Joe Bastianich: Sawney improvvisa ricette complesse nelle quali il sangue è salsa gravy e le dita patatine fritte di contorno, e Wood non si fa problemi a mostrarcele nei dettagli – merito anche di effetti speciali pratici di ottimo livello.

La scansione della vicenda è perfetta, Lord of Darkness non si sofferma mai troppo a lungo su di Savoia e sui suoi turbamenti e sulle sue indagini e sul suo rapporto con il poliziotto che gli passa informazioni riservate, né esagera con lo splatter dimenticandosi di portare avanti la narrativa. In un periodo storico in cui pare sia fondamentale spostare verso il grigio anche i più efferati serial killer, poi, il film dei Wood sceglie la strada opposta, e dipingendo i Bean come irrimediabilmente mostruosi mette in piedi il più classico, rilassante e soddisfacente dei “Bene vs. Male movies”. Non ci sono concessioni al pubblico generalista né ammiccamenti meta- di alcun genere, solo un onestissimo macello recitato discretamente, scritto benino e girato tra il bene e il wow.

«E sai cosa succede ora?».

«E sai cosa succede ora?».

Grave ricaduta! Il morbo dell’esordiente esplode tramite LO SPIEGONE

Ecco cosa succede ora, Ryan Filiberto di Savoia, Sawney: succede che arriva il terzo atto e i Wood se la fanno addosso, rischiando di rovinare tutto quanto di buono fatto fino ad allora.

(ora arrivano un po’ di SPOILER, ma li terrò sul vago: vedete voi se saltare il prossimo paragrafo o no)

Succede che finalmente si arriva allo showdown finale tra Emanuele Gosling e il cattivo, e tutto quello che il film ci ha detto fino ad allora su Sawney viene gettato nel cesso: alla domanda «perché fate questo?», infatti, Bean risponde con uno spiegone intriso di cultura e citazioni bibliche, arrivando, pur nella sua follia, a giustificare le proprie azioni, o quantomeno a spiegarne la genesi. Sono cinque minuti di esposizione dolorosissima, che smontano mattone dopo mattone la figura del maniaco senza morale e innamorato del sapore di una bella fettina di culo con i pinoli.

A cui segue un finale all’inglese: assomiglia a un anticlimax tremendo prima di essere travolto da un plot twist che riporta il climax dalle parti dello showdown con tanto di monster e infine del payoff, un revenge senza rape ma con molto murder e un po’ di Lovecraft che sfocia infine in uno shot molto shock che fa calare il sipario. La strafarite acuta torna a farsi sentire, ma la accettiamo perché è coperta di sangue, quel liquido ferroso dal retrogusto un po’ amarognolo di occasione mancata che ci fa dire alla famiglia Wood: «Bravi, bene, vi darei 23 ma secondo me se vi preparate meglio arrivate anche al 27 o al 28, facciamo che ci rivediamo al prossimo appello?».

«OK».

«OK».

Considerazioni del medico curante

La maestria con cui Wood dipinge i desolati territori delle Highlands, la pura crudeltà con cui sono costruiti i set e le scene di tortura, lo stacco di qualità tra i personaggi più “normali” e i maniaci, almeno per due terzi del film, consigliano di ritornare in futuro a esplorare questa piccola/grande mitologia con un prequel ambientato nel XV secolo, quando la famiglia Bean era agli esordi.

DVD-quote suggerita:

«E poi c’è un nano con la motosega. Un nano vero!»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer

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3 Commenti

  1. Marlon Brandon

    Barando grazie al fuso orario schiaffo un altro primo commento…carne e sangue non mancano…secondo me poco sfruttata la madre…il twist
    —SPOILER—
    in cui il poliziotto si scopre essere parte della famiglia di cannibali e GUARDA CASO HA L’OCCHIO AZZURROGNOLO…mmm…pero’ mi ha ricordato il twist di La casa dalle finestre che ridono.

  2. Zartagnan

    “assomiglia a un anticlimax tremendo prima di essere travolto da un plot twist che riporta il climax dalle parti dello showdown con tanto di monster e infine del payoff, un revenge senza rape ma con molto murder e un po’ di Lovecraft che sfocia infine in uno shot molto shock che fa calare il sipario”

    TU-STAI-MALE.

    E io mi sono sentito come RatMan quando gli spiegano una barza.

  3. blueberry

    per un attimo mi sono preso male leggendo wood. pensavo robin wood

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