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Nazi Alien Zombies vs. Elbow Rocket Cyborg: la recensione di (quel capolavoro di) Manborg

«CAPOLAVORO».

«CAPOLAVORO».

Esatto, “capolavoro”.

E sappiamo tutti quanto questo termine venga sprecato usato a sproposito sbandierato in giro per convincere gli ignari del presunto valore assoluto di un’opera sicuramente interessante ma non per questo ascrivibile al novero degli Indimenticabili. Manborg, presentato a un festival a caso nel 2011, dimenticato dai più, per qualche motivo diventato instant cult su Internet negli ultimi tempi grazie al c.d. “effetto Sharknado“, finalmente riemerso dall’oblio, sequel spirituale non tematico non stilistico di un’altra gemma della Astron-6 come Father’s Day, cioè esattamente lui, “il film bello della Troma“, Manborg, insomma, a fronte di un budget dichiarato di 1.000$ con tutto il portato di aspettative che questo comporta, nonostante il sempre pericoloso tentativo di mimesi dei presunti “film talmente brutti che diventano belli degli anni Ottanta” che è sotteso al progetto, anche considerando tutti i caveat che a un occhio poco attento fanno puzzare l’operazione di Birdemic, o di Asylum di basso livello, Manborg, una volta accettate le regole del gioco e aggiustate di conseguenza le aspettative, è un capolavoro.

TL;DR: l’ho visto una sera, due mattine dopo me lo sono rivisto, non vedo l’ora che sia domani cioè domenica per rivedermelo una terza volta. SIGLA!

Il problema degli anni Ottanta è che la gente è convinta che siano solo cotone. C’è tutta una sorta di contro-mitologia legata agli Eighties che porta a dimenticarsi dei primi dischi dei R.E.M. in favore dei Duran Duran e di Daydream Nation in favore di Jimmy Somerville, per dire. “Effetti speciali anni Ottanta” è diventata una scorciatoia linguistica per sottintendere termini denigratori come “pacchiano”, “poco credibile”, “fa schifo al cazzo”, dimenticando per esempio che i primi tre Indiana Jones sono visivamente invecchiati meglio del quarto e che tra l’estetica di un Flash Gordon e quella boh di un After Earth c’è un abisso incolmabile sul fondo del quale strisciano inermi i membri della famiglia Smith cane compreso.

Soprattutto, si tende a dimenticare che anche i più beceri sottoprodotti di quella cultura e di quegli anni – e per estensione della prima metà degli anni Novanta – NON erano solo una banale raccolta di momenti orribili attaccati insieme con lo spago e venduti al miglior offerente. Chiamateli tropes, chiamateli topoi, chiamateli Sofficini Findus, resta il fatto che molti degli stratagemmi di scrittura, visivi, recitativi dei film di genere di quegli anni funzionano benissimo ancora oggi non tanto perché ci facciano ridere – l’interpretazione più innocua che esista, per quanto i cultori del brutto a tutti i costi si fermino a questa – ma anche, soprattutto, perché sono FICHI. Sapete qual è la differenza tra chessò un Trancers 4 e uno di quei filmetti del cazzo che tanto vanno di moda oggi perché compare il trailer su Youtube la gente ride elegge il film a sua opera preferita di sempre poi lo guarda scopre che fa cagare e se ne dimentica il giorno dopo?

«Do you speak trancer, motherfucker?».

«Do you speak trancer, motherfucker?».

Che vedere Jack Deth nel Medioevo, vestito con un trench e in mano uno spadone, urlare «EN GARDE, MOTHERFUCKER!» prima di affondare il colpo contro un vampiro spaziale è un momento genuinamente divertente, spensierato, coinvolgente; è la sintesi della magia del cinema d’evasione dove “evasione” è intesa nel senso più puro e positivo del termine. Non è una gag perfetta di per sé, ma lo è nel contesto; è scritta per il personaggio, non per il pubblico.

Mentre vedere l’ennesimo film nel cui trailer compaiono tartarughe carnivore sputafuoco che divorano un diner in Oklahoma per poi scoprire che il film stesso è: quella scena + lunghe sequenze in cui i protagonisti parlano e dicono cose noiose camminando per luoghi brulli e senza vita e/o set di infima qualità + un po’ di tette perché tanto non è che viviamo nell’era di Internet e il porno è gratis, è un’ora e mezza genuinamente noiosa, studiata a tavolino, respingente; è la sintesi dei danni del marketing virale e dei soldi che ti fa fare dove “marketing” è inteso nel senso più zozzo e deteriore del termine.

«I AM... MANBORG».

«I AM… MANBORG».

E quindi, Manborg. Mettendo sul piatto quanto detto prima e la generica diffidenza per quei film che infilano citazioni in un frullatore e le risputano fuori così come sono, Manborg è un film che dovrebbe legittimamente ricadere nella seconda categoria citata sopra. Guardatevi il trailer: un minuto e mezzo che a un occhio smaliziato grida «queste che vedi qui sono tutte le parti divertenti del film, il resto è una noia!» a pieni polmoni. E che invece, questa volta, è onesto al 100%.

(è il momento in cui cala la mannaia del gusto personale: se questo minuto e mezzo vi ha disgustato, girate alla larga da Manborg. Se questo minuto e mezzo vi ha attirato, Manborg diventerà presto il vostro film preferito)

La storia va così: un branco di alieni vagamente nazisti che assomigliano agli Zin di Saints Row IV (ci torno) o a Baraka di Mortal Kombat, provenienti dal pianeta HELL, invadono la Terra. Il soldato Manborg, che ancora non si chiama Manborg, viene quasi ucciso durante uno scontro a fuoco, il suo corpo esanime recuperato da uno scienziato pazzo, trasformato in un incrocio tra Terminator e Aaron Taylor-Johnson, ibernato. Risvegliatosi nel futuro, in un mondo che sembra una versione al neon di Essi vivono o, ancora una volta, la Steelport di Saints Row IV, Manborg si scopre prigioniero del supercattivo, Count Draculon, giuro, Count Draculon. Nella futuribile galera dove è rinchiuso, Manborg conosce i suoi compagni di avventura, e dà vita al #teambuoni, che nel giro di un’oretta tonda di film si scontrerà con il #teamcattivi in arene ipertecnologiche, tra le rovine di un qualchecosa, in sella a una moto per le strade della città, insomma un po’ ovunque sia possibile per il Nostro sfruttare al meglio il suo talento e in particolare il suo colpo segreto, l’elbow rocket – di nuovo, giuro: il film è del 2011 e Manborg spara già razzi dal gomito.

Sopra: #teambuoni.

Sopra: #teambuoni.

Come potete desumere dalla diafanìa sovrastante, il #teambuoni comprende: un tizio con il mullet e le pittate di guerra sulle guance, una passera cosplayer con i capelli grigi e le pittate di guerra sulle guance, un generico asiatico le cui battute sono tutte ridoppiate come se lui stesso vivesse in un universo parallelo nel quale la vita quotidiana è un pessimo film. Lo stesso Manborg ha le sue paturnie: fatica a convivere con il suo corpo robot, deve compiere il più classico dei viaggi di formazione per ritrovare se stesso, e oltretutto parla attraverso un vocoder settato su “Ridicolizza voce”. Manborg, il film dico, fa molto ridere.

Il #teamcattivi, da parte sua, comprende, oltre a Draculon, il suo vice, che è un alieno gentile e innamorato della passera cosplayer («Oh prisoner number 7, you were 7 in number but in my heart you were always number 1»), oltre a una serie di creature realizzate utilizzando tutte le tecniche artigianali possibili e immaginabili. Realizzate bene, oltretutto. Molto bene. Benissimo. La differenza tra una pellicola che gioca a scimmiottare quegli anni e quell’estetica e  Manborg sta tutta qui: nel talento.

Sopra: con tutte le tue creature.

Sopra: con tutte le tue creature.

Scritto, diretto, montato ed effettispecializzato dalla stessa persona, il signor Steven Konstanski, Manborg riesce nell’impresa di emulare alla perfezione un film sci-fi camp anni Ottanta senza da un lato sembrare posticcio né dall’altro nato già vecchio. Il merito è del buon Steven, che fa le seguenti sagge scelte:

• evitare di attingere a una singola fonte preferendo puntare sul pastiche, amalgamato però con tale cura da rispuntare fuori sotto forma di palla di magma con una personalità fortissima. Nel corso del film vediamo laser stile Flash Gordon alternarsi a creature in stop motion uscite da un incubo di Harryhausen e con un design che sprizza fantasia da ogni frame, inseguimenti in moto razzati a Tron seguiti da combattimenti a scorrimento orizzontale presi di peso da un Mortal Kombat a caso, one-liner mai uscite dalla bocca di Schwarzy e momenti francamente comici, decapitazioni, arti strappati, fondali disegnati da un fantasioso idiota e maschere di gommapiuma da fare invidia agli orchi di Peter Jackson. È lo stesso approccio compilativo del (curioso che si debba uscire dal cinema per trovare un paragone degno) Far Cry di cui vi parlai tempo fa nonché del più recente – e ancora più incredibile, e già citato sopra – Saints Row IV: una raccolta ragionata e appassionata di tutto ciò che rendeva grandi i film sci-fi degli anni Ottanta e i videogiochi di botte degli anni Novanta, un frullato di riferimenti e citazioni mai invadenti e mai in primo piano, sempre al servizio della storia e delle sequenze d’azione;

• sequenze d’azione che peraltro coprono il 99% del film. Dimenticatevi quelle palle al cazzo che costringono lo spettatore a sorbirsi mezz’ora di nulla nella speranza di godersi tre minuti di pessima CGI e gridare all’ironico miracolo. Manborg è diretto e soprattutto montato da un pazzo sotto ketamine che non spreca neanche un centesimo del suo prezioso tempo per “costruire”, “fare atmosfera” o qualsiasi altro pretestuoso stratagemma attaccaticcio utile solo a giustificare interi minuti di vuoto pneumatico. È un’opera fatta di eccessi, orge gore (anagramma!) e overdosi, nella quale il continuo alternarsi di tecniche e stili serve a sorprendere e incollare allo schermo più che a fungere da showcase del talento – o dei quattro soldi in croce – di chi gira. È compatto, funzionale e strabordante di idee, e soprattutto (che la storia dei 1.000$ di budget sia vera o un’esagerazione montata ad arte non interessa) in grado di spremere il meglio dagli scarsi mezzi a disposizione.

Sopra: artigianato.

Sopra: artigianato.

È questo il vero artigianato, quello buono, l’approccio MacGyver al cinema: costruire un carroarmato partendo da una graffetta, un elastico e il bastoncino di un ghiacciolo. Manborg se ne frega di tutto, punta sull’impatto, costringe a tenere il fiato per un’ora e a una sentita standing ovation finale. Non è, ci tengo a ribadirlo, un “””film brutto””” nell’accezione ironico-sarcastica-condiscendente con cui si usa oggi quest’espressione. È un film stupido, certo, e kitsch fino alla nausea, che se ne sbatte di continuità narrativa e plausibilità e prestazioni attoriali per puntare sul circo, sul divertimento non adulterato da riflessioni meta- post- salcazz-.

(ah già, visto che ci siamo inserisco in un punto a caso della rece questo dato che mi ero dimenticato : Manborg è strapieno di splendida violenza ed effettacci gore assolutamente funzionali. Se cercate tanto sangue c’è, sì, pure quello)

Ha dei difetti? Cazzo se ne ha, ma in tutta onestà non me ne ricordo manco uno. È possibile che ci sia, verso la fine, un momento di rottura della quarta parete assolutamente fuori posto, ma magari me lo sono sognato. È possibile che, nel suo essere citazionista, esageri un po’: vi risparmio l’elenco ma i riferimenti vanno da tutto quello che ho citato più o meno direttamente sopra a Star Warsquesta scena di Story of Ricky, e tutto quello che ci sta in mezzo. Si vedono delle tette? È possibile di no, ma la passera cosplayer e la traditrice sadomaso alleata con gli alieni suppliscono abbondantemente alla carenza. Manborg pronuncia la frase: «Io sono… MANBORG» almeno quindici volte in tutto il film, segno che il pubblico di riferimento comprende una discreta quantità di fattoni.

«Manborg approves of this shit».

«Manborg approves of this shit».

Ma davvero, chissenefrega: non mi divertivo così tanto, e in modo così puro e senza retropensiero soprattutto, da non mi ricordo più quanto tempo. È come vedere un best of di un ventennio condensato in sessanta minuti e messo in piedi da qualcuno che quel ventennio lo ama sinceramente – e che, soprattutto per quel che riguarda il reparto VFX, essuda talento da ogni mascherona di gommapiuma, da ogni laser, da ogni fondale. Fossi Peter Jackson lo assumerei subito e gli darei in mano 150 milioni di dollari per fare il cazzo che vuole; d’altra parte finirebbe probabilmente che qualcun altro gliene smolla 200 per costringerlo a fare un kolossalone politico for dummies e gli stroncherei così la carriera sul nascere, quindi forse è meglio che io non sia Peter Jackson, e mi tengo i miei quattro chili in croce rinunciando all’astuccio di adipe, grazie.

E grazie Steven Kzkskjsrytovski o come cazzo ti chiami. Sei bravo, Steven, e ti meriti tutto il bene del mondo. E per una volta, quando leggerò il titolo del tuo film in giro associato a parole come “instant cult” o “meraviglioso film brutto”, penserò che è tutto vero.

DVD-quote suggerite:

«Un grandioso film del cazzo».
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

«Un film che ha davvero capito “I’ll be back”».
(Carlo Maria Boh, citazionicriptiche.it)

«I. AM. … MANBORG».
(Manborg, Manborg.com)

IMDb | Trailer

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52 Commenti

  1. samuel paidinfuller

    @oronzo
    t’insegno un gimmick di noi internauti se proprio stai messo male
    ti trovi i sottotitoli in un’altra lingua
    li copi su google traduttore
    traduci
    li copi tradotti su una file txt
    lo cambi in srt
    voilà
    fanno 5 euri grazie

  2. Il_Presidente

    Scusate eh io sono cresciuto negli anni ’80, adoro gli anni ’80 ma con Manborg ho dormito duro. Per carità, massimo rispetto per gli Astron-6 che ci credono e con due lire fanno un film…però la cosa nasce e finisce qui.
    Non aiuta il fatto che il protagonista sia un imbecille insopportabile (non riesco a capire come possa essere sembrata una buona idea prendere un ricciolino faccia di cazzo Napoleon Dynamite), non aiuta il fatto che i gregari suscitino solo disinteresse profondo e non aiuta che non ci sia una cosa una nel film che strappi un sorriso.
    A conti fatti sembra più un tributo ai primi anni ’90 di Mortal Kombat & co, quando si iniziava a digitalizzare a cazzo pure i peli del culo dei cani.
    Ci hanno provato. Si è capito cosa volevano fare. Ma non c’è dentro niente di bello. O di divertente.

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