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Ricercati ufficialmente morti: Il seme della follia (1995)

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«BLU!».

a.D. 1995

Ho dodici anni, sono diventato ufficialmente uomo da non più di dodici mesi tanto che compro il primo rasoio elettrico della mia vita e penso che sarebbe il caso di conservare la mia prima barba per eventuali future evenienze. Sono alle medie, i miei passatempi preferiti sono il Nintendo, il Super Nintendo, gli Urania, i racconti di Lovecraft e le seghe. Sono anche discretamente ciccione, credo, almeno questo vuole la mia micro-mitologia personale. Però ho cominciato a giocare a basket. Oddio, ho cominciato quattro/cinque anni prima, ma se prima lo facevo perché qualcosa fuori di casa bisogna pur farlo, alle medie sono già al punto di credermi il migliore della squadra, pronto al grande salto nelle giovanili della Stefanel Milano. Non scherzo: faccio anche un provino, una specie di amichevole noi vs. loro dove “noi” sono io e i miei compagni ciccioni con i baffetti e “loro” dei giganti tredicenni con un fisico che urla dieci anni in più. Prendo le mazzate, psicologiche soprattutto, e abbandono il sogno. Quell’anno provano anche a rubarmi in casa – la sera della finale di Champions contro l’Ajax al Prater di Vienna, gol di Kluivert a cinque dalla fine che sommato all’estate del ’94 avrebbe dovuto mettermi in guardia contro il futuro.

C’è una cosa che ancora non faccio, a quell’età, ed è guardare i film di paura. Questo significa che non conosco John Carpenter se non per il fatto che un suo film è custodito nella sezione della videoteca paterna sotto l’etichetta “Sì, ma tra qualche anno”, insieme ad Alien e Il pianeta proibito. Figuriamoci quindi se qualcuno mi spiega, in un periodo senza Internet poi, che Carpenter sta omaggiando uno dei miei scrittori preferiti con l’aiuto del più grande attore degli anni Novanta. Me l’avessero detto, comunque avrei ribattuto che la vulgata vuole che i film tratti da Lovecraft non possano funzionare davvero, e al massimo possono venir fuori come cazzatelle camp belle in sé stesse ma tutto sommato poco rispettose del materiale originale. Le opere migliori di Lovecraft, poi, sono scritte apposte per alimentare la fantasia visiva dei lettori più mentalmente iperattivi, in un tempo in cui la televisione non esiste; i suoi racconti sono, anche per me che ho solo dodici anni, talmente evocativi da rendere superflua una trasposizione da parola scritta a immagine in movimento.

Mentre io mi arrovello su questioni oziose, Il seme della follia esce al cinema tra le pernacchie dei critici: Roger Ebert, a dimostrazione che anche i migliori sbagliano, ne scrive «one wonders how In the Mouth of Madness might have turned out if the script had contained even a little more wit and ambition». Non è una novità per Carpenter, ma è frustrante notare come a ogni film che fa uscire si levi immancabilmente un coro di voci contrarie che gridano alla morte artistica del Maestro.

In questo grosso paciugo con i brufoli, non so ancora nulla di Stephen King se non che i miei amici hanno visto IT e hanno avuto paura.

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«Pop-corn e Satana, un’accoppiata vincente!».

a.D 2000 e qualcosa

A casa di amici, nel corso di una lunga maratona di recupero Carpenter, vedo Il seme della follia per la prima volta. La mia testa esplode.

a.D. 2010

Vivo e studio a Trieste, e il tempo che non spendo a lezione o in osmizza a bere l’impossibile lo passo chiuso in casa, in particolar modo se c’è la bora e/o qualche forma di freddo, a guardare film sul portatile, tutto avvoltolato sotto le coperte. Tra le robe che riguardo c’è Il seme della follia, che peraltro arriva dopo un’altra recente maratona (sono un appassionato di queste cose), quella che mi ha portato a recuperare quasi tutto Stephen King in pochi mesi. Anche questa volta la mia testa esplode. Dormo malissimo per un paio di notti.

a.D. 2013

Scopro che Il seme della follia esce in Blu-ray e decido di attivarmi per recuperarlo prima del previsto (privilegi dello scrivere per il più grande sito dell’internet) e scoprire in che modo il capolavoro più malcagato di Carpenter sia stato riversato in altissima definizione. Non ci riesco – a farmi mandare il Blu-ray, dico –, quindi regolo un paio di conti eliminando i responsabili di questo fallimento in modi violenti e torno al caro, vecchio Dvd. La prima cosa che scopro riguardandolo è che il pezzaccio veterometallaro che Carpenter piazza in apertura è razzato da Enter Sandman. Anche i Metallica hanno scritto roba ispirata a Lovecraft.

Sopra: 28 giorni dopo, 17 anni prima.

Sopra: 28 giorni dopo, 17 anni prima.

A molti non è piaciuto Il seme della follia. Rivedendolo oggi non è difficile immaginare perché.

Prima i fatti.

John Trent (Sam Neill) è un investigatore assicurativo che si occupa di smascherare frodi: gente che finge incendi nel proprio negozio per incassare soldoni, gente che si finge morta per passare alla moglie l’assicurazione sulla vita, cose così. L’ultimo lavoro che gli viene assegnato è scoprire che fine abbia fatto Stephen King Sutter Cane, un meraviglioso Jurgen Prochnow che di mestiere scrive libri «che fanno più paura di quelli di King» e che si è dato alla macchia durante la stesura del suo ultimo capolavoro, In the Mouth of Madness. La gente impazzisce, fa la fila fuori dalle librerie anche se il libro non è ancora uscito, si abbandona ad atti di violenza da fan tradito. Nella premessa c’è già tutto il Carpenter sociale che serve: i seguaci di Cane non sono lontani, metaforicamente parlando almeno, dagli zombie di Romero, con la ciliegina sulla torta che, nella finzione, i diritti per la trasposizione cinematografica del libro di Cane sono già stati venduti, anche se il romanzo, di fatto non esiste.

Trent indaga, e indagando scopre indizi, e scoprendo indizi si mette alla ricerca di Cane. A questo punto il film sta già degenerando: un maniaco con l’ascia minaccia Trent (spoiler: è l’agente di Cane, che ha già letto il romanzo), Trent stesso ha visioni di poliziotti che pestano passanti, dopodiché decide di comprare i libri di Cane per capire con chi ha davvero a che fare e perde definitivamente la trebisonda, sognando sogni strutturati a matrioska e respingendo ogni segnale che qualcosa non vada con il suo mantra razionalistico: «È tutta pubblicità». Uscisse oggi, Il seme della follia sarebbe un horror sul marketing virale, essendo uscito nel 1995 è semplicemente un film avanti vent’anni.

È evidente la quantità di Stephen King che Carpenter vuole strizzare in un’opera per altri versi al 100% lovecraftiana. Da un lato c’è lo scettico razionale messo di fronte a fatti inspiegabili la cui semplice accettazione significherebbe il crollo dell’edificio concettuale sul quale ha costruito la sua vita, dall’altro c’è il potere creativo dello scrittore che da metaforico diventa letterale. Il seme della follia è, già nel primo atto, un esercizio speculativo e meta-narrativo disinteressato a linearità e logica; ma è quando Trent arriva a Hobb’s End, immaginaria cittadina del New Hampshire (che è di fianco al Maine, per la cronaca), dove Cane potrebbe o non potrebbe aver disseminato indizi sulla sua sparizione, che il film impazzisce e Le streghe di Salem possono cortesemente umettarsi le labbra nell’attesa della puppagione di fava che spetta loro.

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Sopra: le fave dall’Oltremondo.

A posteriori, il motivo principale per cui Il seme della follia non è stato apprezzato è l’intero secondo atto, che trasforma il film da studio d’atmosfera e critica al delirio consumistico dei fanboy in un character piece che deve tanto a La maschera di Innsmouth quanto agli horror/thriller/psych di fine anni Settanta inizio Ottanta tipo Stati di allucinazione. All’apparenza è il film più inutile e ombelicale di Carpenter, quello che (gasp!) DICE MENO COSE, che mette la trama in secondo piano in favore delle visioni di Trent e che si conclude con un apparente e per molti deludente anticlimax – che è in realtà una delle scene più potenti mai filmate da Carpenter (sempre grazie Sam Neill), e che tra l’altro anticipa di una decina d’anni le ossessioni di Cigarette Burns.

Succedono tante cose bizzarre a Hobb’s End, cittadina creata da Cane nei suoi romanzi e divenuta reale – o forse no, e d’altra parte pure Trent potrebbe non esistere – grazie al patto stretto dallo scrittore stesso con LE CREATURE DELL’ALDILÀ, illustrate ottimamente nella diafania sovrastante, forse la più sinceramente lovecraftiana delle invenzioni di Carpenter nonché quella più potenzialmente cheap (perché la paura più grande e più antica dell’animo umano ecc ecc). Che il risultato sia invece una sequenza da brividi è testamento dell’abilità di Carpenter di recuperare i cliché più scontati della tradizione horror e renderli nuovamente spaventosi, persino quando messi in scena in modo altrettanto tradizionale.

Inoltre, Hobb’s End è il luogo ideale per mostrare un’altra delle ossessioni di Carpenter, quella per i videogiochi intesi non tanto come interactive fiction (nel 1995 eravamo già qui ma la gente ancora non lo sapeva), quanto come potenziale fonte di paranoia legata alla coazione a ripetere e alla rigida struttura binaria della realtà. Trent scopre Hobb’s End mettendo insieme gli indizi come in un punta-e-clicca. Trent prova a fuggire da Hobb’s End tre volte, e tre volte si ritrova al punto di partenza; per rompere il ciclo deve infrangere le regole. Non è un caso che Carpenter ancora oggi giochi alla piessetré e si diverta a fare teasing spinto a riguardo.

Dopodiché nel deliquio che è l’ultima ora del film (per un film di un’ora e mezza non è male) spuntano anche altri riferimenti, visivi e tematici, per esempio a Twin Peaks, il che, essendo la serie di Lynch già opera kinghiana di per sé, significa che c’è un fil rouge che parte da Lovecraft e arriva a Mulholland Drive e noi non ce ne siamo mai accorti. Con il passare dei minuti King viene gradualmente messo da parte, il che fa pensare che, oltre a omaggiarlo, Il seme della follia voglia in qualche modo anche criticarlo, o quantomeno bonariamente prenderlo in giro per il modo in cui il Re ha preso le ossessioni dell’America rurale conservatrice e superstiziosa e le ha trasformate in una macchina da soldi, per quanto spesso meritevole di Nobel per la letteratura. Tanto per non risparmiarsi nulla, poi, Carpenter pre-cita anche Il villaggio dei dannati che uscirà lo stesso anno di Il seme della follia.

Nel film c’è anche un personaggio femminile, che in piena tradizione lovecraftiana e quindi sottilmente misogina o quanto meno misofoba, sempre che misofoba si dica, è poco più che uno strumento del demonio stesso, un plot device che fa da stampella (una delle) all’onnipotenza di Cane.

Sopra: vezza con ascia, olio su tela, John Carpenter 1995 (courtesy of MoFOS, Museum of Fucking Orgasmatic Stuff).

Sopra: “Vezza con ascia”, olio su tela, John Carpenter 1995 (courtesy of MoFOS, Museum of Fucking Orgasmatic Stuff).

Che poi Il seme della follia si concluda con il più aperto dei finali aperti (Trent esiste? Cane esiste? Trent è pazzo? La gente che vede Trent è pazza? Sutter Cane è pazzo?) è un ulteriore «fuck you» del Maestro a chi l’aveva già criticato anni prima per un film linearissimo e con un messaggio talmente cristallino da non lasciare adito a interpretazioni come Essi vivono.

Forse messa per iscritto fa più effetto: il film si conclude con John Trent che fugge dal manicomio dove l’avevano rinchiuso perché pazzo visionario e scopre che tanto pazzo non era, visto che il mondo intero è diventato l’inizio di 28 giorni dopo. Va in città, arriva davanti al cinema, dove stanno proiettando Il seme della follia di John Carpenter, protagonista John Trent. John Trent, personaggio di un film di John Carpenter, si siede a guardare un film di John Carpenter con protagonista John Trent. Poi

Risate, follia, schermo nero. Chi è il pazzo?

«Mm-mm».

«Mm-mm».

PICCOLI TRIVIA A CORREDO

• Lovecraft compare DOVUNQUE. La signora che gestisce l’albergo si chiama Pickman. Tra i romanzi di Cane spicca in particolare The Whisperer in the Dark, ovvero come non fare neanche finta.

• Il colore preferito di Sutter Cane è il blu, come dimostra la foto in apertura e come dimostrano tutti i primi piani sparsi per il film, nei quali gli attori indossano sempre e comunque lenti a contatto blu. Non ho notato questo dettaglio prima di sabato scorso.

• Gli effetti speciali sono a carico di Greg Nicotero, che oggi annoia il mondo con The Walking Dead.

• La cattedrale di Hobb’s End è in realtà una chiesa che si trova a Markham. M Arkham. Va bene.

• Esteticamente, e per forza di cose, Il seme della follia è forse il film più sperimentale e strano di Carpenter, tutto inquadrature bizzarre e filtri colorati. Molte delle idee migliori sono state suggerite direttamente da Sam Neill.

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61 Commenti

  1. Gran film e gran rece.
    (applausi della 400 posse)
    Carpenter è un regista intenso e che sa toccare le corde più irrazionali del pubblico ed è per questo che spesso (a caldo) veniva impallinato. Anche un puro divertissement come “Grosso guaio a Chinatown” non fu ben accolto figurarsi un film complesso e profetico come SdF.
    Come hai detto Carpenter è forse il regista che meglio e x primo ha assimilato alcuni meccanismi dei videogames (insieme al Cronemberg dell’eccellente eXistenZ).
    Personalmente ho molto amato anche le atmosfere oniriche, malate e ineluttabili de “Il signore del Male”, che però risulta un film più canonico e lineare rispetto a questo zigzag lynchiano da te mirabilmente ricordato a noi tutti.
    Tks

  2. PS: mi piangeva il cuore a vedere Sam Neill invecchiato a fare il saggio nella serie Alcatraz

  3. Ciobin Kosugi

    Minchia.
    I videogames. Carpenter ha assimilato i videogames. E, quindi, è fico. A questo siamo. Ok. Io ero anche andato a ricercarmi il film di Mario Bava che non mi ricuordavo, stavo per scriverlo e rilanciare un parallelo Bava/Carpenter ma questa dei videogames mi ha incistito il dito. Non riesco a proseguire di fronte ai videogiochi e ad un regista che si evolve grazie ad essi. Conservo gli ultimi 4 commenti per la prossima volta che avrò un blocco intestinale serio.
    I videogiochi, cazzo.

  4. Tyler Nomak

    Io ci vedevo anche un po’ di “E tu Vivrai nel Terrore – L’Aldilà”, di Fulci.
    Solo un pochino.

  5. Il Presidente

    Ne ho un bellissimo ricordo. Non è nell’olimpo Carpenteriano come La Cosa e Grosso Guaio A Chinatown ma rimane uno dei film più magici e godibili degli anni ’90. Quando ancora si permettevano dei bei WTF e non erano obbligati a spiegoni su tutto. Ammetto che anche a me, all’epoca, diede l’impressione di ‘occasione sprecata’ e ‘va un po’ in vacca nella seconda parte’. Ma è tanta, tantissima roba. L’atmosfera che si respirava nella costruzione dell’intreccio è incredibile.
    Anche io ovviamente #team lovecraft, #teenager alternativo negli anni ’90, #videogiochi #seghe carpenterianie e non

  6. Jax

    sensazionale. visto a 20 anni. esplose il cervello.

  7. pasqualo bianco

    @Ne ho un bellissimo ricordo…
    Ma veramente un bellix ricordo ne ho.
    http://www.aforismario.it/erasmo-da-rotterdam.htm
    (Seed of need)

  8. Marlon Brandon

    Boh io l ho visto al cinema quindi doveva essere il 95…avevo gia’ letto molto HPL visto King piu’ che letto, stesso dicasi di Barker, ma seppure ricordi che sulle prime mi deluse il finale fregandomene altamente delle eventuali scopiazzature lo trovai un film della MADONNA proprio perche’ c’era dentro di tutto. E a distanza di tanti anni non ha perso niente ed e’ rarissimo caso di film che mi riguarderei tutto ciclicamente. A volte farsi troppe seghe mentali su un film e la sua genesi puo’ rovinarne l’ effetto. Io non sono un addetto ai lavori, quando guardo un horror voglio suspense grottesco guignol un paio di salti e tanta fantasia…e qui gli ingredienti ci sono tutti. Piu’ Sam Neil…

  9. Dottor Gonzo

    Apprezzo il vostro sito, davvero il migliore; conosciuto solo per caso qualche mese fa, è subito diventato il mio riferimento leggendo sempre e comunque opinioni compatibili con le mie in tutti i film presi in considerazione…
    Forse anche perchè in fondo siamo coetanei e abbiamo la stessa passione per Tony Scott, le frasi a effetto del vecchio Jack Burton ele atmosfere anni 80 diventate mitiche grazie all’età ideale per creare miti..

    Posto per la prima volta , proprio per un film cult che davvero in pochi conoscono.
    Un film “malsano” come pochi, con l’aria da apocalisse incombente; l’idea di….”se sei il solo sano allora finirai tu in manicomio” , con l’aria che “fuori va sempre peggio”..
    Il dubbio…è vero o no in ogni situazione vissuta dal protagonista..

    Masterpiece , oggi non ne fanno più così…

    PS….Il vecchio sulla bici…..dico solo questo… che sensazione suscita ancora oggi pensarci mentre cammini a lungo fuoriporta di notte in auto?? :D

  10. Sutter Cane

    Penso che questo articolo possa interessare a chiunque voglia saperne di più in merito agli innumerevoli collegamenti a Lovecraft
    http://www.thrillermagazine.it/rubriche/12776

  11. John Cartapest

    Lo feci vedere alla famiglia a natale ’96 quando c’era anche pora nonna. Non ricevetti nulla quell’anno…

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