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In attesa dei Premi Sylvester 2014, un lunedì con Sylvester Stallone

L’unico attore a poter vantare un film al primo posto al box office in cinque decadi consecutive.
Il terzo, dopo Charlie Chaplin e Orson Welles, a ottenere due nomination agli Oscar per lo stesso film.
L’unico, in seguito, a recitare in un film che si chiamava direttamente Oscar.

Rocco Buonvino è un impresario a capo di un’agenzia che si occupa da vent’anni di eventi perlopiù musicali.
Joe Ricotta è il titolare di un prestigioso ristorante italiano a Londra, Nonna’s Kitchen, specializzato in ricette siciliane.
Sono entrambi nomi veri.
Sono loro i promoter di una serata speciale dal titolo abbastanza dritto al punto: “An evening with Sylvester Stallone“.

BOOM

BOOM

L’idea non è venuta da Sly nè dal suo entourage, ma da Buonvino e Ricotta stessi, che sei mesi fa avevano organizzato una cosa identica con Al Pacino.
Il format è il meno fantasioso possibile: un’intervista sul palco di un teatro, con argomento generico “vita e carriera”, e breve session di domande dal pubblico.
Quando chiedi a una star di quella portata di occupare una serata libera con un’ideaccia del genere, one night only, nessuno spunto particolare, nessun appeal che vada aldilà del capriccio da fan benestante, nessuna telecamera a riprendere l’evento, pubblicità minima indispensabile, sai già a cosa vai incontro: i soldi che dovranno cambiare di mano saranno inevitabilmente superiori al valore dell’offerta. Per la star in questione, in termini di dignità e opportunismo, si tratta del gradino immediatamente precedente al “cantare al compleanno dello sceicco arabo”.
Quando vado a informarmi dei prezzi, la location prescelta è la Central Hall Westminster.
Posto carino, non enorme, strutturalmente sembra fatto per fredde conferenze, o per quelle messe gospel all’americana dove fai la fila per farti salvare dal predicatore di turno tramite canti, balli e manate in da la fazza.
La mappa prezzi/posti funziona così: la platea costa £300 e rotti.
Voi dite quello che volete ma, pur parlando del pilastro fondatore della mia personalissima Sacra Trinità dall’Action (formata da lui, Arnie, e dalla colonna non portante traballante Jean-Claude Van Damme – i morti sono esclusi) io £300 non li spendo nemmeno se mi invitasse a casa sua a mangiare il tacchino cucinato da sua moglie facendomi servire dal robot di Rocky IV. È semplicemente immorale.
La seconda fascia, che consiste nei posti più arretrati in platea e nelle prime file della galleria, costa un £150 circa. Ancora non ci siamo.
Guardo allora direttamente quelli che costano meno: £40 per stare o in piedi dietro a tutti, o seduti ma con una colonna che impalla la visuale.
Tiro due bestemmie e vado per la penultima fascia: £80, galleria laterale in linea d’aria vicinissima al palco, ma talmente laterale che probabilmente vedrò Sly di schiena.
Voglio dire: alla stessa cifra una volta vidi The Wall dei Pink Floyd live starring Roger Waters & Friends: muri che crollano, aerei che si schiantano, maiali che volano, due ore di pupazzoni, scenografie mozzafiato, effetti speciali e canzoni storiche (invecchiate peggio di Sly, lo concedo) eseguite dai migliori professionisti del circondario. Sly si siederà su una poltrona e parlerà dei cazzi suoi. Avrà un intervistatore a incalzarlo con delle domande. Non solo scenografie ed effetti speciali staranno a zero, ma non dovrà nemmeno prepararsela.

Almeno hanno preso due bellissimi divani e un abatjour di una certa classe

Almeno hanno preso due bellissimi divani e un abatjour di una certa classe

A proposito dell’intervistatore: è Jonathan Ross. Se non sapete chi è: a livello di fama e target è probabilmente paragonabile a Fabio Fazio, nel senso che da oltre un decennio conduce uno degli show televisivi principali del sabato sera britannico da cui passano tutti gli ospiti più importanti immaginabili, e ha una cultura e un tono di conduzione che lo rendono appetibilissimo anche agli under 60; caratterialmente però, Jonathan Ross prende Fazio e lo usa come zerbino della sua casa di campagna.
A poche settimane dall’evento però, il tutto viene di colpo spostato al London Palladium.
Il Palladium è un teatro, o meglio, IL teatro. Oltre cent’anni di esistenza, ospita musical, concerti ed eventi televisivi, e ci si sono esibiti tutti i migliori (obbligatorio citare uno storico live di Marvin Gaye).
Tiene il doppio di persone rispetto alla Central Hall Westminster, ma soprattutto ha la classica struttura a tre livelli da teatro classico, per cui di colpo i miei posti laterali ma vicini diventano un’inutilissima quinta fila nella balconata più alta, con vista a ciglio di burrone.
Che qualcuno abbia sbagliato dei calcoli diventa plateale quando, a un minuto dallo show, la platea è piena di ricchi e/o pazzi, i posti economici dietro di me sono imballati, e in mezzo ci sono chiazze di vuoto allarmanti.
Ma chissenefrega, the show must go on.
Entra Jonathan Ross, e si notano subito i suoi calzini turchesi modello “sto intervistando qualcuno più famoso di me ma devo fare comunque in modo che la gente mi guardi”.
Poi parte un filmato introduttivo che sintetizza la carriera di Sly in montaggio musicale: commuove la presenza tutt’altro che scontata dei momenti più violenti dell’ultimo Rambo nonché l’abbondanza di scene da Copland.
E infine, annunciato ovviamente dal tema di Rocky, entra lui.
Il Ross lo annuncia come Sylvester Gardenzio Stallone.

Ma facciamo un passo indietro: la settimana scorsa, i400Calci.com si sono trovati a pochi metri da Sly in persona non una ma due volte.
Il primo ad avere l’onore è stato Jackie Lang, mandato in sacrificio alla conferenza stampa di Il grande match a cui il nostro ha presenziato insieme alla co-star Robert De Niro e di conseguenza, per espiare, si è dovuto ciucciare anche il film.
A lui la parola:

Certe cose dovrebbero essere illegali

Certe cose dovrebbero essere illegali

Vi sembrava ridicolo il trailer con Sly e De Niro vestiti da spermatozoi verdi che si menano, la serietà del mettere in scena il fatto che dei 70enni possano fare davvero i pugili e la pretesa che tutto questo abbia un senso il mattino seguente eh?! Pensavate che fosse ridicolo mettere due attori che hanno fatto due film seri sulla boxe, ma seri davvero, a parodiare se stessi vero?! Beh, Il grande match è molto diverso dal trailer che avete visto. Ed è molto peggio.
Perchè se una cosa buona pareva ci fosse era che il film si propone, se non altro, come roba di menare, invece non meriterebbe nemmeno la trattazione calcistica non fosse per la presenza di Sly tanto è un polpettone anzianofilo da casa di riposo. Casa di riposo tipo il Castello di riposo di Springfield in cui Abe Simpson si guarda la copia di Casablanca con il finale alternativo per anziani, in cui tutto è appianato e Hitler viene fatto fuori sul momento (qui per voi una copia in spagnolo)
Ecco, Il grande match è così: un film di boxe completamente stravolto dall’esser fatto per anziani, in cui alla fine ci si vuol un po’ tutti bene e nemmanco l’incontro porco il cazzo riescono a farlo per bene. Manco quello riesce, annegato com’è in quella medesima melassa che viene dall’esigenza di appianare e calmare, conciliare e riappacificare, rivedere la propria storia personale per raddrizzare i torti che poi è il succo dello script. In un tripudio di nipotini, vecchie fiamme, scuse e ritrattazioni si convola verso il finale. Mi dai un cazzotto? No ti dò un nipotino.
Non me lo citate nemmeno il fatto che c’è un training montage che già sono infastidito a sufficienza.

Visto che il film va spinto e tocca convincere le persone a pagare un biglietto, Stallone e De Niro si sono messi in tour e girano i principali mercati del mondo per promuoverlo. E siccome in una conferenza stampa con Sylvester Stallone e Robert De Niro uniti da un film di boxe le domande giuste possono provenire solo dalla Cobretti Mansion, ci siamo presentati. Abbiamo voluto ribaltare la prospettiva promozionale e invece che fornirvi motivazioni per andarlo a vedere, vi forniamo le risposte alle domande che voi stessi vi farete uscendo dalla sala o chiudendo VLC media player.
Senza stare a perdere tempo vi elenchiamo le risposte (quelle giuste) che i due hanno dato agli unici interrogativi che valesse la pena porre, primo fra tutti il più urgente:

Ma perchè?!?!?
Sly: Esiste una grossa parte del pubblico che ha la nostra età e non vuole stare a casa ma vedere delle storie che li rappresentino, ed è un pubblico che può essere soddisfatto. E poi dai! Due grandi rivali che 25 anni dopo il loro ultimo incontro si scontrano un’altra volta! Anche se non sono più al massimo io pagherei per vederlo!

De Niro: Non c’è molto da dire. Lo sappiamo tutti qual è il sottotesto del film, noi l’abbiamo fatto per divertirci.

Ma a questo punto non ti tieni uno spazio per film più drammatici e seri come avevi tentato come Taverna Paradiso e F.I.S.T.?
Sly: La mia carriera è cominciata con i drammatici poi da Rambo in poi ho cominciato a darmi all’azione e quella parte è diventata la più importante. Ora che sono più vecchio chiaramente ho altre sfide e non credo che andrò a rispolverare quel genere. Ad oggi quello che cerco di fare sono film in cui io possa inserire gli alti e bassi che ho realmente vissuto nella mia vita. Del resto penso di essere un attore migliore di quanto non fossi 30 anni fa, anche per le esperienze che ho avuto.

Se non altro adesso stai per iniziare le riprese di Creed, nel ruolo di Rocky. Ci sono margini per un nuovo capitolo della serie?
Sly: Assolutamente no. Con Rocky ho chiuso con il sesto film. Creed è tutto un altro film che non mi riguarda, sono una comparsa. E’ la storia drammatica del figlio di Apollo Creed, per questo interpreto Rocky ma è un ruolo marginale e non c’entra nulla con i film di Rocky.

Niente più Rocky, però poi fa film di boxe come questo…
Sly: Sai la boxe in realtà è una grande metafora, i migliori film di boxe non parlano veramente di boxe. Rocky, l’ho detto spesso, è una storia d’amore e anche Toro scatenato parla di altre cose. La boxe è molto simbolica e se fatta bene è fantastica. Inoltre è sempre facile per il pubblico capire cosa stia succedendo e quale sia la posta in gioco.

E’ vero che hai insegnato ginnastica in una scuola femminile in Svizzera prima di diventare attore?
Sly: Si, e avevano tutte 10!

Non è un mistero che ai calci interessa Sly e non De Niro, ma se c’è una cosa che va detta va detta e quindi gliela si chiede, perchè se c’è una cosa che fa rodere il culo è vedere De Niro recitare come fa adesso nei filmacci che sceglie ora.
De Niro: Quando diventi vecchio capisci che le cose che erano importanti una volta non lo sono più, la tua vita passa così velocemnete che comprendi che è meglio prenderla alla leggera. Quand’ero più giovane rincorrevo dei ruoli, avevo idee e volevo fare delle cose. Oggi non più, aspetto che mi propongano dei ruoli.

Si vede.
Passo la palla di nuovo al capo.

Never forget.

Never forget.

Lo show era esattamente come immaginavo: un’intervista televisiva extra-lunga e senza telecamere.
Jonathan Ross è bravo: i suoi autori gli hanno scritto domande belle, preparate, interessanti, e lui le spaccia in scioltezza come proprie.
Sly è rilassato e amichevole.
L’atmosfera è quella di mercenari che svolgono il compito per cui sono stati strapagati nel modo più professionale possibile, anche se si vede che manca quel lampo di vera passione che distingua questa occasione da un qualunque special TV di quelli che secondo me se mi date una mezzoretta ve ne trovo uno su Youtube uguale da guardarvi nella comodità dei vostri smartphone. Quando spuntano le vere chicche, tipo Ross che cita Taverna Paradiso e Sly che accenna il ritornello di Too Close to Paradise, sembra quasi sempre un caso.
La storia che racconta è la solita: l’infanzia povera e difficile, la semiparesi facciale che gli rendeva la dizione problematica e le aspirazioni da attore particolarmente ardue, lo script di Rocky scritto di getto e poi limato con infinita pazienza e proposto per caso durante l’ennesima audizione da attore fallita, le cifre enormi offertegli per cederlo e la tenacia nell’autoimporsi come protagonista (e di conseguenza il contratto con cui avrebbero potuto licenziarlo da un momento all’altro se dopo i primi giorni di riprese non l’avessero ritenuto all’altezza), la leggenda che inizia.
Ross punta subito al dunque: al di fuori di noi e voi, nessuno ricorda che Stallone è un autore pieno, uno sceneggiatore nominato agli Oscar che si è scritto da solo tutti i ruoli più importanti – in cui va incluso anche Rambo, da lui modificato radicalmente rispetto al libro originale per renderlo l’icona che è oggi (carino l’aneddoto su Kirk Douglas inizialmente ingaggiato come Colonnello Trautman e poi lasciato andare per via delle sue insistenze su un finale più simile al libro, in cui lui uccideva Rambo e se ne andava indossando la sua fascia).
Si parla di F.I.S.T. e di Taverna Paradiso, smentendo alcune delle cose che avevo ipotizzato nella mia relativa recensione: Sly non aveva mai avuto desideri particolari di passare alla regia se non come forma di garanzia di controllo della propria visione, di conseguenza era contento di lasciare il primo Rocky a John G. Avildsen, considerava Taverna Paradiso come una piccola esperienza una tantum e si è ritrovato a dirigere Rocky II soltanto su richiesta della MGM temporaneamente a corto di budget. Anche Staying Alive gli fu affidato su commissione, principalmente per tirare su di morale un John Travolta apparentemente depresso e fuori forma.
Si parla di come il non essere riuscito ad avere una carriera più variegata e/o acclamata dalla critica lo tormenti un giorno sì e due no, di come scrive un copione e di quali sono gli aspetti che ritiene più importanti per rendere una storia avvincente, e ne viene fuori un’idea precisa dei personaggi che trova essere nelle sue corde, ovvero in sintesi gli “eroi riluttanti”.

"Ho visto Mel Gibson sotto la doccia e..."

“Ho visto Mel Gibson sotto la doccia e…”

E infine, dalla sua inguaribile onestà escono le perle migliori:
– l’idea degli Expendables gli è venuta osservando l’ondata di concerti nostalgici e di reunion di band famose decenni prima e gridando di conseguenza “PURE IO”. Fin da subito quindi, la priorità è stata accumulare nomi e scrivere con un occhio di riguardo al fan service. In tal senso Sly non ha annunciato sorprese per il terzo capitolo, tranne il dichiarare che il cut attuale dura quattro ore (ovviamente verrà accorciato a meno della metà) e accennare vagamente al fatto che a questo turno nello scontro finale potrebbe prenderle, anche se non riesco a immaginare da chi.
– in Creed interpreterà di nuovo il personaggio di Rocky Balboa e il suo ruolo marginale sarà l’equivalente dell’indimenticabile Mickey, dal quale trarrà ispirazione
– anche lui ha chiesto a De Niro come mai ultimamente sta infilando una serie di film diciamo “meno interessanti” di quelli che interpretava a inizio carriera: la risposta è stata “che vuoi che faccia, il contadino? io so solo recitare…”
– una volta, Sly si ritrovò a dover scegliere se firmare per All’inseguimento della pietra verde o Nick lo scatenato
– il film su Edgar Allan Poe, al quale Sly ha lavorato per anni, al momento non si farà: lo script ha un appeal commerciale al momento insufficiente per una produzione seria, così com’è insufficiente il budget propostogli per fare una cosetta di basso profilo.
Durata totale dell’intervista: 45 minuti.
Le domande dal pubblico vanno dalla ricerca di un consiglio motivazionale alla spudorata autopromozione: l’interesse sta a zero, la fila per unirsi è improponibile e Jonathan Ross, dirigendo il tutto con il tono di chi preferisce di gran lunga sembrare stronzo una volta di più piuttosto che gentile una volta di troppo, fa effettivamente l’unica cosa possibile. Tutti, e dico TUTTI, si cagano visibilmente sotto.
Lo show era iniziato alle 19.30: alle 21 siamo già fuori dal teatro.
Davanti all’ingresso camerini c’è una folla di almeno un centinaio di cacciatori di foto/autografi over 35.

"I'm Sylvester Stallone, and you're not"

“I’m Sylvester Stallone, and you’re not”

Insomma, che volete che vi dica.
Faccio schifo per queste cose: ci vado sapendo perfettamente cosa rischio, ma poi il mio cervello non riesce a fare a meno di notare il pacco che sto prendendo.
Vedere Sly dal vivo è stato bello, lui è abbastanza ovviamente un’enorme leggenda, molti aneddoti erano simpatici (confermata ad esempio la storia delle lezioni di ginnastica in Svizzera, nonché quel periodo in cui sua madre faceva la wrestler e invitava le “colleghe” a casa) e me lo ricorderò per sempre, ma il rapporto prezzo/durata/qualità era a dir poco hardcore.
Alla fine, non trovo niente di più sintetico della serata dell’espressione che ha lui stesso sul poster ufficiale.

"Ma chi ve l'ha fatto fare..."

“Ma chi ve l’ha fatto fare…”

Ci sono domande?

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59 Commenti

  1. Hunter

    Scusate, ma quand’e’ che Stallone avrebbe vinto un Oscar come sceneggiatore?
    Al massimo si e’ preso la nomination.

  2. Nessuno

    L’autoironia non può essere lo scudo che copre tutte le magagne, specie perchè non c’è almeno a livello autoriale, se invece per essa intendiamo due vecchi che fanno gli scemi per ricevere un assegno allora si, la risposta di De Niro vale anche per Sly quando fa film simili. L’autoironia nasce nella sceneggiatura non nell’ammiccare a precedenti ruoli di due pensionati che cercano di arrotondare altrimenti anche i film di Vanzina sono buoni, per carità in alcuni si ride e ci sono scene riuscite ma i besta che male di Boldi non ne fanno dei film ben realizzati.

  3. BellaZio

    Ma, tanto per capire, ho capito il problema Rocky, però a me preoccupa molto di più il problema La Motta. Non si va a fare ammiccamenti a La Motta, vero?! No, perché ciò sarebbe criminale. Non stiamo parlando di una versione in un universo parallelo di La Motta vecchio, riescono a non farmi pensare a La Motta vero? Potrei stare malissimo se ciò accadesse…
    @Mezza Seagal
    Non male American Hustle, gioca sul campo dello Scorsese stile Quei Bravi Ragazzi benino però poi qualche giorno dopo è arrivato il vero Scorsese e gli ha fatto vedere come si fa, a proposito di vecchi che hanno ancora il colpo del fuoriclasse.

  4. Alessandro

    Ha ragione darkskywriter.

  5. Jean Pieri

    spero proprio che “Rocco Buonvino” e “Joe Ricotta” siano tra le opzioni del prossimo premio Jimmy Bobo

  6. The Informant!

    “vista a ciglio di burrone” :)

  7. Past

    Occasione persa sto grande match! Ma dal team delle commedie di Adam sandler che ti potevi aspettare…

  8. Fra X

    Ah, però sulla regia! Interessante!

  9. Enrico

    Stallone avrebbe potuto avere una carriera alla Clint Estwood, attore mediocre,ma con carisma; che suona come poca qualità,ma tanta quantità.
    Quindi farsi ogni tanto un film d’azione per il conto in banca, ma non perdere il suo lato autoriale e la sua visione di cinema.
    Invece si è giocato l’intera carriera in film tutti uguali e appiattiti.

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