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Abbiamo sfidato la legge dei remake, e la legge dei remake ha vinto: la rece di RoboCop

In cui ci incazziamo in modo proporzionale a quanto abbiamo provato a crederci.
E in quattro.

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Casanova Wong Kar-Wai

Il problema è forse che il giorno prima mi ero visto questo bel momento di televisione in cui Federico Buffa spiegava a noi comuni mortali l’importanza di Michael Jordan. Forse la fotta mi arrivava da quella bella storia, da com’era raccontata, dal modo cui l’epica si sposava perfettamente alla vita di un vero supereroe che ha cambiato per sempre il suo sport e il nostro mondo. Forse la colpa è stata di Buffa. Forse la colpa è stata mia che mi lascio prendere spesso da facili entusiasmi. Fatto sta che alla fine sono andato alla prima di Robocop con molte speranze. Il perché ve l’ho spiegato in un lungo post in cui vi parlavo di come mai José Padilha mi sembrava la scelta più giusta per girare un remake di un film che, ufficialmente, ci ha cambiato la vita. Di come la sua visione della politica, degli Stati Uniti d’America, della polizia, della corruzione e dei criminali, esposta perfettamente nei suoi film brasiliani, fosse la perfetta continuazione di quello che un regista come Verhoeven fece all’epoca arrivato negli Stati Uniti. Invece non è andata così.

Tutti i timori che avevamo cominciato a maturare dall’uscita del primo trailer sono stati sfortunatamente confermati. Il nuovo Robocop non è che una blanda ed inutile imitazione dell’originale. Anzi, non è neanche un’imitazione: è proprio un’altra cosa. Una cosa piuttosto inutile. E quello che più ferisce è come sia proprio Padilha a uscirne con le ossa rotte. Del suo tocco, della sua capacità di saper raccontare di più di quello che semplicemente viene messo in scena, qui non c’è ombra. Anzi, ancora peggio:  c’è una sceneggiatura che butta lì due o tre elementi – ma neanche! – due o tre frasi pronunciate dal personaggio di Samuel L. Jackson (un anchorman che sembra uscito dalla penna del cugino scemo di Frank Miller) che si limita a dire cose “Noi americani democrazia scemi guerra perché resto mondo male poveri schifo!”. Così, senza manco i verbi. E attendi allora che si vada a parare da qualche parte, che si scelga l’action pura, che si cominci a parlare della commistione macchina e uomo, che si parli della società in cui viviamo, della violenza, di qualcosa. E invece non c’è niente. C’è poco di tutto e, quello che fa più male, senza mai un guizzo che sia uno. Il nuovo Robocop è un filmetto piuttosto noioso. E da José non me l’aspettavo proprio.
Fun Fact: nella fila dietro la mia, all’anteprima del film, c’erano i Club Dogo.

"Si direbbero mani grandi e forti, non vi sembra?"

“Si direbbero mani grandi e forti, non vi sembra?”

Stanlio Kubrick

L’ultima scena di RoboCop, un film di un regista ma senza attori rilevanti in cui succedono alcune cose, ha un unico protagonista: Sam Jackson, qui nel ruolo di “incarnazione dello spirito di tutti i sedicenni del mondo che okkupano il liceo e vanno in manifesta per bigiare”. «Ci hanno bocciato la legge che se useno i robbo’ per le strade! ’Sti comunisti! Ma noi non ci faremo piegare, e la nostra democrazia ce la esporteremo all’estero alla fazza del Congresso! ’MURICA!»: questo il senso del suo discorso, esposto in un fintotelegiornale che è anche la gag ricorrente di RoboCop, nello squallido tentativo di imitare la ferocia satirica dell’originale di Polveronen, uno che su fintitelegiornali e fintispot e verapresaperilculo ci ha costruito una carriera. È una scena inutile, posticcia e irritante: sembra di vedere un bambino ricco che gioca a fare il comunista che gioca a fare il bambino ricco allo scopo di prenderlo per il culo. La profondità delle argomentazioni, poi, è un’imbarazzante concessione alla retorica del “noi vs. loro” che fa da vera spina dorsale al film – multinazionali cattive vs. famiglia buona, capitalismo cattivo vs. amore buono, giustizia sommaria cattiva vs. elemento umano buono.

In un film che si contraddistingue per la sua assoluta piattezza, rispecchiata nel design ultrasleek e ultranonimo di Ogni. Singolo. Dettaglio. e nella faciloneria con cui si risolvono i presunti dilemmi morali («Sono uomo? Sono macchina? Boh qui serve che sparo e quindi sparo») del protagonista, le sequenze – sono più di una, sì – con Sam Jackson hanno quantomeno il merito di scuotere dal torpore e far salire la rogna contro chi ha prodotto il film. Più che rasoiate contro un sistema in cui politica, corruzione, violenza e bella faccia pubblica vanno a braccetto, queste scene sembrano bigini di SVEGLIAA!!!1!!1111!, piccoli video di Youtube postati da una qualche scrausa fanpage grillina, pensati e realizzati da un gruppo di grigissimi uomini in grigio che hanno studiato gli account Twitter dei rappresentati d’istituto di un qualche liceo pubblico del Missouri e ne hanno tratto SLOGAN POTENTI E STAFFILATE DURISSIME CONTRO L’ESTABLISHMENT. Dopo Elysium, l’incubo dei Pulp si è definitivamente realizzato.

“SVEGLIAAA!!!1!!111! MOTHERFUCKERZ!».

«SVEGLIAAA!!!1!!111! MOTHERFUCKERZ!».

Jackie Lang

Robocop c’ha i poteri. Sappiatelo.
Praticamente la maniera in cui nel 2014 si è deciso di rendere il fatto che Robocop è più efficiente degli agenti normali è dargli dei poteri. Ricorderete che nell’originale la logica era stringente: è di ferro dunque resiste alle pallottole (ma è pesante), è collegato al database della polizia dunque ha informazioni in tempo reale. Fine. Nella chiusa era anche determinante il fatto che tra lui e l’ED-209 ci fosse un salto evolutivo che consentiva ad uno solo di salire e scendere le scale senza problemi (ah! quanta ingenuità il cinema di una volta…).
Ora invece Robocop è sovrumano come se avesse un costume, come se fosse uno dei molti supereroi in giro. E a me l’idea che sia stata questa la molla per riportarlo al cinema non la leva nessuno. Perchè io le ho viste le scene con lui che, appena attivato, corre e “testa” i poteri, salta superando muri, marcia velocissimo (allora che senso ha mostrarlo “pesante” nelle interazioni quotidiane??) e praticamente non ha limiti.

Non ha limiti… Bella cazzata!
Robocop guarda le persone con le scrittine in sovrimpressione. Se l’era inventato Cameron per Terminator, l’aveva ripreso Verhoeven e qui la cosa viene mescolata con poteri mutanti.
I dati di realtà aumentata che Robocop riesce a sovrapporre a ciò che vede non sono semplicemente informazioni, riconoscimento facciale avanzato o picture in picture, ma anche una specie di lettura del pensiero che gli consente, guardando il figlio triste (povero…) di concludere con tanto di grafica in sovrimpressione la percentuale di “trauma” del soggetto inquadrato.
No ma di che stiamo parlando!?!?
Che alla fine si scontri con tre ED-209 (uno non basta no!) in un tripudio di pallottole sparate per far casino e tenere sveglia la gente che stava dormendo tanto bene, con agilità in CG totalmente scollata dal resto del film e che nella scena in cui lo provano contro uno squadrone di androidi stupidi ci sia una base rocckettara per fomentare tutto come fosse l’Uomo Ragno che testa la ragnatela, passa quasi in secondo piano di fronte all’esaltazione generale per quello che, ve lo ricordo, una volta era fatto per turbare i sonni.

E ora fa anche le scale!

E ora fa anche le scale!

Nanni Cobretti

Che volete che vi dica, almeno c’ha provato.
Voi non ci credete, ma a Hollywood le provano davvero tutte pur di succhiare soldi a chiunque: persino i film intelligenti.
A questo turno hanno preso un classico che sotto la confezione da fumetto supereroistico nascondeva un forte messaggio politico/satirico, e nel progettare il remake che hanno fatto? L’hanno convertito in una commercialata pacchiana alla I, Robot? L’hanno ridotto a uno showcase di vuoti effetti speciali alla Total Recall? L’hanno trasformato in un fumettone per bambinoni come gli Avengers, o in una buffonata alla Iron Man?
No: hanno davvero privilegiato la componente sostanziosa e adulta.
Con tutti i videoclippari che ci sono al mondo, sono andati a pescare un regista brasiliano i cui film erano inequivocabilmente violenti e incazzati, di forte denuncia, e girati in un modo energico ma assolutamente sobrio.
Hanno lasciato perdere l’uscita estiva in mezzo ai blockbusteroni, e hanno lasciato perdere il 3D.
Certo, poi si sono confusi in fase di marketing, hanno buttato fuori il design aggiornato senza spalmarvi prima di vaselina per cui sono riusciti a farvi incazzare e farvi sembrare tutto una gran stronzatona prima ancora che vedeste le buone intenzioni.
E quindi, invece di darvi un film per cui tifare, un film pensato per accontentare la vostra presunta sete di intelligenza, vi hanno dato un ennesimo nemico.
Con l’aggravante, più equivoca che realmente necessaria, del PG13.
Questo, devo ammetterlo, mi ha un po’ intristito. Anche perché a me il design nuovo in realtà non dispiaceva.

Ma l’unico problema che ci interessa davvero è che aldilà delle intenzioni questo nuovo Robocop non funziona per un cazzo.
Dà peso agli stimoli giusti: la bioetica, le differenze tra uomo e macchina in ambiti delicati come la giustizia, frecciate alla politica e alle super-multinazionali. E lo fa con idee che sulla carta erano interessanti: l’armatura come grossa protesi biomeccanica medica, gli accenni cyberpunk, la coscienza e l’emotività di Murphy ancora presente al 100% ma “modificabile” in caso di emergenza. Lo fa con visibile impegno e con lo sforzo di farti identificare nel trauma di un uomo (questo Joel Kinnaman non è niente male) ritrovatosi di colpo ad essere una macchina in balia di esigenze politico-commerciali di dubbia moralità, e lontano dalla famiglia.
Ma Padilha purtroppo non ha la mano solida, e il signor “Joshua Zetumer” in sceneggiatura ce l’ha persino meno, e il risultato è quanto descritto qui sopra dai miei colleghi.
Tu quindi pensi che rimedieranno ai cali di brillantezza con qualche scena d’azione spettacolare, e che se questo Robocop deve correre e saltare che lo faccia e che regali un minimo sindacale di tamarrismo e fuochi d’artificio, e invece ti ritrovi due sparatorie in croce confuse, girate senza un guizzo uno e concluse in un batter d’occhio, chiaramente pensate per non disturbare una storia che in realtà non decolla mai.
Si chiude con un anticlimax spaventoso e con la faccia tosta di mettere i Clash sui titoli di coda.
E si dimostra ancora una volta che il miglior film di supereroi della storia del cinema – l’unico a unire alla perfezione la componente sostanziosa/adulta a quella epica/spettacolare – è del 1987, è diretto da un olandese di nome Paul Verhoeven, e si chiamava Robocop prima di te.

Born to be RoboWild

Born to be RoboWild

DVD-quote:

“Robonoioso”
i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

BONUS: lo sapevate? C’è un altro remake di Robocop in città, ed è probabilmente il miglior fan movie di tutti i tempi. Qui una scena a caso (not safe for work):

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105 Commenti

  1. Overdoze

    Occasione buttata incredibilmente nel cesso, un film sbagliato dall’inizio alla fine, non c’è un nemico, non c’è mordente, non c’è pathos, non c’è un cazzo. Il vecchio Robocop è un capolavoro e funzionava perchè aveva uno svolgimento semplice, lineare e soprattutto perchè non diceva niente, faceva intuire, la psicologia del protagonista era resa perfettamente e non si perdevqa in inutili divagazioni, qui è tutto il contrario e ne esce fuori una soap opera con un tipo dentro una tuta pure brutta, quando è nera. Il design della tuta grigia è molto più bello e funzionava anche, con un po di coraggio poteva essere un ottimo reboot, iperviolento e metropolitano e invece niente. Detroit sembrano le seicelles, tecnologia da apple nerd dell’ultima ora, la faccia di quel pirla di protagonista sempre in mostra e la vergogna, vergogna a palate. LO SBAGLIO dall’inizio alla fine.

  2. Marlon Brandon

    L ho visto quasi ignorando che era il remake di Robocop e tutto sommato non mi e’ dispiaciuto. Mi ha fatto molto piu incazzare il remake di Oldboy che e’ un filmettino leggerino che gia’ non me lo ricordo piu’ e con tutto quel materiale ce ne voleva per fare cosi’ male.

  3. samuel paidinfuller

    dopo averlo visto l’odio che traspare dalle reces e dai commenti mi sembra esagerato.
    ok verehoven è un altro passo ma il film regge.
    se avessero aggiunto una scena dopo i titoli di coda in cui si vedeva che la reunion finale è solo un sogno del troncone murphy decomissionato, smontato e lasciato in animazione sospesa (tipo il finale di source code) questo per me diventava un mezzo filmone.

  4. Arturo Trevize

    La cosa più interessante del film, è al di fuori di esso. Cercare i nomi di Hubert Dreyfus e di Dennett (Daniel in questo caso) e trovare che sono due filosofi della mente, le cui posizioni somigliano a quelle dei personaggi da cui prendono il nome, nella contrapposizione fra mente che puo` essere decontestualizzata e “girare” sopra qualsiasi hardware e mente come luogo di relazione fra l'”agente” e l’ambiente. In particolare, l’idea che la coscienza di Murphy possa credere di essere in controllo anche quando, in modalita` combattimento interviene la IA, e` presa quasi pari pari dal racconto/esperimento mentale “Dove sono?” di Daniel Dennett.

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