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Le basi: John Milius. Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo (1971) & Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan (1973)

A voi LE BASI, la rubrica in cui stabiliamo e blocchiamo le fondamenta del Cinema da Combattimento in modo da essere tutti in pari. In questo primo, imprescindibile round fisso settimanale percorriamo la filmografia di una delle colonne portanti del nostro credo, il glorioso John Milius, attraverso le opere più importanti della sua carriera, sia come regista che come sceneggiatore. Buona lezione.

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Tracciate una linea per terra davanti a voi.

Fatto? Ok. Guardatela bene.

Ora: al di qua della linea c’è la normalità, ci siamo noi, ci sono anche tanti buoni film.
Al di là della linea c’è la leggenda, e di film da quella parte ce ne sono sì svariati, ma non poi così tantissimissimi.

In questo episodio della nostra rassegna faremo un giro decisamente al di là della linea, dove ci sono i film che cambiano le regole, definiscono territori, incarnano epoche, plasmano archetipi e insomma tutta quella roba lì che poi ti ritrovi sui libri.

Doppio film, un’icona molto importante in ballo, tanta ciccia al fuoco e quindi: non sarò breve. Mettetevi comodi e iniziamo.

Sigla.

Come per la parte precedente, inizierò a parlarvi del film con un’aneddoto rivelatore su Milius, avvenuto anche stavolta a monte del film.

Nel 1971, John Milius era impegnato con una sceneggiatura commissionatagli dalla 20th Century Fox per il nuovo film di John Huston, uno dei suoi eroi,  un film che sarebbe diventato poi L’uomo dai sette capestri. Era quindi comprensibilmente in preda al fervore creativo, all’ansia da prestazione, e soprattutto aveva solo venticinque anni.

Lo chiama d’un tratto anche la Warner Bros e gli dice: “Seeenti, John. Ci hanno detto che sei uno che fa le fiamme a scrivere eh, bravo ragazzo! Senti qua: noi siamo riusciti ad agganciare Frank Sinatra per fargli leggere un soggetto, l’unico problema è che non abbiamo nessuna sceneggiatura buona abbastanza da presentargli. Ce la fai in tre settimane a buttarci giù una cosetta bella effervescente come sai fare tu? Ti diamo duemila-dollari-cash”.

Milius rimane un attimo interdetto ma mantiene la calma. Del resto sta lavorando ad un film per Huston con tutti gli stress annessi e connessi: una cosa del genere era una marchetta veloce e, paragonata a quello su cui stava lavorando, piuttosto facile. Quindi molto direttamente risponde:

“Guardate amici della Warner, non credo che ne possa venire fuori granché con questa tempistica, ma a farsi si può fare. Invece dei soldi però vorrei essere pagato con una pistola che mi piace molto, proprio moltissimo. So già dove potete trovarla, me la fate recapitare, io me la fisso per una giornata buona, dopodiché mi metto al lavoro. Affare fatto?”

L’affare si fece.

Milius ricevette come pagamento anticipato per la sceneggiatura la lussuosa pistola con cui come promesso si gingillò per un’intera giornata e poi si mise a scrivere come da accordi. Il soggetto che ne risultò, ovviamente, era quello che sarebbe divenuto Dirty Harry.

Vedete, c’è un modo bonario di dire negli USA per indicare un figlio di buona donna, una canaglia che ti fotte sempre: dicono “Son of a gun”. Rende bene l’idea secondo me, la uso spesso con i miei amici di lì. Quindi Harry Callahan (“Callaghan” con la “g” nell’edizione italiana), uno dei badass per eccellenza, è realmente “figlio di una pistola”, un son of a gun in ogni senso. Forte eh?

Milius, ricapitolando, a questo punto ha: un film con John Huston in cantiere, il futuro Dirty Harry sul tavolo, una pistola di lusso e sempre venticinque-cazzo-di-anni.

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Romanticisimo agreste per il giovane Milius

Frank Sinatra alla fine rifiutò lo script, il quale però piacque comunque alla Warner Bros che lo girò in successione anche a John Wayne e a Robert Mitchum, ma questi lo rifiutarono tanto quanto Old Blue Eyes. Mitchum addirittura arrivò a dire “Questo soggetto è un cumulo di immondizia, un film che sputa sul mondo. Non lo girerei neanche se fossi alle strette con i soldi”. Nessun duro di Hollywood sembrava quindi volerne sapere. Era una generazione più vecchia, un personaggio come quello non riuscivano a sentirlo nelle loro corde ed effettivamente il film agiva in un contesto immerso parecchio nel presente, al limite dell’instant movie e senza alcuna bonomia hollywoodiana.

Era una generazione, quella dei vecchi divi, legata ad eroi che per quanto pieni di luci e ombre tendevano comunque dichiaratamente dalla parte della ragione. Harry Callahan non era un cattivo, sia chiaro, ma non era nemmeno un buono, non in senso hollywoodiano almeno. Era uno dalla parte giusta ma coi modi sbagliati, sbagliati però efficaci. Un “male necessario” e senza remori. Basta pensare allo slogan del film nel suo trailer originale: “Questo è un film su due killer. Quello con il distintivo è Harry Callahan.” e possiamo farci un’idea dell’approccio. Un John Wayne non avrebbe mai accettato di essere presentato come un killer parimenti all’antagonista del film.

Callahan è uno che applica delle regole da far west ma nella metropoli contemporanea, uno fuori dal tempo, uno che non sa fare squadra, uno che esagera se crede sia per una buona causa, uno che sta sul cazzo a tutti ma che a fine giornata porta a casa il risultato. Come Milius del resto: vituperato dalla pinko-liberal Hollywood, come la definì lui, ma poi chiamato in maniera più o meno ufficiale a sistemare i film altrui, a girare i suoi o a sceneggiarne altri.

Sia Milius che il suo personaggio sono stati più che una rivoluzione: una piccola crepa nello stato delle cose del cinema dell’epoca, e una crepa che sarà destinata ad allargarsi e ad esplodere nel corso degli anni settanta.

Contestualizziamo al volo il periodo storico in cui si forma questa crepa, perché tanto del cult di Callahan fu dovuto agli umori che intercettò.

Gli USA all’alba del decennio vivono tensioni sociali mai sperimentate prima e finita la parte positivista delle rivoluzioni sociali della fine degli anni ’60 il decennio dei ’70 si apre all’insegna della totale disillusione, della violenza, delle tensioni razziali, della crisi di valori di un paese impelagato in una guerra sfuggita di mano e che non sembra finire mai, della gigantesca diffusione della droga e della criminalità ad essa collegata. Un decennio che, per quanto ancora attivissimo culturalmente e artisticamente, per l’uomo della strada – l’“Average Joe” – si apre all’insegna di un disagio e di una violenza per i quali nessuno sembra poter fare nulla.

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I serenissimi anni settanta.

Tutti anelano un ritorno ad un mondo più semplice, spesso più immaginario che altro: si sogna il ritorno ad una presunta innocenza dell’America che fu, in cui una certa dose di determinazione e se necessario di violenza era necessaria a far filare una vita sì dura ma tutto sommato degna.

Ecco due punti da cui partirà la crepa di Dirty Harry: la voglia di qualcuno che anche a brutto muso agisca e risolva qualcosa, e il bisogno di tornare ad un mondo che funzioni per schemi più semplici perché questa attualità in cui tutto va a rotoli mentre si sta a discutere su massimi sistemi l’Average Joe non la capisce e se ne sente alienato.

Milius, riguardo il suo desiderio di arruolarsi in Vietnam, qualche anno prima aveva detto: “c’era una guerra lì fuori, e sentivo le assemblee studentesche che ne dibattevano finire con l’incastrarsi a litigare su quanto avrebbe dovuto essere grande il tavolo dell’assemblea. Pensai ‘vaffanculo io vado lì e faccio quello che devo fare’“. Incanalerà questa frustrazione che sfocia in decisionismo in Dirty Harry.

Non si tratta necessariamente della più nobile (o efficace) delle molle dietro la voglia di giustizia degli uomini, ma è una molla arcaica, di pancia, che ciclicamente ci troviamo ad affrontare.

Negli extra del Blu Ray di Dirty Harry ci sono interventi da parte di gente dell’industria cinematografica ad ogni livello produttivo sul film e sul personaggio, e in particolare il nostro amico Shane Black – che ha già dichiarato negli anni come Dirty Harry sia stato la traccia su cui ha scritto tutti i suoi film – si sofferma proprio su questa cosa sancendo che il senso stesso di Callahan è quello di prendere decisioni, di non fermarsi davanti a nulla anche rischiando di sbagliare, e di farlo proprio in un momento storico in cui tutti erano in preda ad una grande confusione e ad una certa impotenza e quindi paralisi. Punto centrato.

Era nato un nuovo archetipo: quello del poliziotto che si sporca le mani pur di risolvere un problema di natura più grave dello sporcarsele, in parte mutuato dal western ma portato oltre e calato nell’oggi senza romanticismi passatisti. Se pensiamo a tutto il poliziesco statunitense in arrivo solo nei tre lustri seguenti (da Il braccio violento della legge ad Arma letale), e poi a questo aggiungiamo tutto l’enorme filone della blacksploitation poliziesca e praticamente tutto il nostro poliziesco italiano, vedremo che in cima a questa montagna vertiginosa c’è lui: Harry Callahan. E c’è John Milius quindi, in buona sostanza.

Torniamo al film.

Dirty Harry, come il titolo italiano ci dice, ci presenta il detective della polizia di San Francisco Harry Callahan alle prese con Scorpio, un assassino tra i più brutali, meschini e lerci fino ad allora apparsi al cinema. Per dare un contraltare che in parte giustifchi la cura Callahan c’è bisogno di un male all’altezza, e Scorpio incarna come una sorta  di figura biblica una sintesi di tutti i mali, in attesa di una esemplare e catartica punizione divina. È il poster boy dell’odio e della paura dell’uomo comune nei confronti della criminalità violenta ma anche verso i serial killer mitomani del tempo come Zodiac, che oltre la paura generano ulteriore senso di impotenza e frustrazione. È interessante vedere come in un paio di anni lo scenario del poliziesco d’azione passi dal più riflessivo Bullit del 1969 con lo stilosissimo Steve McQueen al dimesso e brutale Dirty Harry mantenendo però sullo sfondo la San Francisco dei cambiamenti, in fermento nel primo caso e ormai nel caos nel secondo.

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Quel matto di Scorpio ha voglia di fare le burle

Scorpio uccide, stupra, rapisce, ricatta, tutto in preda ad un fervore anfetaminico delirante e sadico. È impossibile parteggiare per Scoprio, privo di qualsiasi caratterizzazione che possa farci empatizzare con il cattivo in un film. Se il centro dell’opera è il fatto che il personaggio di Eastwood si trovi in una zona morale con molti toni di grigio, il male a cui si oppone è indiscutibilmente nero e senza appello: Scorpio non ha alcun romanticismo criminale, nessuna virtù, nemmeno il coraggio che pure un criminale può avere.

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Quel matto di scorpio ha un po’ meno voglia di fare le burle

Callahan lo bracca, rallentato da burocrazia e pressioni interni ed esterni, impassibile, inesorabile, ineluttabile fino al confronto finale e alla annunciata catarsi di sangue.  È lo sbirro per eccellenza, la faccia di ghiaccio per antonomasia, il duro dei duri. Harry “la carogna” Callahan è uno che riesce ad essere badass vestendosi come tuo zio, quello che lavorava in amministrazione alla Olivetti nel 1970, spoglio di ogni guizzo estetizzante quindi ma con un carisma talmente forte da aver reso iconici persino un golfino rosso con la giacchetta di tweed marroncina e la cravatta di filo.

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Come trasformare questo vestiario in un’icona dell’essere dei duri? Ci mettete dentro Clint Eastwood e gli fate recitare un monologo di Milius. È l’unico modo.

Anzi, un vezzo ce l’ha, un vezzo che come abbiamo visto è alla base del film, il vezzo del suo autore: la sua pistola. Callahan appare come un normale impiegato d’ufficio dei primi anni settanta in tutto tranne per il fatto che gira con un un cannone nella fondina, perché quando sei Callahan ti sparano addosso un sacco, e in quei casi vuoi essere sicuro che anche un colpo piazzato di striscio risolva il problema. Una sei colpi a tamburo, non un’automatica, come uno sceriffo di cento anni prima, un combattente legato per sempre alla sua arma scelta come un cavaliere.

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Ciao.

Un’ossessione, quella di Callahan per la sua pistola, che gli vale battutine dai colleghi e ramanzine dei suoi superiori (come anche a Milius) ma anche uno dei monologhi più citati della storia del cinema, quello sui colpi sparati e sull’effetto dirompente di un proiettile di 44 Magnum, quello che termina con il celebre You’ve got to ask yourself one question: “Do I feel lucky?” Well, do ya, punk?. Quel monologo che all’inizio del film ci compera e ci fa accettare il male necessario per tutto il film e per tutti i film che lo seguiranno.
Anzi no riguardiamolo tutti con mano sul cuore.

Inutile dire che ad un successo clamoroso al botteghino, che consacrerà definitivamente Eastwood come una delle star più importanti della nuova Hollywood ed istituì Callahan come nuova icona cinematografica, corrispose un fuoco battente della critica che nei casi più gentili bollò il film come “pericolosamente fascista”.

Anche Callahan ride. Di te. E solo dopo averti braccato e minacciato con un cannone in faccia.

La critica di quel tempo aveva la caratteristica abbastanza monolitica di stroncare qualsiasi opera parlasse dell’istinto più che della ragione, soprattutto di quegli istinti più scomodi ma comunque presentissimi, scollandosi puntualmente dal cinema popolare e dal pubblico che di istinto invece si nutre. Oggi le cose sono diverse, e Dirty Harry è stato inserito nel 2012 nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti come film rilevante culturalmente, sia per lo spiegone sul contesto che vi ho fatto io, sia per l’enorme influenza sul cinema a seguire, sia per la sua indubbia qualità.

Qualità, signori, perché al netto di tutte ‘ste pippe Dirty Harry è scritto bene, dialogato meglio, interpretato a dovere e girato impeccabilmente: è un missile su per il culo di film. Tutto questo grazie ai già noti Milius ed Eastwood ma anche al regista Don Siegel, uno dei più solidi della sua generazione, che formava un sodalizio di ferro con Eastwood da prima e lo continuò per anni a seguire. Prendi il cecchinaggio sui tetti, prendi il finale col bus o la scena nello stadio, in cui Callahan bracca, atterra e tortura Scorpio, con la carrellata all’indietro fatta dal’elicottero mentre Scorpio urla e le sue urla si fondono col jazz dissonante di Lalo Schifrin e tutto sprofonda a ritroso nella notte nebbiosa come in un incubo… Beh, se non vi calate le brache con quella sequenza, signori miei, al cinema non ci dovreste essere mai neanche entrati.

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Che scena, che scena!

Ovviamente questo successo al botteghino chiamava Hollywood a realizzare un seguito su cui capitalizzare, un seguito che doveva però affrontare il post-Dirty Harry, ovvero: da una parte c’era l’istituzione ormai di un’icona con l’annesso rischio di storpiarla e deludere il pubblico ad ogni intervento, e dall’altra il grande putiferio creato dal film riguardo alla moralità del personaggio e alla rappresentazione delle forze dell’ordine. Addirittura il dibattito dopo il primo film fu così grande che esiste ad oggi un nome, sancito da pubblicazioni ufficiali, per la situazione in cui un agente di polizia si trovi a valutare un’azione fuori dalle regole per conseguire un bene superiore, ovvero  “The Dirty Harry Problem”.

Nel 1973 Eastwood riprende quindi il personaggio e Milius viene richiamato a scrivere, stavolta assieme a Micheal Cimino, che l’anno seguente dirigerà Eastwood nel bellissimo Thunderbolt and Lightfoot, qui in Italia uscito come Una calibro 20 per lo specialista.
Stavolta alla regia c’è il regista prettamente televisivo Ted Post così come televisive sono molte delle guest-star del film: su tutti David Soul, il Ken Hutchinson di Starsky & Hutch.

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Vi ricordate di me?

Il film che ne esce è Magnum Force, da noi Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan: qui Harry Callahan viene messo di fronte alle sue responsabilità e all’ambiguità del suo modus operandi. Dovrà difatti affrontare una squadra di vigilantes che sta facendo sommariamente fuori tutti i criminali palesemente colpevoli ma che, sfruttando i difetti del sistema, sono riusciti a sfuggire ad una giusta sentenza. Il male stavolta è grigio quanto la cura: risiede nelle estreme conseguenze a cui può essere portato il modo di fare di Callahan, risiede nel corpo di polizia di cui fa parte egli stesso ed è incarnato da giovani agenti che lo hanno come mito e che ne travisano le intenzioni.

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Travisiamo, intimidiamo, uccidiamo.

Magnum Force scorre senza problemi: non siamo ai livelli del primo ma è cruciale l’ampliamento che operano Milius e Cimino dello spettro emotivo e morale di Callahan, che da qui in poi di film in film vedremo sempre più umano, sempre più empatico, addirittura lo vedremo trovarsi una fidanzata, la sua vicina di casa asiatica e un po’ hippie. Principalmente però lo vedremo sempre più spesso a confronto con le contraddizioni e le conseguenze dei suoi metodi.

Messo di fronte ad una sorta di paternità delle azioni del plotone di vigilantes da parte di uno di questi, Callahan sentenzia che detesta quanto loro il Sistema vigente, che permette ad alcuni criminali di farla franca legalmente, ma è l’unica cosa che hanno a seprarali dal caos e fin quando qualcuno non ne escogita una migliore dovrà farlo rispettare per quanto a modo suo. C’è una presa di distanza importante nell’atteggiamento di Callahan verso i vigilantes, ed è quella dettata tra la differenza della reazione sul momento per un bene superiore (il succitato e spinoso “Dirty Harry Problem”)  e la premeditazione molto a priori di un’azione, pur sempre criminale, pur di ottenerlo. Una presa di distanza era almeno per me ovvia fin dal primo film, ma ai tempi necessitò di essere esplicitata.

Da manicheo scontro tra bene e male, l’epopea di Dirty Harry diventa quindi da questo film (l’ultimo curato da Milius e quindi ultimo in questo episodio della rubrica) l’epica della lotta per il bilanciamento tra bene e male e le contraddizioni che vive chi si trova a doverlo gestire.

Il film andò benone, i fan del primo rimasero soddisfatti e molti fra i più critici, di fronte a questo ampliamento del Callahan-pensiero, ammorbidirono le loro posizioni. La serie durerà in parabola lievemente ma costantemente discendente per quasi vent’anni e cinque film, attraversando ed in parte raccontando un decennio problematico come gli anni settanta nelle grandi città americane, e diventandone uno dei suoi simboli.

Se sono qui a scrivere sui 400calci è in parte per aver visto Dirty Harry da ragazzino: l’ho visto talmente tante volte che ormai lo metto su mentre faccio le mie cose come se fosse un disco, ha le certezze di quegli LP che amo da sempre e che non smettono di piacermi. Sono quindi dichiaratamente di parte, ma fidatevi se vi assicuro che, se mi concentro e riesco ad essere obiettivo a riguardo per alcuni secondi, vi direi comunque che reputo questi due film bellissimi e fondamentali.

Dopodiché, dopo quasi tremila parole, mi congederò lasciandovi liberi di correre a rivederli trascinati da una smania spasmodica. Che mi sembra l’unica conseguenza plausibile.

Alla prossima.

DVD-Quote suggerita:

“I primi due film di Callahan sono lo stampo con cui viene forgiato ogni poliziesco cazzuto.”
Darth Von Trier, i400Calci.com

Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuoIMDb|Trailer

Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan: IMDb|Trailer

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33 Commenti

  1. @Darth, adesso leggo con calma, intanto ti dico bentornato su questi lidi!

  2. azz, gia’ eri tornato settimana scorsa, me l’ero perso!

  3. John Matri

    Trivia: una delle prime versioni della sceneggiatura fu scritta da un terrence malick versione ancora dalla parte dei buoni.

    Comunque, gran bell’articolo e begli approfondimenti.
    E grande peronaggio e mano sul cuore per il discorso(anche se avrebbero potuto rendere il rapinatore più minaccioso) , però devo dire che il primo non l’ho mai adorato, ci sono poliziotteschi che gli preferisco.

  4. Jax

    @Darth: Dirty Harry = io + mio padre + rete4/raitre + prima serata = nostalgia, cazzutaggine e malinconia. Ergo, grazie.

  5. Ace Sventura

    Non so, a me piacciono di più i titoli italiani di quelli americani in questa serie di film.

    Ottima recensione, scrivete benissimo.

  6. Past

    Film che fanno scuola tutt’ oggi…gli altri 3 film della serie invece scadono pian piano nella parodia… Comunque ottima analisi darth!

  7. Colin Farth

    Grande darth!
    Ho sempre avuto un debole per la storia/cultura statunitense di fine anni ’60/inizio ’70 proprio per l’atmosfera apocalittica di disillusione e caos alle porte (“La guerra é solo ad uno sparo di distanza” dicevano i Rolling Stones in uno dei loro migliori dischi, non a caso uscito nel 1969) che la caratterizzava. Harry/Clint idolo da questo punto di vista.

    Mi viene pure un po’ di magone perché a pensare ai film di Callaghan (e a Gran Torino), mi viene in mente mio nonno, versione valtellinese di Clint Eastwood che mi manca più di quanto voglia ammettere… E non a caso i miei primi film con John Wayne e Clint Eastwood li ho visti con lui, a volumi improbabili in quanto un po’ sordo. Nostalgia!

  8. Oscar Wilder

    La butto lì: chi di voi eroici critici fancalcisti si sentirebbe di tracciare una linea che parta da John Milius e arrivi a Kate Bigelow, sulla base dei fattori “adrenalina a bottiglie, surf e Nietzsche”?

  9. Ceramiche Kobayashi

    Grandiosa rubrica e bellissimo articolo, ne avevo davvero bisogno: come ho fatto a sottovalutare la figura di milius fino ad ora? Mi vergogno profondamente.

    P.S.
    sono rimasto con la curiosità di conoscere il modello di pistola che si fece regalare Milius per Dirty Harry (quella nella foto sembra una ppk)…

  10. BellaZio

    Scorpio è un capolavoro totale, veramente un capostipite assoluto. Devo dire però Un 44 magnum l’ho sempre trovato inferiore a Coraggio Fatti Ammazzare e so che questo potrebbe portare a ripercussioni gravi da parte vostra. In generale, io comunque salvo tutti i Callaghan ampiamente, anche i minori, anche l’ultimo.

  11. Articolo epico su due film epici.

    Il Caso Skorpio lo vidi per la prima volta coi nonni in prima serata su raiuno senza censure, quindi credo 30 e passi anni fa. Visto che la Signorina Buonasera aveva avvertito che era un film con scene “scabrose” (credo imparai lì il termine) negoziai con la nonna di poter restare a vedere il film, ma con lei che mi avrebbe messo la mano davanti ad ogni scena sconveniente. Ovviamente passai mezzo film a sbirciare tra le dita della nonna.

    E’ un capolavoro, girato da Siegel con un’eleganza e un senso della messa in scena fuori dal comune.

    Proprio l’atro giorno ho visto dieci minuti di un episodio dell’A-Team dove il cattivo era interpretato da Andy Robinson/Skorpio e mi sono accorto come a tanti anni di distanza ancora la sua faccia mi trasmette una sensazione spiacevole e malefica.

    Una 44 Magnum è molto meno elegante e complesso, ma per certi versi è “il” poliziesco anni 70 per eccellenza.

    Deui vari Calla[g]han, per me molto buono anche il quarto episodio diretto da Eastwood, il capitolo più “noir” e salvo anche il terzo anche se era una ripetizione slavata delle tematiche dei primi due. L’unico davvero trascurabile è il quinto.

  12. Enea

    Scorpio è un capolavoro imprescindibile con sequenze iconiche che sono state riutilizzate da altri registi decine di volte… tipo la corsa da una cabina telefonica ad un’altra…

  13. Tra i miliardi di influenze di Scorpio mi piace sempre segnalare il Cobra di Stallone: oltre ad essere lo stesso identico personaggio ma vestito da rockstar, e oltre ad avere gli stessi cattivi 100% cattivi ma organizzati in setta invece che uno solo, ha pure Andy “Scorpio” Robinson nella parte del collega stronzo.

  14. Dévid Sfinter

    Decisionismo è azzeccatissimo. Rivedendo pochi giorni fa The dark knight dove la tematica di giustizia e zone grigie, dello “sporcarsi le mani” per fermare un male così radicato, viene riutilizzata dall’acclamatissimo Nolan in tutt’altro film (ma neanche troppo) a 40 anni di distanza e senza risultare ridondante ci fa capire l’immensità di Milius. Pensare poi che abbia fatto tutto questo a 25 anni in quel clima politico/sociale mi fa sentire un ometto davvero microscopico.

  15. Steven Senegal

    boh, io l’unica cosa che mi sento di dire è che BISOGNA rivederlo oggi o al massimo domani

  16. Steven Senegal

    *rivederli

  17. Il Reverendo

    grandissimo darth, grandissima doppia recensione. capolavoroni entrambi, anche se il primo dirtyharry l’ho sempre trovato più completo, soprattutto nel finale. è il primo film che mi salta in mente quando sento qualche spocchioso del cazzo parlare di ”cinema reazionario” ed è un capolavoro assoluto. alla faccia di chi pensa che il significato sia più importante del significante.

    e quella scena allo stadio è davvero una delle scene più belle del cinema di sempre.

    ”do ya feel lucky, punk?”

  18. Il Reverendo

    poi la storia di mitchum che ha rifiutato la parte non la sapevo. devo dire che anche lui sarebbe stato un buon callaghan, aveva la faccia giusta. ma eastwood E’ callaghan, e la storia non si fa con i se. un po’ come tom selleck per indiana jones. poteva andare bene, però no.

  19. @ Ceramiche Kobayashi.
    Nell’intervista di John Milius in cui racconta l’ aneddoto dell’anticipo tramite pistola non lo specifica che modello fosse questa, dice che però era una pistola rara e costosa. Forse una pistola d’antiquariato, azzarderei io, vista la sua ossessione per la “militaria”.

    @ tutti gli altri
    Grazie mille.

  20. Jo

    Cazzutissima recensione/omaggio per un cazzutissimo film.
    Applausi fitti

  21. John Matrix

    Madonna la scena dello stadio cosa non è…
    Go ahead, make my day!

  22. Marlon Brandon

    Grande recensione, arrivo un po’ tardi lo so, ma fa venire una voglia maledetta di rivederlo subito! E credo che Skorpio sia uno dei personaggi che piu’ ha colpito la mia infanzia, avro’ avuto 4 anni, eravamo ospiti in casa di amici mentre finivano di costruirci la casa, quindi riuscii a sbirciare un po’ di film perche’ i miei erano bacchettoni ma i loro amici no coi figli degli altri…per anni mi e’ rimasto il flash Skorpio-CallaGhan….

  23. 1,5 MB/s

  24. Lars Von Teese

    Colonna portante dell’hardboiled moderno

    Pezzone, bravo Darth

  25. Jean Pieri

    @Darth: you made my day! (storpiando leggermente la mitica citazione)

  26. Un po’ come tutti anch’io ho visto e rivisto mille volte tutti i film della serie su rete4, sarà per questo che Callahan mi richiama soprattutto l’immagine simpa più marcata degli ultimi (anche se l’aria imperturbabile e sottilmente ironica di Clint Eastwood lo accompagna in qualsiasi sua apparizione).

    Inoltre, come giustamente notato, la figura del poliziotto tutto d’un pezzo, che gioca a modo suo, infrange il protocollo e viene richiamato dai superiori è diventato un archetipo declinato in modi sempre più sorridenti, da Riggs e Cobra all’Arnie di Last Action Hero a mille altri.

    Che per me va benissimo, altrimenti a prendersi troppo sul serio diventerebbe una figura greve e insopportabile come il Bronson del Giustiziere della Notte (che infatti detesto).

  27. david

    il primo è un capolavoro… pure le musiche sono favolose. i film di don siegel han tutti quell’aria molto “grigia” sembrano quasi dei film horror a tratti

  28. Botte & Costello

    Articolo stupendo… poi vabè Dirty Harry cult assoluto!

    Approfitterò di questa bellissima rubrica su Milius per recuperare alcuni suoi film che non ho ancora visto…
    John Milius rappresenta una delle caratteristiche che più amo del cinema americano: l’epicità. E’ riuscito addirittura a farmi commuovere (virilmente, si intende) per un film sul surf. E io odio il surf.
    John Milius rappresenta il cinema da Uomini.

  29. Kruaxi

    Non dimentichiamoci che ‘Skorpio’ è stato un enorme Garak, cardassiano ambiguo, nell’eccellente Deep Space Nine

  30. Dr. Stranamorte

    Adoro questa rubrica!
    Il film del 71 già lo conoscevo e sapevo dell’influenza sui polizieschi italiani, ma non sapevo fosse l’archetipo del poliziesco moderno statunitense. Finalmente ho capito anche il motivo per cui spesso il cattivo è il male incarnato. Fantastico.

  31. AssassinoSentimental

    Bellissimissima recensione, per citare lo stesso Darth. @ Oscar Wilder: la tua domanda è legittima e la risposta non può che essere sì. La linea cosiddetta “reazionaria” e di destra, che nel tempo inglobò anche Boorman, ad esempio, e tutti i registi veramente affidabili di Hollywood, capaci di salvarti un film in condizioni disperate, come il grandissimo Don Siegel -e naturalmente, per questo, definiti “mestieranti”, in realtà nasce dagli sceneggiatori distrutti dal maccartismo -gente perlopiù di sinistra, paradosso solo apparente-. Hai citato Bigelow e io rincaro la dose con le registe dei tardi hardboiled anni ’50. Un nome su tutti:Ida Lupino.
    Scusate la lunghezza.

  32. Fra X

    Ho rivisto il primo qualche giorno fa. Bello, anche se non lo ricordavo così inquietante e crudo in certi punti! i due antagonisti sono ben caratterizzati così come anche i personaggi di contorno. Invecchiato per niente o quasi e ti fa conoscere come scritto il contesto in cui si svolge. Gli altri devo dire che non li ho mai visti. Curiosamente hanno avuto tutti registi diversi! Un pò come stà succedendo con la saga cinematografica di “Mission: impossibile”.

  33. Fra X

    Non so come giudicarlo. Fino al finale è un film che nella prima parte divaga alquanto per poi concentrarsi sulla vicenda nella seconda ed essere più coinvolgente. Tra l’ altro secondo me visto il successo del primo hanno inserito delle idee commerciali come qualche nudità qua e la e il fatto che Callaghan abbia una relazione sentimentale. Interessante il tema di passare da poliziotti a giustizieri quando la legge non riesce ad andare fino in fondo. Ecco, appunto di questo nel finale

    SPOILER Callahan combatte questo, ma poi usa gli stessi metodi dei suoi nemici per uccidere il capo! FINE SPOILER

    Boh!
    Dalla sceneggiatura di Milius e Michael Cimino mi aspettavo di più sinceramente.

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