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Spoiler: Mark Wahlberg è Lone Survivor (recensione)

Che io mi dicevo: figurarsi se svelano il finale del film nel titolo, e invece (SPOILER) è proprio così. Come (SPOILER) La città verrà distrutta all’alba (che però era solo la stronzissima traduzione italiana).
A parte questo: Lone Survivor è un bellissimo film, amici. Ora ve lo racconto.

Ne resterà soltanto uno

Ne resterà soltanto uno

Noi ogni tanto perdiamo di vista questa cosa, ci lasciamo confondere da quello che sentiamo al telegiornale, da notizie che vengono da fonti dubbie, da strilloni bastian contrari sul Facebook, ma gli Stati Uniti d’America sono e rimangono il più grande paese di tutti i tempi, ed è giusto che ogni tanto si concedano il lusso di una modesta quanto sacrosanta autocelebrazione.
Si inizia con uno spot dei marines. Avete presente no?
Montaggio di vere immagini dalla vita di caserma, l’addestramento duro (ma non troppo. dovete credere di riuscirci anche voi), i tanti amici che si incontrano con cui condividere gioie, emozioni, sofferenze (ma non troppo. dovete credere di riuscire a sopportarle anche voi), abbracci seminudi, le splendide gite fuori porta, i paesaggi esotici, e poi via ad ammazzar persone! Il tutto accompagnato dall’emozionante epica degli Explosions in the Sky. Solo che poi dimenticano di mettere i contatti, uno straccio di indirizzo web o numero di telefono, che io due pensieri a riarruolarmi li stavo facendo ma non sapevo neanche cosa googlare. Di colpo, invece, compare il faccione di Mark Wahlberg: Lone Survivor.
Pazienza, non era comunque bello come questo spot inglese che abbiamo sponsorizzato noi (oppure no, non ricordo, dovrei chiedere ai miei avvocati):

Lone Survivor, ci spiegano, è tratto da una storia vera.
Molto bene. Vediamo cos’è successo in questa storia vera.
Taylor Kitsch si sveglia veramente nel cuore della notte e scopre che, mentre lui è in guerra in Afghanistan, dall’altra parte del mondo, comoda comoda dal suo divano nel paese più tranquillo e sicuro al mondo, quella stronza viziata della sua morosa ha la gran faccia da culo di chiedergli in regalo un cavallo di razza. Il Kitsch, che ovviamente oltre ad essere in guerra in terra straniera è pure povero di soldi, purtroppo è anche uno zerbino dal cuore d’oro schiavo della figa, per cui invece che mandarla gloriosamente a fare in culo decide di svegliare Mark Wahlberg esperto di cavalli e chiedergli un preventivo. Questo gesto, fatto con sincera agitazione, ce lo rende simpatico e ci fa tifare per lui. Pensateci: magari il titolo del film è sbagliato e sopravvive anche lui e riesce a regalare il cavallo alla morosa, eh? Perché no? Voi non avete mai sbagliato niente? Non si sa mai. A me piacerebbe, e anzi, mi dispiacerebbe davvero il contrario. Nonostante la sua morosa sia una troia egoista.
Conosciamo comunque altri due personaggi: uno è Emile Hirsch, e non avete idea della sensazione orgasmica che si prova a vedere l’Alexander Superstronz di Into the Wild pentito, redento e umilmente riconvertito alla causa degli Stati Uniti d’America; l’altro è Ben Foster, che ovviamente fa il matto.

Poi c’è questa scena che non mi spiego.
In pratica c’è questo soldato grosso e ingenuone, che per comodità da qui in poi chiameremo “Patata”, che desidera fortissimo andare in missione a uccidere persone assieme ai suoi amici più esperti, ma non glielo lasciano fare. Però Patata ci tiene davvero un casino, per cui scatta il nonnismo e il rito di iniziazione.
Ed ecco: se c’è un argomento di cui mi considero insuperabile intenditore, ancor più che del cinema da combattimento e del sesso, è il nonnismo. Non mi si frega. Chiedete al nostro caro Bongiorno Miike: cinque anni che lo torturo quasi quotidianamente, e riesco ancora a fargli male tanto nel fisico quanto nella psiche.
Insomma: una regola base del nonnismo è che devi umiliare il tuo bersaglio, ma non può essere a scapito del tuo stesso benessere. Se soffri anche tu lo stai facendo sbagliato, soprattutto se non eri per nulla costretto. E con le infinite opzioni a disposizione per un rito di iniziazione militare in Afghanistan, i commilitoni di Patata decidono veramente di – rullo di tamburi – fargli, uhm, ballare i Jamiroquai. E poi hanno pure il coraggio di lamentarsi che è uno spettacolo disgustoso. Ma chi ve l’ha fatto fare, razza di imbecilli? Non me la date a bere. A voi in realtà piaceva. Volevate vedere quel bel fisico muscoloso di Patata ballare come una troietta e scuotere quelle belle chiappe sode come un Chippendale, ma la vostra perversa fantasia ha prodotto una realtà troppo forte, un’overdose di stimoli che non eravate pronti a reggere senza rimettere in discussioni i pilastri morali della vostra vita, e avete sbroccato. Patetici dilettanti.
Volete la prova provata che si tratta di una storia vera? Easy. Fosse stato un film normale, a questo punto Patata avrebbe finalmente ottenuto il permesso di passare all’azione insieme ai suoi compagnetti e sarebbe ovviamente morto dopo un’eroica ingenuità tra le braccia di uno di loro che avrebbe urlato piangendo “ERA IL SUO PRIMO GIORNO!!!”. E invece no! Patata va sì in missione, ma gli fanno fare la segretaria (rimasuglio della fantasia di cui sopra?) e non mette mezzo piede fuori dal suo comodo ufficio. Vista la coraggiosa rinuncia a questo classico snodo narrativo così spesso fonte di grandi e solide emozioni, non può che trattarsi di un rigoroso fatto di cronaca.

Scherzi del subconscio

Scherzi del subconscio

Il succo della trama inizia ora, e consiste nei nostri quattro protagonisti in avanscoperta nella giungla per spiare i movimenti di un pericoloso capo talebano che a un certo punto si fanno nasare come dei pirla da un gruppo di pastori. Con ammirevole prontezza i nostri li prendono in ostaggio, ma qui scatta il dilemma: fare le brave persone e lasciarli andare in quanto innocui pastori innocenti, con la conseguenza che questi però rincasano e li sputtanano, o ammazzarli, con la gravisssssima conseguenza della coscienza sporca e – in seconda battuta – il rischio che comunque la loro assenza venga notata e la missione vada a puttane comunque? I nostri sono veramente divisi in due che votano per ammazzarli (Emile il giovane e Ben il matto) e due che votano per lasciarli andare e dichiarare la missione fallita (Mark il buono e Taylor il capo pattuglia che per un po’ rimane indeciso a gratis tanto per aumentare la tensione). L’ideale sarebbe chiedere l’aiuto da casa, ma riuscite a immaginarvi la vera sfiga? Le radio non prendono.
Vincono i buoni che fanno prevalere il tipo di morale condiviso da ogni famiglia sana: i pastori vengono lasciati andare.
Tranne che neanche il tempo di dire “piange il telefono” e questi ritornano con circa 200 amici incazzati.

Da qui in poi, lasciatevelo dire: Lone Survivor diventa seriamente un action coi controcoglioni.
Peter Berg in cabina di regia mette bene in chiaro la situazione: i quattro eroi, da veri americani di una storia vera, non battono ciglio e procedono ad eseguire il proprio mestiere al meglio della concentrazione, del coraggio e della preparazione, e fino alla fine, quasi senza pause, scappano, sparano, si nascondono, contrattaccano, ma soprattutto decimano gli avversari e in cambio vengono continuamente crivellati in punti rigorosamente non vitali senza perdere un solo grammo di intensità. La sfiga gliene combina di tutte, ma loro non si perdono mai d’animo e anzi, i pochi errori che fanno sono dovuti a sprazzi di eccessiva foga agonistica, mentre i loro avversari li mancano anche a due metri di distanza. E magari i talebani fossero gli unici ostacoli! L’intera battaglia si tiene sulla pendenza di una collina boscosa, e occasionalmente i nostri si ritrovano a ruzzolare per ripide discese sbattendo violentemente contro le rocce in sequenze incredibili che dimostrano il mestiere solidissimo di Berg ed esaltano il lavoro di un team di stuntmen con le palle quadrate. Come eroi di un videogame, i quattro protagonisti procedono imperterriti senza cedimenti fino a che non raggiungono l’ultimissima tacca di energia, e a quel punto si giocano l’ultimo atto eroico e gloriosamente salutano a turno fino a lasciare Wahlberg da solo, come da titolo (niente cavallo di razza per la morosa stronza del Kitsch, quindi).
È uno spettacolo d’altri tempi che, per ritmo e intensità, francamente intrattiene e conquista indipendentemente da come la pensiate sull’argomento.
L’ultima parte del film, oltre che a dettagliare le vere imprese di questo vero, grande, esemplare eroe americano interpretato da Mark Wahlberg, serve a mostrare come i talebani comuni sotto sotto non siano pazzi e desiderino anche loro adorare e difendere la bandiera a stelle e strisce. Ci pensate? Se solo lo capissero tutti, non ci sarebbero più guerre…
Nel finale sarebbe doveroso mostrare una foto della vera persona a cui il film si ispira, ma no! Troppo poco. Ecco invece ben 4 minuti di foto di repertorio di ognuno dei veri protagonisti, con sotto una sconcertante cover pseudo-new age di Heroes cantata da Peter Gabriel.
Ma ormai il più era stato fatto.
Viva i marines.
It’s a state of mind.

DVD-quote suggerita:

“Bello come un’aquila calva”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

P.S.: quanti di voi non hanno letto il titolo della recensione perché iniziava con la parola “spoiler”? Non siate timidi, ammettetelo.

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52 Commenti

  1. annaMagnanima

    volevo solo aggiungere che anche il flim “codice genesi” ha lo spoiler nel titolo (italiano) e che black hawke down è proprio bello come film di missioni speciali che vanno an finire un pò a puttane.

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