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Le basi: John Milius. Un Mercoledì da leoni (1978)

A voi LE BASI, la rubrica in cui stabiliamo e blocchiamo le fondamenta del Cinema da Combattimento in modo da essere tutti in pari. In questo primo, imprescindibile round fisso settimanale percorriamo la filmografia di una delle colonne portanti del nostro credo, il glorioso John Milius, attraverso le opere più importanti della sua carriera, sia come regista sia come sceneggiatore. Buona lezione.

BROMANCE EDITION

Intro di Nanni Cobretti

Lo sapevate?
John Milius, Steven Spielberg e George Lucas erano a scuola insieme.
Non alle elementari a tirarsi via la sedia sotto al culo a vicenda (ancora oggi il mio scherzo preferito), ma all’Università del Cinema.
Che non è il DAMS: è proprio l’Università del Cinema. Quella che ti insegna a farlo, non quella che ti insegna ad andare da Blockbuster a vantarti che il film che volevi vedere tu non ce l’hanno.
Insomma, andavano a scuola insieme e John era il più bravo di tutti, tant’è che fu il primo della classe a trovare lavoro. Per la precisione, fu il primo della scuola a trovare lavoro.
Andiamo dritti al punto, ovvero al 1977: Spielberg e Lucas leggono il nuovo copione di John, intitolato Big Wednesday, e sono convinti secchi di trovarsi davanti a un capolavoro, o come minimo a un clamoroso, annunciato successone. Sono talmente convinti che vanno da John e gli propongono un patto: loro gli regalano una percentuale dei profitti del loro ultimo film, e in cambio vogliono una percentuale di Big Wednesday. Così, in amicizia. John ci sta, e si porta a casa pezzi di Incontri ravvicinati del terzo tipo e Guerre stellari.
Storia vera.
Sigla:

L’intervento di Darth Von Trier

Un Mercoledì da leoni è di sicuro una “eccezione meritevole” da queste parti, forse la più grossa eccezione ad oggi qui sopra ma allo stesso tempo anche la più meritevole: non è un film “d’azione”,  è un film “di azioni”. Un film di azioni importanti, di gesti sentiti, di sguardi d’intesa, di “non detti” che dicono tutto, mentre stai facendo altro. È un film che ha lo stesso afflato di un film sull’amicizia in guerra, anche se non si spara un colpo e si fa surf. Già solo all’incipit del film: “la grande mareggiata da sud, estate 1962…” con quel crescendo di archi e le foto in bianco e nero che scorrono si è subito col cuore in mano e sull’attenti, un minuto dopo stai tifando per uno che surfa ubriaco, con una tavola estorta ad un bambino, da un amico bullo… Cacchio: lo voglio già rivedere.

ateamprod

l’afflato di un film sull’amicizia in guerra

John Milius è stato (ed è) un patito di surf, ha surfato costantemente per tutta la sua gioventù, compromettendo la sua carriera scolastica spesso e volentieri per andare in spiaggia. Quando ormai era però troppo vecchio e ormai dedito al cinema per potere diventare un professionista della tavola, decise di entrare nella storia del suo sport preferito quantomeno come suo sommo cantore, riuscendoci. Se ci fate caso il buon John ad ora ha fatto l’impossibile prima ancora dei trent’anni, impresa più impresa meno a ‘sto punto si fa pure questa. È il cimento artistico miliusiano supremo: voler rendere una sua passione profonda al meglio possibile unendo questo allo spirito di un bulletto al bar che deve segnare l’highscore accanto al flipper più in alto di tutti. Durante le riprese del film, quando le onde erano perfette per girare, ad un certo punto faceva ordinare dagli assistenti a tutti gli attori di uscire dall’acqua perché “il regista vuole le onde un po’ per sé”. 

Un Mercoledì da leoni ha anche un primato personale per me: è ad oggi l’unico film che mi porta a citare puntualmente il Mereghetti ed un passo della sua recensione della pellicola, ovvero: “…Impossibile per il pubblico maschile non commuoversi.”, ha ragione: sin dalla prima volta che lo vidi mi sono commosso. È un evento piuttosto raro che mi commuova eh, un evento per il quale da queste parti vengono anche sacrificati dei cuccioli di labrador ciechi per celebrarne l’eccezionalità, tanto è speciale. Ma che vi devo dire oh: puntualmente mi sale il groppo in gola quando vedo questo film.

Negli anni ho via-via capito che non sono solo io a prenderla così, no: praticamente tutti. C’è chi fa il paio con Stand By Me magari, qualcuno di nascosto pure con E.T. L’extraterrestre, ma tutti stringono i denti e trattengono l’umido agli occhi con Un Mercoledì da leoni.

A me infatti non viene in mente molto altro al cinema che racconti quell’impalpabile caratteristica fondante dell’amicizia virile, quella sfumatura che non riesci mai a spiegare alle donne, per le quali siamo degli insensibili cavernicoli. Quell’amicizia, quella maschile, appunto fatta “di azioni”, di gesti dell’ uno verso l’altro o proprio letteralmente di condivisione di attività e di momenti, quel dimostrarsi di volersi bene senza mai dirlo. Perché le parole per noi pragmatici XY hanno un valore relativo e basiamo tutto sul fare. Ecco quando finalmente lo vidi sullo schermo -ero molto piccolo- fu liberatorio: capii che era così l’amicizia anche per altri e che non esistono Magnifici sette e Mucchio Selvaggio senza questa base, a suo modo epica, dell’amicizia.

Sulla Treccani online alla voce "bromance" c'è questa immagine

Sulla Treccani online alla voce “bromance” c’è questa immagine

Le amicizie lunghe e vere sono fatte di storie, di storie raccontate tra di noi che diventano una micro-epica personale e  sono fatte di difficoltà, di viaggi, di sbronze, a volte di pugni, di balle, di scemenze, ogni amicizia tra ragazzi alla fine accumulando anno dopo anno storie su storie, se è un’amicizia vera e fortunata abbastanza da essere duratura , diventa un piccolo romanzo di avventura a sé. E se Big Wednesday è un film sul surf, anzi è il film sul surf per eccellenza , lo è in superfice: nel suo profondo ci parla del grande romanzo di un’amicizia virile e della quasi rituale reiterazione di essa attraverso luoghi e gesti in una storia che è quella di ognuno. Siamo tutti con i ragazzi del film anche se non abbiamo mai surfato, basta aver fatto un inter-rail, aver campeggiato, aver perso di vista qualcuno per poi ritrovarcisi, aver aspettato notizie da un ospedale o atteso con ore di anticipo all’aeroporto un ritorno dopo una lunga assenza, basta avere avuto degli amici veri insomma e si capisce esattamente cosa stanno provando quei ragazzi sullo schermo. Milius racconta un mondo mostrando pochissimo, tramite gesti luoghi e tempi mai didascalici o scontati, rendendo il molto spessore e carattere dei personaggi con poco di tangibile.

E poi sì: ci sta la lotta dell’uomo contro la natura, ci sta la colonna sonora che ti butta per terra, ci stanno le scene acquatiche più potenti di sempre… Ci sta insomma tutto il grande Cinema e il bigger than life che Milius  sempre ci regala ma del quale si è parlato in dettaglio già per altri film in questa rassegna, qui mi premeva parlare del lavoro sui sentimenti che fa il regista. Un Mercoledì da leoni nonostante la sua atipicità qui sopra e apparentemente nella cinematografia di Milius è per me uno dei film più rappresentativi della sua narrativa e – come dicevo prima – tra i più meritori di essere qui.

Un piccolo consiglio, oltre a quello di vederlo o rivederlo: godetevelo in lingua originale, il doppiaggio italiano – di cui non sono un avversario a priori- qui è particolarmente infelice.

L’intervento di Jackie Lang

Per quanto riguarda il sottoscritto questo film su tre amici e la loro epoca, quella del surf e della guerra in Vietnam, sta tutto in una sola scena in cui c’è ogni che si debba capire. Ancora di più, sta tutto in una sola transizione di montaggio.
Tutto quello che Un mercoledì da leoni è per me, e tutto quello che indico come il genio di Milius è contenuto e si snoda attraverso un solo salto temporale tra due inquadrature in un momento ben preciso del film, quando Jack (cioè Ralphsupermaxieroe) torna dal Vietnam. Ed è forse una delle 5 transizioni di montaggio più significative di sempre ma come tutte le cose al cinema non si capisce senza quello che viene prima e quello che viene dopo.
Questi 4 minuti sono un manuale di come dire tutto senza dire nulla, di come mostrare una cosa e in realtà raccontarne un’altra e di come si fa narrazione per immagini e montaggio.

Believe it or not I’m talking of him...

Believe it or not I’m talking of him…

Si parte con la spiaggia, neanche a dirlo, perchè non c’è niente di serio che possa avvenire lontano dalla spiaggia in questo film (si chiama coerenza interna): scarponi militari su sabbia, Jack era andato in guerra, è tornato e non si è nemmeno cambiato, è venuto subito in spiaggia ancora in uniforme. Diretto!
Con il più banale degli espedienti di trucco ora ha i baffi perchè è cambiato, un cambiamento interiore spiegato con un cambiamento esteriore (una cosa di una goffagine quasi commovente). Abbiamo capito che nessuno sa che è tornato perchè viene salutato con sorpresa ma dura pochissimo perchè subito entra in acqua e qui c’è la maestria del ritmo nei tagli.
Jack è in acqua, diamo un ultimo sguardo a donne e bambini a riva (che non hanno accesso al mondo delle persone serie) e quando torniamo su Jack la musica è subito più forte e la luce arriva di traverso come fosse il tramonto con un dettaglio sull’acqua.

Chiunque con questo score che monta non avrebbe perso l’occasione di mostrare un volto eccitato, magari illuminato dal sole, Milius invece inquadra le mani nell’acqua, cioè l’elemento chiave assieme al gesto, e subito dopo il punto che Jack sta puntando, il motivo per cui è venuto in spiaggia ovvero Matt di spalle (un suo classico, le persone prese di spalle proprio quando tu vorresti vederle in volto). Non ci sono primi piani, quando Jack e Matt scambiano le prime parole sono presi da lontano, non vediamo nemmeno le loro espressioni ma tra tutti quello è il punto più giusto da cui osservare quella scena perchè si possono vedere loro due in un oceano grandissimo con le onde di sfondo. Solo da lì, da lontano si capisce istintivamente che uno era solo e adesso è arrivato l’altro.
Ovviamente si abbracciano con qualche dialogo che rifiuta la poesia quando la musica è al culmine e poi con calma arrivano i primi piani e un po’ di conversazione. E’ evidente che Jack, tornato dal Vietnam si è riunito al suo mondo.

Trova l’intruso. Indizio: uno non è un attore hollywoodiano

Trova l’intruso. Indizio: uno non è un attore hollywoodiano

Qui c’è un’altra cosa che mi piace di Un mercoledì da leoni, che è un film di surf (non “sul” surf) e quando si parla in realtà non si dice niente di importante, tutto quel che vale la pena raccontare lo si racconta tramite il surf. Dopo le parole vediamo Jack e Matt surfare insieme e superarsi a vicenda (come all’inizio vedevamo i tre amici su una stessa tavola mostrare meglio di qualsiasi altra cosa il loro legame e alla fine li vedremo saltare a vicenda dalla tavola l’uno per l’altro). Si sono appena abbracciati ma sembra che solo adesso che si superano sul surf lo stiano facendo sul serio, vediamo due persone in acqua ma (come fa il cinema nei suoi momenti migliori) quello che in realtà viene raccontato è un’altra cosa: due amici che pensavano che forse non si sarebbero più visti che si incontrano di nuovo, come una volta.
Dopo questo momento c’è un dialogo che porta avanti la trama spiegando cosa sia successo a Bear negli anni trascorsi e poi ancora del surf. Fateci caso, solo adesso sembra che Jack sia tornato e diventa ovvio perchè con ancora l’uniforme indosso sia andato sulla spiaggia e non a casa. Non lo capiamo con le parole ma con il surfare, non è un surf di sfogo, non uno di competizione, non di frustrazione nè di cazzeggio è surf di felicità.

Ma non è finita, a questo punto c’è il colpo da Milius, da grandissimo narratore di storie e uomini, una di quelle soluzioni a cui non arriva nessuno per precisione, semplicità, inventiva e minimalismo estremo: Jack e Matt al tramonto sono inquadrati da lontanissimo, soli in mezzo al mare con il cielo a fare da sfondo e l’uno dice all’altro con fare serio “Hai visto Sally?” – “No sono venuto subito qui”, dissolvenza incrociata su Jack vestito e con un regalo (dunque è passato del tempo, molto tempo) che va a casa di Sally, la sua ragazza, l’amore che ha lasciato a casa quando è partito per il Vietnam.
L’elemento che in tutta questa scena lo spettatore non poteva notare da solo, che un reduce dal Vietnam appena messo in piede nella sua città vada prima dagli amici e poi dalla ragazza, è prima spiegato a parole ma in realtà poi mostrato realmente con una transizione che dice tutto. Dopo una scena sentimentale che rende significativa per davvero la scelta di andare prima in spiaggia, che fa capire come fosse la cosa giusta da fare perchè abbiamo visto che solo lì è “casa”, è la transizione in dissolvenza che arriva subito dopo a mettere in connessione tutto e a chiarire che esiste un ordine: prima gli amici poi la fidanzata e non con uno stacco netto ma con una dissolvenza lenta e un cambio d’abito, perchè passa del tempo tra le due cose che sono separate e distinte.

Il traguardo più rivoluzionario in un film sentimentale: mettere da parte le donne, dando loro un ruolo secondario nel mondo che tradizionalmente gli appartiene, per l’appunto quello dei sentimenti, è raccontato con la più semplice delle transizioni che mette prima gli amici e poi la ragazza, separati da una dissolvenza.
Le parole pronunciate e i fatti mostrati: “Hai visto Sally?” – “No, sono venuto subito qui”.

John Milius: un sentimentale

John Milius: un sentimentale

Conclusione di Nanni Cobretti

La cosa che puzza dell’aneddoto iniziale su Spielberg e Lucas è che quello di Big Wednesday non è esattamente lo script più raffinato del loro amico John.
Mi spiego: Un mercoledì da leoni è una celebrazione.
È Milius che slaccia i pantaloni e scrive un film epico fatto di idealismo puro, programmatico, senza vergogna. È il tipo film che, anche quando ti racconta cose brutte, in realtà vuole solo evidenziarne i risvolti positivi. È una festa, e non fa nulla per nasconderlo.
Spielberg e Lucas sono opportunisti, e Spielberg lo dichiarò apertamente: a lui Big Wednesday sembrava un incrocio fra American Graffiti e Lo squalo. Il primo è abbastanza plateale, per tutta la questione nostalgico-sentimentale; il secondo è una tirata di capelli da competizione, ma non è del tutto campata in aria se si pensa che – lo sapevate? – Milius aiutò l’amico Steven aggiustandogli una scena, e chi ha pensato “secondo me ha scritto il monologo di Quint” ha vinto una caramella. Perché Milius era fatto così: prendeva capolavori e ci aggiungeva la scena migliore.
Ma dicevamo: Big Wednesday è una festa.
È chiaro fin dalle primissime battute, in cui i tre protagonisti Jack, Matt e Leroy (senza troppi giri di parole il serio, il maledetto e il pazzo) ci vengono introdotti come i “kings” della scena.
È chiaro dalla scena già citata in cui Leroy strappa una tavola da surf a un ragazzino perché Matt è sbronzo duro e si ribecca solo se va in acqua: mentre il nostro passa da relitto barcollante a dominatore delle onde “con la stessa naturalezza con cui si cammina sul marciapiede”, i ragazzini sulla spiaggia esclamano “WOW, quello è davvero Matt Johnson!” giusto prima che Matt di colpo collassi ruttando.
È chiaro dalla scena della festa, che non fa nulla per contenersi ma quasi sfida le esagerazioni di Animal House (uscito due mesi dopo) con giusto l’occhio più affettuoso che demenziale. Spicca ovviamente la rissa con gli imbucati, accolta da tutti con l’entusiasmo con cui normalmente si accoglie l’arrivo dello spumante o del fornitore di canne: Leroy fa pre-tattica e si fa spalmare d’olio per non farsi afferrare, Matt ovviamente le prende e basta, il migliore è Reb Brown, il grosso iper-palestrato della cumpa, che si presenta spavaldo a petto nudo e inizia a schiantare sistematicamente malcapitati fuori dalla finestra, incluso uno che tentava improbabili mosse di kung fu. L’anno seguente, il Reb sarà protagonista di un tv movie sfigatissimo su Capitan America.
Le donne sono puro contorno, sceme quando va male e inutili quando va bene. Non può ovviamente esistere una scena più simbolica di quella già passata al setaccio da Jackie, ma a me piace citare anche quella di Matt che, ubriaco (come sempre), si mette a fare il torero in tangenziale facendo ribaltare una roulotte e provocando un ingorgo. Jack lo tira fuori dai pasticci e poi la risolve alla maschia: ad acque calme, gli tira un gran cazzotto sul mento e lo caccia dalla spiaggia senza ulteriori spiegazioni. Tutti capiscono al volo che non è un vero conflitto, ma solo il codice per dire “ripigliati e torna quando sei pronto”. Tutti capiscono al volo che Matt si ripiglierà senza fare storie.
Certo, per molti aspetti si può parlare di ingenuità, ma è ingenuità ricercata, giocosa, un’ingenuità che fa parte del respiro epico della storia.
Milius voleva celebrare l’amicizia e non a caso per la colonna sonora si era tirato dietro per la prima volta un altro compagno di scuola, di nome Basil Poledouris.
Ogni mezzo dubbio viene comunque spazzato via quando compare un cartello con scritto “The Great Swell – 1974”.
I nostri tre amici, dopo 12 anni di avventure tra alti e bassi, si trovano di fronte alle più grandi onde della loro vita, e mentre la guardia costiera fa allontanare tutti loro ovviamente hanno l’irremovibile intenzione di buttarcisi in mezzo.
Seguono 20 minuti 20 del miglior surf mai girato.
Intendiamoci di nuovo: non è surf sportivo o spettacolare. È surf epico, romantico, surf che racconta emozioni meglio delle parole, surf che tira le conclusioni alla storia dei tre protagonisti mettendo di nuovo in atto la loro dinamica, surf che regala i riflettori principali a Matt il talento maledetto e il suo ginocchio gigio, mentre gli amici lo osservano a distanza tattica per intervenire in caso di bisogno. Surf dopo il quale non a caso possono partire subito i titoli di coda. Surf che a volte hai la tentazione di riguardare anche da solo, slegato dal contesto. Surf dopo il quale, se hai ancora l’età per farlo, esci, raggiungi la spiaggia più vicina e ti informi sui corsi per imparare e/o ti butti in acqua a occhi chiusi.

vlcsnap-2014-04-02-02h58m29s173 Il film uscì nel maggio 1978 e fu un fiasco senza appello.
Spielberg e Lucas la presero nel culo, e Milius si incazzò come un bisonte. Nessuno dei tre fu capace di spiegarsela, e del resto il fatto che il film guadagnò lentamente lo status di cult diede loro una certa ragione. Rimane il fatto che l’unico a guadagnare qualche centesimo dallo scambio di percentuali fu ovviamente Milius, il quale non ha mai divulgato la cifra precisa ma una volta ammise “mi ci sono pagato il divorzio”.
Gary Busey, interprete di Leroy il matto, omaggiò in seguito il suo personaggio interpretando Angelo Pappas in Point Break, e diventando matto per davvero.
No regrets, only good times.
Sigla finale:

DVD-quote condivisa:

“Il film che più di ogni altro è capace di far sudare gli occhi ai veri uomini”
i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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51 Commenti

  1. Big Wednesday appare come il ritratto, ora malinconico, ora epico, di un altro ’68, altrettanto libertario, festaiolo e rivoluzionario di quello vissuto nei campus universitari eppure non dimentico di una certa dimensione virile, spirituale, stilistica, esistenziale, meno impegnato ma più profondo. Le parole sprezzanti di Matt verso il sudicio cameriere hippy in pieno 1968 sono a questo riguardo eloquenti. In tutto ciò, il surf diventa la disciplina semi-esoterica grazie alla quale fare «ciò che deve essere fatto», in attesa del «grande giorno». Una sfida da affrontare con serietà estrema, quasi con raccoglimento mistico. Perché non è “solo uno sport”. È un modo di affrontare la vita. Le analisi dell’età contemporanea come era “liquida”, del resto, hanno una lunga tradizione che va da Schmitt a Bauman. Anzi, come insegna Nietzsche, dopo la morte di Dio noi siamo a bordo di una navicella sbattuta tra le maree. Ma non c’è più terra ferma alcuna. Non c’è rifugio, non c’è riparo, le onde sono il nostro destino. Inforcare la tavola da surf è allora l’unico modo per far fronte alla sfida senza lamenti nostalgici e rinunciatari. Ai tempi del nichilismo inoltrato, insomma, surfare necesse est.

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