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No Alpitour? Ayayay! In the Blood – La recensione

C’è un solo posto al mondo, si sa, che è sicuro e accogliente per gli uomini liberi e coraggiosi. Gli Stati Uniti della Cazzo di America. Al di fuori dei confini degli Stati Uniti della Cazzo di America, nessuno è al sicuro. Mai. Da nessuna parte. Questo semplice assioma lo possiamo definire “Principio di Hostel”. Il Principio di Hostel recita più o meno così: “Se tu, turista merigano, ti vuoi fare un giretto per il mondo alla scoperta dei luoghi più pazzi e strambissimi, preparati a contrarre il morbo della morte”.

Una simpatica infografica per spiegare meglio il concetto.

Una simpatica infografica per spiegare meglio il concetto.

In the Blood ci casca pienamente nel Principio di Hostel, e non ci casca affatto. Il resto della recensione lo passerò a tentare di spiegare questo concetto usando meno spoiler possibili, ma a un certo punto non ce la farò più. Quel punto sarà indicato con tantissime frecce multicolori per non destare confusione. O forse solo con un asterisco. Procediamo.

Gina Carano è un’ex alcolista con alle spalle un passato traumatico che ha messo la testa a posto e si è sposata con un riccone che ama per quello che è, non certo per le sue finanze-OK vi ho già perso vero? Sento l’eco tra le pareti di casa. Per rimediare, vi piazzo lì questa nozione: il papà di Gina era Stephen Lang, che a mo’ del papà di Tommy la stella dei Giants l’ha addestrata affinché diventasse la più dura figlia di puttana da questa parte dell’Atlantico. Papà è in seguito morto male e lei ha passato qualche anno attaccata alla bottiglia, finché non ha incontrato il sosia di Enrico Silvestrin e si è felicemente maritata. Ovviamente i due, partiti per i Caraibi in luna di miele, finiscono nel posto sbagliato al momento sbagliato. In disco incontrano Danny Trejo, che al grido di “pendejo de chinga tu madre” (o qualcosa del genere) tenta di palpeggiarsi la Gina. Al che Silvestrin non ci sta e scatta una rissa che Gina risolve prendendo tutti e i loro cugini a calci in da fazza. Segue fuga dalla disco, grave e sospetto incidente il giorno dopo, sparizione di Enrico e ricerca del suddetto da parte della Gina, che tutti cercano di far credere sia la vera colpevole della sparizione perché KOMPLOTTO!!11!

Il selfie dellammore.

Il selfie dellammore.

A questo punto potrei anche dirvi che il resto ve lo potete immaginare, e invece non è proprio così. Il lato positivo di In the Blood è che non va quasi mai nella direzione che vi aspettereste. Intendiamoci, non è che si tratti di un film originalissimo o rivoluzionario: è intrattenimento home video da domenica pomeriggio su Italia 1. Ma almeno è apprezzabile il tentativo del regista e degli sceneggiatori di non cadere nei cliché peggiori, quelli telefonatissimi. Quelli che ci fanno sbadigliare e cambiare canale. Tanto per cominciare, tutta la parte iniziale, dal “fattaccio” che scatena gli eventi al momento in cui si palesano le conseguenze, è un discreto crescendo di tensione. John Stockwell (regista che all’attivo ha anche Turistas e il temibilissimo Trappola in fondo al mare) gioca con le aspettative del pubblico: sappiamo benissimo che qualcosa di brutto accadrà al sosia di Enrico Silvestrin, ma non sappiamo come e quando. Stockwell continua a presentarci situazioni rischiose e le risolve senza che accada nulla per prenderci allegramente per i fondelli. Anche il finale è inaspettato e sui generis: naturalmente c’è la risoluzione del mistero legato al marito scomparso (demenziale, ma pure qui c’è uno sforzo di originalità) e la battaglia finale tra Gina e l’esercito del boss principale, ma il modo in cui si svolge (alla luce del sole e in mezzo a una favela, con la gente che aiuta Gina e i suoi) e quello in cui si conclude sono sufficientemente “weird” da strappare almeno un sorriso di approvazione*.

Il selfie dellammorte.

Il selfie dellammorte.

Peccato che in mezzo ci sia un film indeciso sul tono, che perde quaranta minuti per il set-up – con tanto di drammoni inutili da telenovela brasiliana – ripete un po’ di situazioni e spreca super-caratteristi come Lang, Trejo e il faccione di Luis Guzman. Il vero problema, però, è che non si avverte mai l’urgenza della protagonista, non c’è il senso di angoscia che si dovrebbe respirare in questo tipo di storie, con i personaggi sperduti in una terra senza legge e corrotta fino al midollo. Tutto si risolve sempre a tarallucci e vino. I cattivi muoiono, i buoni un po’ meno.

Quindi capite il senso della mia frase iniziale: In the Blood cade nella categoria Hostel, per la serie di motivi già elencati. Allo stesso tempo ne evita i risvolti più morbosi e inquietanti in favore di un tono pseudo-rassicurante da domenica pomeriggio in TV. Se la cosa non vi disturba, guardatevelo tranquilli. Altrimenti, non disturbatevi.

*SPOILER: Praticamente succede che Trejo ha un fratello, il vero boss dell’isola. Per tutto il film ci viene fatto credere che Danny sia la mela marcia, il fratello incapace di comandare perché troppo incline a sfoghi di rabbia. Alla fine, invece, Danny arriva a salvare la situazione: ammazza il fratello e ne prende il posto, lasciando andare Enrico e Gina perché “non bisogna ammazzare i turisti, è male per gli affari”. Un ribaltamento che sarebbe anche interessante se non venisse introdotto sotto forma dell’unica cosa che ogni sceneggiatore degno di questo nome non dovrebbe mai, MAI utilizzare: il deus ex machina. Danny Trejo è proprio questo: arriva, esce letteralmente da una macchina e sistema tutto in due minuti, lieto fine, titoli di coda e statemi bene. Un po’ troppo facile.

"Pendejo de chinga tu madre, cabron!"

“Pendejo de chinga tu madre, cabron!”

P.S. ALTRO SPOILER: vogliamo parlare dell’enorme MACCOSA del film? Enricone cade da una ventina di metri d’altezza e non si fa praticamente un cazzo. Ha una brutta frattura, and that’s it. Quando torna in scena riesce anche a camminare zoppicando mentre spara ai cattivi. Ok la sospensione dell’incredulità, ma se lo vuoi utilizzare alla fine del film non farlo cadere da una fune sospesa nel vuoto, per Dio. Usa un altro espediente per farlo sparire. Che ne so, fai che si chiuda in un frigo mentre la casa viene nuclearizzata.

DVD-quote:

“Trappola in fondo al mare meets Hostel. Meno bikini, più MMA”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDB | Trailer

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10 Commenti

  1. Past

    Olà rispunta El trejo! E a proposito del trejo force of execution con lui, seagal e rhames lo recensirete mai…?

  2. Rainer Werner Fassbender

    ma a questo tizio qui che ha girato questo e turistas che gli hanno fatto in vacanza? il giochino della cacca sulla maglietta per fregarti il portafogli? quello del cambio veloce della banconota da 200 con quella da 20? l’hanno tenuto in ostaggio su un tuk tuk?

  3. George Rohmer

    Secondo me è stato rapito da Eli Roth che l’ha torturato e poi ha girato Hostel ispirato a quelle vicende.

  4. Leggendo l’introduzione con il “principio di Hostel” nel mio cervello si è impressa a caratteri di fuoco la parola TAKEN, che infatti ne è un ottimo, quasi banale esempio.

  5. Freddie Murnau

    Nella DVD-quote: “meno bikini…”.
    Cioè ciai Gina Carano ai Caraibi e…meno bikini?
    Ma come caz…?????

  6. Steven Senegal

    appoggio la rece e aggiungo che Turistas aveva azzeccato appunto quello sviluppo alla Hostel anche se poi subentrava il pippone terzomondista del dottore pazzo a mandare tutto a puttane il film.
    SPOILER
    qui quel minimo di tensione che riesce cmq a crescere nonostante la protagonista diversamente priva di espressioni, viene proprio affossato dalla risoluzione del mistero sul marito che si concretizza in un intervento in day hospital in una clinica tutta pulita e niente dungeon sporchi o capanne del terrore. Cioè, io simpatizzavo per il fratello di Trejo, in fin dei conti un signorotto eccentrico che si voleva curare. Quanto alle motivazioni, almeno non le ha ammantate con la nenia di Turistas, però sì rimangono una cazzata che ritornano sempre sul concetto rapimento-cura.
    Sul finale concordo. E’ veramente buttato a caso, però Trejo lo fa in una maniera talmente simpatica – si scambia pure il cinque con gli sbirri – che m’ha strappato un sorriso degno di un gitano
    FINE SPOILER
    Gina mena che è un bel vedere e forse, dico forse, fa vedere pure mezza patata in una scena in cui e ammanettata in bagno.
    Il finto Silvestrin è quello di never back down, il tutto ha reso molto più amara la visione

  7. Arma Letame

    Gina in questo film è over the top(a). Ci esce fuori anche un po’ di culo in una scena di discoteca dove sfregia una tizia con il bordo del bicchiere rotto.
    Lei è la vera e unica erede di Cynthia Rothrock, sembra ieri che davano i suoi film su Italia 1. Spero di trovare un cofanetto DVD “Da Cynthia a Gina con amore” magari con dentro una vostra rece per ogni film.

  8. A me è piaciuto e lo consiglio. C’è l’effetto riderone che dice George dei maccosa imprevedibili e poi Ginona è bravissima, picchia duro ma è anche tenera e amorevole, c’ha già il mio voto per la miglior atleta/gnocca/mistress/madre dei miei figli. Anche Trejo nelle sue due scene due ci mette più grinta del solito, forse migliori cameo degli ultimi 75 dtv che ha fatto.

  9. Steven Senegal

    @arma letame: ecco bravo. In disco Gina troieggia un po’ con una bionda e Trejo sulle note reggaeton, poi inizia a menare tutti e uno si prende una bottiglia, piantata dalla parte del collo, in un occhio. Ciò nonostante, alcune ragazze del posto decidono lo stesso di affrontarla

  10. Arma Letame

    @Steven Senegal Sarà per via del tasso alcolico delle disco. Con il tuo omonimo non è che si vedano scene molto diverse da questa con la differenza che lui non indossa il vestito rosso di Gina la cosciona.
    Trejo ormai non si sa bene se si è già trasformato nello zombie di Dal tramonto all’alba o se è rimasto imprigionato in un limbo tra l’umano e lo zombie.

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