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Finché morte non vi separi male: Honeymoon

honeymoon640PTVisto che siamo in tema “luna di miele” partirò parlandovi di una cosa molto importante per comprendere la mia posizione su Honeymoon: da quando ho scoperto che la regista, Leigh Janiak, oltre a essere molto brava è pure molto giovane e molto carina (come si può notare in questa intervista) mi sono perdutamente innamorato di lei e ora non so come gestire questo turbinio di sentimenti ed emozioni. Capitemi: di questi tempi le registe di genere sono poche, talmente poche che al momento mi vengono in mente solo le sorelle Soska, Mary Harron e Jennifer Lynch, e quelle giovani con uno o due film all’attivo credo si contino sulle dita di una mano. Aggiungeteci anche che se continua così potrebbe diventare una delle migliori registe di genere in generale e il quadro dell’amore è completo. Sicuramente è già più brava delle Soska, di cui non ho mai sopportato l’arroganza, e secondo me al primo film con un budget sostanzioso ne parleranno davvero tutti e finirà in gioia e storia del cinema. Come ci si guadagna una tale reputazione? Girando un bel film con chiarezza d’intenti e precisione stilistica, senza mai andare oltre le proprie capacità e conoscendo i limiti in cui si sta lavorando.
Honeymoon è un film molto semplice, girato con quattro spiccioli e due attori che parte da una premessa molto banale per raccontare una storia coniugale di efficace paranoia e inquietudine. Bea e Paul si sono appena sposati e stanno per passare la loro luna di miele nella casa sul lago in cui lei è cresciuta. È proprio quel tipo di casa, in mezzo a un bosco, circondata da un vicinato assente tranne che per una coppia di vicini un po’ sfuggente. Nell’aria si respira felicità e amore, e l’azzeccata coppia di attori rende tutto estremamente credibile: lui è Harry Treadaway, da non confondersi col gemello Luke, e lei è Rose Leslie, da non confondersi con Wesley Snipes. Non ci vuole molto a capire perché una regista americana abbia deciso di usare attori britannici, visto che spaccano i culi, sempre e comunque, anche quando devono recitare con un accento non loro. Non che gli americani facciano cagare a prescindere, eh, è solo una questione di genetica geografica unita a una tradizione teatrale dagli standard talmente elevati per cui a chi è scarso non è permesso fare carriera. Comunque: i due passano la prima parte del film a fare la coppia innamorata talmente bene che tutti ci credono, rose e fringuelli volano nel cielo finché a un certo punto non volano più e l’atmosfera sprofonda in una nebbia di paranoia, ambiguità e insicurezza alla Rosemary’s Baby che funziona proprio grazie alla credibilità degli attori. Senza dei protagonisti del genere la sceneggiatura sarebbe crollata sotto la sua stessa fragilità, diventando semplicemente ridicola.
Rosemary’s Baby non è una citazione casuale: nonostante sia un film completamente diverso (e di valore artistico imparagonabile) utilizza lo stesso tipo di costruzione dell’angoscia in funzione di un finale esplosivo, anche per ammissione della stessa regista. In questo senso, Honeymoon parte lento ma finisce col raggiunge il primo Cronenberg tirando fuori una scena (quasi) finale enorme che da sola vale tutta l’ora precedente in cui è successo poco e niente, ma è successo bene, un po’ come quel film là di Ti West che, non a caso, urlava Polanski da tutte le parti. La stessa scena non sembrerebbe di grande impatto se raccontata fuori contesto, ma considerando come ci si è arrivati e tutti i dettagli messi allo scoperto, lo spessore è di puro terrore. Sicuramente ci vuole della testa e del gusto per poterlo apprezzare a dovere; è uno di quei film che piacerà agli amanti del genere ma che nelle sale non funzionerà mai quanto dovrebbe a causa di un pubblico generalmente indisciplinato e viziato da roba tipo Saw. Non è una festa del gore, ma è pur sempre un viaggio ai limiti della psicosi nella distruzione fisica e mentale di due persone che fino a cinque minuti fa scopavano come conigli.
Insomma, Honeymoon zitto zitto fa di tutto per tirare fuori il meglio dal poco che ha, e lo fa andando contro quella terribile moda del low-budget dalle idee valide non elaborate, limitando le sue a quelle a cui è possibile dare risposta e raccontando una storia che, alla fine, finisce. Solo un paio di dettagli non vengono approfonditi, ma in un periodo di produzioni narrativamente deludenti questa è un regalo da conservare e condividere. Ci risentiamo tra due anni, quando Leigh Janiak avrà girato il sua capolavoro e noi, come al solito*, torneremo qui per dire “ve l’avevamo detto”.

Dategli 87 minuti e quei sorrisi di merda spariranno.

Dategli 87 minuti e quei sorrisi di merda spariranno.

DVD-quote:

“Il matrimonio dell’anno”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>>IMDb | Trailer

*era il 15 febbraio 2013 quando scrissi che Jack O’Connell sarebbe diventato uno dei più grossi, e ora che è uscito Starred Up, in cui interpreta il ruolo della vita, se ne stanno accorgendo anche tutti gli altri. Prego.

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53 Commenti

  1. Tante parole ad arte per sottolineare che la regista (pensavo fosse un uomo)
    Leigh Janiak, ha fatto un potenziale capolavoro.
    Non l’hanno dato al cinema?
    Menomale, ma… molto menomale; di sicuro avrei preteso il rimborso del biglietto! Che razza di film, per la peppaccia!
    Non appena l’ho vista nuda Bea, là nel bosco, ho subito intuito cosa poteva esserle accaduto, d’altra parte il titolo lo lascia presagire.
    Tutto scontato, anche la fine che avrebbe fatto Paul per mano di Bea.
    Quanto al finale, meglio lasciar perdere.
    Il punto è che a Jean-Claude Van Gogh piace molto la regista.
    Non metto in dubbio che in futuro possa “partorire” un degno prodotto di cinematografia, glielo auguro, ma non ci faccia passare un tale film come chissà cosa, perché non mi è piaciuto proprio per niente!

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