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Ripassi obbligatori: La notte dei morti viventi

Oggi è Halloween.
In alcune sale italiane torna La notte dei morti viventi di George A. Romero, uno di quei rari film che hanno tracciato una linea netta tra “prima” e “dopo”.
Possiamo dirlo per una volta che è sacrosanto? Bravi distributori italiani.
Voi sapete già cosa dovete fare, ma per non saper né leggere né scrivere vi rinfreschiamo le idee.

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Prefazione di Jackie Lang

Gli zombie che corrono e sbavano come rabbiosi sono coatti, esagerati, fumettosi e un po’ burini con tutto quel volgare agitarsi per far cose che una volta si facevano incedendo a fatica e con lentezza, non privi di una certa grazia nell’esser morti e in cerca di cervelli. Tuttavia a me piacciono. Li rispetto quelli che camminano lenti sia chiaro, ma preferisco quelli che corrono. Perchè li chiamiamo con gli stessi nomi ma sono cose molto diverse gli zombie classici e quelli moderni, i primi sono i romeriani i secondi sono dei rabbiosi, un’espansione della fobia per le pandemie d’inizio secolo che è stata al centro di moltissimo cinema. Decisamente più interessante che copiare una trovata anni ‘60.

Esempio di grande artigianato del trucco nel cinema italiano di serie B

Esempio di grande artigianato del trucco nel cinema italiano di serie B

Prova del fatto che gli zombie che corrono sono radicalmente diversi da quelli che camminano ne è il fatto che gli antesignani si trovano in Incubo sulla città contaminata (1980), e già quel “contaminato” nel titolo a mettere in chiaro che si parla di malattie, mentre chi ha davvero evangelizzato la “rabbia” nel cinema contemporaneo è stato Danny Boyle con 28 giorni dopo (2002), anche lì una questione di malattia, un’infezione che contamina quasi tutta la terra ma non il protagonista (che, ironia, nel frattempo stava ricoverato in ospedale).
A fare i filologici la confusione tra i due tipi di zombie, cioè il fatto che li pensiamo eredi di una medesima tradizione mentre non è così, non viene da Boyle che non usa mai quella parola nel suo film, è semmai tutta da imputare a Snyder. Nel suo remake di L’alba dei morti viventi (2004) sceglie infatti la corsa invece della strisciata, di fatto sovrascrivendo Romero (mentre Wright, che è più rigoroso, nello stesso anno pensa la sua Alba dei morti dementi piena di zombie classici, quando la presa in giro è più fedele del remake).

Nel passaggio di millennio è in sostanza passato in secondo piano il fatto che gli zombie siano i morti che ritornano in vita, che ci sia in questo una specie di eco biblica e che emergano dalle tombe cristiane (i morti escono dalle tombe in massa per ragioni inspiegabili che costituiscono il rimosso del film, quella parte non raccontata che presta il fianco alle suggestioni di ogni spettatore). Soprattutto i morti rifanno quel che facevano in vita come costretti e senza sapere bene il perchè, una trovata che logicamente non serve a niente ma ha una gran funzione filmica, serve a creare un’immagine indimenticabile che è quella degli zombie nel centro commerciale, centrale a tutto il pensiero di Romero. I morti viventi di Romero siamo noi (o meglio alcuni di noi) e non c’è tanto bisogno di essere seppelliti e uscire dalle tombe, perchè già lo siamo, conduciamo vite da morti che camminano. Anche il già citato Wright lo sa e fa fare la camminata a Simon Pegg nella prima immagine del suo zombie movie, mostrando che è già uno zombie con la sua vita sempre uguale e la sua rinuncia a prendere decisioni.

Non tramonta mai e si porta sulle locandine come sulle copertine di dischi metal

Pro: non tramonta mai e si porta sulle locandine come sulle copertine di dischi metal

Lo zombie-infetto invece non siamo noi, in nessun caso, anzi è il nostro doppio, una versione oscura e malvagia che dimentica ogni sentimento ed è obnubilato dalla fame. Non esce dalle tombe ma è ovunque, in tutto il mondo, perchè la contaminazione si diffonde. Nei film di zombie moderni c’è spesso un paziente zero (Contagion), l’infezione è figlia di sperimentazioni mediche degli uomini stessi e possibilmente ha una cura (Warm Bodies, non inorridite, è così!), in comune con il vecchio ha solo il fatto che sia un corpo privo di vita e che trasmetta la malattia mortale tramite il morso (che poi era la caratteristica base dei vampiri, la base di tutto, ma non apro questa digressione che sennò non torniamo più a casa stasera).
Lo zombie che corre è un personaggio da film d’azione, quello che striscia invece uno da film horror, non va preso a botte nè scatena risse ma è anzi abbastanza innocuo, difficilmente ti prende, ha un corpo fragile e si uccide con poco. Non è fisicamente che è superiore all’uomo ma nella maniera in cui ne tira fuori il lato peggiore, ti prende di sorpresa perchè lo credi facile da battere e ti frega quando sei presuntuoso, quando abbassi la guardia. In questo senso è l’unico vero zombie.

Gli altri sono appunto infetti e se vogliamo è anche meglio così. Cioè io mi eccito di più a sapere che il cinema moderno (dal 2002 in poi) si è inventato qualcosa di nuovo (perchè così è) più vicino a quel che accade e alle paure che possiamo avere, invece che aver riproposto figure e idee vecchie. Si è inventato una fobia tipica di questi anni, quella della malattia globale che ci annullerà ma non prima di farci scannare tra di noi, la malattia che ci mette l’uno contro l’altro e scatena la guerra, mette in quarantena palazzi se non proprio stati interi. Non un’apocalisse divina ma una umana.
Io la preferisco.

Dai! Che li chiamiamo a fare zombie?

Il vecchio scherzo dello zombie di fuoco

Il pezzo di George Rohmer

Sigla!

Quante volte, leggendo di cinema o parlandone con gli amici cacacazzo del Dams, vi sarete imbattuti nel termine “seminale”? Si tratta di una parola che si sente pronunciare spesso quando si parla di film che hanno segnato un’epoca. Ho chiesto a un mio amico che bazzica i dizionari e mi ha girato questa definizione:

seminaleChiaro no? “Contenente semi” o, in senso figurato, un’opera che contiene una serie di elementi che colpiscono l’immaginario entrando nel linguaggio comune. O ancora, “Che riguarda lo sperma”, ovvero un film che ci fa sborare di gioia. La notte dei morti viventi del mio quasi omonimo George A. Romero, che torna in sala solo il 31 ottobre per festeggiare degnamente Halloween, è senza alcun dubbio un film seminale. Lo è per una serie di ragioni che vanno ben oltre il “ha inventato gli zombi cannibali”. Una serie di ragioni che ci siamo sentiti in dovere di esplorare. Eccole.

1 – Ha inventato gli zombi cannibali.
E ok, ho fatto un po’ apposta qui. Però è certamente una cosa che va detta, anche se oggi sembra banale. Prima de La notte dei morti viventi, gli zombi erano solo schiavi senza cervello resuscitati dal matto di turno. Qui, invece, al di là di qualche dettaglio ancora acerbo – alcuni zombi usano oggetti, dai mattoni alle palette da giardinaggio, per colpire le vittime – la mitologia romeriana è già pienamente matura. C’è tutto: l’epidemia senza ragioni apparenti, i morti lenti e affamati di carne umana, il morso che ti uccide e ti trasforma in zombi e i conflitti tra sopravvissuti che rischiano di mandare a puttane le cose ancora più dei morti stessi. Questa roba è stata poi imitata fino alla nausea e ancora oggi, a parte un deciso cambiamento nella velocità dei morti (ma ve ne parlerà meglio Jackie), le regole sono sempre le stesse. Seminale, si diceva.

To-ga! To-ga!

To-ga! To-ga!

2 – La violenza. Non parlatemi della violenza.
Chiariamo: non è che non ci fosse stata mai violenza nel cinema americano fino a quel momento. Prima di Romero c’erano stati i film di Herschell Gordon Lewis, “the godfather of gore”, ma si trattava in pratica di piccoli film sperimentali non intesi per la distribuzione su larga scala. La notte dei morti viventi fu creato invece con in testa il grande pubblico. Roger Ebert, che pure apprezzò il film, si trovò completamente spiazzato insieme alle famiglie che avevano portato i loro figli a una proiezione del film un sabato mattina, aspettandosi un horror classico. “I ragazzini in platea erano sbalorditi – scrive – C’era un silenzio quasi totale. Il film aveva smesso di essere deliziosamente spaventoso verso la metà ed era diventato inaspettatamente terrificante”. Naturalmente la violenza così grafica non era il solo motivo di quel silenzio, il che ci porta al prossimo punto…

"Qualcuno ha del sale?"

“Qualcuno ha del sale?”

3 – L’apocalisse è un cazzo al culo.
Romero ha ammesso più di una volta di aver “rubato” l’idea de La notte dei morti viventi a Io sono leggenda di Richard Matheson. Se prendiamo il di poco precedente L’ultimo uomo della terra, il primo adattamento di Io sono leggenda, ci troviamo davanti a un film per certi aspetti simile a quello di Romero. La grossa differenza sta nel già citato scarto di tono tra l’horror gotico/sci-fi preponderante dagli anni ’30 ai ’50 e l’asciutto incubo iper-realistico di Romero. La sua apocalisse è terribilmente plausibile, non ci sono innamorati che si ricongiungono in mezzo alle macerie né la scienza ha alcuna voce in capitolo, positiva o negativa che sia, nelle vicende. Anzi, manco si sa che cosa l’abbia scatenata l’apocalisse, se le radiazioni venusiane o sa il cazzo. Tanto non è importante. Quello che conta è che l’apocalisse è avvenuta e ora non resta che prenderne atto, rimboccarsi le maniche e trovare dei modi pratici per sopravvivere. Tutto il survivalismo dell’horror futuro che ha poi permeato anche i videogame viene da qui. Hai detto niente eh.

Like a boss.

Like a boss.

4 – Il protagonista è un afro-americano negro.
Pochi mesi dopo le riprese de La notte dei morti viventi, Martin Luther King fu assassinato a Memphis. Romero si ritrovò così per le mani un film con un protagonista di colore all’apice della lotta per i diritti civili degli anni ’60, una scelta che, per sua stessa ammissione, aveva preso anche un po’ inconsapevolmente. La parte era stata scritta per un altro attore, bianco, ma quando fu scritturato Duane Jones Romero e John Russo decisero che non avrebbero cambiato neanche una virgola della sceneggiatura, pensando di essere “così moderni”. Ne consegue che il colore della pelle dell’attore non viene mai sfruttato esplicitamente, neanche quando Ben sovverte la scala sociale prendendo a pugni e sberle i suoi molto caucasici compagni di avventure. Ma le immagini, cazzo se parlano da sole. Specialmente nel finale, come ci dirà Darth.

"You asked fort it, whitey!"

“You asked fort it, whitey!”

Conclusioni.
Ha detto Romero: “Non voglio che ci sia una causa, è semplicemente qualcosa che sta accadendo, un nuovo stile di vita. Se volete potete pensarla come una rivoluzione, una nuova società che emerge e divora quella vecchia”. Un discorso di una lucidità esemplare, applicabile a ogni livello de La notte dei morti viventi. A livello figurativo, per i messaggi politici e sociali che nasconde in un’ora e mezza di orrore puro. Ma anche a livello produttivo e creativo, per la capacità di un regista pubblicitario di Pittsburgh di prendere in mano l’horror e rivoluzionarlo da cima a fondo. Condizione necessaria e sufficiente per un film seminale.

Nota finale di Darth Von Trier

Di quanto La notte dei morti viventi sia più che un film horror, dei suoi sottotesti satirici e sociali se ne è scritto due palmi più che troppo forse, di quanto sia una pietra miliare del cinema non solo horror altrettanto. Non credo sia necessario ribadire tutto quanto, e lo archivio come “tanto lo sappiamo tutti”.
Mi voglio soffermare però anche come gli altri io su di un aspetto in particolare o più propriamente su di un dettaglio, forse.
Ovvero la chiusura del film: quella sequenza raggelante di sgranate foto in bianco e nero da rotocalco che, con una dissonante colonna sonora di rumori e voci di sottofondo, racconta come la vicenda del film si conclude.
Al di la di quanto sia moderna come soluzione estetica e narrativa ogni volta è in quei secondi conclusivi che riesco a puntare con esattezza il dito sul “ecco dove innegabilmente parla di attualità”. Il linguaggio reportage criminale da tabloid, le immagini del nero portato fuori morto da quella baracca, echeggiano senza più alcuna metafora le tensioni sociali e la violenza di certa America, non è più una doppia narrazione: quelle foto sono identiche a quelle dei linciaggi nel profondo sud degli anni quaranta e cinquanta, non ci sono zombie putrescenti ma un nero morto, i suoi carnefici ed uno desolato sfondo rurale. Quelle foto non stanno parlando di fantascienza ma parlano dichiaratamente, limpidamente, di Emmett Till, dei ragazzi di Scottsboro o di Isaac Woodward.
Ecco: ogni volta che vedo questo grande film è sulla sua volata finale che capisco che capolavoro sia.
Non lo ho mai visto al cinema come si deve e sento di doverlo andare a vedere, non posso far altro che consigliare di farlo anche a voi.

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DVD-quote:

“Avanti o zombi, alla riscossa”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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59 Commenti

  1. @samuel paidinfuller
    “l’originalità, almeno in 28 giorni dopo, è che vengono presentati come possibile nuovo gradino dell’evoluzione dell’homo sapiens e sopra quest’ultimo nella catena alimentare”

    Addirittura? Questa idea mi era sfuggita completamente, non l’ho proprio “vista” nel film, non credo sia una cosa del film.
    L’originalità sta semplicemente nel far correre gli zombi con la scusa di un’infezione, quindi non “non-morti”, bensì gente infetta che da fuori di testa.
    Ne approfitto per “linkare” un mio vecchio approfondimento sull’adattamento di “28 giorni dopo” con la sua traduzione di “Rage” come “Rabbia”
    http://doppiaggiitalioti.wordpress.com/2014/03/04/28-giorni-dopo-la-vendetta-di-cujo/

    @Nanni
    “occhio che se usi la parola “come” sembra che tu intenda che lo sia stato allo stesso modo…”

    Per molti versi sì, entrambi sono stati film che hanno lanciato un’intera filiera. Dopo “La Notte” tutti facevano film sugli zombi lenti copiandone i concetti base, dopo “28 giorni” tutti facevano film su zombi (o infettati-simil-zombi) che corrono. Entrambi hanno lanciato dei generi a sé, rendendo popolare una tematica altrimenti relegata a pochi. Se i film sugli zombi sono tornati di moda (e ci hanno pure rotto i coglioni adesso) è grazie a/per colpa di “28 giorni dopo”, stessa cosa avvenne con “La Notte dei Morti Viventi” che produsse una cornucopia di film a tema arrestatasi solo nei primi anni ’90.

    Per questo li ho definiti entrambi spartiacque nel genere horror, “28 giorni dopo” come lo fu “La Notte dei Morti Viventi”. Il “come” era voluto.

  2. @doppiaggi: ed ecco che vedi, il punto e’ proprio li’.

    Dopo “28 giorni dopo”, la gente ha iniziato a fare i film con gli zombi che corrono, che sono durati circa 4/5 anni e poi si e’ subito sentita la voglia di tornare indietro. Fine.

    Dopo “La notte dei morti viventi”, la gente ha iniziato a fare:
    – i film con gli zombi in generale
    – gli horror indipendenti autoriali
    – gli horror politici
    – gli splatter seri
    Che durano ancora oggi piu’ o meno indisturbati.
    Questo per essere ultrasintetici sulle sue influenze (ci sono libri interi sull’argomento, il nostro post e’ solo un riassunto).

    Quindi ecco, il termine “come” e’ estremamente, estremamente riduttivo.

  3. annaMagnanima

    ma poi, non erano proprio i vampiri di ultimo uomo sulla terra (aka io sono legenda) l’evoluzione degli umani piuttosto che 28gg dopo in cui sono solo infetti e non evoluti?
    anzi, anche nel libro c’è proprio questo SPOILER significato nell’essere ultimo e unico: come per noi umani il singolo vampiro, per un’umanità di vampiri l’ultimo umano di cui tutti sentono parlare e nessuno sa se è vero o no.

  4. annaMagnanima

    …e a proposito di cure varie, c’è quella serie inglese che si chiama inthe flesh abbastanza “xenofoba” e “fascista” da meritare almeno una visione al pilot.

  5. @nanni che “La Notte dei Morti” viventi sia stata la scintilla per tutto ciò che hai elencato è forse vero e ci saranno anche molti libri in merito ma è francamente opinabile.
    Il cinema indipendente/politicizzato sarebbe nato negli anni a seguire inevitaiblmente, sia perché quelli erano gli anni del cinema indipendente e “politico” (qualsiasi fosse il genere) sia per via dei nuovi formati (più economici) grazie ai quali giovani “film-makers” hanno potuto permettersi di avvicinarsi al mezzo visivo che fino a metà degli anni ’60 era praticamente inarrivabile.

    Comunque i miei commenti sono risposte ai commenti che ho trovato qui, non trovo niente di sbagliato nell’articolo in sé, nel caso ti fossi messo sulle difensive pensando che stia criticando il ripasso obbligatorio.

  6. samuel paidinfuller

    @doppiaggiItalioti
    se ti rivedi il dialogo del colonello davanti all’infetto militare incatenato (quello che finisce con “e alla fine mi dirà quanto ci mette a morire di fame”) si lascia aperta quell’interpretazione legata alla “selezione naturale” tra uomini e infetti

    @nanni e doppiaggi
    se posso intervenire sul tema veloce vs lento, secondo me si è tornati indietro anche perchè gli zombi/infetti veloci sono più “tosti” da gestire per sceneggiatura/regia e rendono più difficile scrivere scene in cui i protagonisti si salvano se assaliti (i veloci di base li devi uccidere, coi lenti cè anche l’opzione fuga)

  7. @doppiaggi: no, sono molto specifico sulla quantita’, qualita’ e durata di influenza di Romero vs Boyle. “Qualcuno ci sarebbe arrivato dopo” non e’ un fattore rilevante, vale sia per l’uno che per l’altro e conta chi ha dato la scintilla. Ma davvero, stiamo parlando di un puro fattore estetico che ha piu’ che altro colto il suo tempo contro un’influenza multipla e profonda a cui ancora tutti si riferiscono (compreso Boyle, che si fece notare non tanto di per se’ quanto appunto in riflesso/contrasto a Romero, che divenne termine di paragone nel ’69, lo era ancora nel 2002 e lo e’ tuttora). Che “28 giorni dopo” abbia fatto partire una moda e un’influenza stilistica siamo d’accordo tutti e lo ammettiamo pure nell’intro di questo pezzo, ma boh, le novita’ di Boyle consistono nella variazione di una piccola sottocategoria puramente estetica delle novita’ di Romero, c’e’ talmente tanta distanza di importanza che non vedo nemmeno su quali presunti dettagli ci sia da discutere.

  8. zioluc

    @nanni: meno male che ci sei tu a spenderti per difendere l’ortodossia (senza ironia), è incredibile constatare quanto la mancanza di informazioni possa distorcere la realtà.
    Comunque per me il commento più bello (sempre senza ironia) è quello di AVV che dice:

    “…..ho appena scoperto dell’esistenza di questo film.
    ero convito che romero avesse cominciato tutto con dawn of the dead.”

    io di scoperte così vorrei farne una la settimana, e ora torno all’ospizio a farmi portare un bicchiere d’acqua da Berlusconi.

  9. @samuel

    “se ti rivedi il dialogo del colonello davanti all’infetto militare incatenato (quello che finisce con “e alla fine mi dirà quanto ci mette a morire di fame”) si lascia aperta quell’interpretazione legata alla “selezione naturale” tra uomini e infetti”

    Non ci vedo niente di più di quanto c’è nella scena, scusami. Come fanno gli infetti ad essere un’evoluzione naturale della specie visto che sono essenzialmente persone con alterata funzionalità mentale incompatibile con la vita? (niente riproduzione tra infetti perché vivono di sola rabbia, muoiono di fame dopo un po’ di tempo perché neanche si nutrono e soffrono palesemente i sintomi di una febbre emorragica).
    Stessi parlando dei vampiri di Richard Matheson del libro “Io sono leggenda” allora OK, ma negli zombi di Danny Boyle tutto ciò che dici semplicemente non c’è… se poi sono il solo a non averlo capito, chissà.

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