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“E alla fine arriva Lansdale!” Ovvero: la recensione di Freddo a Luglio.

A metà degli anni novanta mi capitò un libro forte, un’antologia di racconti horror contemporanei dall’infelice titolo di “Splatter punk”, nome con cui facendo il verso al coevo “Cyber punk” si cercava di incasellare una tendenza dell’horror americano molto difficile da racchiudere vasta come era per taglio ma legata quantomeno da una comune propensione al gore.
C’era della roba variegata e di un certo pregio, tra i vari presenti: Richard Matheson, Clive Barker, John Skipp, Rex Miller e a chiudere la raccolta c’era un saggio breve del 1989 di Chas Balun buonanima sul cinema splatter, il seminale I spit on your face: films that bite. Addirittura c’è un racconto, loffietto, di quel cicciardone di George R.R. Martin prima che ammorbasse tutti con la sua telenovela fantasy.

Nonostante la qualità alta di quasi tutti i racconti – per dire: di Clive Barker era presentato Macelleria mobile di mezzanotte, mica robetta – quello che mi colpì di più era di un tizio a me sconosciuto, una brevissima e terribile storia di violenza rurale che mi resitituì a piena forza l’atmosfera di Non aprite quella porta, il tizio si chiamava Joe Lansdale e il racconto era La sera che non andarono all’Horror Show; negli anni seguenti sarebbe diventato un mio eroe il primo ed un mio piccolo classico personale il secondo.
All’epoca il southern gothic in Italia non era così facile da sentire nominare, io stesso ne avevo una percezione vaga ma sapevo che Non aprite quella porta per qualche motivo ne era rilevante, che era un mondo a sé da qualche parte nella cultura d’ oltreoceano e avevo ragione come avrei scoperto negli anni e nei viaggi a venire.

Sigla.

Per parlarvi di Freddo a Luglio è impossibile non partire dal suo autore, Joe Lansdale appunto, e dal contesto in cui il film e il libro da cui è tratto sono ambientati ovvero il Texas, di cui Lansdale è figlio e ormai una sorta di ambasciatore.
Il Texas è un elemento cruciale in Lansdale, è un luogo enorme e dalle mille anime e se ci siete stati capirete di che parlo. Il Texas ha un suo modo di fare ogni cosa: un suo stile di vita, un suo ritmo e delle sue tradizioni che lo rendono una sorta di mondo a parte all’interno degli Stati Uniti. Cosa del resto comprensibile viste le sue dimensioni colossali e il fatto non da poco che effettivamente è stato a più riprese una repubblica a parte nella sua turbolenta storia pre-confederazione. Esiste un country texano, un blues texano, un cultura ispanica texana – i “tejanos” -, esiste una cucina texana, una flora e fauna texane, delle leggi speciali, in Texas tutto ha una sua dimensione proprietaria anche piena di contraddizioni ma che non manca di ribadire la sua unicità. Innanzitutto perché è talmente grosso da avere il mare e i deserti, le montagne e le praterie, i fiumi e i laghi e questo vuol dire varietà di vita e di storie, e poi perché come tutte le terre con una storia multietnica, multiculturale e fortemente tribolata il Texas è un posto culturalmente unico. La cosa mi fu subito chiara quando ci andai la prima volta perché ad un certo punto troppi fili della mia cultura personale portavano lì o per lì passavano e dovevo raccogliere la matassa, e scoprii qusto mondo gigantesco e che attraversandolo vidi cambiare ogni tot miglia in maniera costante fino ad essere via via completamente diverso; Lansdale non fa eccezione per specialità e varietà.

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Mr. Lansdale

Per decenni è stato uno dei segreti meglio mantenuti della letteratura popolare statunitense e ad un certo punto credo che fosse più riconosciuto in Europa che in USA, cosa paradossale se si pensa a quanto sia tra i più visceralmente statunitensi degli autori americani contemporanei. Prolifico al limite del pensabile, poliedrico al punto che ti ritrovi a pensare che possa scrivere qualsiasi cosa in qualsiasi registro e fartela leggere tutta in un fiato anche se è la lista di nozze di tua zia, maestro assoluto dei generi e del come usarli per veicolare qualcosa di estremamente personale senza tradire i modelli di partenza, autore con un’assoluta indipendenza intellettuale dalle categorizzazioni dei riferimenti da cui attinge per i suoi lavori e che possono essere indifferentemente spunti letterari come fumettistici o cinematografici e in ognuno di questi non ha assolutamente cura dell’alto e del basso che non sia secondo cosa reputa importante per sé e per la sua scrittura: in Lansdale Tales from The Crypt convive in maniera perfetta con Melville e tutti e due sono amici di Sam Peckinpah. Lansdale è un autore che non lascia mai indifferenti e visto che esiste – ovviamente – una letteratura texana, che comprende tra i suoi eroi recenti campioni della scrittura di genere come Robert E. Howard e Larry McMurtry, allora Lansdale è un sottogenere a sé all’interno di questa; per questo suo polso e verve viene accostato ai giganti della letteratura del sud, il New York Times si sbilanciò fino a paragonarlo a Mark Twain, altri ad Harper Lee, da lì il rimbalzo tra questi due autori è stato costante al punto di diventare claustrofobico.

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– Intervallo offerto dalla pro loco Texas –

Nonostante ciò, però, rimaneva un autore sì conosciuto ma sempre di nicchia, di nicchia ma con un pubblico non distratto e che cresceva fidelizzandosi lentamente ma indissolubilmente. Ogni volta che leggevo un suo libro o racconto mi chiedevo come fosse possibile che ancora non si fossero fiondati sui diritti di sfruttamento di ognuno di questi, vedevo in Lansdale il potenziale di sfruttabilità del miglior Stephen King ma con una caratura ancora più preziosa. Lansdale ha la stazza dei grand narratori americani classici mischiata con i migliori autori popolari come Elmore Leonard.
La cosa che mi faceva impazzire non era tanto che così tanto materiale di qualità venisse ignorato mentre il peggiore pattume veniva adattato per schermi piccoli e grandi, bensì il fatto che fosse talmente variegato che da esso si potevano trarre serie TV e film per ogni gusto e taglio: dal serissimo racconto di formazione come La sottile linea scura  fino alle rocambolesche avventure investigative di Hap & Leonard, dal film horror cruento con tantissimi dei suoi racconti fino al grottesco/psichedelico con “il ciclo del Drive In” o il western del recente La foresta.
Volete delle miniserie forti di Batman e non quella monnezza di Gotham? Lansdale ne ha scritte. Volete un thriller livido sospeso e nichilista ma con più spessore di La preda perfetta? Lansdale ce l’ha, ed è Freddo a Luglio.

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“Ce l’abbiamo, stronzo.”

Jim Mickle è sempre stato un fan di Lansdale e da ragazzo si chiedeva come me perché non si traessero film dai suoi libri più importanti. Ottenuta una certa rispettabilità con il suo We are what we are  intavola infatti le trattative per la realizzazione del suo Freddo a Luglio su cui lui e Nick Damici, il suo amico e co-sceneggiatore di sempre,  lavoravano da sette anni quindi praticamente dai tempi dei loro primi film indipendenti. Lansdale nel frattempo aveva seguito tutta la scrittura, leggendo e approvandone tutte le revisioni personalmente e dichiarandosene soddisfatto.
Fin dall’annuncio della sua realizzazione si capì che Freddo a Luglio sarebbe stato un film cruciale per Lansdale: è l’ufficializzazione che la diga si è aperta, che Lansdale dopo due film piccoli ma carini ad opera di Don Coscarelli e tratti da due racconti horror –Bubba Ho Tep e Panico sulla montagna – arriva sugli schermi con un film importante, un thriller complesso e rivolto a tutti non solo ai fan di genere o ai suoi.
Lansdale, insomma, secondo la cinica lotteria di Hollywood è pronto a sbarcare nel mainstream e si spera a diventare un nome familiare anche per chi non ha mai letto i suoi libri.

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il pulmino dell’amicizia

Il film è ambientato nel Texas degli anni in cui il libro venne scritto, la fine degli ottanta, e ruota come molti lavori di Lansdale su di una piccola vicenda in un piccolo posto, che monta fino a diventare gigantesca per i protagonisti ma senza mai valicare i limiti della vicenda personale, forse rimanendo anche invisibile al resto del mondo. Un padre di famiglia spara un ladruncolo entrato in casa e sorpeso a rubare, uccidendolo sul colpo. Da quella notte di sangue per l’uomo inizia una tortuosa storia, che parte dal senso di colpa per l’omicidio e prosegue in un concatenarsi di situazioni contingenti ad esso e che porteranno tre uomini diversissimi tra di loro a finire nel sangue una storia che dal sangue è partita e di sangue si è nutrita fino a diventare un inferno personale per tutti e tre nell’arco di pochi giorni.
Non entrerò nel dettaglio della trama più di così, la caratteristica di Freddo a Luglio è che non sai mai dove stai andando seguendo questo domino di eventi imprevisti, ed è quella la forza dell’opera sia letteraria che cinematografica, quella molla che serve a prendere una vicenda di male quotidiano e a farla esplodere in tutte le direzioni, in uno spazio e tempo circoscritti e immobili, come far esplodere una granata in un caveau blindato.

Freddo a Luglio è una piccola e tremenda storia di uomini, in generale uno spaccato dell’animo maschile e nel dettaglio di tre uomini che assieme rappresentano un ampio spettro del suddetto animo: dal cameratismo al senso di responsabilità paterno, dall’introversione sentimentale alla goliardia e così via. Tanti aspetti dell’essere uomini trainati dal bisogno di sempre molto maschile di finire pragmaticamente quello che si è iniziato, di andare fino in fondo costi quello che costi, anche la pelle. Come gli antieroi del miglior western, come gli sbirri dei migliori polizieschi ma senza nessuno charme, faticando da poveri cristi quali siamo. È una storia di padri e di scelte tremende, di strade sbagliate e cose giuste da fare, di ammende e fratellanza. E si ride pure ogni tanto.

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“Sono stato io a fare questo?”

La messa in scena del film è precisa, ben diretta, ben fotografata ed estetizzata ma rimanendo sempre funzionale al racconto, non è facile trasmettere epoche così sfuggenti esteticamente come quelle transitorie e recenti, non ancora codificate da stilemi riconoscibilissimi. Zone grige come può essere in Non è un paese per vecchi – altra epica texana – la fine degli anni settanta che scavallano nei primi anni ottanta e come è questo Texas di fine di anni ottanta che lambiscono i primi anni novanta, fatto di polo rimboccate nei pantaloni e minivan. Uno sforzo coadiuvato da un cupo e ficcante commento musicale di synth perversamente in bilico tra il tardo Carpenter e la colonna sonora di un film tv anni novanta qualsiasi e che conferisce a questa torva storia un ulteriore livello di disagio assieme alla fotografia pulita e fredda. I tre protagonisti sono tutti bravissimi: Sam Shepard è un magistrale vecchio cane arrabbiato figlio di puttana, Micheal C. Hall riesce ad essere drammatico e convincente seppur conciato come un pervertito tedesco d’antan con i suoi spelacchiati baffetti e il suo patetico mullet e poi Don Johnson, gigione al punto giusto, è un grandissimo Jim Bob Luke, investigatore ed ex militare ormai personaggio mascotte di Lansdale. Freddo a Luglio è la prova che non serve inventare nulla di incredibile per raccontare una storia avvincente e non serve imbastire trame complesse per descrivere bene l’anima dei personaggi, è un film semplice ma non sempliciotto. Raffinato senza volersi sparare le pose, anzi giocando bene con elementi colti neo-noir e momenti da DTV di vent’ anni fa esegue un’operazione nelle corde post-tutto di Lansdale.

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“Hmmm, scheisse!”

Dopo tanta attesa il risultato dello sforzo di Mickle e Damici mi trova con il commento di Lansdale: Freddo a Luglio restituisce bene il libro in un altro media ed è lansdaliano al cento per cento, essendo il libro una bomba e Lansdale una garanzia di qualità, traete da soli le conclusioni.
Conclusioni che sembrano aver tratto molti altri, ad iniziare dai fan di Lansdale che come me plaudono a questo convincente debutto dell’autore nella serie A cinematografica, dai critici che plaudono al film e via fino ai vertici della Sundance TV che hanno ordinato – finalmente – una serie TV su Hap & Leonard e l’hanno richiesta proprio a Mickle e Damici per quanto Freddo a Luglio è convincente.

Il futuro per Lansdale al cinema promette bene ma sarà su altri romanzi, a cui tengo molto e che dato l’andazzo sicuramente adatteranno, che se trasposti bene il nostro potrebbe fare un ulteriore salto avanti, diventando a ragione e con la benedizione di film d’alto profilo uno dei più grandi narratori popolari della sua generazione; perché se un film solido come Freddo a Luglio è un buon inizio, i libri come In fondo alla palude sono fatti per vincere gli Oscar meritatamente.

DVD-Quote suggerita:

“Don’t mess with  Texas Jim Bob Luke”

Darth Von Trier, i400calci.com

>> IMDb| Trailer

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71 Commenti

  1. Q

    Ciop-hipster, maccome! Per una volta che lodo il tuo acume (per quanto limitato a una riga emmezza su trenta, riga che peraltro ti era rimasta in canna nel primo post, cos’è, ti è venuto il braccino perché ti sei accorto che stavi per scrivere una roba sensata?) mi maltratti così?
    Cattivo bambino, la prossima volta le pisellate in faccia non te le do.

    Capitolo Hap&Leonard: so che è abusato, ma nei panni di Leonard ho sempre immaginato Samuel L. Jackson, mentre sia Terry Crewes che Idris Elba (ma soprattutto il primo) mi sembrano davvero troppo grossi per la parte. Per Hap Collins invece, non potendo contare sul Bruce Willis di vent’anni fa, vedrei bene Jason Statham.

  2. Ciobin Van Persie

    @Q /LarsVonTeese Ma come vedi alla fine ti sei sentito in dovere di scrivere un altro messaggio dove dici la tua su Hap e Leo, tentando invano di aggiungere qualcosa di nuovo e così smentire la verità del tuo vacuum, da me garbatamente smascherata. Quando costruirai un pensiero che non sia il piantino di un bambino violentato dai preti, ripassa da queste parti.
    @Dembo In parte hai fatto lo stesso errore di Lars. Ti sei concentrato su un unico punto della mia riflessione e hai tralasciato il resto. Questo, non so come lo chiami, ma da me si chiama trollare. Puoi forse negarlo ? Allora, smetti di trollare e, se hai un minimo di dignità, attaccami sugli altri argomenti che ho portato alla tua/vostra attenzione senza concentrarti sull’unica frase in cui ho voluto essere ironico, prendendo sul serio quell’ironia (cosa ci sia di peggio di prendere sul serio una frase ironica, non lo so). Che cosa non hai capito della mia riflessione ? Io sono aperto al dialogo.
    Comunque guarda: ormai è quasi lunedì e mi sento buono.
    Ecco qua in anteprima il Calendario delle fronti giganti: Febbraio 2015.
    È un mese molto hot, infatti c’è Mena “fronte a medusa” Suvari. Nel suo ambiente naturale, l’acquario. Diciamo che con fronti di queste dimensioni il facial è difficile sbagliarlo.

    http://i.imgur.com/cSU2cbx.jpg

    Cordialmente
    Ciobin Ian Chester

  3. BellaZio

    @Q
    Il problema è che Giasone non è assolutamente in grado di fare un accento del sud, come dimostra Parker. Hardy, come ha detto qualcuno, sì, quindi con Hardy posso starci. Io Leonard l’ho sempre immaginato mooooltooo grosso e anche molto divertente quindi Crews per me è perfetto, l’unico dubbio è sul fatto che sia gay e come Crews potrebbe rendere il lato gay (molto atipico) sullo schermo. Forse è pure un po’ troppo vecchio (come Macconny che però il 35enne, se conciato a modo, lo riesce ancora a fare, tipo in True detective).

  4. Dembo

    @Ciobin

    “I fans di Lansdale che hanno amato questo film da diocesi sono persone che possono tranquillamente ciucciarsi birrette come la Corona, o andare a fare i predicatori nei paesini del taxas guidando camioncini a pile elettriche, MA CERTAMENTE NON SANNO NULLA DI CINEMA, LETTERATURA E DI CHI SIA LANSDALE…”

    Hai uno stile ironico tutto tuo e che probabilmente fa ridere solo te…
    bravone

    Ps: l’immagine del calendario delle fronti è un tot bella, questa te la concedo

  5. Q

    Ciòppolo, o Ciòppolo mio bbello, te stai a sbajà debbrutto proprio: come diceva (quasi) uno famoso, io so’io, e l’altri so’l’altri. Tranne te, che nun sei ‘n cazzo.

    @Bellazio: non mi ero posto il problema dell’accento, tutt’altro che trascurabile devo dire. Non sapevo che Jason non fosse portato per l’inflessione sudista, in lingua originale l’ho sentito solo in Snatch e negli Espandibili. Crewes è sicuramente grosso e divertente, ma come gay non mi convince proprio (oltre al fatto che Leonard me lo sono sempre immaginato più nervoso e bastardo che massiccio). Azzardo… Damon Wayans?

  6. Dembo

    @Q no dai ok che gli si vuole bene x l’ultimo dei boyscout ma come Leonard proprio non ce lo vedo.. cmq anche io me lo immagino parecchio grosso e tonico -al contrario di hap un filo rilassato-
    TC potrebbe andare bene ma poi per trovare nemici credibili bisognerebbe prendere dei mostri, perché in fin dei conti il bello è anche questo, che ogni volta incontrano sempre qualcuno più grosso di loro ma non cazzuto quanto loro.. quindi forse TC non va bene..

  7. Colin Farth

    @dembo (e il resto della kumpa): Hap & Leonard me li sono sempre immaginati poco “hollywoodiani” e apparentemente poco action, almeno a prima vista. In forma e scalciaculi sì, ma non in maniera “ottantiana”: il motivo per cui la loro serie è una bomba è il fatto che la loro attitudine, i loro oneliner, il loro rapporto siano assolutamente genuini. Da cui la mia preferenza per attori fisicamente tonici, ma comunque non necessariamente connaturati da uno stile action: Howard e Mortensen li vedrei bene perché potrebbero rendere benissimo tutte le loro sfaccettature, ironia e malinconia, violenza e amore fraterno, botte e riflessioni. Trovo che Hap abbia molto in comune col personaggio di Mortensen in History of Violence, da cui la mia curiosità.

    Ecco, un altro insospettabile, ma che renderebbe benissimo per una lunga serie di motivi: Matthew McCounaghey. Riuscirebbe a tirar fuori un equilibrio tra spacconeria action, humour di grana grossa e malinconia perfetto per Hap Collins.

  8. Colin Farth

    (ah, vedo ora che l’avete già menzionato, mea culpa)

  9. Ciobin Van Persie

    @Q /LarsVonTeese Almeno abbi la dignità di ammettere la tua babbuinità. Ma no, la tua gonnellina a fiori te lo impedisce.
    @Dembo Qua stai trollando di brutto. Hai postato quello che ho scritto mettendo in maiuscolo la parte che ti fa comodo, decontestualizzandola, ma è la parte in minuscolo che crea il contesto. Ed è ironico. Ironia non significa affatto far ridere. Quello è l’umorismo. Non lo sapevi ? Bene, adesso sei cresciuto. Vedi quante cose impari ? Il dialogo serve a questo. Se hai da ridire, fallo pure: ho posto diversi argomenti, non hai che l’imbarazzo della scelta. Ma se insisti a voler dimostrare che non sai l’italiano questo non è il posto giusto. Vai al bar dei negri. Oppure sì, dai, continua a trollare da brava marmotta.

    Oh, io Hap e Leo me li immagino così: Bill Cosby e Jeff Bridges. Quindi due vecchi bastardi che ammiro moltissimo. Vengono ingaggiati da Judy Dench che gli è morto il regazzino (interpretato da Dembo). Ritrovato cadavere in fosso, con le mani legate con le fascette da elettricista e uno stronzo di 40 cm in bocca. E gnente, Judy vuole sapere chi è stato. Hap e Leo ovviamente accettano e quando arrivano sul posto ed esaminano il cadavere iniziano subito a percularlo.
    Hap: Deve essersi divertito un sacco, sto regazzino.
    Leo: Beh, a questi minorati mentali in genere basta poco per divertirsi.
    Leo: Scommetto una frittella con lo sciroppo d’acero che c’ha un cratere al posto del culo.
    Hap: (lo gira di lato per vedere) Vinta.
    Leo: Ma quindi cosa abbiamo qua ?
    Hap: Niente, qualcuno si è inculato un minorato mentale e poi gli ha cagato in bocca.
    Leo: Qualcuno che ha prodotto uno stronzo di 40 cm.
    Hap: Non solo, è anche a forma di elica.
    Leo: Di elica ?
    Hap: Certo, si tratta di uno stronzo gigante elicoidale, quindi piuttosto raro. Lo dicevo io che sto regazzino si divertiva un sacco.

    Cordialmente
    Ciobin Ian Chester

  10. Dembo

    @Ciobin seee vabbe dai ci rinuncio.. ho semplicemente messo maiuscolo la parte che mi aveva fatto incazzare e che trovavo scorretta e saccente, tutto qua.
    Non è che se uno usa un contesto ironico allora è autorizzato a dire il cazzo che gli pare

  11. Dembo

    @Colin Fart mah sí, capisco quello che dici e lo penso anche io che non debbano essere il prototipo dell’action hero ’80… solo che boh Leonard me lo immagino un fascio di muscoli, cazzo son sempre dietro ad allenarsi quei 2 -Hap meno e infatti ogni tanto Leonard lo cazzia per questo- Viggo non lo so, è vero che potrebbe dare una bella sfaccettatura con quella vena malinconica e da sognatore che ha Hap ma nella mia testa è troppo spigoloso -fisicamente parlando- x interpretarlo.. alla fine è solo totocasting…poi magari prendono 2 semisconosciuti e siamo contenti tutti lo stesso

  12. annaMagnanima

    ho appena visto questo film e confermo il mio commento. la recensione è validissima. il film è proprio bello. scusate la banalità.

  13. Colin Farth

    @Dembo: concordo, alla fin dei conti potrebbe anche darsi che tirino fuori le facce della vita (SGRAT).

    Sperèm!

  14. Dr. Stranamorte

    Lansdale, eh? Grazie Darth!

  15. zioluc

    molto bello il cambio di genere a metà film, ma per quanto mi riguarda la seconda part è fiacca forte.

  16. Lenny Nero

    Bel pezzo, il film m’è piaciuto molto, se mantengono il tono anche nella serie su Hap e Leonard (che fosse per me sarebbero Walton Goggins e Michael K. Williams tutta la vita) viene fuori una bomba atomica.
    Tra l’altro se non ricordo male Lansdale me lo consigliò proprio Darth quando ancora non era Darth, tipo millemila anni fa :D

  17. schiaffoni

    Grandissima recensione per un gran bel film

  18. Cuored'acciaio

    Salve ragazzi! Vagavo in cerca di un fan club di Landsdale e mi sono imbattuta in questa recensione. Non avevo sentito parlare del film ma lo guarderò sicuramente. Per me è stato amore a prima vista con la trilogia del drive-in poi mi sono imbattuta in Mucho Mojo e da lì è stata fedeltà assoluta.
    Vorrei chiedervi un consiglio riguardo ai fumetti.
    Grazie!

  19. Song Cong Oh

    Quoto tantissimo Lenny Nero per Williams e Goggins come Leonard e Hap.

  20. Lars Von Teese

    L’antologia “Splatterpunk” l’ho letta anche io, mattone nero con copertina a caratteri rossi (o qualcosa del genere)

    @ciobin piotta: comprendo le tue manie di persecuzione, ma come ho gia` detto piu` volte, io le tue supercazzole smetto di leggerle a meta`, figuriamoci se mi disturbo a crearmi pseudonimi per percularti ;)

  21. zen my ass

    Visto finalmente e piaciuto senza riserva. Lansdale è uno dei miei scrittori preferito, credo di aver letto una ventina dei suoi romanzi… e Cold in July è tra le sue opere migliori. Trarne un film senza cadere nell’eccesso o nel grottesco non era facile, invece questo adattamento è misurato, lento nel costruire la tensione, ma costante e preciso, non sbava, non si perde, prosegue dritto e inesorabile. Manca molto dell’umorism di Lansdale, ma non è un male: la trama è già esplosiva di suo, caricarla troppo con battute avrebbe smorzato la suspensa. Ricorda molto un certo Carpenter degli anni ’80 (mi sono venuti in mente Fog e Christine).
    Ottimo lavoro, adesso aspetto la serie tv su Hap & Leonard.

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