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Gabe la bomba iberica e il suo Automata

«Bitch».

«Bitch».

Non so neanche se sia un film di cui parlare su www.i400calci.com, Rivista di cinema da combattimento. Ci sono robot, sangue, un paio di sparatorie e qualche inseguimento, ma District 9 al confronto è The Raid. Automata è un film – ora ve le dico tutte, una in fila all’altra, e vediamo chi sopravvive – intelligente, provocatorio, lirico, sperimentale, artistico, audace. E anche lento, rarefatto, a tratti etereo e parecchio compiaciuto.

È un film che non sarebbe potuto esistere se nel 2009 non fossero usciti Moon e appunto District 9 e magari anche Monsters nel 2010, cioè fantascienza che se ne fregava di citare anche visivamente Soylent Green invece che Star Wars, convinta di avere nascosto da qualche parte un pubblico che non aspettava altro. Se arrivasse a girare nei posti giusti, come merita, quando un giorno la gente vi parlerà di quel sotterraneo collegamento tra Blade Runner e Brazil che ha portato poi ai film citati sopra giù giù fino a I figli degli uomini e Looper, senza che nessuno, tranne i non pochi, silenti interessati, se ne interessasse granché, Automata potrebbe essere una tappa importante del percorso. Fantascienza concreta, lurida, in cui il male (quale che sia) dell’uomo diventa il male dell’umanità e la psicologia diventa sociologia – quelle storie che partono dal piccolo per raccontare il grande, avete presente, no, Philip Dick?

Ecco. Automata è così buono. Sigla!

Ciao, vi presento il signor Elefante Nella Stanza, venuto a trovarci direttamente dal pianeta Fughiamo Ogni Dubbio. Volevi dire qualcosa ai nostri amici, Elefante?

«Sì. Automata si presenta come un film postapocalittico, tra deserti e radiazioni, ma al suo cuore è una variazione sul tema di tutta l’opera di Asimov sulla robotica – e a volerla dire tutta non è neanche particolarmente moderno nel suo twist, non sfrutta nulla o quasi di tutto quello che è successo nel mondo dei robot negli ultimi, diciamo, trent’anni. Al suo cuore sta più che altro un gioco intellettuale molto sottile, un lieve stravolgimento delle classiche leggi della robotica che porta a cascata conseguenze piuttosto interessanti».

Grazie, signor Elefante. Ma cosa c’entra Asimov con la postapocalisse? “I robot” e “la scomparsa della civiltà” non sono due concetti ossimorici? La locandina del film mi mostra un robot in evidente quota Apple, come si concilia questo con l’unica scorciatoia possibile, la strada Fallout, la soluzione Wall•E, quella che prevede una tecnologia fatta di scarti e di arrabattarsi, piuttosto che di nuovi progetti e invenzioni di design?

Così:

BReaking BOt.

BReaking BOt.

Quello che vedete è il deserto, e se ne sta lì a desertificare fuori dai confini delle poche città rimaste in piedi dopo che un aumento repentino nella frequenza di tempeste solari nell’atmosfera ha, per farla breve, mandato l’intero pianeta a puttane. I robot sono l’ultima grande invenzione prima del declino – le tempeste hanno anche tagliato le comunicazioni in tutta la Terra, lasciando le metropoli in uno stato di isolamento da polis greca, solo che con la merda al posto della macchia mediterranea –, automi il cui scopo doveva essere di trovare un modo per fermare la desertificazione, e scoprire nuovi luoghi dove bla bla. Fallirono, e vennero retrocessi a fare da maggiordomi per il morente genere umano, ma conservano comunque la loro programmazione e i loro immancabili protocolli. Dopo Fallout, torna Asimov.

I robot di Automata obbediscono a due leggi:

• non puoi far del male a un essere umano (e fin qui)

• non puoi modificare te stesso o un altro robot. La ratio è semplice: per poter controllare gli automi, dobbiamo essere intelligenti quanto loro. Modificarsi significa migliorarsi e quindi superarci, e lo so che questo prevede un certo grado di autocoscienza che è in contrasto con il concetto stesso di robot, ma se vi spiego il trucco vi rovino il film.

«Soylent Green is robots!».

«Soylent Green is robots!».

La domanda centrale è: cosa succederebbe se i robot imparassero a trasgredire al secondo protocollo? A tenere insieme le risposte c’è la storia di Antonio Banderas, mugnaio e seduttore, qui nel cosplay di un agente delle assicurazioni che investiga sul caso di un robot a cui ci hanno sparato in testa perché, pare, «si stava riparando da solo». Il primo atto è purissimo thriller-noir alla Blade RunnerBeneath a Steel Sky, tutto filtri blu, silenzi, non detti e discariche buie e piene di rumori. La storia si comprime e si imbottiglia come in ogni buon thriller, e anche per la direzione che il film poi imbocca viene più volte in mente Looper.

Se però nel film di Johnson il secondo atto si apriva, rallentava e si prendeva il suo tempo in una fattoria, qui l’eccezionale Gabe Ibáñez, che è fuor di dubbio di scuola Cuaron anche solo per l’uso dei colori, ma ha anche un certo gusto per la fantascienza anni Settanta di ogni genere, dal Tarkovskij di Stalker a Richard Fleischer, preferisce puntare sulla psichedelia spinta, e sposta la cinepresa nel deserto. È qui che Automata esplode.

«Porca troia che casino».

«Porca troia che casino».

È anche qui che chi è più interessato al lato action di un film potrebbe perdersi: complice anche il paesaggio, Automata prende una direzione più spiccatamente filosofica/esistenzialista/survivalistica (esiste?), mette in campo le Grandi Domande e i Grandi Spiegoni, riesce nell’impresa non da poco di non cannare nulla né di condannare né di mostrare una delle due inevitabili fazioni (umani contro robot) come “buona” o “cattiva”. Non vale la pena di entrare nei dettagli del secondo atto né svelarvi anche solo una delle mille derive narrative che il film prende, senza mai sbandare e con sempre un obiettivo preciso in testa – come in un pellegrinaggio, e il simbolismo biblico-spirituale non sfugge, anche solo perché i robot sono del modello Pilgrim 7000, e insomma, ho visto metafore più sottili.

Un plauso quasi privo di spoiler, però, mi sento di farlo alla scrittura, perché è raro vedere un film che mette così tanto in gioco (la sopravvivenza del genere umano, tipo) nel quale i protagonisti si comportano tutti secondo logica, e nel quale [qui SPOILER, immagino?] non ci sono né multinazionali avide e corrotte né pericolose cospirazioni di lattine laser, solo… quello che poi vedrete.

Perché lo vedrete, oh se lo vedrete, se siete anche solo vagamente interessati all’argomento. Davvero, non mi va di fare il creativo o l’idiota: Automata è semplicemente uno dei film di fantascienza più belli degli ultimi anni.

DVD-quote suggerita:

«Bravi tutti»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

>> IMDb | Trailer

PS: suppongo di dover dire due parole anche sul cast. Antonio Banderas è eccezionalmente in parte e a tratti dà mostra di divertirsi come un bimbo; idem dicasi per la (troppo breve e deliziosamente ironica) comparsa di Melanie Griffith nei panni di una scienziata non pazza. Dylan McDermott per quel che mi riguarda è sempre una garanzia di faccia da stronzo, Andy Nyman una bella sorpresa anche se fa sempre la stessa parte, Robert Forster porta un po’ di quella mascella americana che accompagna alla perfezione le inevitabili sequenze familiari/personali (e quindi più banali), ma tanta la scena la rubano i robottini e quindi cosa ce ne delle facce da cinema. Ah sì, perché giusto,

PPS: visivamente, tra CGI, fondali, effetti speciali, animazioni, Automata è di un bello che non ci si crede. Ho pensato che fosse importante segnalarvelo.

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65 Commenti

  1. Neutron

    non posso aspettare.
    la vita è ora.subito.adesso.
    se ci sono errori di battitura scusate, gli occhiali da lettura fanno casino a scrivere al PC.
    dannati.

  2. IlMorbodellaMorte

    @Neutron Se hanno fatto uscire quella megacacata di The Anomaly uscirà anche queto.

  3. Oizram

    Collegamenti eventuali con EVA di Kike Maìllo? Automi iberici alla ribalta

  4. Schiaffi

    Sto coso gira online da almeno 1 mese, dopo aver visto il trailer scrauso e che aveva solo 200 voti scarsi su imdb l’ho snobbato convinto fosse l’ennesima cagata dtv senza senso d’esistere. E avevo ragione. L’ho visto solo perchè mi sono fidato della rece e che dire…per me è una merdata atroce che veramente rasenta la tortura. Stanlio non so come hai fatto ad arrivare alla fine senza strapparti gli occhi e imprecare la madonna come quello là a viareggio

  5. cutter

    genio a citare i fotc.
    ma il film è tutt’altro che buono, per me stavolta hai toppato stanlio.

  6. cutter

    potrei argomentare in effetti sull’ultima affermazione. la rovina di questo film è soprattutto il cast: un banderas calvo che non ci crede e gigioneggia allo sfinimento; la moglie cagna simbionte di corinna negri; Robert Forster tricotico malpreso che non dice nulla. e sull’algoritmo di una trama clonata da un classico dei classici si potrebbe anche soprassedere, se il finale non fosse tanto prevedibile e senza palle.

  7. Finito di vedere ora, l’ho adorato tutto. Voglio rivederlo e dalla sua confezione originale al più presto (il che immagino sia aprile visto che esce, sigh a febbraio da noi)!

  8. Jax

    Ma che bel film!

  9. schiaffoni

    Spero di riuscire a vederlo al cinema.

  10. annaMagnanima

    serata recupero esageratissima: l’ho appena visto e mi è davvero piaciuto. non ho la lucidità per commentare meglio, ma la visione è valsa la pena. bello bello.

  11. Castoro

    Che delusione ‘sto film… Non so se mi sia meno piaciuta la piattezza dei personaggi o della trama. E dire che son quasi sempre d’accordo con le vostre recensioni…

  12. Entropizza

    Quando ho letto Dylan McDermott e robot movie, ho ripensato ad Hardware, capolavoro dell’immenso Stanley che ho rivisto preso da attacco malinconico..

    ad ogni modo, visto qualche settimana fa, gran bella sorpresa questo Automata, esteticamente ma non solo, come ben evidenziato nella recensione..avanti così

  13. Lars Von Teese

    Hardware filmone! Avevo il poster in cameretta!

  14. In un futuro apocalittico, in cui sono i robot a svolgere gran parte delle mansioni prima delegate all’uomo, l’agente assicurativo Jacq Vaucan si trova ad indagare su alcuni robot “difettosi” scoprendo che l’anomalia e’ ben piu’ di un bug di programmazione…

    Ci sono nella storia del cinema film definiti “mostri sacri”, opere che nell’immaginifico colletivo rappresentano lo stato dell’arte, la filosofia, la summa di ogni singola componente caratterizzante un lungometraggio: musica, scenografia, copione, regia, attori… con il risultato di creare nello spettatore un rapporto che infrange lo schermo di proiezione e crea quell’empatia tipica di un’opera teatrale, una vera e propria esperienza.
    Nell’Olimpo delle produzioni cinematografiche c’e’ indubbiamente Blade Runner, un titolo che solo ad evocarlo e’ in grado di scaldare anche le piu’ gelide delle critiche, un’opera a cui ha voluto ispirarsi il regista Gabe Ibáñez, come risposta del Vecchio Continente alle opere prime “made in USA”.
    Ibáñez e’ difatti di origine spagnola ed il film e’ stato girato oltre l’Oceano di Scott benche’ il cast, variegato, attinga a piene mani dalle star hollywoodiane. Automata vuole raccontarci un futuro distopico nel quale le macchine potrebbero avere pari diritti degli essere esseri umani, perche’ se i robot sono “semplicemente delle macchine”, noi essere umani saremmo, e siamo, “semplicemente delle scimmie” il che dovrebbe alimentare nello spettatore quei dubbi “esistenziali” sul perche’ delle cose, sull’origine del mondo, sulla figura dell’uomo stesso. Di per se’ la specie umana e’ deprecabile per le scelte che compie in quanto la grande bellezza del libero arbitrio concessaci, per vocazione o meno religiosa a seconda della professione di fede seguita, e’ proprio quella di farci seguire l’istito sovra ogni legge o superiore ragione… mentre nelle macchine quelle che sono le “leggi di Asic Asimov” rappresentano un limite invalicabile, delle tavole scritte nel loro DNA/microkernel, incancellabili e non, o almeno in teoria…, modificabili.
    Volendo guardare altrove su questo aspetto ci sono molte analogia anche con il Robocop di Paul Verhoeven, ma cio’ che manca in Automata e’ proprio la profondita’ necessaria a porre in discussione tali argomentazioni perche’ la regia e probabilmente la sceneggiatura, temporeggiano troppo sui periodi morti, su quelle pause nelle quali il dubbio del tarlo dovrebbe insinuarsi, ma anche invece, lascio lo spettatore soffermarsi sulla fotografia e gli insulsi effetti speciali, davvero di qualita’ neanche minimamente paragabile alle altre produzioni moderne. Se prendessimo invece ad esempio Blade Runner a confronto, dove gli effetti speciali hanno ben 33 anni in meno…, il confronto tra digitale e reale e’ ancora piu’ impietoso, perche’ e’ avvertibile e fastidioso quel senso di finto che si percepisce con 15 milioni di budget a disposizione.
    I protagonisti del film sono Banderas, l’agente assicurativo stile monaco tibetano, che raggiunge dei picchi di ilarita’ non aggetivabili in alcune scene (ai limiti dell’assurdo il walzer con Cleo…) che scopre di essere immune anche alle radiazioni oltre che al junk food desertico, Cleo, il robot femmine platinato, in grado di simulare atti sessuali (stomachevole…) semplicemente “on demand”, Melanie Griffith, la moglie del nostro, irriconoscibile (fisicamente e attorialmente) e i cattivi di turno tanto stucchevoli quanto patetici.
    Purtroppo non si salva nulla e lo spettatore che dovrebbe uscire dalla sala con piu’ dubbi di quanto trailer e indiscrezioni avessero potuto suscitare, si trova con il sorriso sulle labbra per i siparietti “comici” nelle lande desertiche, la plasticita’ e costruzione delle scene topiche (l’imprevedibilita’ non e’ di casa Ibáñez), la prova attoriale di Banderas che ha mostrato come sia meglio tornare a Zorro o nei panni di attori mascherati anziche’ della sua, di faccia, con espressioni forzate e lacrime di coccodrillo finte eoni.

  15. Cristoforo Nolano

    Recuperato ora in DVD. Ottimo film indubbiamente (anche se non siamo al livello di Moon). Ho digerito male l’assenza di effetti delle radiazioni e l’insettoide robot, per il resto fantascienza di quella sporca e buona.

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