Crea sito

“Fury” e Il martirio di San Lee Marvin

Dopo un’attesa lunga, un’uscita rimandata e poi cancellata, un leak del dvd prima ancora che uscisse, si è consumato il sacrificio di Fury, immolatosi per il genere bellico e per tutti noi subendo tutte le vessazioni che un film in uscita può subire il film è sbarcato finalmente nelle nostre sale dal 2 giugno.

Sigla!

Attenzione: La disamina che segue contiene informazioni sul finale del film, se non avete ancora visto il film siete quindi avvertiti.

La mia attesa per Fury era foraggiata da una vecchia fiamma di cui ho parlato in un precedente post, alimentata da una sinossi invitante, da un cast promettente, dalle foto di scena molto gustose e dal fatto che il titolo fosse il nome del dannato carro armato protagonista del film, che è una roba di una cazzutaggine grave e già solo per questo lo avrei voluto vedere pure se sopra ci fossero stati Ficarra, Picone e Carlo Conti.

fury9132013

Ok, avete la mia attenzione.

La storia è talmente classica da richiamare al palato immediatamente il sapore dei film del passato: sul finire della seconda guerra mondiale, quando il Reich messo alle corde aveva ormai dichiarato la “guerra totale”, un’ultima squadra superstite di carristi della Seconda Divisione Corazzata, guidata dal burbero Don “Wardaddy” Collier, fa ritorno dal campo di battaglia alla base e viene inviata con altre due unità corazzate a prendere un incrocio fondamentale per i rifornimenti. Rimarranno via via di nuovo gli unici superstiti e dovranno decidere se continuare in una missione praticamente suicida o ritirarsi. Era come se l’Amazon della vita avesse scrutato i miei gusti di fanciullo e sulla base di quello che ho comperato per tutta l’esistenza e mi avesse consigliato il film perfetto da portarmi a casa quest’anno. Si è rivelato l’amore della vita sperato? No, ma è stato bello lo stesso.

David Ayer è uno che può fare dei film che non piacciono ma è uno che ha le idee chiare su come fare i suoi film. In ambito bellico la sua sceneggiatura d’esordio per U-571 era particolareggiata sui dettagli tecnici degli U-Boot e per quello che riguarda le dinamiche militari della marina tedesca. Il film non è eccezionale ma il gusto per il dettaglio del giovane Ayer era evidente, questo mi fece ben sperare per il suo Fury.

fury-movie-2014

Band of bros before hoes

Ayer è uno che manda gli attori a fare mesi di boot camp con i marines e che li costringe a vivere dentro il carro armato pisciandoci e cacandoci dentro per entrare nello spirito di un battaglione di carristi bloccati in mezzo ad una guerra. È quel genere di regista che non ci pensa due volte a far morire i suoi protagonisti, uno che non cerca il lieto fine e se te lo concede non è mai comunque sorrisi e arcobaleni. Il tipo di regista che di solito mi piace, proprio umanamente intendo, a prescindere da che film faccia e se mi piacciano. La sua preparazione per Fury è stata un tour de force per il cast, spinto all’immedesimazione totale con un addestramento militare e delle costrizioni al limite della prepotenza, dell’abuso psicofisico. A giudicare dalla resa visiva anche per i dipartimenti di scenografia e costumi non deve essere stata una passeggiata di salute: tutto è storicamente corretto, dalle uniformi ai mezzi agli equipaggiamenti, così come i luoghi, il contesto e le date; addirittura ad un certo punto in una delle scene cardine del film viene impiegato un vero carro “Tiger 1”, il Tiger 131 per l’esattezza, l’unico tutt’ora funzionante e conservato in un museo.

Tutto ciò può suonare esagerato ma se c’è un caso in cui la maniacalità di un regista trova il suo senso è in casi come Fury. Mio nonno ha servito sugli autoblindo durante il primo conflitto mondiale, la cosa più vicina ad un carro armato che schierammo in quella guerra, e di storie belliche ne aveva molte. Una cosa che ne accomuna molte è il racconto del rapporto del soldato con il “non luogo” che è l’interno del veicolo e credo non sia una cosa facile da riprodurre senza averla provata almeno qualche ora. Quello che da fuori è un veicolo corazzato per chi ci sta dentro diventa per ore, per giorni l’unico mondo in cui esisti, l’unica cosa a dividere te e la gragnola di colpi che ti sparano contro, quelli che sono con te saranno la tua famiglia e l’unico esorcismo contro la morte che ti circonda al di là di quei pochi centimetri di metallo rivettato e la visuale che avrai dalle feritoie del blindato, accucciato al buio in quei pochi metri quadri maleodoranti e freddi saranno l’unico orizzonte che vedrai. È una dimensione alienante e miserabile che Fury restituisce e in alcuni momenti ho ritrovato certi racconti di mio nonno.

Fury-Offical-Trailer-2

via crucis

Tutto ciò non fa di Fury né il film che ti aspetti né un film perfetto, ma un film con una sua visione molto precisa e secondo me interessante. Dietro la scusa del film d’avventura bellica come quelli citati da me in passato c’è sì un omaggio sentito a quella cinematografia, bastano le scritte bianche su fondo nero che in apertura ci introducono il contesto del film per portarci nella dimensione del classico di genere, ma c’è anche il pretesto per veicolare un’idea svincolata in qualche modo dal canone.

Una cosa che da subito ho sentito dividere gli spettatori è il finale del film, che con la sua epica esagerata e stilizzata sulle prime può sembrare una nota stonata in un film che parte crudamente realistico; anche io inizialmente sono rimasto spaesato di fronte a questa scelta, poi ci ho pensato bene e forse ho capito. Forse.

fury-2014-movie-screenshot-horse

Dite quello che volete ma io lo avrei visto anche solo per questa inquadratura.

È chiaro da subito, dalla prima scena, che quell’equipaggio incarna i vari archetipi del soldato ed è altrettanto chiaro che quell’equipaggio è destinato al martirio. Se avete visto abbastanza film di guerra lo avvertite subito l’alone di ineluttabile morte che aleggia sull’equipaggio e se conoscete Ayer sapete che non esiterà a immolarli. C’è un traino quasi biblico nel film, nel modo in cui escono indenni per un soffio da ogni situazione e nonostante questo decidano di ributtarsi a capofitto nella loro missione così come ha del miracoloso il modo in cui il carro armato riparta dopo ogni guasto, sopporti i colpi di carri più potenti di lui e proceda col suo carico di vite verso il suo destino. Il Fury e i suoi soldati sono dei miracolati risparmiati più volte in virtù di un destino più grande, da perseguire col martirio. Il Fury mi ha ricordato, così implacabile nella sua marcia ma avvolto in un alone mortifero, la famosa incisione del Dürer “Il cavaliere e la Morte”.

Knight-Death-and-the-Devil-Durer

indizi del “non finisce benissimo”.

E così il veicolo, e il micromondo che in esso si consuma, attraversano come dei prescelti tutte le tappe del martirio, di città in città, sempre più surreali e crudeli, percorrono le stazioni della loro via crucis vessati nel corpo e nella psiche fino al sacrificio finale. Il Fury, il martire che ha resistito a tutto infatti si ferma esattamente dove doveva arrivare, si rompe per segno divino proprio all’incrocio dove era diretto e stavolta senza possibilità di riparazione; è arrivato al suo destino e la scelta di Wardaddy che sulle prime sembra folle e insensatamente suicida  -ovvero rimanere col carro ed affrontare a soli le centinaia di militari tedeschi che marciano verso l’incrocio- assume il tono della mitologia e da film di guerra diventa definitivamente una parabola sul destino del soldato. Un assedio esagerato e simbolico che ricorda l’epica greca e con questo cambio di tono cambia anche l’impianto visivo del film: dalla fotografia livida e nitida della prima parte tutto diventa avvolto da un fumo rosso di fiamme e fosforo e illuminato dai giochi pirotecnici dei proiettili traccianti, la battaglia diventa più simile a quelle oniriche dell’Excalibur di John Boorman che al -meraviglioso – cronismo di Band of Brothers. E così, in un capodanno di luci e sangue, il Fury si immola e si consuma la celebrazione della morte dei soldati in tanti film di guerra, eroica per alcuni e stupida per altri: è il martirio di San Lee Marvin.

excalibur

così ma immaginateci la seconda guerra mondiale

Mi rendo conto che la mia è sicuramente un’interpretazione e che anche fosse esatta può non salvare il film agli occhi di altri spettatori ma è in quella scelta “sconsiderata” dell’ultima parte del film che si rivela se non la classe quantomeno l’autorialità di Ayer. In quella e nell’inaspettato, surreale, colpo di scena finale che ricorda come tono certi film di guerra disillusi degli anni settanta. Una scena a chiudere un film che, dopo aver disumanizzato gli eroi per quasi due ore, in pochi secondi umanizza il nemico e ti dice “Vedi? La guerra non è mai come te la aspetti: non c’è un bianco e un nero, te la prendi come viene”. Così, a secco, a pochissimi istanti dai titoli di coda in modo da non fartelo metabolizzare con una seguente scena retorica in cui tutto torni sensato e moralizzato.

A margine di tutte queste elucubrazioni e al netto dei suoi probabili difetti Fury è comunque un valido film per quanto riguarda l’ intrattenimento: ben girato, con delle buone interpretazioni, fotografato benissimo, con un bel po’ di crudezze non in CGI e molta azione. Merita di essere visto, a me è piaciuto molto e ve lo consiglio. Se non altro per rendere grazie al martirio del “Fury” M4A38 Sherman e del suo funestato film.

DVD-Quote suggerita:

“San Lee Marvin, prega per noi.”
Darth Von Trier, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

58 Commenti

  1. Spatola

    Bella rece. Il film m’è piaciuto, tutto sommato. Brad ha un faccione che mi fa rimpiangere Fight Club, ma il tempo passa per tutti. *** SPOILER *** Tutto il senso religioso presente nella pellicola e permeante un tot di scene e dialoghi mi ha lasciato un po’ freddo. Apre ad un paio di interpretazioni salvifiche che secondo me tolgono il dramma che è proprio – ahilui – del “cannon fodder” e di noi che di conseguenza dovremmo immedesimarci. Cioè: si soffre a mille, ma state tranquilli che da qualche parte un “disegno” c’è. La scena in casa con le due tipe è funzionale allo sviluppo dei personaggi e capisco bene la cosa, ma accidenti NON PASSA PIU’. Bella la storia sui cavalli. Non so perchè. Per finire: fare la conta delle munizioni prima dello scontro finale e scordare un caricatore fuori dal tank: CHECK. Avrei voluto più splatter, a ripensarci. Anche 20 minuti in più di crudezze assortite. Un film godibile, ma non il capolavoro sventolato da più parti.

  2. Steven Senegal

    arrivo lunghissimo ma comunque dal cine, dove era doveroso omaggiare sto film dalla vicenda travagliata.
    Comparto scenografia, costumi, fotografia da malore tanto sono belli e accurati.
    Il finale non l’ho mica sofferto, anzi dirò di più: in culo al realismo presunto o preteso, questo film è proprio catabasi dall’inizio alla fine. Altro che semplice scarto sul finale. IL realismo è tutto nella cornice
    Abbiamo il Fury che ci fa da psicopompo, va’ come accompagna i morti nella loro discesa negli inferi – perché tanto sono già morti, s’è detto, si sa già come andrà a finire –
    Tò, c’è pure il Tiger che fa da cerbero e non vuole far passare i nostri.
    Tutto il film c’ha quella dimensione onirica e irreale che ne viene dalla nebbiolina, dalla fotografia, dagli impiccati ignavi ai pali del telefono, dalle crucche ammaliatrici, dai paesaggi lunari (madonna che intro con brad pitt a cavallo, se non è una dichiarazione d’intenti quella: altro che cercare coerenza nelle strategie di guerra qua raga, il film si apre con un carrista in giro a cavallo a caso che quasi sembra san giorgio, fai te).
    Il finale poi è proprio la discesa negli inferi completata, si fa buio in un attimo e sono subito fiamme e diavuli che corrono in maniera forsennata e senza logica tutto attorno.
    Si salva il più banalotto tra tutti, quello che dal percorso dannato del Fury dovrebbe tornare a nuova vita cambiato e bla bla bla ma Ayer gli sbatte in faccia – qui sì – la fredda verità e contraddizione della guerra: gli dicono ” minchia sei un eroe”.
    A quello che s’è dato alla fuga uscendo dal fondo del carro, quel fondo dove ci cacano e ci pisciano.
    Pure la storia del giovane crucco che lo grazia, inutile cercarci una logica e una coerenza in una cornice di guerra che probabilmente delle cose a caso e scelte fallimentari ha fatto una delle sue cifre.
    Finisce che il Fury e il suo equipaggio crepano al centro dell’incrocio, che inquadrato dall’alto pare proprio che ce l’hanno messo in croce.

    nota di merito per il buon shia labeouf, che qui mi offre una grande interpretazione da matto predicatore con gli occhi arrossati ed un filo sessualmente attratto da brad pitt. Viceversa non capisco tutto questo astio nei suoi confronti. Ok, ha preso parte a quello scempio di indiana jones e ha una rara faccia da cazzo. Però, oltre ad essersi chiavato megan fox, ha preso parte ad almeno 3/4 filmoni e, particolare non trascurabile, vanta una biografia-cronaca recente a metà tra l’attention whore e il matto esilarante che la metà di voi si sogna.
    A me uno che infastidisce con la sigaretta la gente a teatro, viene ammanettato per oltraggio, arrestato e rilasciato su cauzione e subito fuori con la maglia tutta strappata si mette ad inseguire senza motivo un barbone, ecco uno così a me fa simpatia

    • Sto ri-ri-rivedendo Fury, su 5Spike.

      Quando avevo dieci-undici anni mi son letto l’Enciclopedia della 2a Guerra Mondiale di Arrigo Petacco, devo aver finito uno o due anni dopo, quando ho completato le dispense. In un capitolo dedicato al fronte russo c’era la foto di un soldato che era stato schiacciato da un carro armato. Era attaccato ai cingoli, le orbite vuote degli occhi puntate verso l’alto, la bocca aperta e vuota, pareva senza denti, e l’Urlo di Munch è la cosa che somigliava di più a quella bocca.

      Ecco, Fury mi ricorda un po’ il momento in cui mi sono trovato davanti quella foto.

      Il personaggio interpretato da Logan Lerman mi fa pensare a quello di Charlie Sheen in Platoon, solo che qui non c’è una dicotomia Barnes/Elias tagliata netta con una sciabola. Non dico che Ayter sia meglio di Stone, Fury e Platoon sono separati da trent’anni, ma Fury trasmette meglio il senso della casualità della morte. Quei proiettili che rimbalzano e uccidono/sfilano via paiono il messaggio, sottile e letale, del film. Fai quel che vuoi, non sei tu a decidere come finirà.

  3. Axel Folle

    Buono e forse anche più. Finalmente un filml di ayer regista che mi piace

  4. Axel Folle

    Rivisto il film è rivisto il mio vergognoso commento del 25/06/15. Ayer regista in realtà l ho ri-scoperto e mi aggrada quasi tutto. Il ritenendolo mi è piaciuto anche più della prima soddisfacente visione e leggere la tua interpretazione (che devo dire affascinante e col senno di poi pure verosimile) è stato veramente interessante.

  5. Shu-shá

    Lo avevo segato al cinema bollandolo a priori come “sfruttare l’idea di Brad Pitt VS nazi fuori tempo massimo dopo Inglorious Basterds”.

    Recuperato ieri grazie a Sky per riempire una domenica di pioggia e devo dire: miglior film de guera degli ultimi anni.
    Ne ho apprezzato sia la parte “realistica” iniziale, che la parte “calma” con le crucche, che l’esagerata epica finale. Secondo me tutto dosato benissimo, addirittura ho sopportato Shia Le Beouf.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *