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Cum eravamo: Color of Night e gli anni del thriller erotico d’alto bordo

Il sesso arrivò nella Hollywood mainstream passando per casa di mia zia.
Carissime persone, mia zia e suo marito, gente che definiresti brava; mi vogliono bene e mi guardano con una certa diffidenza mista a timore reverenziale perché io sono il nipote studiato, quello che conosce i libri e i film. Loro vanno al cinema una volta l’anno, quando c’è il film che ne parlavano da coso su canale cinque. Nel 1992 – non so perché me lo ricordo, ma me lo ricordo – il loro film annuale è Basic Instinct. Lo raccontano ai miei genitori, mia zia un po’ imbarazzata come se non fosse il caso di farlo sapere a tutti, suo marito con l’occhio gongolo di chi ha visto del pelo di qualità e ci tiene a dirlo in giro. Niente dovizia di particolari, perché c’è il bimbo nei paraggi. «Il bimbo» sono io (lo sono tuttora) e me ne sto pietrificato dietro uno stipite; ascolto di straforo, ho dodici anni, e non ho mai invidiato qualcuno così tanto in vita mia.
Perché in quei mesi, a scuola, non si parla d’altro; e come per ogni cosa di cui si parla a scuola senza che nessuno l’abbia vista, Basic Instinct si ingigantisce fino ad assumere dimensioni mitiche. Si vede QUALUNQUE COSA, pare. Fanno QUALUNQUE COSA. A un certo punto lei fa QUELLA COSA e poi lui, che è quello di All’inseguimento della pietra verde, le fa QUELL’ALTRA COSA. Girano testimonianze di seconda mano, fratelli maggiori che hanno visto, che dicono e non dicono, e il mito cresce a dismisura. Beninteso: abbiamo dodici anni, non cinque, quindi sappiamo COSA ci sia là sotto e abbiamo anche una vaga idea di come si debba usufruirne. Abbiamo fatto le nostre spedizioni esplorative sul versante oscuro dell’edicola. Abbiamo visto le VHS con l’avanti veloce quando i genitori non c’erano (in ordine cronologico: Top Gun, per fermare sul fotogramma dove loro fanno linguina per davvero; La rivincita dei nerd, dove a un certo punto c’è una che si vede tutto; Nove settimane e mezzo, per controllare se lei ha davvero il culo fatto a cuore. È la preadolescenza dei primi anni Novanta, ragazzino: fattene una ragione). Ma Basic Instinct è diverso. Di Basic Instinct ne parlano tutti, i nostri genitori e CIAK e il telegiornale e persino – inaudito! – mia zia che va al cinema una volta all’anno. E tutti hanno visto quella bionda che fa QUELLA COSA e lui che ricambia facendo QUELLA COSA e chissà QUANTE ALTRE COSE.

fhd992BIN_Wayne_Knight_002Conclusione: nel 1992 Paul Verhoeven ha portato il sesso nel cinema mainstream, coinvolgendo un attore di gran nome e regalando la celebrità immediata alla sua attrice, richiamando gran frotte in sala con l’unica esca del SI VEDE CHE FANNO TUTTO. La cosa di per sé non è inedita, né tra gli autori alti (ciao Bertolucci, Russell, Kasdan; ciao TUTTI I FRANCESI), né tra i guardoni bassi (bella Lyne, bella Zalman King); ma la furbacchionata di Verhoeven è quella di aver preso gente famosa e più nuda del solito e averla inserita in un genere sempre vincente e sempre di larghissimo consumo quale il thriller con gli omicidi, eliminando di fatto ogni aspirazione autoriale ma fornendo anche un pretesto socialmente accettabile a tutta quella larga fetta di pubblico che – vuoi per abitudine, vuoi per vergogna – non metterebbe mai piede in una sala dove si proietta un film bollato esclusivamente come “erotico”. E invece, magia: se a “erotico” aggiungi “thriller”, di colpo non sembra più che entri in sala per toccartelo. Intendiamoci, è la scoperta dell’acqua calda – non sto dicendo che Verhoeven abbia inventato la voglia di guardare gente che chiava. Però ha fatto tutto giusto al momento giusto. E non solo ha vinto, non solo ha reso Sharon Stone una star, ma – a riprova di quanto perfettamente abbia intercettato lo zeitgeist di quegli anni – ha anche creato un filone.
Era la prima metà degli anni Novanta e pareva che Hollywood sfornasse un thriller erotico alla settimana.

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Non abbiamo tutto il tempo del mondo, quindi adesso mi limiterò a ricreare il clima di quegli anni elencando una serie di rapide immagini. Voi integratele con le vostre esperienze e il quadro sarà completo.

Basic Instinct che passa in TV. Mettersi col naso a un centimetro dallo schermo nella scena dell’interrogatorio. Rimanere delusi. Scoprire che Canale Cinque aveva massacrato il film di tagli. Recuperare la versione integrale. Rimanere comunque un po’ delusi. Avanti veloce, avanti a scatti, pausa, indietro, play. 1993. Sliver. CIAK che pompa Sliver pubblicando foto osé. Guardare Sliver e rimanere un po’ delusi. Avanti veloce, avanti a scatti, pausa, indietro, play. Il culo di William Baldwin. Il culo di Sharon Stone. Il culo di William Baldwin che occupa l’inquadratura molto più spesso e molto più prepotentemente di quello di Sharon Stone. Avanti veloce, avanti a scatti, pausa, indietro, play. Madonna Ciccone che entra a gamba tesa nel ring dei thriller erotici come una mosca sulla merda. Body of evidence. CIAK che pompa Body of Evidence con foto che non lasciano spazio all’immaginazione. Willem Dafoe che si fa versare la cera addosso. Avanti veloce, avanti a scatti, pausa, indietro, play. Chiedersi, tutto sommato, se valga la pena fare tanti sforzi per vedere la passera di Madonna. CIAK che ormai pubblica solo foto di gente nuda a caso come se glielo avesse ordinato il ginecologo. CIAK che pubblicizza quel film dove Shannen Doherty viene bendata e legata. Sharon Stone che non riesce più a liberarsi dal ruolo di fregna fatale. Avanti veloce, avanti a scatti, pausa. 1994.
Nonostante in due anni il filone non abbia prodotto un film decente che sia uno, la moda dei gialli con il pelo non accenna a finire, e arriva a coinvolgere uno dei nostri migliori amici.

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C’è una metafora nella cassetta della posta

Color of night, per quei pochi che se lo ricordano, è «il film con il pipo di Bruce Willis». Aggiungo io: il film con il pipo di Bruce Willis in diverse lunghezze, giacché della pellicola esistono varie versioni, tra cui un director’s cut di due ore e venti. Dopo una lavorazione particolarmente tormentata e un infarto per il regista Richard Rush, il film uscì accolto da una salva di pernacchie e/o di sguardi allibiti – in effetti, la prima cosa che vien da chiedersi dopo la visione è: «Ma che cazzo ho visto?». O anche, nello specifico: «Ma che cazzo di rapporto ha questo film con il filone del thriller erotico?». Bella domanda. Per certi versi, Color of night ha poco a che spartire con la morbosità patinata dei suoi predecessori, preferendo imboccare la via (tutta in salita) del murder mystery demente con un look post-Ottanta atrocemente fuori moda. I lungimiranti produttori, però, pensarono bene di imbottirlo di sesso per farlo rientrare nei nuovi canoni “alla Basic Instinct” e poterlo vendere di conseguenza; così facendo, crearono una specie di chimera impazzita con il corpo di thriller erotico, la testa di commedia gialla sconclusionata, e il cazzo di Bruce Willis.
Rivedendolo di recente – io che molto probabilmente non l’avevo mai guardato senza la tecnica dell’avanti a scatti – sono rimasto allibito e quasi ammirato dalla sua assurda mancanza di equilibrio nei toni e dalla sua estetica aberrante, che pesca il peggio degli ultimi anni Ottanta e dei primi Novanta in termini di acconciature, giubbini di jeans, luci flou, synth e sassofoni che vivono insieme, masse isteriche.
La trama è questa: Bruce Willis è uno psicologo traumatizzato da un incipit che sembra diretto da Tommy Wiseau. Egli si trasferisce a cercare conforto dal collega Scott Bakula, che però muore subito, lasciandogli in eredità un gruppo di pazzerelloni a cui fare terapia di gruppo (tra i pazzerelloni: Lance Henriksen e Brad Dourif). Forse è stato proprio uno di loro a uccidere Scott Bakula? Chi lo sa! Anche perché nel frattempo il povero Bruce deve fare i conti con il suo daltonismo psicosomatico e con un sospettoso poliziotto messicano che costituirebbe un divertente “alleggerimento comico etnico” se fossimo in Alabama nel 1868. I dolori di Bruce vengono leniti dalla pucchiacca d’ordinanza, nella persona di Jane March – quest’ultima, che ve lo dico a fare, diventata famosa tre anni prima con quel film francese di gente che scopa ai tropici, L’amante, che tanti cinefili blasé hanno guardato tenendo il cappotto in grembo. Scritturare la March, quindi, era una dichiarazione d’intenti: sì, siamo un thriller erotico fatto e finito, abbiamo qui l’attrice che sta sempre nuda e non abbiamo paura di usarla.
Il film termina con un colpo di scena che riesce a essere tanto telefonato quanto inverosimile, a riprova del fatto che è quasi impossibile scegliere una categoria in cui incasellare Color of night, a patto che tutte le categorie siano variazioni sul concetto di “malriuscito”.

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Quello che ci interessa, qui, non è tanto il film in sé, col suo mix allucinante di ridicolo volontario e involontario e i suoi serpenti a sonagli nelle cassette della posta. Quello che ci interessa, qui, è il sesso. È il fatto che nel 1994, nelle alte sfere del mainstream, l’idea più sicura per fare cassetta era prendere due attori belli e famosi, infilarli in lunghe e insistite scene di bombaggio, e basare tutta la promozione su quello – e se durante le rotolate in piscina fa capolino il billo di John McClane, tanto meglio.
Ripeto: non è certo nei primi anni Novanta che si è mostrato il sesso al cinema per la prima volta, e non sono certo questi i film più espliciti del mondo. Anzi, il più delle volte queste tanto sbandierate scene di sesso si sono rivelate tutt’altro che memorabili, enfatizzate ed enfatiche ai limiti del ridicolo, attente a non mostrare troppo, pervase da una morbosità d’accatto (da questo punto di vista il più sincero e soddisfacente finisce per essere, a sorpresa, proprio Color of night). Però, dopo quella breve parentesi, la situazione generale non è certo andata migliorando; e una volta scemato il trend (forse anche per colpa del flop del film di Rush) le cose sono cambiate.

Se il cinema indipendente ha ormai da tempo annichilito i limiti di ciò che è lecito mostrare sullo schermo nel reparto nerchie, Hollywood ha fatto un grosso dietrofront dai tempi di Verhoeven – e la cosa non è mai stata tanto evidente quanto oggi.
Perché oggi, mi chiedete? Dai che avete capito.
Perché oggi le vostre mamme, le vostre sorelle e mia zia che va al cinema una volta all’anno sono tutte in sala a vedere 50 sfumature di grigio. Io non nutro particolare astio nei confronti di quel film – sono sicuro che c’è ben di peggio – però non m’interessa e non l’ho visto. Sapete chi l’ha visto? L’ha visto NANNI. E me ne ha parlato. Ed è proprio da quella conversazione che nasce il post che state leggendo.
Il fatto è questo: 50 sfumature è, da molti anni a questa parte, il primo film enormemente mainstream a basare tutto il suo appeal sul sesso, e per di più un sesso a base di schiaffi e frustate da educande per titillare il gusto del proibito del benpensante in libera uscita. E fin qui le somiglianze coi tempi di Verhoeven si sprecano: dopotutto anche negli anni Novanta l’erotismo era sempre contaminato con il thriller morboso, con l’omicidio, col mal di vivere e con pratiche presunto-inconsuete (perché alla fine l’unico vero tabù di Hollywood è la gente che tromba per il gusto di farlo). Però Sharon Stone, Madonna, Jane March e compagnia, pur interpretando personaggi ambigui o cattivi, rimanevano donne cool, intriganti nelle loro perversioni; non venivano giudicate negativamente, e comunque non per la loro esuberanza copulatoria. Sex symbol potenti, letali, nude e fiere di esserlo.
Oggi invece, nel duemilaquindici, abbiamo un film che ci presenta il fetish delle cinghiate sul culo come una devianza provocata da traumi infantili, un’aberrazione di cui vergognarsi e da cui rifuggire (perché il film, mi spiega Nanni, finisce così: lei lo asseconda per amore ma dopo sei cinghiate fugge inorridita. Gli dice: «O me o le cinghiate sul culo». Lui sceglie lei). È come se tutti i rotocalchi pubblicizzassero “il grande ritorno al cinema della tagliata di manzo”, poi ci vai e scopri che è seitan.
Diffidate della pubblicità ingannevole: io una volta sono andato sui 400 Calci perché parlavano di thriller erotici, e mi sono ritrovato a leggere un pezzo su 50 sfumature di grigio.

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DVD-quote suggerita:

«OH MA SCOPARE UN PO’ INVECE DI FARSI LE PIPPETTE COI FILM TANTO PER CAMBIARE? EHEHEHEH»
(Un commentatore arguto e originale, www.lemaniavanti.it)

>> IMDb | Trailer

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65 Commenti

  1. Robert Di Nero

    Ma vogliamo parlare dell’inquietante dentatura della pucchiachia di Color of the Night? Volevamolo?

  2. Vin Diesel 30€grazie

    Non resisto alla citazione:

    Luotto P.

  3. jena123

    @MARCO(VALORI.M60) Ma certo,benvenuto nel club ahahahahahah,ammazza te lo ricordi meglio di me,questo mi ha definitivamente convinto di rivederlo al più presto.

  4. Kurtz Waldheim

    Color of Night visto un paio di volte – forse la prima perfino al cinema e non mi dispiacque affatto (ho controllato su Google per coniugare giusto). Francamente non mi ricordo il pupparuolo di Willis (suppongo conti come Gay Test) ma so che per molto tempo ho sognato di trombare come un riccio con una bella sconosciuta che mi tampona la macchina. Poi ho ripiegato finendo per fare il mestiere di Wills nel film.

  5. Luotto Preminger

    @John Who: diamine, Getaway! Me n’ero dimenticato. Per come me lo ricordo io, quel film passò abbastanza sotto silenzio e senza la nomea dell’erotismo; tant’è che lo andai a vedere al cinema coi compagni di classe e nessuno di noi si aspettava quella scena lì, quindi uscimmo tutti in preda agli ormoni.

    @tutti quelli che chiamano in causa Tinto Brass: bè, ma Brass gioca proprio un altro sport, è palese…

    • Fra X

      ” senza la nomea dell’erotismo”

      Già! Pure quando passava all’ inizio in TV la pubblicità che ricordi non lo presentava come niente di esagerato.

  6. umbem

    Standing ovation per la citazione di Extras in chiusura

  7. blueberry

    del gateway rifatto con la basinger e il baldwin ricordo d’averlo visto in pullman, al ritorno da una gita scolastica. e che nel silenzio generale (eravamo molto concentrati sul film), quando kim esce nuda, un tizio (che non nomino per la privacy) urlò
    “A ten nera!”

    e fu giubilo

  8. schiaffoni

    Grandissima recensione.Complimenti.

  9. Fra X

    Quanto mi stavano antipatici questi film all’ epoca! XD Vederci poi Michael Douglas e Bruce Willis che facevano ben altri filmoni… XD ICDN ricordo che a differenza di BI lo “odiavo” a pelle ed infatti non l’ ho mai visto. La recensione comunque lo fa più interessante e simpatico di quel che sarà. XD “50 sfumature di grigio” a me alla fine è piaciuto. Alla fine è una riflessione sulla solitudine. Più il secondo lo trovo vicino ai titoli di 20-25 anni fa circa a tratti.
    Comunque l’ articolo fa riflettere sul solito fatto che non basta mettere gli stessi ingredienti di un film di successo per replicarne il risultato. Come in cucina appunto!

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