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Il racconto dei racconti, ovvero di quella volta che a Cannes non c’erano solo italiani piagnoni

Allora amici, chiariamoci subito: oggi si va di eccezione meritevole e in senso ampio del termine. Molto meritevole ma anche molto eccezione. Quindi non cominciamo che fate quelli con la luna storta perché non vi parlo della Aston Martin DB10 costruita per eseguire davvero tutti gli stunt di Spectre o non partecipo alle lodi generali per Fury Road.

Respirate bene. Calmi. Parliamo di un film d’autore italiano. 

“Ma come!”, direte voi, “Ma che siamo da Fazio?!”, “No”, vi risponderemo io e Jackie Lang, perché Il racconto dei racconti presenta varie cose che ci interessano, in forme non convenzionali certo ma ci sono. Non ultimi delle tette e svariato sangue che non ti aspetteresti da un film italiano in concorso a Cannes.

Sigla e fate attenzione perché è strutturale per la recensione.

La melodia e le immagini di cui era fatta la sigla dell’ Almanacco del giorno dopo, al di là dell’essere una cosa totemica nel mio immaginario, sono funzionali e perfette per introdurvi ad alcuni dei temi del film di Garrone. È infatti una composizione mutuata nel 1976 dal maestro Luciani da un virelai francese del trecento ovvero una composizione musicale pensata come accompagnamento dei trovatori per declamare versi, quindi una musica popolare atta al racconto. Le immagini sono invece reintepretazioni seicentesche del grande incisore Giuseppe Maria Mitelli con canoni allegorici tradizionali italiani legati ai mesi dell’anno. Vennero assemblati assieme in una efficace sintesi pop televisiva di folklore italiano che comunicasse un senso di classicità ed italianità, in senso non provinciale ma di ancestralità. E il film di Garrone a monte ha proprio un linea guida affine.

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“posso spiegarti tutto, non è come pensi”

Non so che familiarità abbiate col materiale delle fiabe e del folklore ma vi assicuro che è roba forte, roba intrisa di magia, violenza, stranezze, umorismo e sensualità. I grandi temi dell’umana condizione sotto forma di servi furbi, principesse cretine, re ingordi, mostri che incarnano la materia oscura dei nostri vizi, meretrici in odore di santità, diavoli vari ed eventuali featuring Nostra Sorella Morte ogni due per tre il tutto nella splendida cornice delle nostre campagne, rocche erme e grotte di tufo. Come avrete probabilmente già sentito in giro il film è tratto da una raccolta  omonima di racconti del 1636 dal titolo in napoletano Lo cunto de li cunti ad opera di Giambattista Basile. Raccolta che nella sua struttura si rifà con spirito nuovo alla struttura della novella medievale -boccaccesca in particolare, al punto che viene definito anche Pentamerone – mutuandola con la fiaba tradizionale, un libro cruciale questo per la cultura popolare italiana e non solo, perché traspone ed edita in maniera ragionata alcune storie da sempre diffuse nel nostro territorio sancendone una “prima volta” letteraria, la più famosa delle quali è la storia di Cenerentola.

Come già trattai a proposito de L’arcano incantatoree come ogni tanto riaffiora qua e là nei miei pezzi, la faccenda del folklore e del brivido di casa nostra a me preme molto; sarà che da piccolo sono rimasto sotto con i volumi di Fiabe Italiane compilati da Calvino, sarà che per indole e formazione sono incline a questa roba ma io non ne ho mai abbastanza.

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Mai abbastanza

Ero quindi molto curioso della trasposizione del libro in  film, di tre dei cinquanta racconti del libro per la precisione, e devo dire che ha dei meriti non trascurabili. Innanzitutto quest’anno andiamo ai festival con qualcosa che non è A) un film sulla mafia B) un film sui salotti borghesi con la crisi di nervi C) un biopic su qualche figura di cui non frega a nessuno varcato il confine patrio D) una commedia molto intelligente che non fa ridere E) un film sui migranti o qualche tragedia di cronaca. Ci andiamo quindi italianissimi sì, ma internazionali come la migliore nostra cultura sa essere ed è stata. Ci andiamo con la volontà di raccontare sì una storia nostra al 100%, ma che non puzza di ombelico e che è vendibile a tutti.

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vendibile a tutti

Ha il già citato – enorme – merito di cercare di raccontare in maniera classica ma non tediosa il nostro immaginario, nel mostrare i nostri paesaggi senza fare lo spot dell’olio della proloco, del far vedere i nostri mostri senza l’ invidia del pene di drago altrui e infine il merito di spendere un sacco di soldi per fare un film d’intrattenimento in Italia, soldi che si vedono, soldi spesi bene, soldi investiti per raccontare una storia sfarzosa in cui ci sta un po’ di cultura ma pure tette mostri e sangue, che a pensarci bene sono parte integrante della nostra cultura. Ha la cifra del film d’autore, sia chiaro, si prende i suoi tempi che di sicuro non sono quelli dei film che di solito trattiamo qua, ma so che siete in gamba e che questo non vi farà escludere a priori il film perché la sua parte di intrattenimento è maggiore rispetto a quella estetizzante\autoriale, insomma non state vedendo The color of Pomegranates e nemmeno L’ultima tempesta di Greenaway.

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anche ruffiano ed estetizzante

Visivamente è un film d’impatto ma non arrogante, con una sua aggraziata pomposità che vuole affascinare più che colpire in faccia, con un lavoro di location accuratissimo e un ottimo lavoro di scenografia, costumi e ovviamente effetti speciali il grosso dei quali analogici.  Fondamentale la ricerca pittorica dell’inquadratura che seppure ruffianissima -ad opera del direttore della fotografia Peter Suschitzky, quello di tutti i film di Cronenberg e de L’impero colpisce ancora, mica petecchie – che a tratti ricorda i preraffaelliti, altre volte il barocco italiano e altre volte un certo tardo gotico e fiammingo e cortese. Ci ho visto dentro il fantastico italiano del Pisanello di San Giorgio e la principessa, l’opulenza e la rigorosità dei Van Eyck del polittico di Gand, la simbolicità teatrale del barocco del Guercino e del barocco ha anche la trasposizione in sentimenti del paesaggio, così presente e così simbolico come nei paesaggi mitologici del Poussin, la rutilanza paesana dei proverbi fiamminghi di Bruegel e anche una consapevolezza più pop, della fantasy più o meno moderna di film e fumetti, Game of Thrones certo, ma io ci ho visto La compagnia della Forca di Magnus, certe figure stilizzatissime di Sergio Toppi, un drago marino che pare tratto da Il Mercenario di Segrelles. Ci ho visto pure un po’ Krull tiè, e tutto senza fare un film davvero fantasy, nel senso di genere comunemente inteso, come vi spiegherà Jackie tra un po’.

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Un film tutto così

Ha un po’ il tono del Barone di Münchhausen di Terry Gilliam ma con il tocco mediterraneo di Brancaleone, delle sue campagne riarse, dei villici irredimibili e cenciosi, dei suoi bizantini surrealmente ieratici, ma a differenza di questi due film ha un’inquietudine e una violenza maggiori, simboliche ma d’effetto, l’orrore di quando da bambini ci leggevano di Tremotino che dalla rabbia si afferra un piede e si squarcia a metà come un pollo arrosto. Ha il carattere universale della cultura popolare vera, quella alla base di chi siamo.

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“Ultimi duchi di Bisanzio, sangue prezioso e malato mischiato a se stesso”

Sicuramente non è un film perfetto, ha degli evidenti problemi di scrittura che lasciano troppo smagliato un film che pure si prende due ore e mezza di tempo per raccontarsi e non lesina sul minutaggio di certe scene non proprio essenziali. Sicuramente per il pubblico generalista potrà risultare lento, anche se per me non è quello il suo problema, quanto appunto il fatto che se la prende comoda per poi quagliare tutto un po’ di fretta e non completamente.

Ma i suoi meriti “morali”, contenutistici ed estetici, sono di netto più interessanti dei suoi difetti – così come lo sforzo e la purezza di intenti che mi piace sempre premiare – e se il film diventasse la serie TV sperata da Garrone le esigenze televisive e il senno di poi limeranno naturalmente queste imperfezioni. E secondo me ci farebbe fare un figurone ovunque.

Il pezzo di Jackie Lang

PROLOGO
C’è Bart che viene cacciato dalla scuola elementare di Springfield, Marge ed Homer disperati e in cerca di rigore lo iscrivono ad una scuola cattolica. Bart inizialmente non ne vuole sapere di stare a sentire le storielle su Gesù e i profeti con le quali gli hanno rotto le palle per anni in Chiesa, fino a che non gli cominciano a proporre “the real deal”, ovvero la Bibbia, l’Antico testamento senza filtri. Tutto quel sangue, quella violenza e quella cattiveria che stava lì da sempre ma gli avevano nascosto fino a quel momento lo rapiscono e si converte immediatamente al cattolicesimo al grido di: “Perchè non me l’avete detto prima?”.
In una serie di eventi apparentemente non collegati a questi, settimana scorsa sono andato a vedere Il racconto dei racconti.

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Tagliamo la testa al toro subito: questo film non è un fantasy.
Lo so che Matteo Garrone stesso ha detto che lo è, lo so che ha anche detto di essersi ispirato a Il trono di spade (e ha fatto bene a dire una cosa simile al momento di promuovere un film da 12 milioni di euro di budget, io avrei aggiunto anche “è praticamente un prequel alla nuova trilogia di Guerre Stellari“), so anche che c’è un drago e c’è magia. Però non è un fantasy, nemmeno un “fantasy all’italiana”, qualsiasi cosa quest’espressione voglia dire. Voglio chiarirlo subito perché altrimenti poi finiamo a fare discorsi che non c’entrano nulla con il film, che invece è un gran film di sangue e meschinità senza buonismi, e solo per questo non si merita gli off topic.
Il racconto dei racconti non è un fantasy perchè non guarda i personaggi da vicino come i fantasy. Con i nani, gli elfi e gli umani dei fantasy si ha un’empatia fortissima, sono racconti fatti per calare i lettori o gli spettatori in un mondo che ha regole e costumi impossibili ma dinamiche di fiducia, amore, odio, tradimento, onore (soprattutto) e lealtà uguali alle nostre. I personaggi appartengono a razze strane e fanno cose assurde ma con la medesima testa di chi guarda o legge. Questo non accade in Il racconto dei racconti, perchè non è un fantasy.

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Il Made in Italy per dare la caccia ai draghi marini

Come sanno ormai anche le pietre, viene tutto da una raccolta di favole napoletane del ‘600 (certo che solo noi possiamo investire 12 milioni di euro su favole napoletane del ‘600….) quindi no favole tipo Disney, no favole “e vissero felici e contenti” o favole “con un bacio la risvegliò” ma favole vere, quelle apparentate da vicinissimo con i truci racconti popolari, favole intitolate: “La vecchia scorticata”, favole “e allora il re la uccise facendola buttare giù dalla torre”, favole “e fecero sesso per tutta la notte felici e contenti”, favole “e lei gli tagliò la gola rimanendo imbrattata del suo sangue”. E come tutte le favole non c’è partecipazione a queste vicende ma un fortissimo distacco, sono eventi che sembrano accadere a gente che non reagirebbe mai come farebbe chi le legge o guarda, personaggi in cui non ci si immedesima mai e che guardiamo da lontanissimo.
Come capirete, questi elementi (il distacco, la durezza, l’onestà e la violenza) bastano da soli a definire Il racconto dei racconti “film calciabile dell’anno”, anche se è una roba da festival con un ritmo che Michael Bay già sui titoli di testa si annoia e comincia a chiedere: “Oh ma tra quanto finisce?”. Ed è sufficiente, perchè Il racconto dei racconti è l’affronto finale a tutto il cinema zuccheroso e a tutte le riletture “dark” della Disney degli ultimi anni, narra le stesse cose con più coerenza, mandando dritto affanculo quel concetto di dark a forza di cuori giganti cucinati e mangiati, sorpassando a destra l’azione di quei film-truffa con solo la scena subacquea dell’uccisione del drago (10 volte più lenta ma 20 volte più tesa e incazzata) e alla fine spiega a tutti cosa siano le favole vere, non ripulite al fine di non offendere nessuno.
Il racconto dei racconti risponde alla domanda: “Ma perchè una volta le storie erano violentissime e meschine e oggi invece i film sono fatti per non disturbare?” e fa esclamare: “Ma perchè non l’avete girato prima?”

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E vissero per sempre felici e imbrattati di sangue

Come si può non parteggiare per un film così duro e puro? Con le pulci giganti, la miglior scena horror che uscirà da una casa di produzione italiana per i prossimi 5 anni almeno (quella del pipistrello gigante che insegue i gemelli albini nel buco sotterraneo), con gli orchi, le puttane, le donne ignude e Ceccherini?
Pensatene quel che volete, odiatelo e fatevi rompere le palle dal suo ritmo se non avete cuore, ma per me è il film italiano senza compromessi dell’anno e alzo silenzioso un pugno chiuso verso il cielo in suo onore.

Dvd-quote suggerite:

“Un po’ un Barone di Münchhausen di Gilliam ma terrone”
Darth Von Trier, i400Calci.com

“Quando tornate a Hollywood date questa pizza ai dirigenti Disney e ditegli che gliel’ha data l’Italia”
Jackie Lang, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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71 Commenti

  1. Ottimo il vostro commento, siete uno dei pochi che lo vede in maniera positiva, ma mi farebbe piacere che tu leggessi anche il mio (corto corto): https://librilettura.wordpress.com/2015/09/04/il-racconto-dei-racconti-magnifico/

  2. Garrone fa un po’ quello che ha fatto Mainetti, con proporzioni diverse. Ha preso un genere non tipicamente italiano e l’ha fatto diventare tale. La scelta di usare delle fiabe popolari Campane invece dell’epic fantasy Norreno è una scelta più che azzeccata.
    Come Mainetti, Garrone osa, con mezzi economici, alle spalle, maggiori, e stupisce.
    “Il Racconto dei Racconti”, come la sua controparte Mainettiana, conquista 7 David ed entra di diritto nella stratosfera del cinema italiano. La rinascita continua, anche e soprattutto, rivoluzionando i preconcetti del cinema nostrano.

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