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Darkman (1990) o di quando per fare un superhero movie, il superhero te lo dovevi inventare

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La battaglia per dirigere il primo film di Batman fu lunga, sanguinosa e non priva di vittime. Molti registi armati di ottime intenzioni si fecero avanti e ne uscirono con l’orgoglio e il curriculum ferito, solo per vedersi preferire dalla Warner Bros. uno che dal primo giorno di riprese a oggi non ha smesso per un minuto di dire che a lui, di Batman, non gliene fregava un cazzo. Fra i pretendenti rifiutati si ricordano nomi di una certa importanza oggi come allora come Ivan Reitman, Joe Dante e, non ultimo, Sam Raimi. Il che è buffo, in un certo senso, perché ho sempre considerato Sam Raimi come una specie di Tim Burton ma col talento. Un talento a cui puoi chiudere la porta in faccia, ma che non puoi imbrigliare, e infatti due minuti dopo Raimi stava battagliando per i diritti su The Shadow, un pre-supereroe nato sulle riviste pulp degli anni ’30 universalmente riconosciuto come una delle fonti di ispirazione per Batman. Altra porta in faccia (anni dopo ne verrà realizzato un film con Alec Baldwin non proprio all’altezza del materiale d’origine), ed è a quel punto che Raimi ha l’illuminazione: se vuole fare un film su un supereroe, fa prima a crearselo da solo.

Nasce così nel 1990 Darkman, giustiziere sfigurato e mezzo pazzo che omaggia i film di mostri della tradizione Universal e che la Universal finanziò sperando di cavalcare il successo ai botteghini di Batman.

Groovy!

Groovy!

Vidi Darkman da bambino e, come spesso mi accadeva a quell’età grazie a genitori che si applicavano con estrema diligenza nel proibirmi di guardare film coi mostri, lo vidi a spizzichi e bocconi nel corso di innumerevoli trasmissioni televisive riempiendo i buchi coi racconti di cugini più grandi e amici più intraprendenti.
O almeno questo era quello che credevo.
Rivedendolo oggi mi sono reso conto che il film che ero convinto di avere visto, o almeno di conoscere per sommi capi, era in realtà un pastone che combinava in un’unica sceneggiatura Darkman e i suoi sequel, Il fantasma dell’Opera, The Shadow, L’uomo invisibile e l’episodio di Batman sull’origine di Clayface.
Niente di tutto questo, eppure molto di tutto questo. Perché al di là della sua sceneggiatura, all’avanguardia sotto molti aspetti, Darkman è un calderone di suggestioni passate e future, un film che ha assorbito come una spugna i toni, i temi e le atmosfere di ciò che affascinava Sam Raimi e che con altrettanta facilità ha influenzato ciò che è venuto dopo.

Tavola delle influenze dichiarate di Sam Raimi: The Shadow, L’uomo invisibile, il Dr Frankenstein, Il Fantasma dell’Opera

Tavola delle influenze dichiarate di Sam Raimi: The Shadow, L’uomo invisibile, il Dr Frankenstein, Il Fantasma dell’Opera

Ma di cosa parliamo quando parliamo di Darkman?

Lo scienziato Peyton Westlake (e se pensate che sia un nome da nerd, aspettate di vedere certi golfini che indossa) è a un passo dal fare una scoperta che rivoluzionerà la medicina moderna: ha praticamente inventato la stampante 3D nel 1990 (!!!) e la sta usando per realizzare una pelle artificiale compatibile col corpo umano per trattare persone colpite da ustioni gravi. L’unico problema, al momento, è che non riesce a creare un campione che resista per più di 90 minuti senza deteriorarsi, ma anche questo ostacolo sta per essere superato.
Purtroppo per lui, la sua fidanzata Julie, un’avvocatessa troppo onesta in una città troppo corrotta, si è messa nei guai con certi brutti ceffi del mondo immobiliare (giuro!) entrando in possesso di alcuni documenti che scottano, e a farne le spese sarà proprio Peyton: una notte un gruppo di gangster fa irruzione nel suo laboratorio (convenientemente annesso alla casa in cui vivono lui e Julie) per impadronirsi dei documenti, e nel processo Peyton viene torturato, sfigurato e fatto saltare in aria assieme al palazzo.

Yep, proprio così.

Peyton viene dato per morto nell’esplosione, ma in realtà, irriconoscibile a causa delle ferite e privo di sensi, è stato soccorso e sottoposto a una procedura d’avanguardia per gli ustionati gravi che consiste nella rimozione chirurgica di quel tratto di sistema nervoso responsabile della percezione del dolore. A questo punto Peyton è orribilmente sfigurato, creduto morto da tutti i suoi cari, non è più in grado di provare dolore fisico e questo ha come effetto collaterale, per qualche motivo, un incremento dell’adrenalina nel corpo e vari disturbi a livello psichico, perciò, come tutte le persone psichicamente disturbate, si costruisce un laboratorio segreto in una fabbrica abbandonata e giura vendetta a chi gli ha fatto del male.

Fare la scienza presuppone l’uso di occhiali, nessuna eccezione.

Vista oggi, quella di Darkman sembra quasi un’origin story al contrario, che sovverte il canone ultracollaudato (vedi tutti, da Spiderman in poi) della formula “from zero to hero”: Peyton non è un reietto o un emarginato che riesce a conquistare ciò che prima gli era precluso grazie alla scoperta di un superpotere, è un uomo che ha già tutto — una carriera, l’amore di una donna, una vita felice — a cui l’incidente che gli “donerà” i poteri porta via ogni cosa. Tutto nella genesi di Darkman ruota attorno alla perdita, il suo stesso potere è in realtà una menomazione, un qualcosa in meno: l’incapacità di provare dolore e, per estensione, di provare paura, si rivela a lungo andare qualcosa di alienante, un handicap mentale più che un vantaggio fisico; ciò che fa di lui un superumano lo rende in realtà un po’ meno che umano.
E poiché a poteri di merda non corrisponde nessuna responsabilità, per buona parte della pellicola Darkman non ha alcun interesse a difendere la propria città, i deboli o gli oppressi: la sua quest consiste unicamente nel cercare di riappropriarsi di ciò che era suo (perfezionare la formula della pelle artificiale, riavere la sua faccia, riavvicinarsi a Julie), di riconquistare quella normalità che gli è stata dolorosamente portata via, e come ogni antieroe che si rispetti, fallisce miseramente. L’unica cosa che gli riesce è la vendetta, che spogliata di qualunque epicità diventa l’azione violenta, a volte addirittura sadica, e disorganizzata di un uomo guidato da un odio a tratti lucido, a tratti folle.

Una storia che non sfigurerebbe come genesi di un cattivo della serie animata di Batman, quella bellissima degli anni 90, e anzi, non mi stupirebbe scoprire che la visione di Darkman abbia influenzato Bruce Timm e i suoi collaboratori più di quanto non l’avesse fatto il Batman di Burton, basti vedere l’ottimo lavoro di rilettura di villain storici come Mr. Freeze (scienziato pazzo vittima di un incidente di laboratorio che fa di tutto per riunirsi alla moglie perduta) e Clayface (ex attore rimasto sfigurato, che ha perso la propria faccia ma può “indossare” quella di chiunque altro). Come sono abbastanza sicuro abbia influenzato quel venditore di aspirapolveri di Todd McFarlane quando ha creato Spawn, personaggio simbolo della new wave dark del fumetto americano degli anni 90: le sue origini — un uomo morto che fa un patto col diavolo e torna sulla Terra sotto forma di demone dal volto sfigurato, solo per scoprire che la sua donna si è rifatta una vita e finisce a combattere il male perché non gli è rimasto nient’altro — sono praticamente quelle di un Darkman al testosterone che incontra il Faust.

L’inaspettata eredità di Sam Raimi

Ma quasi dimenticavo di dirvi la roba più importante di tutte, ovvero chi si fa carico, di fronte alla macchina da presa, di tutta questa responsabilità, chi si cela dietro le molteplici maschere di Darkman.
Sotto dieci strati di trucco, colla e lattice, c’è l’allora quarantenne Liam Neeson (non diverso dall’oggi sessantenne Liam Neeson; ha proprio ragione Michael Keaton in Birdman: i 60 sono i nuovi 40), prima della sua rinascita come eroe action con un passato da attore impegnato e prima di quel passato da attore impegnato. Nel 1990 Neeson è un attore irlandese apprezzato ma ancora poco conosciuto in America che non si tira indietro di fronte a niente: sedute da 18 ore solo per il make-up o starsene appeso a un cavo a 15 metri d’altezza, pur soffrendo di vertigini, per girare un inseguimento in elicottero sono sfide che il futuro Bryan Mills accetta con entusiasmo nel suo primo ruolo da protagonista in una pellicola hollywoodiana ad alto budget.

“Io vi troverò, e vi tratterò con riguardo.”

All’inizio Raimi voleva Bruce Campbell, che credo sia la frase che Raimi dice più spesso nella sua vita — ma trovando resistenze da parte degli studios, che forse non si fidavano completamente ad affidare la parte principale a un semplice caratterista, è costretto a ripiegare su un attore esperto, con un grosso background teatrale, capace di esprimere un vasto range di emozioni, di raccontare il tormento interiore di un uomo distrutto che lotta per conservare l’ultimo brandello della propria umanità, senza usare la faccia. A quanti compromessi deve scendere un regista quando è sotto contratto con una grossa casa di produzione, eh?

Sergio Leone lo diceva sempre: "Darkman ha due espressioni: col cappello e senza cappello"

Sergio Leone diceva sempre: “Darkman ha due espressioni: col cappello e senza cappello”

Nel ruolo di Julie, la fidanzata di Peyton/damigella in pericolo, c’è invece Frances McDormand, la moglie dei fratelli Coen (sì, ufficialmente è sposata solo con uno dei due, Joel, ma niente mi toglierà dalla testa che abbiano un torbidissimo menage-a-trois), che si racconta trovò un’intesa perfetta con Neeson ma scazzò di brutto con Raimi, nonostante fossero amici di vecchia data. Intanto i Coen, anche loro legati a Raimi dai tempi de La Casa (praticamente glielo montarono loro), danno il proprio contributo non creditato servendo come “script doctor” (sorta di supervisore generale il cui compito, a script ultimato, è capire cosa non funziona e aggiustarlo) durante l’infinita gestazione della sceneggiatura, passata per le mani di una marea di autori e attraverso almeno 12 riscritture, prima del semaforo verde della Universal. Il che costituisce probabilmente l’unico, vero limite della pellicola.

La storia raccontata in Darkman è semplice e lineare, non ha veri buchi di sceneggiatura, ma diversi dettagli non quagliano e più di una volta la proverbiale pistola di Chekhov presentata nel primo atto non fa fuoco nel terzo. I due esempi più lampanti: nella metodica caccia ai suoi aguzzini a uso ucciderli male, Peyton ne dimentica inspiegabilmente uno, che da un certo punto in poi, però, scompare dalla pellicola; e, soprattutto, la questione della pelle sintetica: la scoperta che per evitarne il deterioramento vada tenuta lontana dalla luce viene presentato a inizio film come un dettaglio importantissimo, ma non ne viene più fatta menzione, né ha alcuna applicazione pratica nella seconda metà, nonostante tutto lasciasse pensare il contrario in un film che, beh, si intitola Darkman.

Allora me lo dite a cosa è servita tutta questa scienza?!

L’impressione è che Raimi avesse un’idea più complessa o almeno più articolata di cosa doveva succedere nel suo film, mentre gli studios premevano per tenere le cose semplici, alleggerire il copione, sfoltirlo del superfluo, e un po’ di concetti siano andati perduti per effetto del telefono senza fili mentre lo script passava da una persona all’altra.
Oppure, semplicemente, Raimi non era ancora uno sceneggiatore così esperto.

A questo punto della sua carriera, il Sam nazionale ha scritto e diretto solo tre versioni de La Casa — vale a dire il corto Within the Woods, la versione lunga La Casa e il sequel-remake La Casa 2: sempre lo stesso film, ma ogni volta più figo — e diretto (la sceneggiatura era dei Coen) I due criminali più pazzi del mondo. Darkman è il suo primo lavoro non indipendente e non finanziato coi soldi della paghetta, la Universal è abbastanza intrigata da investirci una decina di milioni di dollari (diventati 16 ora della fine delle riprese; non tantissimo, ma neanche poco, per l’epoca), ma impone, comprensibilmente, anche molti paletti.
La fortuna di Darkman è che nonostante le limitazioni, al momento della verità Raimi è sempre in grado di portare il film dove vuole lui, e “dove vuole lui” è un luogo bellissimo: che si tratti di spuntarla sul casting e incorniciare Bruce Campbell in un’ultima gloriosa inquadratura (altri camei rilevanti: i fratelli Coen in macchina durante l’inseguimento in elicottero, Sam Raimi e John Landis in camice nella scena dell’ospedale), di infarcire un film che dovrebbe avere i toni di uno pseudo-Batman di umorismo slapstick e gag surreali, di piazzare dove meno te l’aspetteresti soggettive impossibili, dissolvenze incrociate senza vergogna e sequenze oniriche fuori di testa che attingono a piene mani dall’esperienza degli effetti speciali fai-da-te e dal registro cartoonesco dei suoi esordi con La Casa. Perché forse Raimi non è né sarà mai un genio della scrittura, ma è senza ombra di dubbio un assoluto maestro della messinscena e il set di Darkman è il suo fottuto parco giochi.

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Per tutti gli anni ’90 Darkman ha goduto dello status di film di culto, vale a dire che in quattro erano a conoscenza della sua esistenza ma signora mia che baccano che facevano quei quattro, ed era considerato tra gli addetti ai lavori il miglior film di supereroi in circolazione, che è poi uno dei motivi per cui a Raimi verrà messo in mano Spiderman nel 2001 (sul quale onestamente ho sempre avuto quache perplessità, ma non mi addentro in questo territorio perché ho visto gente affermare che il secondo Spiderman fosse un capolavoro e non so se ho la forza di sostenere una conversazione del genere).
Poi, come tutti sappiamo, nel 2000 arriveranno gli X-Men e questo cambierà, nel bene e nel male, tutte le carte in tavola, a livello di stile, forma e contenuti, ma non credo abbia davvero senso pensare a Darkman come a qualcosa che esiste in opposizione alla nuova ondata di cinecomix. Darkman gioca a un gioco più antico e tutto suo, è una delle ultime, dei più autentici e ispirati omaggi a quel mondo pulp precursore delle storie a fumetti, e oggi, a pochi giorni dal suo 25esimo anniversario, sono qui a ricordarvi che se non ve lo siete ancora (ri)visto siete dei pazzi.

DVD-quote:

“Il miglior film di supereroi degli anni 90. E anche un po’ dopo.”
Quantum Tarantino, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

Spoiler!

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89 Commenti

  1. Ruggero Deodorantato

    Mi sono visto The Shadow con Baldwin al posto di rivedere Darkman, che avevo già visto tante volte. Il film in sè non mi ha fatto impazzire particolarmente, però Tarantino aveva ragionissima quando diceva che Baldwin a fine anni 80 sarebbe stato un Batman grandioso! Così mi sono immaginato un Batman fatto da Raimi con Baldwin.. che bello sarebbe stato!

  2. Andrea

    Perchè dici che il dettaglio del buio come rimedio per il deterioramento della pelle sintetica non ha alcuna applicazione pratica? Il fatto che la pelle resiste al buio, gli consente di conservare le maschere create per lungo tempo e di utilizzarle. E’ sottinteso , secondo me. Non mi sembra un buco di sceneggiatura

  3. Fra X

    Lo vidi da piccolo in una delle prime TV e la storia di quest’ uomo sfigurato che solo per brevi tratti riprendeva il suo volto originale mi inquietò e mise un misto di ansia e pietà. Rivedendolo da grande l’ ho apprezzato anche di più, ma mi ha stupito vedere un anti-eroe sadico come non lo ricordavo. Solo alcuni anni fa ho scoperto che Sam Raimi aveva dato vita a questo e “L’ armata delle tenebre”, due dei numeri cult anni 90 che oggi possiamo solo sognare purtroppo.
    Onestamente giusto non mettere BC. Il film è veramente serioso e LN come scelta è stata davvero azzeccata! Al primo ruolo di protagonista assoluta fa decisamente centro!
    No dai, anche tu sui due primi Spider-man di Raimi! XD

    “perché ho sempre considerato Sam Raimi come una specie di Tim Burton ma col talento”

    Frecciatina internettiana, anche se garbata XD. Ivan Reitman “Batman”!?! °_O

    “anni dopo ne verrà realizzato un film con Alec Baldwin”

    Nel 94, mica 2004. XD

    “sì, ufficialmente è sposata solo con uno dei due, Joel, ma niente mi toglierà dalla testa che abbiano un torbidissimo menage-a-trois”

    Ah, ah! lol

  4. Fra X

    Per quanti filmoni sono usciti in annate come la 90, 91 o 97, qualcuno me le scordo sempre quando devo citarli! XD “Darkman” è tra questi. Impossibile ricordarseli tutti!

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