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Uno, due, tre, stella: la recensione di “As the Gods Will” di Takashi Miike

C’è un inesauribile, fanciullesco, ingenuo ottimismo dietro il fatto che ogni volta che Takeshi Miike caga un film — e la media è circa tre all’anno, spero siamo tutti d’accordo che non è una cosa da prendere alla leggera — noi ce lo sorbiamo quasi senza fiatare, ed è perché sappiamo in cuor nostro che se ci crediamo abbastanza, se resistiamo abbastanza, avremo il privilegio di assistere, ed essere i primi a poter dire “io c’ero” di fronte a un capolavoro capace di inaugurare un nuovo corso della cinemtaografia giapponese e forse mondiale.

Tipo così

Miike dirige circa tre film all’anno e non è neanche corretto dire che “ci caschiamo” ogni volta perché, so di non essere il solo, sappiamo benissimo a cosa andiamo incontro: restringendo il campo agli ultimi anni (vale a dire “solo” una ventina di pellicole), lo spettro del suo autismo cinematografico spazia dal delirio anarcoide ultraviolento, quando va bene, di Yakuza Apocalypse alla pigrizia totale, quando va male, di un poliziesco col pilota automatico come Shield of Straw. Il film di cui parleremo oggi, As the Gods Will, ricade (di faccia, spaccandosi tutti i denti e innaffiando con un’esagerata quantità di sangue le prime due file di spettatori) in quell’area intermedia di roba che il nostro realizza tipo catena di montaggio su commissione, carina, ma non memorabile, simpatica, ma non poi così convincente, e questo ci porta inevitabilmente a tirarci i capelli con quella critica tutta d’un pezzo che pretende di dire la propria su Takashi Miike senza sapere niente del contesto in cui nascono i suoi film.
Oh, persone magari competentissime in fatto di cinema, ma che quando si tratta di cultura pop e giapponesate mi diventano sprovveduti come una coppia di turisti tedeschi che sgancia 50 sacchi per farsi una foto assieme a un centurione davanti al Colosseo: per loro, ogni film di Miike, pure quando non piace, è per definizione “anarchico”, “provocatorio”, “libero” e soprattutto “personale”.

as-the-gods-will_posterEcco, per prima cosa As the Gods Will è tratto da un manga. E non un’oscura pubblicazione di cui probabilmente non avete mai sentito nominare che Miike ha trovato incompiuta nell’appartamento infestato di un artista morto suicida a 19 anni col quale si è subito sentito in sintonia, ma un discreto best seller che ha già superato il milione di copie vendute e generato, oltre che un adattamento cinematografico, l’inevitabile seguito/spin-off. Seconda cosa, quello di Miike è un adattamento incredibilmente fedele e ordinario. Certo la storia che racconta è tutt’altro che ordinaria, ma il merito è da attribuirsi al fumettista (alla sua seconda opera) Kaneshiro Moneyuki e dello sceneggiatore (che viene dal mondo dei dorama, le serie tv giapponesi) Hitroyuki Yatsu.

Shun è il tipico liceale apatico e demotivato che maledice la monotonia della propria esistenza e, per la regola del “attento a ciò che desideri”, si ritrova da un momento all’altro coinvolto assieme ai suo compagni di scuola in una serie di giochi mortali, crudeli e senza senso orditi da misteriosi aguzzini onnipotenti — che non potremmo che chiamare “dei” — con l’aspetto di bambole e oggetti tradizionali giapponesi.
Tutto inizia con un daruma spiritato che vuole giocare a un-due-tre-stella: a chi si muove, esplode la testa. Seguono, in un crescendo di tensione e morti raccapriccianti, quattro marionette (kokeshi) che costringono i malcapitati a una specie di schiaffo del soldato musicale, un maneki-neko (i gatti di ceramica che avete visto in ogni ristorante asiatico che si rispetti, tra la statuetta del Buddha e il finto bonsai) gigante a cui bisogna far indossare un sonaglio prima che schiacci o divori tutti i “topini” presenti, un orso bianco (shiro kuma) a cui bisogna sempre dire la verità e una matriosca (che ho scoperto essere originaria del Giappone e non della Russia!) con la passione per il nascondino. Nessun senso, spiegazione o indizio che possa far intuire perché accada tutto questo: accade e basta e chi ci è dentro non può far altro che giocare, rischiando la propria vita, o morire immediatamente.

“Un, due, tre…”

Un incubo claustrofobico che riflette in modo acuto e allo stesso tempo dissacrante sull’alienazione, l’assuefazione alla violenza, la crisi spirituale (“e se Dio esistesse e non gliene fregasse niente di noi? E se esistesse ci odiasse?”), il disagio giovanile e l’inadeguatezza degli adulti nella società giapponese, un’indagine sugli anfratti più tetri dell’animo umano e un’amara considerazione su quel mistero privo di senso che è la vita — se non avete mai letto un manga in vista vostra. Per quel che mi riguarda, è un pastone di tropi già visti mille volte principalmente in roba come Battle Royale, Gantz e Death Note, senza contare gli occidentali Saw (che della tradizione del torture porn giapponese ha fatto tesoro) e Hunger Games (che è una variazione sul tema di Battle Royale andatasene abbastanza per i fatti suoi da costituire genere tutto suo).

Opere di grande successo e, ognuna a modo proprio, assolutamente valide, ma che in fondo in fondo ho sempre trovato più furbe che belle. As the Gods Will, che ha un debito consistente nei loro confronti, mi è parso contenutisticamente una scoperta dell’acqua calda e artisticamente una gran paraculata, il che ci offre il gancio perfetto per emanciparci dallo stereotipo di Miike quale genio ribelle e ragazzo terribile e abbracciare una volta di più l’idea che Takashi Miike è anche e soprattutto, all’età di 54 anni e con quasi 100 film all’attivo, un gran volpone — e dunque il regista perfetto per questo adattamento.
Senza mai allontanarsi dal materiale di partenza, Miike lo potenzia con una serie di trovate visive indovinatissime, lavora di CGI e animazione in modi mai banali, mette in scena ambienti più suggestivi e situazioni assai più spaventose di quelle solo abbozzate dal tratto grezzo dell’illustratore Akeji Fujimura. Apre il film con una sequenza (cold open) pazzesca — il terrificante un-due-tre-stella a suon di teste che esplodono — la migliore e più figa di tutta la pellicola per capacità di inorridire, stupire, far ridere e tenere col fiato sospeso lo spettatore, ma l’entusiasmo scema in fretta e cede il passo a una serie di limiti strutturali del manga stesso e del lavoro di trasposizione.

Da qui in poi è tutto in discesa.

A farne le spese è prima di tutto la caratterizzazione dei personaggi: sintetizzare in una sola pellicola ciò che accade in cinque volumetti è semplicemente impossibile e infatti succede che in ben due ore di film non corriamo mai il rischio di scoprire qualcosa di più sui personaggi che non sia lo stretto indispensabile per capire i loro ruoli nella storia (protagonista, ragazza del protagonista, terzo polo di un triangolo amoroso, cattivo, addetti agli spiegoni, quello che muore come un coglione) né assistiamo alla crescita o evoluzione di nessuno di loro (il che è particolarmente problematico per il protagonista, che passa in una ventina di minuti da cretino a genio strategico senza una spiegazione). Secondo ostacolo è la ripetitività delle situazioni, per cui finito il primo “livello” diventano chiare le regole del giochino e facilmente indovinabile l’esito di tutti quelli successivi. Terza cosa, senza fare spoiler, abbiamo un finale che non è un finale: come se Miike si fosse detto “io adatto da pagina 1 a pagina 100, il resto non mi riguarda”, il film si tronca di netto alla scadere della seconda ora non solo non dando risposte ai mille interrogativi sollevati fino a quel punto (il che è anche coerente col tenore della storia e posso accettarlo), ma lasciando aperte ben tre linee narrative, e che questo apra o meno la strada a un eventuale sequel non ha alcuna importanza: un conto è un cliffhanger, un conto è una storia a cui manca il terzo atto.

Per carità, As the Gods Will è un oggettino tutt’altro che spiacevole, divertente, colorato, nel complesso godibile, inquietante e violento il giusto per passare come il tipico (?) film di Takashi Miike — ma coerente e personale? Non credo proprio. “Anarchico” e “provocatorio”? Bitch, please.
Sarebbe bello credere ci sia una logica in tutto questo, che questo Miike “commerciale” stia segretamente portando avanti una riflessione tutta sua sul medium del fumetto e sulla cultura pop come ci ripetevamo un tot di anni fa, ma alla 40esima trasposizione di un manga che non va da nessuna parte e non sposta di una virgola il suo percorso come autore, mi sa che è ora di arrendersi al fatto che, se non in pensione, il vecchio Miike sia ormai da un po’ artisticamente in letargo.
Francamente, c’è più satira, creatività e irriverenza nel suo spot televisivo che in tutto il film:

DVD-quote:

“Il tipico film “di Takashi Miike”, se non avete mai visto nient’altro di giapponese in vita vostra.”
Quantum Tarantino, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

Miaone!

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43 Commenti

  1. F.lli Edgar Wright

    Io sono uno di quelli che i film di Miike se li scoppia sempre :)
    Non conosco per nulla il manga (che però come trama non è che mi ispiri particolarmente…)

    Quand’è che Marvel e DC si decideranno ad affidargli un film???

  2. Steven Senegal

    spiace mandare tutto in vacca al 2º commento ma ho visto lo spot televisivo ed effettivamente c’è tanta irriverenza, forse pure troppa. Miaone

  3. Attila Finch

    Sto leggendo il manga e direi che il film ne è un fedele adattamento.
    I limiti del film sono lo stesso del manga, i comprimari sfuggono alle regole dell’horror e più specificatamente di quel filone per cui i personaggi sono approfonditi per accusare di più la loro morte, vedi battle royale in cui quando parte il flashback il personaggio ha vita breve. In questa opera i comprimari sono carne da macello.
    Vogliamo dire che è una metafora della società giapponese competitiva e solitaria per cui non si lega con il prossimo?
    Idem l’evoluzione del protagonista che da personaggio inutile si scopre abile in questa particolare disciplina. Anche qui altra metafora sulla maturazione dell’individuo?
    Boh, il mio giudizoi sul manga sono uguali al tuo sul film. All’inizio la struttura colpisce, ma una volta accettate le regole del gioco, la sua suddivisione in stage, la ripetitività delle sorprese ai danni dei personaggi il tutto perde di freschezza.
    Ed immagino che il problema del finale sia lo stesso del manga, che andando avanti sembra che non abbia più una direzione specifica.
    A conti fatti forse meglio un film di due ore che un’opera in più volumi.
    Sono comunque in attesa del remake americano edulcorata come hunger games ne è di battle royale

  4. Barone Meshuggah

    Concordo con la recensione. Nemmeno a farlo apposta pochi giorni dopo averlo visto ho trovato il daruma in un negozio giapponese mai notato. Ho deciso di comprarlo e metterlo all’ingresso, ad accogliere gli ospiti.

  5. AnnaMagnanima

    ah, vedi?
    questo è il film di cui avrei chiesto la recensione il giorno del compleanno del capo e invece me lo becco aggratis senza chiedere niente a nessuno. bene bene.
    daaaa…..ruuuu…..maaaaa….splat!!palline rosse e teste che esplodono!
    che bell’inizio. troppo una sprpresa quando ho visto il film. mi ha molto divertita però è vero tutto quello che dici nella recensione e che dice anche Attila Finch e che quindi non sto a ripetere: la struttura a livelli, i personaggi un pò piattini…il finale che non si sa che fine abbia fatto…però i bagni di sangue di miike sono sempre benvenuti per me.

    • comunque le richieste non le devi fare al compleanno del capo, ma allo sposalizio di sua figlia.

    • AnnaMagnanima

      quella è swnza dubbio un ottima occasione in cui non può rifiutare, come vuole la tradizione.
      MA se ti ricordi, l’anno scorso, il capo ci fece fare le richieste come regalo di compleanno nostro a lui.
      a proposito, ma quand’è?
      mi pare fosse lo stesso giorno del compleanno di bruce lee…vado a googlare.

  6. cutter

    film noiosetto e pieno dei soliti tritissimi clichè: quello dello studente hikikomori eroe latente sarà ormai alla milionesima iterazione. non solo il cinema di miike, ma quello giapponese in genere sta attraversando tempi davvero bui..
    sion sono mi pare l’ultima ancora di salvezza in un oceano di pellicole senza sugo

  7. Miaone!

  8. John 4°DiMilius

    Quantum, una domanda forse neanche tanto O.T. che nasce dalla prima parte della rece.
    Quanto serve,allo spettatore (magari)medio, per gustare/piacere/non piacere un film(o altro medium),conoscerne la storia che c’è dietro?
    Sapere che il film è di Tizio o Caio, o le vicissitudini,cambia la qualità OGGETTIVA o risultato del prodotto?
    Sarei curioso di sapere la vostra.

    • allo spettatore, secondo me, NON serve assolutamente conoscere la rava e la fava di un film prima di guardarlo. l’unica cosa che conta a film terminato è se ti è piaciuto o meno, quindi essere il meno informato (= meno prevenuto) possibile probabilmente aiuta. poi ci sono i casi in cui non puoi fare a meno di sapere certe cose perché ne parlano tutti, quelli in cui decidi tu di informarti prima o quelli in cui guardi un film di cui magari non te ne fregava niente proprio perché hai letto la sua storia produttiva e ti ha incuriosito (prendi la storia assurda dietro L’isola del dottor Moreau nel pezzo che ha scritto un po’ di settimane fa Nanni). ma in generale credo che più vergine ci arrivi, meglio sia.

      ma questo riguarda la sola fruizione. se poi vuoi articolare un’opinione più complessa di “bello/brutto” e spacciarla in giro, ti devi informare per forza, altrimenti fai la figura di quello che dopo aver visto Black Swan va in giro a dire che Aronofsky è un genio non sapendo che è copiato quasi frame per frame da Perfect Blue di Satoshi Kon.

  9. Rocco Alano

    Mah, l’ultimo Miike che ho visto è stato “Lesson of the Evil”- a tratti divertente, ma non ‘sto granchè…. e poteva durare tranquillamente mezz’oretta in meno. Questo sembra decisamente analogo.

    • vespertime

      no dai, quello si che era una bombetta (e se levavi l’ultima mezz’ora levavi il bello). Questo è decisamente peggio

    • Rocco Alano

      Mica ho detto che avrei tolto l’ultima mezz’ora (che, concordo, era la parte migliore), ma, obbiettivamente, prima era stiracchiato e, a tratti, noioso.

  10. Giorgio Clone

    Comunque Miike si fa un sacco di soldi!

  11. Confucio Fulci

    Bel pezzacchio! Giusto peraltro far notare che Miike non fa più cinema “ribelle” da anni, però una cosa: “Mi sa che è ora di arrendersi al fatto che, se non in pensione, il vecchio Miike sia ormai da un po’ artisticamente in letargo.”
    No. Cioè parliamoci chiaro, chi direbbe una cosa del genere a un regista che dopo una carriera piena di mine si riduce a girare “solo” un fantastico (anche se non rivoluzionario) film ogni due anni?

  12. vespertime

    Il problema di Miike è che è davvero una puttana. Prendere o lasciare. Convivono tranquillamente due anime, di genio puro e di medioman da blockbusters. Bisogna saper scegliere e stare attenti. Ovviamente tirando le somme ne esce un regista della madonna ma si rischia di incappare in robe di questo genere.

    Sono completamente d’accordo con la recensione anche se mi permetti di dissentire (poco eh) con la questione del finale, una colpo di scena c’è ma si, lascia aperte e tronche storyline. Se fosse stato previsto un seguito averebbe un senso (penso alla recente trasposizione dell’Attacco dei Giganti che ha lo stesso difetto nel finale MA con un sequel già annunciato), se fosse invece un opera unica sarebbe come un film action di quelli super standard, che speri di rivalutare un attimo con una bella scena finale piena di esplosioni e invece arrivati a quel punto ZAC, il film finisce. Non lo avrei neanche trattato qui sui calci. Piuttosto avrei trattato l’ultimo di Sion Sono, anche quello tratto da un fumetto (che a me ha deluso, lo dico). Ecco, quello andrebbe direttamente in coppia con Crows Zero di Miike.

  13. Io sono uno che venera Miike, il vecchio e il giovane, e ho visto As the Gods Will in accoppiata con Yakuza Apocalypse, che è un titolone di questo 2015. Per farla breve riporto solo ending della mia rece entusiastica: As the Gods will è un’ode alla creatività, alla libertà di immaginare e di vedere, è lo spettatore che entra in un tempio pagano convinto di saper distinguere bene e male per scegliere di conseguenza, poi si accorge di non avere alcuna possibilità di scelta, né di comprensione, perché le risposte sono tutte sbagliate, allora bestemmia e se la prende con Dio, con il suo Dio, che lì non c’è ma è dappertutto, perché se ne sta a ridere folle dietro la macchina da presa, e si chiama Takashi Miike. Amen, fratelli, amen.

    Abbracci e rispetto a Fratello Quantum

  14. A me non è dispiaciuto, prima di vedere il film ho letto il manga circa a metà e poi l’ho mollato trovandolo troppo derivativo, mentre il film pur essendo ultrafedele al fumetto (e quindi anch’esso derivativo coma trama) come dice anche Quantum è arricchito da trovate visive e un uso creativo della cgi straordinari. La storia è tutto lo stesso trick che si ripete fino alla fine, ma dal punto di vista della messa in scena mi sembra ingeneroso dire che Miike qua si rilassa. Magari dirige con la mano sinistra mentre con la destra conta i pacchi di yen, però la sua sinistra è sempre migliore della destra di quella di molti altri.

  15. Dimenticavo, quello per me è il fermo immagine dell’anno:

    https://pbs.twimg.com/media/CHaOJI7WIAIeGSo.png

  16. Mark Zuckerpunch

    Non conoscevo questo manga ma mi incuriosisce la premessa, pur essendo consapevole che non è nulla di nuovo, quindi magari darò un occhio.
    Di opere simili di Miike ho visto “The Great Yokai War” e il film di Yattaman. Il primo è un film per ragazzi ispirato alle opere di Shigeru Mizuki come “Kitaro dei cimiteri” e compagnia, molto godibile (con tanto di Chiaki Kuriyama superfiga che -ovviamente- muore male) se si riesce a entrare nello spirito giusto. Il secondo invece mi ha lasciato molto perplesso in quanto mi è sembrato un modo di tenere il piede in due scarpe: da un lato vuole essere il più fedele possibile al cartone mentre dall’altro ne percula ogni aspetto bizzarro o incongruo e ne eleva al massimo il già elevato numero di allusioni sessuali (compresa una comparsata di “testa di cazzo” direttamente dall’Uomo Tigre), col risultato che le continue strizzatine d’occhio lo rendono indigesto e palloso, al punto che vorresti che terminasse a metà (alla fine del primo “episodio” cioé). Sarei curioso di sapere cosa ne pensate voi!

    Ah per restare in tema, il prossimo suo che mi guarderò sarà probabilmente il film di Ace Attorney…

  17. Axel Folle

    Ora non ho il mezzo e il tempo per dire la mia in maniera approfondita ma di base condivido parola per parola. Come quasi tutto l’ultimo Miike (quello che ho visto almeno) questo mi è parso robetta esile esile, non brutto anzi gustoso ma sempre robetta e se non fosse che leggo sempre troppi fan di Mike che come descrive Quantum devono sprecare paroloni per roba così easy e almeno per me, ripetitiva (nel senso che Miike ripropone il suo stile ma sempre sull’asticella del discreto e senza spostarsi fi un mm) che se cosi non fosse forse ne parlerei con maggiore entusiasmo

  18. Mmmmh, mi sento un po’ scosso perché stavolta la mia è una posizione di garbato disaccordo con la recensione, pur essendo allineato su praticamente tutti i fondamentali. Nel senso che che concordo in toto su ogni punto sollevato, ma sono in completo disaccordo con la premessa: non mi ritengo obbligato ad aspettarmi un filmone rivoluzionario e sovversivo ad ogni Miike.

    Si parla di uno grosso, ok, ma soprattutto di un giapponese: quel ritmo lì di film lo tieni se sei uno che lavora come un negàr – un giallo? #luoghicomunisottilmenterazzistidicuinonpuoifareamenonelparlato – prima ancora di uno che fa arte, e secondo me rientra tutto molto tipicamente nella loro mentalità così deliziosamente pragmatica – almeno, per quanto la conosco. Stiamo parlando allora di un prodotto di genere, e a un filone “medio”, e va bene, però allora il paragone più giusto va proprio all’analoga produzione di Hollywood, quindi… ad Hunger Games? A me piace un po’ di più la versione con i Daruma e i Manekineko.

    Ci godo pure un po’ che Miike ci si sporchi le mani, e metta dentro quel divertimento lì da tudifadi come sanno fare loro quando bevono troppo saké, e se lo condannassi per questo mi parrebbe di mettergli la A maiuscola di Autore davanti al godimento prima di tutte le altre considerazioni. Poi è matto, come son matti quelli lì e non posso sapere quando mi ritira fuori dal cappello qualcosa di più allineato alle aspettative alte.

    Chiudo dicendo che probabilmente corrisponderò al profilo del nippofilo, e per questo potete prendere con le pinze la mia impressione, ma a furia di fare il fanboy occidentale delle giapponesate ho fatto un po’ il giro dall’altra parte: riconosco che in tanta produzione di genere giapponese (per lo più sommersa al pubblico nostrano, perché non è roba festivaliera o particolarmente dignificata, ma tutto quello che va alle famiglie, agli adolescenti scapicollati, a quella gente lì che da noi vorremmo solo ucciderla) ci sono delle robe che al nostro gusto non funzionano, e che soprattutto quando finiscono in un film che ci aspetteremmo puntare più in alto un po’ ci sconcertano (potrei citare anche quella misura di didascalismo tipica dei polpettoni storici giapposi con protagonista-professionista finita dentro e condannata in “Si alza il vento”).

    Gomenasai se non mi son fatto capire bene, sto gestendo una situazione di accordo-disaccordo e il conflitto interiore mi strugge. Ma sinceramente secondo me Miike non è né in fase di crisi creativa, né verso il viale del tramonto, né dobbiamo smettere di sperare in altri filmoni-come-sa-fare-lui, ma la risposta è solo “Sono giapponese”.

  19. Axel Folle

    In effetti si fatica a capire il tuo discorso Affro. Comunque il recensore non si è espresso col termine crisi ma con “letargo” che mi pare appropriatissimo. Perché Miike sembra girare tutto col pilotino automatico, poi qualcosa gli riesce peggio, altro invece meglio ma sempre roba che al massimo è molto buona. Ma magari mi don perso io le eccellenze degli ultimi anni.

    • Eh… Hai ragione! Purtroppo è un po’ l’effetto di leggere al mattino e trattenere quella voglia di commento fino alle ore piccole, con la lucidità ormai agli sgoccioli, e scrivere di getto così tante parole, che forse più che un getto vien fuori un bukkake.

      Cerco di spiegarmi meglio: questo qui è un Miike che si esprime più all’interno del genere e in un blockbuster, quindi sicuramente meno personale e anche meno creativo; è il Miike che si muove “nel” genere, non “sul” genere. Eredita grammatiche e modi senza star a pensarci su troppo… ma questo secondo me è molto positivo, almeno nel senso in cui rimproveriamo sempre anche a come è stato inteso il cinema italiano per un sacco di tempo, cioé che se ti immergi mani e piedi nel genere ti stai pigliando l’Aids, devi essere A-utore con la A maiuscola.

      Se metto a freno le aspettative mi trovo davanti ad un film tutto sommato godibile, che anziché essere un Miike in tono minore e una produzione media nobilitata dall’avere un po’ di Miike dentro (non sto dicendo di fare quelle cose brutte tipo “spegnere il cervello” o ricorrendo al trito “ma tanto è per divertirsi”, son discorsi sbagliati e noisi): non voglio condannarlo troppo, ecco, e almeno un “carino, dai” se lo merita, senza venir paragonato a roba troppo grossa per cercare anche solo di giocarsela.

      In realtà, tutto questo poi nella recensione di Quantum c’è, in definitiva volevo fare solo la strada dal lato opposto per arrivare allo stesso punto d’arrivo, magari sprecando solo un sacco di passi e di suola delle scarpe. Avevo un po’ il timore anche che si sentisse un intento polemico che veramente non c’è, perché nonostante la differenza stia che nella recensione mi sembra lui abbia sentito un po’ di retrogusto amaro che io non ho avvertito (con tutta una serie di ottime ragioni) ho preferito apparire confuso che litigioso. O meglio, mi sarebbe piaciuto poter dire fosse un’operazione retorica, ma io sono genuinamente confuso, gh!

      PS: comunque il Miike “un po’ autistico che vien fuor bene” mi sembra ancora “eccellente”; Yakuza Apocalypse l’ho appena recuperato, si muoverà pure nei territori dello stile-piucche-sostanza, ma se non altro il controllo tecnico è mostruoso. Ho notato il paradosso di una rana di stoffa onscreen che tira càpate dolorisissime e quando ho recuperato la rece qui ho trovato un’osservazione molto simile da Jakie Lang, quindi… secondo me, se Miike è in letargo, lo trovo ancora un sonnambulo fottutamente in forma!

    • Axel Folle

      ti ringrazio per la risposta esaustiva

  20. Rocco Alano

    Ne ho visto i primi 40 minuti (per mancanza di tempo e non di voglia). Godibile, ma è una risciacquatura di piatti di “Battle Royale” con il sopranaturale al posto della politica.

  21. Juggern@uT

    Solo una precisazione (non ho visto il film ma ho intenzione di farlo), il manga che ho letto, consta di due parti la prima di 6 volumetti, e la seconda di più di sette tuttora in corso; e posso dire, che la prima parte del manga, non ha una fine ma si tronca di netto ad un passo dal finale, quindi non so effettivamente che colpa abbia Miike nel fatto che il film non abbia una fine precisa. La seconda parte del manga che sto leggendo, invece pur parlando dello stesso tema, parte con un altro gruppo di personaggi, ricominciando in parte la storia dell primo manga ma (si spera) espandendola e dandogli una fine. Quello che mi viene da pensare è che il volpone in questo caso sia più che altro lo sceneggiatore che sia partito a mille con una specie di prequel facendo appassionare i lettori, per poi partire subito con un seguito del manga ancora più lungo.

  22. Rocco Alano

    Finito di vedere: deludente!Non solo per la scarsa originalità, ma anche perchè va in calando: le prime due prove sono divertenti, le altre assolutamente banali.

  23. Perry Manson

    Visto oggi per curiosità, pessimo e noioso, non mi sono mai annoiato tanto con un film di Miike (certo non li ho visti tutti), in compenso mi saono riguardato Yakuza Apoclaypse, che a mio parere è un capolavoro totale e dimostra che sui progetti piu personali è ancora bravo… le trasposizioni dai manga sono sempre un po moscette (a parte ichi) ma va bene… sono sicuro che in Giappone apprezzano.

  24. Oltre il filmato delle tette esplose non vado….ma dai! tipico japponese maniaco decelebroleso frustato, ma una domanda: in jappone non lo considerano un film di merda?

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