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Una recensione seria: Lo chiamavano Jeeg Robot

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Questo sarà un pezzo molto serio, perché serissimo è l’argomento trattato. La prima cosa che ho pensato uscendo dalla visione di Lo chiamavano Jeeg Robot è stata “Sta succedendo qualcosa nel cinema italiano”. In pochi giorni avevo visto Suburra e questo, qualche mese prima mi ero perso l’altra grande sorpresa italiana, vale a dire Non essere cattivo di Claudio Caligari – che non ho ancora visto, per la verità, ma di cui tutti mi hanno tessuto le lodi all’unanimità.

Ora, da questi tre film salta fuori un pattern inusuale nel nostro cinema degli ultimi trent’anni: c’è gente che vuole fare dei film. Non delle robe ambientate principalmente in una cucina, girate tipo “punta la camera e grida azione” e col sonoro registrato col microfono dello Studio Stereo 4 dalla stanza accanto. No. Dei “veri” film. Con una regia pensata, una sceneggiatura limata il giusto, attori bravi ma soprattutto diretti bene. O, per meglio dire, semplicemente “diretti”, che è una cosa che normalmente in Italia non si fa. Normalmente si prende Elio Germano e gli si fa fare Elio Germano, Giuseppe Battiston e gli si fa fare Giuseppe Battiston. E il sonoro, non fatemi neanche iniziare a parlare del sonoro: una delle cose più importanti del cinema, quasi più delle dimensioni dello schermo, spesso da noi è totalmente ignorata. Ma le cose stanno cambiando.

Lo chiamavano Jeeg Robot ne è la dimostrazione. Ah, e spacca davvero.

SIGLA DOVEROSA.

(Ma quel cazzo di moog? Geni.)

Passo indietro. Gabriele Mainetti è un attore che ha diretto solamente tre corti prima di Jeeg. Uno di questi corti era Basette, omaggione a Lupin III che già era un bel segnale, in cui per altro Mainetti faceva una cosa saggissima come chiamare Marco Giallini a fare Jigen. Perché Giallini È NATO per fare Jigen. Ma sto divagando. Basette è di nove anni fa; nel frattempo Mainetti ha diretto un altro corto, Tiger Boy (e siamo sempre lì), e ora finalmente ha avuto la sua occasione. E non l’ha gettata al vento.

Il film si apre con una ripresa aerea di Roma – e già qui io avevo il cuore che mi scoppiava. Quanto amore per la regia, questa sconosciuta. Quanta voglia di non iniziare il film con il totale di una stanza da letto, ma con un inseguimento a piedi per le strade della CAPITALE in cui montaggio e sonoro sono finalmente a livello delle produzioni internazionali. Cinema di menare puro e semplice: c’è un ladro, Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria, aka Batman) che scappa dagli sbirri e finisce in un barile di scorie radioattive come Toxic Avenger, e gli vengono i superpoteri. E lo so che è l’origine più lame mai vista, ma a Mainetti non gliene frega un cazzo, a lui interessa quello che verrà dopo. Non il “come” dei superpoteri, ma il “cosa” ne farà Enzo.

L'eroe.

L’eroe.

Ed è qui che diventa ancora più evidente come il film sia qualcosa di mai visto prima in Italia, perché prende una piega di una scorrettezza totale. Enzo mica diventa subito un eroe, ma usa ovviamente i poteri per rubare meglio e cavarsela dalle situazioni più brutte. Finché non incontra una pazza scriteriata (Ilena Pastorelli, che viene dal Grande fratello ma che è perfetta nel ruolo, e diretta benissimo) fissata con Jeeg Robot, che si convince che Enzo sia in realtà un eroe e convincerà di questo anche lui. Qui succede la cosa meno calcistica del film, ovvero nasce una improbabile storia d’amore che diventa un po’ il focus di buona parte del secondo atto. A un certo punto c’è un calo di ritmo evidente, ma il loro rapporto è giocato così bene ed è talmente bizzarro da non essere mai catalogabile come love story standard da film di supereroi. C’è davvero della follia in entrambi i personaggi, molto più che latente. Sono due disperati ai margini, e questa cosa mi ha conquistato. E poi c’è lui.

Il VERO eroe.

Il VERO eroe.

Luca Marinelli, rivelazione numero uno del film, un Joker de borgata (grazie, Jackie Lang) esagitato, ossessionato dalla fama, che ama riprendersi col telefonino mentre massacra la gente. Marinelli, geniale punto di incontro tra i fumetti americani e l’universo malavitoso alla Romanzo criminale, è protagonista di alcune delle scene migliori del film e si lascia andare a sprazzi di violenza omicida esilarante, nonché a un overacting misuratissimo (se è possibile una cosa del genere), che dimostra quanto sia bravo e in palla col tono stabilito da Mainetti. Che da parte sua riprende tutto dritto per dritto, non nasconde neanche una goccia di sangue e riempe il film di sparatorie, volgarità assortite, sesso anale gay, travoni carismatici su cui vorresti immediatamente un prequel/spin-off e persino una sottotrama su degli attentati dinamitardi a Roma, con un retrogusto distopico che levati.

Lo chiamavano Jeeg Robot è anche una risposta italiana, molto tardiva, a (quel capolavoro di) Unbreakable, nel senso che parla di supereroi senza costume, in maniera “realistica” e con un certo gusto dell’understatement. Ma, essendo un film italiano, a differenza di Unbreakable è pieno di melodramma, sentimento, cuore, perché noi siamo un popolo mediterraneo caldo pizza mandolino calcio mafia. È una via tutta nostra al genere, ed è una spanna al di sopra di quell’esperimento malriuscito che era Il ragazzo invisibile. Nel senso che, mentre Salvatores ha approcciato un film di genere con la spocchia dell’autore che “guardate che introspezione i miei personaggi” e soprattutto la mancanza di un background che lo avvicinasse minimamente alla materia trattata, Mainetti ha sangue geek nelle vene, è chiaramente cresciuto con gli anime giapponesi e i supereroi. Si avvicina al genere con la voglia di dire la sua, di raccontare, certo, vite di personaggi complessi nei quartieri difficili di una grande città (Tor Bella Monaca), ma anche di spaccare tutto e farci divertire a bomba.

I feel you, bro.

I feel you, bro.

A questo punto starete pensando: “Dov’è la fregatura? Niente niente che manca il finalone?”. E io vi rispondo con grande gioia: nessuna fregatura. Il finalone c’è, eccome. Un duello spettacolare in piena regola che sfocia in un’inquadratura finale da standing ovation. Sono uscito dal cinema fomentato come una bestia. Quante volte lo si è potuto dire di un film italiano dagli anni ’80 a questa parte? Troppo poche.

Credo che il complimento maggiore che si possa fare a Lo chiamavano Jeeg Robot sia “è un film”.

DVD-quote:

“Un film VERO!”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb

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222 Commenti

  1. Fra X

    L’ inizio e la fine dell’ articolo sono un pò retorici e pedanti, ma il contenuto lo trovo giusto. E non sono affatto femminista, anzi! Però se quella scena ha “turbato” pure me… sarà che da ragazzino mi traumatizzò “Sotto accusa”! Boh!

  2. Fra X

    Mi riferisco ovviamente a quello linkato nei commenti.

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