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Le Basi: Sylvester Stallone. Rocky Balboa (2006)

Esce oggi in Italia l’attesissimo settimo episodio di una saga leggendaria cominciata quasi quarant’anni fa.
Stiamo ovviamente parlando di Rocky, e del suo imminente spin-off ufficiale
Creed.
Per celebrare l’evento abbiamo trattato a mitraglia tutti i film di Rocky uno dietro l’altro e, finché ci siamo, seguiranno le recensioni di tutti i film scritti e/o diretti da Sylvester Stallone, autore completo, nume tutelare del cinema da combattimento, vincitore di prestigiosi premi per la recitazione, eroe.
Buona lettura.

STALLONEBASI

01

“You know, I think if you live someplace long enough,
you are that place”.

Gli alti e i bassi dell’incredibile carriera del nostro amico Sly. Ho come questa percezione: nel 2010, anno di uscita di The Expendables, il nostro è amato e coccolato un po’ da tutti. Certo, c’è chi lo accusa di essere un triste rimasuglio degli anni Ottanta, una piccola bandierina che si agita al vento di un invecchiato cinema action tutto muscoli ed esplosioni, ma c’è comunque affetto nell’aria. Diciamo che esistono due grandi fazioni contrapposte: c’è chi non l’ha mai abbandonato e gli vuole bene veramente, dal profondo del cuore e c’è chi è accondiscendente. “Ok, Sylvester, se ti diverti così… bravo, sissì, bravissimo”. Poi si gira e fa il gesto di quello che è mezzo scemo. Birubirubirù (rumore di) flashback: siamo nel 2006 e tutto questa simpatia non c’è. Sylvester Stallone è semplicemente un peso che ci portiamo ancora appresso ma di cui faremmo volentieri a meno. Il cinema è cambiato, gli spettatori sono cambiati, i tempi sono cambiati. Avere la Jeep Renegade era una cosa da giusti all’epoca dei paninari. Nel 2006, sembri solo un cretino – la stessa impressione che dà uno che ha ancora il poster di Rocky e Rambo appesi in camera. Eroi vecchi, fuori tempo massimo, che ancora si devono avvicinare a quella zona Cesarini conosciuta anche come Rivalutazione. Nel 2006 se dici a qualcuno che vai a vedere Rocky Balboa al cinema, il sesto capitolo di una saga cinematografica iniziata 30 anni prima, quello ti guarda stranito e pensa che tu sia un po’ un povero bambinone che non vuole crescere. Ti scherza e ti dice cose come: “Uhm, e perché non fanno pure Rambo 34: La Pensione?”. E tu che devi fare? Abbozzi, sorridi con l’amaro in gola, sali in macchina e vai da solo una domenica pomeriggio in un multisala di periferia a vedertelo lo stesso, Rocky Balboa. Perché sai che dietro a quel nome che campeggia in alto sulla locandina, c’è molto di più. C’è un talento vero e proprio, che se non fosse stato per un successo gigantesco raggiunto forse troppo in fretta, per alcune scelte che definire discutibili è poco, sarebbe considerato da tutti, giustamente, un Autore. E non una vecchia ciabatta da prendere in giro sentendosi migliori amici del cane di Godard.

Ma come ti permetti?

Ma come ti permetti?

Arrivi in sala, una sala piccolina, di quelle nell’interrato dei centri commerciali, con uno schermo grande la metà della televisione del vostro amico ricco e, incredibilmente, la trovi gremita. Sorridi felice, pensando che forse alla fine una speranza c’è. Ti siedi dove trovi posto e ti accorgi che l’80% del pubblico non è italiano. Giuro: sono quasi tutti ragazzi giovanissimi dell’est Europa (in #tutadifelpa). E ti viene in mente quel tuo amico che pochi anni prima era stato in vacanza tipo in Romania e ti aveva raccontato che lì tutti, nel nuovo millennio, impazzivano per delle robe che per noi invece erano vecchissime, datate, andate. Come se tentassero di convincerti adesso che, alla fine, il marsupio non è malissimo. E da questo dato, anticipatore dell’ondata successiva di action addirittura girati a Sofia, ti rendi conto, come già detto dal nostro Jean Luc Merenda, che è allora questo il vero cinema di nicchia. Nel 2006, Rocky Balboa è un film per pochi, da cineforum, da dibattito post proiezione. L’esatto opposto di quello per cui viene spacciato. Ma le grandi masse nel 2006 decidono di sentirsi delle persone migliori riempiendo le sale per film come Babel e Little Miss Sunshine, che quelli sì che sono film di cui posso parlare nel boschetto della mia fantasia con Daria Bignardi e sentirmi più intelligente. “Fotografia pazzesca, raga!”. Poi si spengono le luci e inizia Rocky Balboa. E non ce n’è più per nessuno.

Uno spettatore, forse un critico (si noti la penna), riflette sulla vita durante la visione di Rocky 6

Uno spettatore, forse un critico (si noti la penna), riflette sulla vita durante la visione di Rocky 6

Procediamo con ordine: la leggenda vuole che Stallone abbia voluto cancellare quello che aveva scritto sedici anni prima, nel 1990, per quello che doveva essere a tutti gli effetti l’ultimo capitolo delle avventure dello Stallone italiano, quel Rocky V diretto ancora una volta da Avildsen. Ricordate? Gli venivano diagnosticati dei seri danni cerebrali dovuti a tutti i pugni presi in anni di attività, per cui si ritirava e si dedicava all’allenamento del giovane promettente ma un po’ pazzo Tommy ‘Machine’ Gunn, interpretato del povero Tommy Morrison. Ma secondo me non è andata esattamente così. Poi vi spiego meglio, non vi preoccupate. Sappiate per ora che il film si apre con un Rocky ormai vecchio, stanco e un po’ rincoglionito che ha mollato definitivamente la boxe. Certo, è sempre un vecchio leone piuttosto in forma, ma i tempi del ring sono decisamente lontani. Ora ha l’Adrian’s, un ristorantino di cucina italiana in periferia dove intrattiene i clienti raccontando dei suoi vecchi incontri, un figlio (Milo Ventimiglia) che non vede quasi più perché è troppo impegnato con questo lavoro che si fa con quei macchinari infernali che sono i computer, l’amico/cognato Paulie che gli vive appresso e poco altro a cui pensare. Cioè, in realtà Rocky pensa solo al passato e all’amore della sua vita scomparso troppo presto: Adriana.

Valore Umarell = 10

Valore Umarell = 10

Il film si apre proprio nel giorno dell’anniversario della morte di Adriana e ci mostra il nostro amato protagonista – quel Bronzo di Riace che fino a qualche anno fa pensavamo infallibile e a cui avevamo affidato addirittura il destino del Mondo, mandandolo a combattere contro i nemici russi – da solo, seduto su una seggiola di legno, in un cimitero, intento a parlare con la tomba di sua moglie. Poi si alza, piega la sedia, la rimette su quell’albero dove solitamente la tiene, sale sul suo vecchio furgone e – insieme a Paulie – fa un lungo tour sentimentale della città. Torna nei luoghi importanti della sua storia con Adriana: sui gradini della sua vecchia casa, di fronte al vecchio negozio di animali dove lei gli ha venduto Tarta & Ruga e infine in quel palazzetto del ghiaccio dove l’ha portata la prima volta che sono usciti insieme. Ma sai una cosa? Quel palazzetto non c’è neanche più. L’hanno tirato giù qualche anno fa per farci un parcheggio o un multisala (dove proietteranno poi film brutti alla domenica pomeriggio). Ormai ci sono solo le macerie. Ci rimangono solo quelle. E i ricordi.

Il fantasmino di Adriana

Il fantasmino di Adriana

Ed è durante una discussione con Paulie, che viene fuori il cuore del film. Ve l’ho messa come citazione a inizio pezzo: se vivi per tanto tempo in un posto, alla fine diventi quel posto. Rocky  è diventato Philadelphia, s’è trasformato in quella città. Allo stesso modo Sylvester è diventato realmente Rocky. Mai come in questo film, in quel preciso periodo storico, i due sono totalmente sovrapponibili. I suoi successi e i suoi fallimenti, quel fisico un tempo scultoreo e oggi invece usurato e grottesco, quella faccia ormai diventata una maschera, TUTTO coincide. Stallone sa che molti pensano, in data astrale 2006, che ormai dovrebbe limitarsi a fare la vecchia gloria, a raccontare di quella volta che affittò uno smoking pazzeschissimo e andò agli Oscar in compagnia di Scorsese, Lumet e Ashby. Di quella volta che giocò una partitella di pallone con Pelè e Michael Caine sotto l’occhio vigile del suo amico John Huston, di quando cominciò a fare il regista e pure di quando riceveva fotografie di questa valchiria bionda nuda che se lo voleva fare. Dovrebbe fare quello, così come il vecchio Rocky se ne sta nel suo ristorante, con indosso una giacca rossa un po’ lisa, a raccontare a gente di passaggio quello che Mickey gli urlava mentre se le dava con il buon vecchio Apollo. Formidabili quegli anni, no? Adesso è arrivato il momento di godersi la vecchiaia, no? Il cazzo, vez. Perché come dice ad un certo punto Rocky a Paulie, dentro di lui c’è ancora la Bestia che scalcia. Lui vorrebbe godersi un meritato riposo, una vita da pensionato che si accontenta di essere riconosciuto da qualche vecchio fan quando va a fare la spesa al mercato, ma non ce la fa. Perché la notte non dorme e sente che c’è ancora qualcosa che deve fare.

Same old maccheroni and same old story. And pure same old giacca lisa.

Same old maccheroni and same old story. And pure same old giacca lisa.

Per cui c’è un ultimo incontro, messo insieme in maniera piuttosto bizzarra. C’è un campione del mondo, Mason “The Line” Dixon, interpretato dal vero pugile Antonio “Magic Man” Tarver, che tutti odiano perché è troppo forte e ogni suo incontro dura troppo poco. È troppo forte lui? Sono troppo scarsi gli altri? Boh, fatto sta che la boxe è in crisi, nessuno vuole pagare una fortuna per vedere un incontro per la cintura che duri meno di 3 riprese e allora – come già accaduto con il famoso The Super Fight, il match simulato tra Marciano e Alì  – si crea una finta al computer, in cui a sfidarsi sono proprio Dixon e il vecchio campione, Rocky. La gente si appassiona, ne discute, se ne parla. E Rocky coglie la palla al balzo: si ri-iscrive alla federazione (non senza problemi), viene contattato dai due agenti senza scrupoli di Dixon e in men che non si dica l’incontro viene organizzato davvero. E qui un tempo v’avrei detto che “ok, c’è l’incontro e alla fine chi se ne frega perché l’importante non è quello”, e un po’ lo penso ancora – perché il vero cuore del film sta nella parte in cui Stallone recita fuori dalle 16 corde, ma in realtà tutta la parte del match è a ben vedere abbastanza clamorosa.

Guardate le reazioni del pubblico

Guardate le reazioni del pubblico

Sapete perché? Perché siamo nel 2006 e le riprese degli eventi sportivi, quelli con cui cominciamo ad avere confidenza proprio in quegli anni perché ci siamo presi la televisione nuova e paghiamo un abbonamento a Sky o a chi per esso, hanno una grana decisamente riconoscibile, molto diversa da quella dei film, no? Avete presente? Ecco, e allora succede questa cosa molto strana: gran parte dell’incontro è ripreso live, come se fosse un match vero e proprio, quindi noi lo vediamo con quella grana lì. Per cui a recitare non ci sono solo Stallone, Tarver e i vari comprimari. Ci sono anche tutti gli spettatori del palazzetto in cui è stato girato l’incontro e ancora una volta si crea quell’incredibile cortocircuito tra Cinema e Realtà che è alla base del film. Il pubblico urla “Rocky! Rocky! Rocky!” perché gliel’ha detto un assistente di produzione, ma lo fa in realtà col cuore, lo fa per davvero. Esattamente come quando si vede Rocky che va a fare la spesa al mercato. Forse in quel caso si potrebbe addirittura trattare di riprese rubate: la gente lo conosce, gli sorride, gli chiede una foto insieme. Ma chi stanno riconoscendo, Rocky o Stallone?

Rocky al mercato

Rocky al mercato

E sapete perché sono tutti così infuocati? Perché la gente sa che Stallone si sta giocando la carriera a salire ancora una volta su quel palco/ring. E anche se l’esito della sfida è non solo scontato ma proprio scritto, sceneggiato, sono sicuro che fino all’ultimo suono di campanella quelli che erano lì su quegli spalti hanno sperato in un colpo di scena finale. E quando Stallone sta per uscire dal palazzetto e si gira a salutare la folla che sta urlando il nome del suo personaggio, è impossibile fare due cose: 1) capire chi si nasconde dietro quello sguardo. È un attore ancora in parte o è il vero Stallone quello che alza i guantoni al cielo? 2) non sudare forte dagli occhi.

Resto lo stesso in piedi perché sento/che dentro ar core mio brucia il fomento

Resto lo stesso in piedi perché sento/che dentro ar core mio brucia il fomento

Rocky Balboa è un film manifesto di un grande Uomo di Cinema che oltre ad essere in grado di giocare come detto su quel sottilissimo confine che esiste tra la Realtà e la Finzione, ha il coraggio di dire qualcosa di molto interessante sulla vecchiaia e, cosa ancora più interessante, lo fa con una forma piuttosto notevole. Pensate al trattamento in sceneggiatura di Dixon, l’avversario, anche lui eroe incompreso e tragico. Pensate a quanto, pur essendo solo accennate, risultino coerenti con tutta la storia le diverse sottotrame: la difficile relazione con il figlio stanco di vivere nell’ombra del Campione (e pensate al vero rapporto tra Sly e Sage, il suo secondogenito che morirà a soli 36 anni nel 2012), la ex bambina/damsel in distress con tanto di figlio adottivo sempre al limite del “ma mi parte il limone?”. E poi le (tante) pennellate di cinema: l’utilizzo della luce nelle sequenze girate in palestra, i flashback smarmellati e le silhouette dei fantasmi in dissolvenza, il personaggio di Spider Rico, le sequenze girate al cimitero che sembrano uscire da un film di Ford…

Tipo Sentieri Selvaggi. ma girato in palestra.

Tipo Sentieri Selvaggi. Ma girato in palestra.

Vi lascio con una suggestione, una teoria da complotto pentastellato che mi ha fulminato mentre riguardavo il film. Vi ricordate che vi ho detto che Stallone ha voluto cancellare quella parte della storia in cui lui aveva subito un danno cerebrale, no? E se invece non l’avesse cancellata? E se il cervello di Rocky avesse fatto realmente cilecca? Pensateci mentre lo riguardate. Paulie forse non è realmente lì. Forse lo vede solo lui, come un fantasma, come un Bruce Willis qualsiasi ne Il Sesto Senso. Se non fosse per la parte in cui viene licenziato e si presenta ubriaco al ristorante potrebbe tranquillamente essere un’allucinazione, una proiezione della mente di uomo reso pazzo dai pugni. Una sorta di Grillo Parlante che funziona da contrappunto allo sguardo teneramente nostalgico di Rocky. Un cappellaio matto che guarda tutto con cinismo e che occupa il tempo dipingendo animali morti nel freddo di una cella frigorifera. Vi lascio con una frase che Stallone pronuncia da solo, mentre è chiuso nel suo furgone e che forse mi tatuo sulla schiena in gotico.

Vedo la gente morta.

Vedo la gente morta.

“Fighters Fight,
Right?”

DVD-quote:

“Un capolavoro. Punto.”
Casanova Wong Kar-Wai, i400Calci.com

La scena preferita di Nanni Cobretti

Questa: “You, me, or nobody is gonna hit as hard as life. But it ain’t about how hard you hit. It’s about how hard you can get hit and keep moving forward. How much you can take and keep moving forward. That’s how winning is done!”.

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>> IMDb | Trailer

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90 Commenti

  1. Imperatrice Pucciosa

    A me invece piace il doppiaggio di Massimo Corvo! Da l’idea che Rocky non è più una macchina da guerra come visto in Rocky IV, ma è un uomo di una certa età, ammaccato più che dai pugni degli avversari dalle avversità della vita (la morte di Adriana). La sua voce è roca, ma chioccia.
    Insomma per me ha l’X Factor Massimo Corvo

  2. L o g i K r y X

    A me mi garbano i film
    A me mi garbano i400calci

  3. Ciak Norris

    Perché riesco a leggere solo 2 commenti? ?

  4. malintenzionato

    L’insulto ai 5 stelle te lo potevi anche risparmiare, ma da un sito piegato a 90 gradi davanti al pensiero unico dominante di stampo anglo-imperialista sarebbe chiedere troppo…

  5. Rocco Alano

    Nanni troll dei poteri forti….SVEGLIA!!!111!

  6. Topo Scatenato

    Un capolavoro.Quando seguendo le varie fasi dall’allannuncio che lo avrebbe fatto all’auscita in sala piu’ di una persona mi sbertucciava.Ma poi in tanti si sono ricreduti.Questo e’0 davvero un grande film e io avevo pure maturato la convinzione che potesse persino strappare qualche candidatura all’Oscar.Cosi’ non fu ma era solo questione di tempo…
    Bel film in tutto,fotografia,montaggio,sceneggiatura.Veramente Stallone a messo tutto se stesso come trent’anni prima e ha fatto centro.Rochy era tornato.Rimesso a fuoco come non lo era da tanto tempo.

  7. AnnaMagnanima

    comunque ora sono sfanculati anche i commenti a questo post…

  8. Sudore, sudore dagli occhi questo sesto capitolo (e Paulie dipinge come Leroy Neiman).

    Ps: I400calci a 90 gradi solo in senso alcolico! Toh!

  9. Romoletto

    Malinconico come il primo capitolo, ma senza le forzature e i manierismi abbracciati nel capitolo V.
    Ma soprattutto, nemmeno una parolina sull’inquadratura finale dei titoli di coda? Un sigillo “totale”: rocky immobile, di spalle, sulla scalinata del museo, e in sottofondo il tema lirico. Scena/inquadratura crepuscolare che chiude un cerchio bellissimo.

  10. Maxnataeleale

    Visto oggi a pranzo.. In due o tre occasioni avevo i lucciconi e alla fine sono scese la lacrime! Ora vado sereno a spararmi creed alla faccia di di caprio

  11. Sylvester Starnone

    Appena visto. Paulie gigante, tutto fatto veramente bene. Bellissimo. Vado a piegarmi a 90 davanti all’imperialismo anglosassone col sudore negli occhi. Grazie 400calci, l’ho guardato grazie a voi.

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