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Otto sotto un tetto: la recensione (in otto) di The Hateful Eight

overture

È il gennaio 2014 quando il titolo “The Hateful Eight” inizia a fare il giro dei media.
Si trattava del nuovo progetto di Quentin Tarantino, ma il motivo per cui faceva notizia non era l’annuncio ufficiale di inizio della pre-produzione, bensì il fatto che un leak avesse reso disponibile on line una bozza della sceneggiatura.
La parte divertente era che Quentin l’aveva consegnata a sole tre persone: Tim Roth, Michael Madsen e Bruce Dern.
Giustamente incazzato come una biscia, Quentin annuncia che, a causa del leak, il progetto è ufficialmente saltato.
È appena aprile quando cambia idea: viene organizzato a Los Angeles un live reading dello script nella sua prima versione, con un cast di attori che include tutti e tre i destinatari originali della bozza trafugata, ma Tarantino annuncia già di essere al lavoro su qualche ritocco e che ha effettivamente intenzione di filmarla. In Ultra Panavision 70mm, per di più: un formato extra-lungo (rapporto 2,76:1 invece del più diffuso 2,35:1) che non veniva utilizzato da 50 anni (Khartoum, 1966).
Dal reading al cast ufficiale per il film cambiano pochi volti: Jennifer Jason Leigh sostituisce Amber Tamblyn, Demián Bichir sostituisce Denis Ménochet (e il personaggio passa da francese a messicano), ma soprattutto – unico caso in cui il film ahimé ci ha perso davvero tanto – Channing Tatum sostituisce James Remar.
E Tarantino si ostina a curare non solo il film ma anche la sua diffusione, pestando i piedi affinché alla distribuzione normale ne venga affiancata anche una che riproduca fedelmente sia il formato di ripresa che le modalità di proiezione popolari negli anni ’50 e ’60, che prevedevano un’introduzione musicale e un intervallo di 15 minuti (la cosa provoca non pochi imbarazzi e problemi tecnico-diplomatici).
E alla fine ce la fa.
The Hateful Eight è l’ottavo film di Quentin Tarantino.
In quanto tale, non potevamo che recensirvelo in otto.
Mettetevi comodi, e buona lettura.

CAPITOLO 1
IÑÁRRITU PUPPA LA FAVA
(di Casanova Wong Kar-Wai)

hateful-eight-shootingThis film deserves to be watched in a temple”. Questo film merita di essere visto in un tempio. L’ha detto Alejandro González Iñárritu a proposito del suo ultimo film, The Revenant. Perché? Perché il suo non è semplicemente un film, ma “un murales”, come quelli fatto dal suo connazionale Diego Rivera, cioè un’opera d’Arte. Un’opera d’Arte che ha a che fare con la Vita, la Morte, la Natura, la Spiritualità e il Mondo. Per questo motivo, sempre secondo il regista messicano, una sala cinematografica non è abbastanza. Ci vuole un tempio, un luogo sacro, un posto in cui le sue immagini possano fondersi con qualcosa di più alto, con la Religione. Che vi devo dire, amici? Non vorrei apparire troppo tranchant, ma a me Alejandro González Iñárritu sembra un po’ un coglione. Oh, bravissimo a girare, eh? Ma quando apre bocca per fare dichiarazioni del genere, mi innervosisco talmente tanto che agito i pugnetti in aria e faccio dei versi tipi il povero Leo quando vede Tom che gli ammazza il figlio: “Unghhhhhrrruuhhhhhmmmmmmmm”.

CineramaUn mese fa circa ho prenotato per andare a vedere The Hateful Eight al Cinema Arcadia di Melzo. Erano giorni che controllavo il sito del Cinema perché avevo una FOTTA che non ti dico. Sai perché? Perché Tarantino, insieme a quel manico di Robert Richardson, ha girato il suo film in 70mm, e quella sala lì è l’unica della mia zona che ha il proiettore adatto. Cioè, quello s’è sbattuto apposta, ha fatto una scelta matta, mattissima, per un motivo ben preciso. Più di un mese fa non sapevo neanche quale, ma sai che c’è? C’è che io di Tarantino mi fido. E poi ho visto il film e c’è tutta una giustificazione narrativa dei 70mm di cui vi parleranno meglio i miei regaz, ma secondo me l’ha fatto anche perché per lui riuscire a mettere prima dei titoli di testa il logo Cinerama, o quello Ultra 70 Panavision sulla locandina, è una goduria, una soddisfazione senza senso.

image.phpNelle sale in cui proiettano The Hateful Eight in 70mm ti regalano una piccola brochure. Prima che il film vero e proprio inizi c’è l’overture, ovvero ti fanno sentire il tema del film a volume Ibiza mentre sullo schermo c’è la locandina del film. C’è l’intervallo di dodici minuti in cui senti ancora la colonna sonora del Maestro. Quando il fotogramma sfarfalla, sai che non è perché qualche simil Robert Rodriguez vuol simulare quell’effetto. No, è che lo fa veramente. Tutto studiato per essere come i Roadshow, cioè le vecchie proiezioni dei film che in questi giorni QT sta citando in tutte le interviste e che erano girati allo stesso modo. E il risultato qual è? Che Tarantino è contento e si può bullare con i suoi amici perché ha fatto questa cosa bizzarra? Anche, sicuramente. Ma la cosa importante è che di fatto Tarantino è l’unico regista vivente in grado di fare quello che gli altri si sognano: trasformare la sala cinematografica in un tempio. Vedere i suoi film in sala è un’esperienza unica, una vera e propria messa che può essere officiata solo ed unicamente in un posto: al Cinema.

CAPITOLO 2
SOLO I CANI SOPRAVVIVONO
(di Jackie Lang)

pulp

“Dai, entriamo nei personaggi!” – Jules

Nei film di Tarantino c’è sempre qualcuno che recita, sono sempre opere che in una maniera o nell’altra prevedono un inganno e si divertono a raccontare l’esigenza di dover interpretare un ruolo nella vita, o quantomeno in quella dei personaggi del cinema di genere.
In Pulp Fiction c’è la frase che fa da bandiera a questa tendenza, ma è forse in Django Unchained che viene spiegata meglio, quando il dr. Schultz insegna al protagonista a “fingersi qualcun altro”. La palma della finzione più “centrale” alla storia invece va a Tim Roth, agente sotto copertura, che si prepara ad essere credibile nel raccontare una storia inventata in Le Iene. Anche in The Hateful Eight vediamo alcuni personaggi “posizionarsi”, pronti per la loro recita, e assistiamo ad un racconto probabilmente inventato, usato solo per arrivare ad un fine.
L’ottavo film di Tarantino esagera, mette 8 personaggi in una specie di palco teatrale su cui almeno la metà di essi recita una parte, è un compendio di tutte le finzioni del cinema di Tarantino, un compendio di chi dice bugie, racconta storie false o millanta di essere chi non è: attori che recitano personaggi che fanno gli attori a loro volta. Tarantino non vuole mai ingannare noi, gli spettatori, e nemmeno creare ambiguità o spiazzare con cambi di fronte inattesi: vuole semplicemente divertirsi con il meccanismo dell’inganno, fare in modo che i loro personaggi cullino un segreto e agiscano di nascosto, con il pubblico ad essere unico custode di questo segreto. Del resto, quest’ultimo film è anche quello più denso di indizi usati per creare suspense, quello in cui una caramella è inquadrata perché tornerà utile dopo un’altra ora di film.

il migliore

Il migliore

Ma la finzione non è solo utile alla truffa. In Kill Bill vol. II, Bill fa un grande discorso a Beatrix Kiddo ponendo l’accento sul suo vero problema: il non poter fingere per sempre, il non poter pretendere di interpretare una persona normale quando non lo è, non poter “recitare” quella parte per sempre. Invece in The Hateful Eight avviene l’opposto, c’è qualcuno che deve mentire per forza per potersi fare strada nel West post-Secessione senza problemi. In Bastardi Senza Gloria Shoshanna recita un ruolo per portare a termine il suo piano, finge di essere quello che non è per riuscire nell’impresa più grande possibile: sterminare le gerarchie naziste. L’inganno finalizzato ad un omicidio è presente anche in The Hateful Eight, come del resto in Death Proof è presente il lupo travestito da agnello, Stuntman Mike, che raggira le donne per ucciderle.
Detto in altre parole, la recitazione è questione di vita o di morte, il sangue e la violenza sono conseguenza della scoperta di un’identità segreta (la taverna di Bastardi Senza Gloria, con i nomi delle identità fittizie dei personaggi scritte sulla fronte e poi l’avvento del sangue) e la beffa finale sta nel fatto che solo i pessimi attori si salvano. Chiunque reciti bene la sua parte, chiunque sia adeguato alla finzione, chiunque sia a suo agio con i panni fittizi indossati invece muore. Al contrario chi come Jackie Brown, Beatrix Kiddo o Aldo Raine è un pessimo attore o semplicemente non è adatto a questa finzione, sopravvive. In questo senso The Hateful Eight è l’apoteosi dell’inganno tarantiniano, per il quale esiste sempre un’identità fittizia dal cui mantenimento dipende la vita o la morte del personaggio.

CAPITOLO 3
IL SUO WEST
(di Quantum Tarantino)

Brutti, sporchi e imbacuccati.

Il West, per Quentin Tarantino, è un posto veramente, veramente brutto. E già vi immaginava, saccentelli che non siete altro, a dire “sì lo sappiamo, abbiamo già visto The Revenant“, così ha messo le mani avanti e ha detto subito “ecco, ragazzi, no, più brutto”.
Il West in cui si muovono, con estrema fatica, i personaggi di The Hateful Eight è duro e freddo e spietato e modella a sua immagine e somiglianza le persone che lo abitano; è lento, è faticoso e, sopra ogni altra cosa, è vero. Ed è curioso che proprio uno dei più noti fautori del potere del Cinema di creare mondi fantastici, il regista che ci ha raccontato di spose che sopravvivono a una pallottola in testa e di soldati fuori di testa che uccidono Hitler quasi per caso, abbia investito tante energie per restituirci un’immagine così vivida e accurata di un pezzo di storia americana, ma la verità è che a Tarantino non importa né del realismo né del trionfo della fantasia: a lui importa solo del Cinema. E il suo Cinema, sia quello che lo appassiona che quello che fa da quasi 25 anni, è fatto di gente brutta, sporca e cattiva che trova la sua dimensione ai margini della società, quando una società esiste, o in luoghi altrettanto brutti, sporchi e cattivi quando la Storia lo permette.
Negli ultimi 50 anni il genere western si è spento lentamente, ma non prima di ripulire, romanzare e idealizzare in modo irreparabile “il mito” della Frontiera: me lo immagino, Tarantino, dietro la macchina da presa che borbotta “non posso credere che abbiate bisogno di me per una lezione di Storia”. In questo senso, per la sua rilevanza ai fini del plot, per la sua riflessione sul Cinema e il suo ruolo, praticamente improvvisato, nel ricordare all’America quali sono le sue radici, è fondamentale l’episodio all’emporio di Minnie, che mette superbamente a confronto due modi di raccontare il West – quello sbagliato e quello di Tarantino. Lo scenario descritto all’emporio di Minnie prima dell’arrivo degli 8 è il negativo esatto dei caratteri e dei rapporti che Tarantino ha descritto per tutto il resto del film: sorrisi, buone maniere, denti perfetti e integrazione (Minnie, nera, è sposata con Sweet Dave, bianco), una comune talmente anacronistica e all-inclusive che c’è spazio persino per la neozelandese Zoë Bell in una variazione del suo personaggio in Death Proof. È una realtà che non può esistere, non in questo film, tant’è che persino nei racconti di Warren, il personaggio di Samuel L. Jackson, Minnie e Sweet Dave diventano una coppia manesca e razzista che si sopporta a malapena: è il West di Tarantino, dove per sopravvivere, anche solo nel ricordo, devi diventare un pezzo di merda.

CAPITOLO 4
UNA FACCENDA PERSONALE
(di Darth Von Trier)

vlcsnap-2016-02-07-23h40m51s282Siete mai stati bloccati da un blizzard? A me capitò, non fu bellissimo. Fu una breve tempesta di ghiaccio che qualche anno fa colse me e due amici in mezzo agli USA nella stagione dei tornado; breve ma sufficiente a costringerci a scappare inseguiti dalla tempesta fino al primo motel e a rifugiarci lì per le seguenti ventiquattro ore. Ce la vedemmo brutta e passammo la giornata barricati nella hall a bere caffè, giocare a carte e a guardare il canale del meteo per capire che ne sarebbe stato del nostro viaggio e anche di noi visto che a km da noi le case volavano via come nel “Mago di Oz”. Nessuno ci rimise l’uccello, nessuno venne avvelenato e nessuno sfasciò una chitarra dal valore incalcolabile per sbaglio come in The Hateful Eight, ma vedendo il film non ho potuto che tornare con la memoria a quella giornata.
Dopo questo imprinting empatico dalla sua Overture e per circa due terzi della sua durata The Hateful Eight mi ha montato addosso una scimmia pazzesca, per poi però stabilizzarmi un po’ deluso su un interesse abbastanza normale. Non si parla di “farmela scendere”, perché il film viaggia su livelli molto buoni sempre, quanto di non essere all’altezza di una costruzione della tensione e delle aspettative effettivamente micidiale.
La croce e delizia di The Hateful Eight sta un po’ nel suo fine, cioè quello di infilare in vitro alcune delle tensioni sociali endemiche del “nuovo mondo” e farle proliferare in una sarabanda esagerata di violenza, verbosità e cattiveria (motivo che mi porta a credere che sia uno dei “movie movies” del cineverso tarantiniano) fino alle estreme conseguenze.
Delizia perché è un esperimento arguto e un film interessante da vedere, ma croce perché è un metaforone talmente chiuso in se stesso che un po’ inizia e finisce lì, come un esperimento appunto, al limite della favola morale e forse con un po’ troppe sottolineature.
Il fatto però di essere una storia così circoscritta – praticamente una piéce teatrale- e pretestuosa poteva sfociare, suggerendo comunque le tematiche di fondo volute, in un atipico western a sfondo “mistero della stanza chiusa”, cosa che ad un certo punto sembra palesemente avvenire ma invece poi scivola verso una linearità che per quanto soddisfacente mi ha fatto dire “Beh però, se avesse fatto diversamente…”. Ho insomma sentito che la scelta claustrofobica, della dinamica da Cluedo o da Dieci Piccoli Indiani del film non fosse stata sfruttata come meritava: un inizio spiazzante per finire a fare “Le solite tarantinate”.

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guardare più all’horror che al western

Tecnicamente, supercazzole del 70mm a parte, è un film girato con cura maniacale, in cui nonostante la durata e la mono-location non avverti tedio e, pur essendo un Tarantino meno citazionista del solito, comunque ruba in maniera garbata qua e là; ovviamente da alcuni western (Il Grande Silenzio ma anche I Compari di Altman) ma mostra di aver guardato molto più all’horror con importanti dosi di Carpenter (balena sfacciatamente La Cosa a partire da Kurt Russell bloccato nella neve fino alla scena dei paletti o alla colonna sonora), del Raimi degli esordi (il gore cartoonesco, la catapecchia assediata da una forza esterna, la cantina, lei che alla fine è ormai una sorta di posseduta deforme e sdentata) o di Assassinio Sul Nilo per i guizzi di giallo all’antica con cui è puntellata la prima metà del film.
Nonostante una lieve delusione di cui sopra e nonostante non sia un fan di Tarantino, per me questo è comunque il suo film più interessante da molto tempo a questa parte: è il tipo di Tarantino che vuole fare un film suo con una visione sua, senza appoggiarsi alle citazioni dei generi come stampella, che vuole sperimentare con i mezzi ma anche con i temi. Il Tarantino di Jackie Brown e di Le Iene, quello che preferisco.

CAPITOLO 5
ENNIO CARO
(di George Rohmer)

Io ti amo e poi ti odio e poi ti amo e poi ti odio e poi ti scrivo la colonna sonora originale.

Io ti amo e poi ti odio e poi ti amo e poi ti odio e poi ti scrivo la colonna sonora originale.

Tarantino ce l’ha fatta di nuovo sotto il naso. Mesi fa si scopriva che Ennio Morricone avrebbe scritto la colonna sonora di The Hateful Eight, e ovviamente la reazione di Internet si è divisa tra chi “Fuck yeah! Erano anni che ci provava e finalmente c’è riuscito” e chi “Ma se l’anno scorso Ennione aveva detto che odiava Tarantino e non avrebbe mai scritto una colonna sonora per lui?! KOMPLOTTO!1!!”. Pochi si sono posti il problema di come avrebbe “suonato” un film di Tarantino con una colonna sonora “vera”.
Bene, ecco come suona: straniante. Nei primi minuti di The Hateful Eight, mi sono ritrovato a pensare “Toh, una colonna sonora! Degli archi! Delle orchestrazioni!”. Cosa che ogni tanto c’era anche nei precedenti film di Tarantino, eh, ma che qui si sente che non è stata estrapolata da qualche oscura pellicola di serie B italiana del 1973. Qui si sente che c’è omogeneità. Pensiamo a Django Unchained, dove Tarantino rubava pezzi di colonne sonore qua e là (scritti da gente come Morricone, Riz Ortolani, Luis Bacalov e Jerry Goldsmith, mica gli ultimi stronzi) e le riutilizzava MEGLIO che negli originali (penso solo a come usa “La corsa” di Bacalov, dalla colonna sonora di Django, e mi viene ogni volta la pelle d’oca). C’è una schizofrenia totale, destabilizzante ed euforica nel susseguirsi continuo di spunti musicali. Una scelta stilistica ben precisa che andava di pari passo con il citazionismo di Tarantino: finora i suoi film erano disseminati di piccoli e grandi omaggi a singoli film o interi generi cinematografici.
The Hateful Eight fa un passo indietro. È più contenuto, fa riferimento praticamente a un film solo (La cosa di John Carpenter). Si lascia alle spalle la schizofrenia di cui sopra per raccontare una storia ben più compatta e diretta, chiusa sia letteralmente che metaforicamente. Non è, insomma, frutto del caso la scelta di chiamare Morricone per questo film: Tarantino voleva dare alla sua opera un senso di compattezza di cui, finora, non aveva mai sentito il bisogno. Ora, non possiamo ignorare un dato: la colonna sonora, per quanto inedita, comprende parti scritte da Morricone per La cosa e mai utilizzate. Ma è un’operazione fatta più per necessità, perché Morricone aveva poco tempo per scrivere tutto uno score originale e così, data la vicinanza tematica tra i due film, ha pensato bene di mettere a frutto quel lavoro andato perduto trent’anni prima.
Va da sé che, ancora una volta, Tarantino tradisce in maniera geniale le nostre aspettative: “Morricone scrive la colonna sonora del western di Tarantino” per molti di noi si era tradotto in “Rifarà le colonne sonore di Sergio Leone”. Perché è ovvio, no? Tarantino è un mega-fan di Leone e sicuramente avrà colto l’occasione per sfruttare l’architetto di parte di quel fascino. E invece col cazzo! Quella di The Hateful Eight è una colonna sonora horror, com’è giusto che sia. Perché The Hateful Eight non è un western, è il secondo western non-western di Tarantino (dove il suo unico vero western è Bastardi senza gloria). Dopo la visione, tutto acquista senso, tutti i pezzi del puzzle vanno al loro posto. Tarantino ce l’ha fatta di nuovo sotto il naso.

CAPITOLO 6
CON TUTTA QUELLA PELLICOLA A DUE PASSI DA CASA
(di Jean-Claude Van Gogh)

Preferisci guardare a destra, o a sinistra?

Preferisci guardare a destra, o a sinistra?

La prima banalissima cosa che viene in mente pensando al 70mm di un film dichiaratamente teatrale e girato per il 90% in interni è: ma davvero ce n’era bisogno? Siamo sicuri che Quentin non si sia fatto un po’ prendere dal gioco, dalle lenti usate per Ben-Hur, e non abbia pensato che magari poteva farlo in qualsiasi altro modo? Ma poi, P.T. Anderson non ha girato The Master proprio in 70mm? Perché Tarantino ne parla come se fosse il primo a farlo?
Partiamo dall’inizio: con 70mm si intende il tipo di pellicola usata per proiettare i film girati in 65mm, che prima del 70mm IMAX (che è a scorrimento orizzontale) era il formato più grande. Su queste pellicole, tra fine anni ’50 e inizio ’80, si girava con lenti e cineprese Super Panavision 70 in formato 2,35:1, quello che comunemente si definisce wide-screen. Film come The Master sono stati girati nello stesso modo utilizzando una versione aggiornata della stessa strumentazione. Il metodo di ripresa usato da Tarantino, come citato nell’intro, è invece l’Ultra Panavision 70, che permette di girare in 2,76:1 sfruttando così le più larghe inquadrature possibili, portandosi dietro un sacco di complicazioni e i motivi per cui non s’è più usato.
Ecco un esempio facile facile per capire le differenze:

panavision

E ovviamente Tarantino non è mica scemo. È uno che se fa una cosa cerca di farla nel miglior modo possibile, e soprattutto fa in modo che questa abbia un significato oltre alle apparenze, e in questo film nulla è detto per caso, nulla è quello che sembra, nemmeno il cinema. La mia idea è che abbia voluto usare questo formato per dare della teatralità anche alle immagini. Certo, gli esterni sono mozzafiato, ma sono pure facili eh. Mettici la neve, mettici quei posti lì. Facilissimi. La sfida stava nel trasformare l’emporio nel palco più bello possibile e nel dare a ogni angolo il suo significato, e così è stato. Il modo in cui più della metà delle inquadrature è costruita gli permette di avere quasi sempre uno o due personaggi sullo sfondo o ai lati, fermi, a non fare praticamente niente se non stare seduti, bere del caffè, lasciare che la neve cada lenta dal soffitto sui loro cappelli. Come a teatro, il palco è sempre condiviso, gli attori in scena esistono anche quando non sono al centro dell’attenzione, e sta a noi decidere dove guardare e su chi concentrarci. Se a sinistra c’è Tim Roth, al centro Kurt Russell e a destra Samuel L. Jackson non sarà mai possibile guardarne più di due allo stesso tempo, soprattutto al cinema, soprattutto sugli schermi giganti su cui questo film dovrebbe essere sempre proiettato. Tutto questo non è di certo una novità: nel suo cinema l’attenzione al dettaglio in profondità c’è sempre stata, ma, complice un formato che ne esalta la presenza, non è mai stata così funzionale alla storia come in questo caso. È come se Tarantino avesse capito meglio di tutti il cinema. Come usarlo. Cosa farne. Come farlo. Quando esco da un film di Tarantino non penso mai alla politica, alla storia, ai sentimenti: penso al cinema, a quanto è bello il cinema, a quanto siamo fortunati ad averti, cinema.

INTERVALLO
GLI ULTIMI DUE CONTRIBUTI CONTENGONO SPOILER. NON LEGGETELI SE NON AVETE VISTO IL FILM.

Uomo avvisato, donna avvisata, tutti avvisati.

Uomo avvisato, donna avvisata, tutti avvisati.

CAPITOLO 7
DAISY DOMERGUE
(di Cicciolina Wertmüller)

Gli hateful eight sono tutti hateful. Tutti crudeli assassini, chi per opportunismo, chi per moralismo, chi per puro sadismo. Daisy Domergue non è la più hateful di tutti ed è l’unica il cui crimine è lasciato ignoto – però è la Keyser Söze della situazione, e come tale ha un peso diverso in tutti gli snodi della trama. Tarantino ha fatto benissimo a darle il volto, il corpo e la voce di Jennifer Jason Leigh: una donna minuta, fragile, dagli occhi guizzanti, che per farsi strada in un mondo di uomini alti e minacciosi deve affilare l’intelletto, la lingua e la malvagità. “Ai neri non piace più essere chiamati negri, lo trovano offensivo” – “Io sono stata chiamata ben di peggio”: nella sua prima battuta sta tutto il personaggio dell’irredenta, indomita Daisy e la simpatia che deve attrarre. Le continue botte che riceve sono tanto insopportabili quanto terrificante è il suo modo di reagire ad esse, ridendo, rimbalzando, resistendo fino al parossisimo, fino a diventare una furente maschera di sangue. Coloro, scandalizzati, che urlano alla misoginia del film dimenticano che la violenza contro Daisy esiste proprio per essere sgradevole, non per far ridere; a dispetto dei dialoghi sagaci che scrive, Tarantino è un regista dannatamente serio.

Scricciolo

Scricciolo

Antieroina tragica per eccellenza, Daisy muore impiccata per sancire la re-istituzione della Legge contro il Male, ma la sua morte è scioccante, ci turba: sotto sotto tifiamo per lei come per King Kong assalito dagli aerei dei “buoni” (la re-istituzione della Civiltà sulla Natura), come per Dracula trafitto dal paletto di frassino (la re-istituzione del Matrimonio sull’Istinto). Per questo Daisy deve non solo morire, ma morire peggio di tutti gli altri – e di tutte le altre: le “sistas” Judy, Minnie e Gemma, simbolo della sorellanza interrazziale che in Death Proof vinceva e che qui è destinata a soccombere, vengono eliminate in pochi colpi di pistola che non lasciano molta emozione. Daisy invece viene impiccata fra lo sguardo beffardo e gli sghignazzi (tipici delle esecuzioni pubbliche) di due uomini; oltretutto l’impiccagione per le donne è una morte particolarmente umiliante: gli organi interni perdono aderenza, l’utero prolassa e sanguina, la vescica e l’intestino si svuotano (cosa che spiega il divario fra il numero di uomini e di donne condannati all’impiccagione in molti paesi).
Eppure, la modalità dell’esecuzione di Daisy e gli angoli scelti da Tarantino per filmarla ne mettono in risalto la grandezza simbolica in modo ancora più potente: l’impiccagione avviene per sollevamento e non per caduta, portando quindi il suo corpo a fluttuare sopra gli altri sette cadaveri; le racchette da neve appese al muro alle sue spalle, somiglianti ad ali, rivelano Daisy per il terribile Angelo della Morte che è sempre stata, e che nell’ultimissima inquadratura “guarda” (Daisy è l’unica a morire ad occhi aperti) il lavoro svolto: un luciferino contrappunto al dolente Cristo in croce con cui il film si era aperto. Noi non la sentiamo, ma l’ultima risata è la sua.

ULTIMO CAPITOLO
LA LETTERA
(di Stanlio Kubrick)

«Domani sarà un mondo migliore vedrai»

«Domani sarà un mondo migliore, vedrai»

C’è questo pensiero che non riesco a togliermi dalla testa da quando mi sono goduto, in glorioso eccetera in 70mm, la visione di The Hateful Eight.
È uno di quei pensieri che vanno benissimo per un titolo clickbait, tipo: “Il vero protagonista di The Hateful Eight è la lettera: vi spieghiamo perché”, ed è tra l’altro smentito dal film e da Tarantino stesso in svariate conferenze stampa.
Eppure io sono convinto che quella lettera fosse autentica.
Mi spiego. La passione dell’uomo per i MacGuffin è cosa nota, ma qui per la prima volta succede una magia: l’oggetto in questione ci viene presentato come la valigetta di Pulp Fiction (tanto che nella versione originale dello script non viene mai letta) per poi diventare, nel corso del film, il fulcro non tanto della storia, quanto della sottesa lettura tarantiniana della condizione americana. L’idea, cioè, che non basta un sistema di regole per fare uno Stato (una sorta di “fatta l’America dobbiamo fare gli americani” finito male), e che alle fondamenta degli States ci sia un mosaico di odio e sfiducia – tra bianchi e neri, tra bianchi e bianchi, tra messicani e bianchi – che persiste nel plasmare più o meno manifestamente la società americana. Se i poliziotti si togliessero la testa del culo e andassero a vedere The Hateful Eight, per esempio, scoprirebbero che Tarantino ce l’ha davvero con loro, responsabili di un mondo dove «un nero si sente al sicuro vicino a un bianco solo se il bianco è disarmato».
La lettera di Lincoln, e la rivelazione sulla sua natura, è, anche prima di venire letta dal meraviglioso Walton Goggins nell’assolutamente non finale di La Cosa, la valigetta di Pulp Fiction che viene spalancata, ed esplode in una coriandolata di metaforoni. Il nero che viene validato solo dalle parole di un bianco, il bianco che non crede al nero e vede le sue convinzioni rafforzate dalla scoperta che è tutto uno scherzo, cosa che ironicamente accresce il suo rispetto per il nero in questione, furbo e maneggione come si addice alla sua natura – la reazione di Mannix allo smascheramento di Warren è la stessa che avrebbe Topolino nel beccare Macchianera con le mani in pasta in un crimine ingegnoso, tipo “bravo, hai rispettato il ruolo e questo mi diverte”, ed è tutto perfetto in film che parla di ruoli e per ruoli.
Quello che non mi convince è che la figura di Lincoln, inteso come simbolo di tutti coloro che hanno costruito l’America con le loro utopie, il rappresentante dei salotti buoni di Philadelphia che si dimenticano che esiste anche l’Oregon, ne esce tutto sommato nobilitata, il suo impegno per creare un Paese migliore sbeffeggiato sì, ma almeno riconosciuto. Mentre se quella lettera fosse autentica, come a quanto pare doveva essere finché Tarantino non ha cambiato lo script in corsa, Warren diventerebbe un eroe tragico e Lincoln un fallito, il primo finito ad arrangiarsi invece che artefice di un mondo migliore, il secondo un pazzo sognatore che ha abbandonato la sua utopia nelle mani sbagliate. E quindi da qualche parte nella mia testa c’è un mondo parallelo in cui il succitato cambio in corsa è la bugia finale, il colpo di teatro svelato il quale quello che rimane è l’abisso di nichilismo sociale più profondo che Tarantino abbia mai spalancato.
Ve l’ho detto che The Hateful Eight m’è piaciuto?

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FINE

DVD-quote:

“Un film che merita di essere visto al Cinema”
Casanova Wong Kar-Wai, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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308 Commenti

  1. uqbal

    Discussione interessante come al solito. A me il film è piaciuto, ma con limiti importanti.

    Quel che a me piace di questi western di Tarantino (e sì, è un western, poche storie) è la sontuosità barocca. I baffi di John Ruth, l’incasinato emporio di Minnie, gli abiti dei personaggi sono tutti sovrabbondanti. Avete notato come è “sontuosa” la diligenza? Il vetturino ha pure i pon pon sul cappello. Nessun elemento ha l’essenzialità dei vecchi western. Ad alcuni può dare un’impressione vagamente disneyana, ma a me piace molto. Ovviamente la fotografia dei paesaggi è coerente con questo approccio, ed è splendida.

    In questo contesto, i personaggi sono all’altezza: il cacciatore di taglie nero, quello bianco, lo scemo sudista, il messicano, ecc. ecc.. Peccato che visto Waltz in Django, Roth sparisca un po’ (o forse era il doppiaggio, non so). Tutti ben presentati e scolpiti, senza dubbio, a parte forse lo scialbo Gage.

    SPOILER di qui in avanti.

    L’idea di chiuderli nell’emporio è bella, ma quando la gente comincia a morire, il film si perde un po’. Dovevano venire fuori ostilità incrociate, sospetti e tensioni, invece queste alla lunga sbiadiscono, e l’intreccio piega un po’ verso il banale. Anche Daisy Domergue perdere qualcosa: nella prima parte del film è una donna indomita e misteriosa di cui non si sa il crimine, nella seconda una criminale comune, ancorché simpatica e sanguigna.
    E con lo sparo dalla cantina il film ha una caduta verticale. A quel punto diventano più che altro chiacchiere, sparatorie mai definitive. Il film si prende almeno mezz’ora di troppo. Il flashback mi è piaciuto perché offre la straniante prospettiva della locanda, che diventa un luogo completamente diverso pur essendo sempre lo stesso, però è davvero inessenziale: doveva essere uno showdown alla Agatha Christie, ma è banale.
    Alla fine risultano banalizzati anche i personaggi: perdendo la loro maschera, alla fine sono semplici criminali, e non le persone strane ma interessanti che intepretavano (il boia sussiegoso, il cowboy letterato, ecc.). E di Daisy ho già detto.

    Del film allora cosa mi è rimasto? Il gusto per un cinema che ha l’impronta del classico, bei personaggi, due ore di interessante costruzione del film, una splendida fotografia e tanta magniloquenza tarantiniana, ma anche molte promesse che alla fine non hanno portato ad altro che ad una storiella simpatica, però non particolarmente significativa. Niente di così deludente da farmi sentire preso in giro dal regista (sono altri quelli che mi danno quest’impressione), niente di irritante, anzi. Ma mi rimane l’impressione di aver visto, alla fine, un film soltanto carino. Non un classico, sensazione che invece Django Unchained mi aveva senz’altro lasciato.

  2. Enrico

    Dopo le Iene e Pulp Fiction e forse il suo unico film adulto Jackie Brown, tarantino si è perso mestamente, Kill bill è un opera molto adolescenziale un miscuglio di film che tarantino aveva nella testa, gli altri come Django e Bastardi senza gloria per quel poco che sono riuscito a vedere mi hanno annoiato a morte, tra l’altro sono due opere fondamentalmente politicamente corrette, spacciate per film tosti e politicamente incorretti, per me il peggio del peggio.
    Questo film da quello che ho capito è sulla testa linea, peccato perché tarantino ha molto talento, ma è troppo adolescenziale.
    Tra l’altro ormai va avanti con fans che tutte le volte che li metto alla prova dimostrano di non conoscere per niente il film, forse per questo che sono tanto fans di un personaggio come tarantino.

    • samuel paidinfuller

      I bastardi un film corretto? Uno dei pochi che ha avuto il coraggio di mostrare gli ebrei incazzati neri per l’olocausto invece che solo vittime?

  3. extreme noise terron

    SPOILER—————————— ammazza oh, una vera piuma quello che passa ore in cantina, riesce a non farsi sentire nonostante gli stivaloni da cowboy e le probabili assi di legno scricchiolanti! ma poi proprio l’attore di magic mike dovevano chiamare?? FINE SPOILER: visto ieri, molto bello con jackson superiore a tutti, anche Kurt è magnifico nonostante il suo personaggio richieda meno ampiezza rispetto a quello di Jackson, ho apprezzato molto anche il boia e il mandriano(non mi va di controllare l’esatta scrittura dei nomi,scusate), quest’ultimo non so perchè ma nella sua indifferenza per quasi tutta la durata del film mi ha incuriosito, inoltre sembra un incrocio tra tarantino e josh homme dei kyuss quindi è ok. paradossalmente, considerando che si tratta di un western e che stiamo parlando di tarantino, il film comincia a indebolirsi proprio quando cominciano le pistolettate, mi sembrano troppo frettolose, laddove nella prima parte assistiamo ad una tensione creata dalle parole che sono più feroci di una scarica di mitra. ci sarebbero altre cose da dire ma al momento non mi sovvengono quindi ciccia, chiudo qua.

    • extreme noise terron

      mi auto-rispondo per una piccola nota con SPOILER: la banda è composta da super ricercati prontamente non riconosciuti da kurt russell e samuel jackson che di professione fanno appunto i cacciatori di taglie, e a quanto dicono sono anche piuttosto bravi nel loro lavoro. e vabbè!

    • samuel paidinfuller

      Ho capito ma mica c’avevano gli smartphone con l’app per controllare il ricercato più vicino a te.

      Le critiche facciamole quando hanno senso dai…

  4. Zen My Ass

    Ottime recensioni, complimenti. Tarantino e’ forse l’unico “autore” oggi presente a Hollywood e merita il trattamento che gli riservate ogni volta (e mi permetto di suggerire/chiedere uno speciale dedicato a tutti i suoi film).

    Che di dire di questo? Mi e’ piaciuto abbastanza, ma e’ anche il primo che non mi sento di voler rivedere (perlomeno a breve): lungo, prolisso, lento almeno nella prima parte, non particolarmente risolto nella seconda parte. Vederlo su uno schermo di computer senz’altro non gli rende giustizia e mi auguro di beccarlo al cinema in futuro, perche’ come l’ho visto io e’ un’opera monca.

  5. GGJJ

    Seppur in ritardo di numerosi mesi sento di dover dire la mia, che è esattamente contraria a quella di altri :-)
    Il film mi è piaciuto molto, per le ragioni sapientemente esplicate dagli esimi recensori, ma l’ho trovato troppo breve. Curioso per una pellicola che dura quasi tre ore, ma è cosi. È vero che a differenza di quel che accade nella stesura “trafugata” non c’è una sparatoria risolutiva che fa strage dei protagonisti, ed ogni morte è ben spiegata e separata. Ma le conclusioni mi sembrano comunque un pochino affrettate rispetto alle presentazioni.

    Forse per questa storia ci sarebbero voluti due film. Di due ore ciascuno. Uno di preparazione della situazione, di definizione della messa in scena. Uno di regolamento dei conti.

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