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Aspettando Zack Snyder: Batman (1989, di Tim Burton)

– È il 1989. Ho 6 anni. Mia cugina Patrizia, in visita a casa nostra, una sera ha l’ingrato compito di tenermi buono. Decide di optare per la via della “favola della buonanotte”. Con spirito pedagogico decide di raccontarmi un film che ha appena visto. Quel film è Batman.

– È il 1990. Ho ancora 6 anni perché il mio compleanno cade a giugno. A carnevale decido di vestirmi dall’unico eroe che davvero conti qualcosa per me. E così mia nonna, diligentemente, mi confeziona un costume da Joker composto da pantaloni e una giacca da frac color rosso fuoco e un gilet viola con sei bottoni dorati. Dalla zia parrucchiera mia madre fa arrivare una bomboletta per colorare i capelli di verde. Sebbene grassoccio, sono il bambino più felice della scuola

– È sempre il 1990. Qualcuno fa circolare la notizia che le figurine di Batman sono drogate. Con sfoggio di retorica riesco a far passare tra i miei compagni il concetto che “drogate nel senso di drogheria cioè che si vendono tanto”.

Da allora, per vostra notizia, non mi sono più ripreso: insieme alla mia foto di quel carnevale devo aver conservato ancora da qualche parte i trasferelli a caldo che si trovavano nei pacchetti delle figurine drogate. Alcuni rappresentavano cose che non capivo, come la serpentina elettrica con cui Joker fulmina il boss Antoine (nell’originale Tony Rotelli, opportunamente franciosizzato in fase di doppiaggio italiano) o le camionette viola della Axis. Perché, e forse non ve l’ho ancora detto, la mia personalissima Batmania si è sviluppata ben prima che io riuscissi a vedere il primo film (mentre, per Il Ritorno, riuscii a convincere mio padre a portarmi al cinema). Una lacuna che però credo di aver recuperato negli anni, arrivando a vedere e rivedere Batman un numero di volte superiore alla quindicina ormai sapendo recitare a memoria buona parte delle scene.

Non è un sorriso. È un ghigno

Non è un sorriso. È un ghigno.

La storia legata alla produzione di BATMAN mi pare che sia cosa nota. Se non lo è vi faccio un brevissimo riassunto.

Ci sono due produttori americani (Michael Uslan e Benjamin Melniker) che, grazie al calo della popolarità di Batman, nel 1979 riescono ad accaparrarsi i diritti del personaggio dalla DC. Vogliono farci un film, vogliono farlo seriamente, vogliono una visione dark del personaggio. Gli Studios a cui presentano il loro progetto semplicemente gli ridono in faccia. Batman fino a quel momento era stato l’imbolsito Adam West accompagnato dal 21enne Burt Ward che combatteva il crimine a colpi di “Santa Peppa” e di Batrepellente da squali. Nessuno prende sul serio un personaggio simile. Nemmeno uno come Pierce Brosnan.

Nel novembre 1979 Jon Peters e Peter Guber si uniscono al progetto, chiamano lo sceneggiatore del primo Superman (Tom Mankiewicz) e gli fanno sviluppare un progetto di trama. Ne esce uno script che prevede un bel tono epico con la genesi dell’eroe, il Joker protagonista (ma con un cammeo de Il Pinguino) e un finale con la comparsa a sorpresa del primo Robin. Più o meno quello che ha fatto Nolan che ci ha impiegato però tre film. Vecchia volpe.

La situazione però non ancora non piace, i grandi Studios non sono convinti finché non ci mette lo zampino Frank Miller che, con il suo The Dark Knight Returns fa capire a Warner che, poco poco, magari un Batman più maturo può fare un sacco di soldi. Con la delicatezza propria delle major, Warner assume il giovane ed esordiente Tim Burton che, alle spalle, aveva giusto Pee-wee’s Big Adventure, prende la sceneggiatura scritta da Makievitz e gliela brucia di fronte e lascia che le cose vadano come devono andare. Cioè male, almeno fino all’uscita del film. Perché se è vero che l’arrivo di Jack Nicholson aveva di colpo dato tutta una nuova credibilità al progetto, dall’altro l’ingaggio di Michael Keaton nei panni di Wayne/Batman aveva mandato ai matti tutti, compresi i produttori (si dice che quando gli Studios comunicarono a Uslan che Burton aveva chiamato Keaton lui abbia passato 20 minuti a ripetere “È uno scherzo, vero?” cercando disperatamente le telecamere di Scherzi a Parte in giro per la casa). A dire la verità dopo Lando Calrissian nei panni di Due Facce/Harvey Dent, la scelta di Keaton nei panni di un nerboruto milionario in odore di fascio pare quasi sensata. Ma andiamo avanti.

Keaton funziona anche per questo

Keaton funziona anche per questo

IL FILM

Dunque: com’è Batman? Personalmente lo trovo un film che, se da un lato per molti aspetti, mette in luce la discreta visionarietà di Burton (la scena dei mimi, la camera con le foto di massacri ritagliati, l’intera sequenza nel museo), dall’altro ne illumina già tutti i limiti da “autore che vuole far emergere la sua personalità a discapito della storia”. Fortunatamente questo Batman trova Burton ancora poco convinto di essere il cavaliere del gotico al cinema (cosa che già da Il Ritorno si fa quasi insostenibile) e comunque più “rispettoso della soggetto” di quanto non lo sarà in futuro. Ciò nonostante questo Batman porta in sé una grave lacuna: la città. Se osservate la messa in scena di Gotham City noterete che, nei pochi campi lunghi che Burton gli concede, essa appare sempre come posticcia ed artificiosa. In poche parole: una quinta di teatro.

Quinta di Teatro

Quinta di Teatro

Se il setting è questo, tutta la tensione narrativa del suo “eroe” scompare: Batman è un personaggio da operetta e con esso i suoi nemici, i suoi amici, i suoi amori, i morti che piange e i vivi che difende. Tutto è solo uno scherzo, non ci sono uomini e donne veri, sono tutti attori nella grande “parata” che Burton mette in scena (e di cui il Festival di palloni è “metafora”). In questo senso è facile capire come sia stato possibile percepire come enorme la presenza di Nicholson. Perché Nicholson, diciamocelo, salva la baracca caricandosi sulle spalle un film in cui lo spettatore è, secondo le premesse, lasciato alla porta. E questo trova dimostrazione nel fatto che, del Batman del 1989, ci si ricorda di Joker e della Batmobile con gli scudi. E non perché non ci sia niente d’altro da ricordare: Keaton è tutt’altro che un attore anonimo e recita la sua parte di uno stralunato Bruce Wayne bene, Kim Basinger ci mette quel che ha a disposizione (e anche qualcosa di più) e pure Robert Wuhl, nei panni del reporter Knox (spalla comica a dirla tutta un po’ inutile), ci si impegna. Ma è il film, o meglio, la base del film a mancare: Batman non è un eroe perché non c’è una città da salvare. Con dispiacere si deve rilevare che questa prima trasposizione del cavaliere oscuro non può nemmeno nascondersi dietro l’estetica acidissima, cartoonesca e folle del Dick Tracy di Warren Beatty (arrivato solo un anno dopo). In Batman del 1989 non manca la tavolozza emotiva, manca proprio la tela. Ed è lì che arriva Nicholson con il suo monologo di un’ora e mezza a fare la differenza. Come fa? Il merito sostanzialmente è della faccia che la natura gli ha dato, degli occhi da direttore editoriale e della capacità di inanellare una quantità pazzesca di faccette nonostante il make up costrittivo (di fatto recita esclusivamente con la metà superiore del viso). A tutto questo si deve aggiungere la straordinaria sovrapposizione emotiva tra l’attore e la parte che interpreta perché, diciamocelo, sia l’uno che l’altro sono dotati di una esagerata teatralità.

Intuizioni felici

Intuizioni felici

E ORA… DUE PAROLE SUL JOKER

Il Volume 1 di Spider-Man e Batman, uno degli strani cross-over che negli anni 90 non si sa per quale motivo venissero fatti (visto che erano storie mediocri dalle trame in carta copiativa “i nemici si alleano, gli eroi prima bisticciano poi si alleano, i nemici bisticciano, vittoria degli eroi”), viene spiegata in maniera chiarissima la psicologia del Joker. Nel suo confronto con Carnage si spiega esattamente che il Joker NON è un semplice assassino e che Nolan, del personaggio, non aveva capito un beneamatissimo.

Mentre infatti lo psicotico e rosso “figlio” di Venom è esattamente “un matto a cui importa solo di veder bruciare il mondo”, al Joker tutto quello che interessa è lo spettacolo. Joker è uno showman. Mettere in scena baracconate teatrali dove al centro c’è il più grande catalizzatore di emozione umana: la morte. Non è un semplice assassino. È un regista e uno sceneggiatore. In The Killing Joke questo viene spiegato benissimo: se Joker avesse semplicemente voluto fare il pazzo avrebbe sparato a Barbara Gordon e se ne sarebbe andato. E invece lui spara a Barbara, fa delle foto (dopo un stupro?), rapisce Gordon, lo porta in un luna park dismesso, lo lega nudo a un tunnel degli orrori in cui ha installato degli schermi che proiettano le foto di Barbara. No, non è semplicemente un matto con la passione per gli abiti disegnati da Tommy Nutter (d’ispirazione neo-dandy e new romantic).

L'essenza.

L’essenza.

In questo il film di Burton e Nicholson hanno fatto, per una volta e a tratti per fortuna, centro: nel Batman del 1989, Joker dice che può essere ruvido ma “non è un killer” e lo fa per annunciare una grande parata con i palloni aerostatici. Certo, che porterà a un eccidio di massa, ma che rimane una parata. E se il Joker di Nolan brucia il denaro (in un gesto privo di alcun senso anche per il punk in cui è stato COLPEVOLMENTE trasformato il personaggio), quello di Burton lo lancia alla folla per lasciare che si scanni in mondovisione. Questo è il Joker. Tutto il resto è fuffa.

Una nota a margine di natura prettamente esegetica su cui vi consiglio di soffermarvi:
sia Batman che Joker non hanno super-poteri. Il primo è “super” grazie alla sua ricchezza, il secondo solamente per il carisma che gli permette di avere del capitale umano a sua disposizione. Una metafora più chiara del contrasto tra capitalismo e comunismo davvero non mi viene in mente.

Now, I can be theatrical, and maybe even a little rough - but one thing I am not, is a killer. I am an artist

Now, I can be theatrical, and maybe even a little rough – but one thing I am not, is a killer. I am an artist

CONSIDERAZIONI FINALI DELLA RECENSIONE DELLA VITA

Batman è un film che Nicholson può mettersi a ragione a curriculum e con lui tutta la cricca dell’adattamento italiano. In 90 minuti si assiste a una sorta di One Man Show dove la trama sembra essere semplicemente una serie di alzate per lo schiacciatore. La presenza di Burton si intravede ma non è in grado di lasciare una reale impronta, tanto è vero che solo 3 anni dopo, pur avendo Michelle Pfeiffer e Danny De Vito perfettamente in parte, lui abbia deciso di far saltare il tavolo e trasformare Batman nel remake di Freaks. Rimane comunque un film importante e, sempre a mio avviso, una delle incarnazioni meno fedeli ma per questo più interessanti del Cavaliere Oscuro.

– È il 2013. Ho 30 anni. Sono dietro alla consolle del Solo Macello Fest. Devo scegliere con cosa far partire il mio set. Metto la Batdance.

DVD-quote:

“Ah, Gesù marimba”
Bongiorno Miike, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

BONUS TRACK: IL RICICLO

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105 Commenti

  1. Axel Folle

    Finito ora ora. Che dire, per me un film con grossi squilibri, alcune cose molto belle, alcune scelte felici e altro di sbagliato, la recensione le inquadra entrambe in modo preciso quindi è inutile che mi ripeta. Anzi complimenti per l intuizione della metafora sullo scontro capitalismo e comunismo alla quale non avevo minimamente pensato e che è una visione interessantissima.

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