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Hong Kong, sparatorie e sanità: la recensione di Three di Johnnie To

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Se si parla di un regista prolifico come Johnnie To, a questo punto della sua carriera (siamo al 70esimo film o giù di lì) non ha quasi più senso esaminare la singola pellicola perché quasi mai si tratta di un discorso a sé stante, quanto piuttosto di una frase all’interno di un discorso che il regista porta avanti da tot anni. Similmente a un Woody Allen più figo, più asiatico e con zero accuse di pedofilia, ogni suo nuovo film, anche l’occasionale apparente deviazione dal sentiero, va preso come un esercizio di stile, una presa di posizione, in questo caso un programmatico mettersi alla prova su una certa istanza formale, ma sempre all’interno di un ragionamento più ampio che abbraccia il lavoro degli ultimi 10, 15 anni o perché no, l’intera carriera.

Ora questo è un discorso tanto sensato quanto banale che vale più o meno sempre. Ve lo regalo, potete riciclarvelo per qualsiasi regista molto prolifico il vostro cineforum di quartiere abbia deciso di trattare. Io di certo me lo sto giocando con To perché, quanto è vero il cazzo, non vedo un film suo da Vendicami del 2009.

Madò ti ricordi che risate in vendicami?

Madò ti ricordi che risate in Vendicami?

Se non l’ho seguito molto ultimamente la colpa è in parte di To che, dai ragazzi, c’è gente che in sette anni fa un film e mezzo, lui ne ha fatti sette, e in parte mia perché di quei sette film tre erano commedie romantiche e una una commedia romantica musicale quindi, ok, forse quelli da recuperare non erano poi così tanti. Sto cercando di rimediare, VA BENE?

Come forse avrete indovinato, Three non è una commedia romantica. Non è, purtroppo, neanche un esemplare di Johnnie To al massimo della forma, niente di memorabile o per cui strapparsi i capelli, anzi, per buona parte della sua (insolitamente breve) durata ho avuto il sospetto che fosse una roba fatta su commissione — in puro Takashi Miike style — girata col pilota automatico o affidata a un volenteroso assistente, ma in realtà ha eccome il suo perché.

“La cosa” di Three è che è un poliziesco, ma tutto ambientato in un ospedale. Pochi set, ancora meno azione, molte chiacchiere, una marea di comparse che si agitano sullo sfondo ma solo tre (da cui, suppongo, il titolo) personaggi veri che si muovono in circolo, lottano per la supremazia e si mettono i bastoni fra le ruote l’un l’altro. Un thriller psicologico tutto incentrato su uno scontro di personalità, con un twist (formale ancor prima che narrativo) finale che ti fa dire ohibò, ecco perché Johnnie To può e tutti gli altri no.

Non lasciatevi ingannare dal poster bruttissimo: il film è solo così così

Non lasciatevi ingannare dal poster bruttissimo: il film è solo così così

Tutto inizia con medici che fanno cose da medici, operano, visitano e prendono decisioni difficili: qui ci viene presentato il primo vertice del triangolo, un abile neurochirurgo nel bel mezzo di una crisi personale e professionale. La sua seduta di auto-analisi è bruscamente interrotta dall’arrivo in ospedale di un criminale gravemente ferito con uno squadrone di sbirri al seguito, che trasforma in pochi minuti la macchina bene oliata della sanità hongkongese nel palcoscenico di un mexican standoff in cui ognuno vuole una cosa diversa ed è disposto a tutto per ottenerla.
Una dottoressa con un evidente complesso del dio combattuta fra cosa è “giusto” e cosa è “etico”, un poliziotto che è più che disposto a valicare i limiti della legge per farla rispettare, un criminale che gioca con la vita degli altri come un sadico burattinaio. Tre caratteri, tre declinazioni della hybris umana, tre archetipi efficaci, ma anche telefonatisismi e al servizio di una sceneggiatura da discount dove tutto quello che succede era indovinabile senza sforzo dal minuto uno.

Sopra: un tipo prevedibile inquadrato in modo imprevedibile

Sopra: un tipo prevedibile inquadrato in modo imprevedibile

A scanso di equivoci, per quanto non conosca i retroscena di questa pellicola in particolare, è abbastanza difficile che To faccia film su commissione, visto che a) è a capo di una delle case di produzione indipendenti, la Milkyway Image, più miracolate di sempre b) quasi ogni film che caccia fuori è un successo di critica e botteghino e c) in Asia, mediamente, “Autore” e “big money” vanno molto più a braccetto di quanto non succeda in America.
Insomma, a dispetto di qualche legittimo dubbio in prima battuta, puoi stare abbastanza sicuro che se Johnnie To fa una roba è perché voleva farla.
Questo non significa che debba tutte le volte essere perfetta.
O piacerti.

E nel caso di Three c’è tutto quello che sulla carta dovrebbe piacerti.

C’è il melodramma, che in mano a chiunque altro sarebbe stato ridicolo, ci sono i piani sequenza più pazzi del mondo, che in mano a chiunque altro sarebbero stati un disastro, ci sono tutti i topoi del poliziesco hongkongese vecchia maniera e i personaggi cari alla narrativa di To, come il poliziotto moralmente compromesso e il criminale intelligentissimo che smaschera l’ipocrisia dei “buoni”, la donna in carriera che sacrifica tutto per farsi strada in un mondo di uomini e la spalla comica sovrappeso obbligatoriamente interpretata da Suet Lam (un giorno vi racconterò di quella volta che al festival di Udine lo vidi in tre film di seguito e poi fuori dal cinema lo vidi in carne ed ossa che firmava autografi e non mi sono mai più lavato la mano con cui gli alzai il più alto di tutti i cinque). Ci sono tutti gli ingredienti, ma non c’è mai la scintilla, la cosa che ti fa saltare sulla sedia, che ti tiene col fiato sospeso, che ti fa dire per Diana questo sì che è un film!

Sopra: Johnnie To è comunque il migliore a inquadrare cose

Nelle intenzioni di To i primi tre quarti di film dovrebbero essere un crescendo di tensione che ti cucina a fuoco lento, un thriller claustrofobico dove all’apparenza non succede niente ma in realtà sta succedendo TUTTO. Nella pratica è poco più che un prodotto televisivo con un po’ di inquadrature sopra la media, un episodio crossover di E.R. con Law & Order col budget.

Ma poi c’è la parte finale.
Che è una bomba atomica e cambia tutte le carte in tavola perché realizzi che tutto quel ciurlare nel manico che hai visto fino a un attimo prima era un pretesto, era Johnnie To che prendeva tempo per arrivare a questo.
Una sparatoria in un lunghissimo piano sequenza che riecheggia quella di Hard Boiled per ambientazione — un ospedale — ma che si trova esattamente agli antipodi per valori estetici e realizzazione: esagerata, kitchissima, fintissima. CGI a strafottere, cavi che rendono possibili evoluzioni impossibili, trucchetti vari per nascondere gli evidenti stacchi della macchina da presa, ma soprattutto un’idea alla base che poteva venire solo a un genio o a un cretino: girarla tutta in tempo reale, ma con gli attori che fanno finta di muoversi al rallentatore (ognuno a una velocità diversa, tra l’altro, e ognuno secondo coordinate tutte sue), una sequenza in slow motion (ecco che torna John Woo) che non è davvero slow motion.

Cose pazze.

Cose pazze.

Surreale e autoparodistico dell’intero genere. Obiettivamente una delle cose più pazze che si siano viste nel Cinema hongkongese degli ultimi anni e una delle più divertenti. Tutto sta nel decidere se questa figata a cui hai appena assistito è sufficiente a redimere quei quarti d’ora in cui ti sei sinceramente annoiato a morte.

DVD-quote

”Un To non al To(p)”
Quantum Tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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28 Commenti

  1. Ryan Gossip

    Oooh che bello sentir parlare di Johnnie To! Ne avevo perso le tracce ed ora ho capito perchè (commedie romantiche?! Proprio vero che quando sei affermato puoi permetterti di prendere altre strade).
    1) lo vedrò
    2) anch’io se leggo “sparatoria in ospedale” non posso che pensare a quel film là
    3) quest’anno in Cina sono uscite due pellicole entrambe intitolate per il mercato inglese The Bodyguard. Una si sta facendo un nome come “supereroi cinesi” e l’altro è diretto ed interpretato da Sammo Hung che si è ritagliato un ruolo da Liam Neeson orientale. Non c’entrava nulla, solo che mi fa pensare che da quelle parti rimangono dei giusti.

  2. Maxnataeleale

    Ehm.. Se dovessi cercare un paio dei film più belli di To su cosa dovrei orientarmi? Non ne ho mai visto uno

    • avdf

      io ho visto:
      breaking news
      election
      exiled
      vendicami
      drug war (il più recente)

      Non che non mi siano piaciuti, ma non ne ho trovato uno memorabile. Forse quello che ricordo meglio è exiled

    • Maxnataeleale

      Grazie allora pesco nel mucchio

    • Ceramiche Kobayashi

      Quelli ritenuti suoi capolavori generalmente sono:

      A Hero never dies
      The mission
      PTU
      Election 2

      Per gusti personali a questi aggiungerei almeno Exiled ed Election

    • Axel Folle

      Per me i capolavori sono:
      A Hero Never Dies (nella top 10 dei miei film preferiti in assoluto)
      Exiled

      Grandiosi:
      Mad Detective
      The Longest Night (ufficialmente non diretto da lui ma di cui To ha rivendicato la paternità se ben ricordo)
      PTU
      Drug War

      Comunque i suoi noir, quelli che sono riuscito a recuperare almeno, mi sono tutti piaciuti un sacco e per un amante del genere noir/crime/action sono tutti da recuperare!

    • Han già detto tutto i ragazzi, ma il mio preferito è Breaking News, anche se sono anni che non lo rivedo.

    • Snake Pleasekillme

      Per farti un’idea completa di TO, oltre ai sopracitati potresti recuperarti:
      Yesterday Once More (girato a Udine!)
      Running on Karma (delirio puro e costume del protagonista memorabile)

    • Axel Folle

      Running on karma per alcuni è un capolavoro, s me onestamente è forse l unico film di To che ho visto a non essermi piaciuto per nulla.

    • Stephen Ciao

      è un gran pasticcio, e beninteso, io considero To un DIO

  3. Axel Folle

    Quantum recupera Drug War se non l hai fatto che è una mina.

  4. Three è un film multigenere, io l’ho trovato geniale nell’alternanza di registri e nella teatralità dell’azione. Rimando al mio blog per chi voglia approfondire le ragioni del mio entusiasmo. Aggiungo che To afferma di aver girato senza uno script a disposizione: se questo è il risultato, tutto il fare cinema va ripensato.

    • MAH. Dei dialoghi e delle situazioni possono anche essere improvvisate, ma i monologhi del cattivo, tutte le citazioni (a volte anche in inglese) che sputa a manetta mi viene difficile credere siano “spontanee”.
      senza contare la sparatoria finale, che script o non script avranno provato per settimane prima di girare…

    • sick a rio

      ma è sicuramente una trollata di quel buontempone di To, non si girano neanche gli spot da 30″ senza uno script… altrimenti non sapresti mai dove mettere i punti macchina

  5. supertramp

    Dopo aver visto Breaking News pensai che ogni film d’azione avrebbe dovuto essere così. Rimasi folgorato dallo stile, dalle inquadrature, dai PIANI SEQUENZA, dalle sparatorie e da come Johnnie To gestiva la storia e i personaggi (quel drago di Nick Cheung) in maniera semplice, coerente ma inarrestabile, da tutto insomma.
    Questo Three lo voglio proprio vedere, io penso di essere uno di quelli che rivaluteranno tutto il film grazie alla scena finale.

  6. tetsuo kurosawa

    the misson mi raccomando

  7. Johnnie To può!
    e tutti gli altri no!

    Messo giù tipo coro da stadio sarebbe notevole

  8. Stephen Ciao

    Johnny To = DIO

  9. Peter Parkour (Spider-Man: Oh, I'm coming)

    Johnnie To.
    Breaking news.
    Sparatoria in piano sequenza.

    ..E bon, amen.

    • Axel Folle

      Quella sparatoria all inizio è una delle cose più fuori di testa del cinema tutto, levati Arca Russa

  10. http://www.globaltimes.cn/content/989422.shtml è tutto vero, senza script!

  11. Enrico

    Un film che devo vedere, c’è poco da fare…

  12. Axel Folle

    Bagai, qualcuno mi sa dire se si trova Three suonato ita? Grasias

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