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Horror Movies Matter: Get Out

Oh, vi avverto, amici. Spoilererò tutto il film. Un film che in Italia uscirà a metà maggio. E prima di arrivare agli spoiler, vi tiro pure un pippone micidiale in cui vi spiego la rava e la fava. Se vi va bene, prego, siamo qui apposta since 2009. Se non vi va bene, ce ne faremo una ragione: di blog di cinema fighi è pieno il mondo.

Da un mese esatto, un mese e un giorno, mi sono trasferito a vivere a Boston. Non voglio passare per un Beppe Severgnini o un Guida Bagatta qualunque però, amici, quante differenze! Certo, come vi hanno raccontato i due qui sopra e i loro vari amici con i luccichini agli occhi: “Qui è tutto più grande, eh?”. E i palazzi grossi e le macchine grosse e i panini grossi. Pazzeschissimo. Tutto vero, eh? Ma ci sono altre differenze che mi hanno colpito. Parlo di differenze sociali e politiche, roba forte ed endemica. Non vi voglio raccontare che da quando è arrivato Trump qui è tutto in caduta libera, eh? Parlo di roba immediata, che senti sulla tua pelle dopo un mese che sei qui, roba di cui ti puoi tranquillamente accorgere se alzi un minimo le antenne.

Mentre noi in Italia abbiamo ancora dei razzisti vecchio stampo, quelli che insultano apertamente i neri o chiunque non sembri nato e cresciuto a Trezzano, qui la cosa è molto più complessa. Tenete presente che io sono a Boston – città nota per essere di base piuttosto scontrosa e razzista – ma sto fondamentalmente a Cambridge che invece è il punto più liberal e aperto praticamente di tutta la East Coast. Vi faccio un esempio. Qualsiasi locale che non sia l’equivalente dell’Irish sotto casa vostra, quello dove andate a sbronzarvi solo col vostro migliore amico, che non considerate un vero e proprio locale ma una sorta di continuazione della vostra cameretta,  qualsiasi posto abbia una seppur minima pretesa di “giustezza” ha in vetrina dei cartelli a favore degli immigrati. “We welcome you” oppure “You are in a safe place”. Sono cose che, lo dico senza ironia, a me personalmente scaldano il cuore. Come ho detto non vorrei parlare di Trump, perché non è quello il mio mestiere e perché “sò ‘na sega sui sughi” ma la risposta della gente qui è diretta e chiara. E suona come “Quello è matto, noi andiamo avanti per la nostra strada”. Ed è: “C’è un problema evidente, ecco la mia risposta”.

Un po’ di tempo fa, prima che arrivassi io, tutti avevano fuori dal proprio locale un altro cartello: Black Lives Matter. Nasce da un movimento fondato nel 2013 che si batta contro la violenza e il razzismo nei confronti della comunità afroamericana. Se avete anche solo seguito distrattamente le cronache dagli Stati Uniti, vi sarete accorti che negli ultimi anni la Polizia sembra essere stata risucchiata in un vortice spazio temporale che l’ha fatta rispuntare in Alabama nel 1958. La tensione è altissima: ce ne si rende conto semplicemente guardando gli Oscar, seguendo le polemiche che gli hanno preceduti l’anno scorso e le scelte di comodo che sono state fatte quest’anno. Guardi una serie come The People v. O.J. Simpson: American Crime Story – che ti racconta di Rodney King, dei riot di Los Angeles, di Johnnie Cochran – e ti rendi conto che quella bolla di perbenismo pronta ad esplodere è ancora lì che si tende. E la cosa che fa paura è che è appunto endemico. Questo equilibrio precario, questa convivenza che appare per lo più ormai scontata, pacifica, la cosa più naturale del mondo ma che se aguzzi la vista ti rendi conto che ha dei lati fragilissimi, fa drammaticamente parte degli Stati Uniti. Per cui Black Lives Matter.

Mi sono visto lo speciale di Michael Che su Netflix. Si intitola proprio Black Lives Matter e ad un certo punto dice in maniera perfetta una cosa che da europeo, bianco, che non aveva mai vissuto negli Stati Uniti avevo confusamente pensato (e tenuto giustamente per me) la prima volta che ho letto il cartello qui Black Lives Matter: “Be’… tutto qui?”. Ve lo faccio spiegare da lui che è meglio.

Vi faccio un piccolo riassuntino tradotto delle parti salienti: “Le vite dei neri contano. È un po’ una frase discutibile, no? Non è che contano più della tua. Semplicemente “contano“. Questo è il punto da cuoi vogliamo far partire la discussione: “contano“.  Ci accontentiamo del minimo. Vi rendete conto che c’è gente, la comunità gay per esempio, che lotta per avere gli stessi diritti? Vuol dire che là fuori c’è qualcuno che dice: “Penso che tutti debbano avere gli stessi diritti!“. E qualcuno che gli risponde: “No, figliolo, non sono d’accordo. Non penso proprio“. I neri lottavano per i diritti “civili“. Neanche gli stessi diritti, ma quelli civili. Non ti dicono che le vite dei neri NON contano, non ti dicono quello. Dicono che TUTTE le vite contano. Really, semantica? È come se tua moglie ti dicesse: “Ma tu mi ami?” e tu rispondessi: “Cara, ma io ami tutti! Che vuol dire mi ami? Che discorso è? Amo TUTTE le creature del Signore!“. Capite, amici? E questo non è uno spettacolo uscito a novembre 2016, eh? Non negli anni Sessanta. È la media di ogni comico o entertainer nero che si rispetti o che abbia qualcosa da dire.

Key & Peele

Un’ultima cosa prima di occuparci del film. Anni fa, quando stavo in fissa vera col rap, ricordo di aver letto un articolo in cui si spiegava il perché della moda dei vestiti oversize. Sfortunatamente non ricordo dove lessi questo saggio o articolo ma mi rimase impresso perché è una roba che non avevo minimamente considerato e che mi impressionò molto. Non ho mai trovato riscontri di questa teoria e mi sembra più un’idea che qualcosa di realmente concreto. Però… Però è una bella idea. Pronti? I regaz del rap nero hanno cominciato a vestirsi coi pantaloni bracaloni, con le magliette tutte larghe e le felpe giganti per nascondere la loro superiorità fisica a noi povere chiaviche bianche. Il ragionamento è questo: siccome i bianchi li hanno vessati in ogni modo, non vogliano dar loro un altro pretesto per farli incazzare. In soldoni, non ci vogliono umiliare. Poi è successo che la cosa è diventata globale e quando ho letto questo articolo io giravo col cavallo dei pantaloni all’incirca all’altezza delle caviglie, delle felpe che mi vanno bene ancora oggi a distanza di 20 anni e un berretto di lana calato sugli occhi. Io. Nato a Rivolta d’Adda, provincia di Cremona. Non Dontel from Compton, eh?

I Wu Tang per esempio ci tenevano a non farti sfigurare

Ok, ci siamo. Possiamo spoilerare il film. Si intitola Get Out e la prima cosa interessante è che è diretto da Jordan Peele che forse qualcuno di voi conosce come comico. Insieme al suo amico Keegan-Michael Key ha creato e interpretato la famosissima serie Key & Peele di Comedy Central che è andata in onda per ben cinque stagioni. Prima ancora, sempre insieme a Key, ha lavorato per MADtv, la versione televisiva della vecchia rivista comica MAD, quella con Don Martin o Spy Vs. Spy. Insomma, uno sceneggiatore e un attore televisivo molto famoso con l’intenzione di passare al grande schermo. L’anno scorso – sempre insieme al suo sodale – ha scritto e interpretato Keanu, puttanatina a metà strada tra la comedy e l’action con il surplus di un gattino tenerissimo ma il vero colpaccio lo porta a casa con il suo esordio dietro la macchina da presa, questo Get Out.

Presa bene.

La storia, sempre scritta da lui è questa: Chris (Daniel Kaluuya), un fotografo, è fidanzato da qualche mese con Rose (Allison Williams aka la più figa del cast di Girls). Si amano, sono giovani e belli. Lei forse vuole portare la loro relazione al passo successivo visto che l’ha invitato a passare un weekend in campagna dai suoi. Insomma, è arrivato il momento di conoscere mammà (la sempre pazzeschissima Catherine Keener), papà (il caro e vecchio Bradley Whitford) e pure il fratello (l’inquietantemente bello Caleb Landry Jones). E Chris un po’ si intesisce. Non solo perché conoscere i genitori della propria fidanzata è uno stress ma perché lei è bianca come il latte, mentre lui è nero come il carbon. Le chiede: “L’hai detto ai tuoi che esci con un ragazzo nero?”. “Perché avrei dovuto dirglielo?”, risponde lei, “i miei sono dei tranquilloni. Mio padre continua a dire a tutti che se solo avesse potuto avrebbe votato Obama pure per un terzo mandato!”. E allora, via, andiamo. Cosa potrà mai succedere di male? Al limite ci sarà un po’ di scontro generazionale. Dei vecchi ricconi con la villa in campagna e con i camerieri neri che fanno finta di essere dei giustoni liberal quando invece rappresentano la solita vecchia guardia involontariamente razzista. Insomma, bisognerà mandare giù un po’ di merda ma ci siamo abituati. Be, ecco… Non proprio.

it’s all laughs and giggles until poi muori

E qui comincia il vero SPOILERONE, cari. Per cui se siete arrivati fino a qui e non volete bruciarvi la sorpresa, saltate questo paragrafo. Chris arriva e dopo l’imbarazzo iniziale quasi da commedia degli equivoci, si trova alle prese con degli scoppiati che sembrano quasi usciti dal Villaggio dei Dannati. Le cose si fanno via via sempre più bizzarre fino a quando la madre psichiatra di lei, lo ipnotizza facendogli perdere il controllo del suo corpo. La sua mente rimane vigile e consapevole ma non può fare nulla se non precipitare in una sorta di abisso mentale senza fine. Perché? Grazie per la domanda. Perché la famiglia bianca e benestante fa parte di un gruppo ristretto di persone che 1) mandano la Williams in avanscoperta a trovare dei neri fighissimi con cui si fidanza 2) per poi portarli a casa sua con la scusa del “ti presento i miei”3) Una volta a casa li fa ipnotizzare dalla Keener 4) in modo da farli operare da Whitford che gli estrae il cervello. Tengono solo il corpo in modo da creare un ibrido migliorativo: una sorta di superuomo nero fuori e bianco dentro. La sorpresa è proprio questa: guardando il trailer del film uno si fa l’idea che questi cazzo di razzisti bianchi sequestrino il nero per toglierlo di mezzo. Invece no! I bianchi sono invidiosi della loro perfezione per cui li utilizzano come involucri, come contenitori dei loro cervelli. FINE SPOILER

“Abbiamo i biglietti per il prossimo spettacolo di Ascanio Celestini”

Get Out è un film horror apertamente politico con qualche evidente tinta comedy. Una versione moderna e folle di Indovina Chi Viene a Cena? che ha dalla sua la capacità di creare con sapienza un clima di paranoia veramente ansiogeno, quasi allucinatorio, come l’ottima rappresentazione dell’Altro Mondo creato dall’ipnosi. La vena comica surreale di Peele contribuisce a rendere più evidente lo scarto che c’è tra i momenti più horror e quelli più “divertenti” e ci si concede anche qualche liberatorio momento splatter. Sembra di guardare un film horror mescolato a un episodio de Il Prigioniero diretto da Lynch con un tocco dell’ultimo Shyamalan (anche qui, non a caso, produzione Blumhouse).  Tutto bellissimo. Ma. Il “ma” è legato al feroce metaforone politico. Get Out è un film che graffia realmente qui negli Stati Unti. Non a caso è uno dei più grandi successi dell’anno con un incasso al momento di più di 100 milioni di dollari a fronte di un budget inferiore ai 5, sta raccogliendo recensioni entusiastiche e il pubblico in sala ieri faceva il tifo con urla e applausi a scena aperta. Da noi tutto quel lato rischia di passare un po’ in secondi piano. Vediamo cosa ne penserà alla sua uscita Bagatta.

Il film si apre sulle note di Redbone, il singolo omaggio a Bootsy Collins di Childish Gambino, l’alias musicale di Donald Glover, e ne cast spunta anche Lakeith Stanfield, aka Darius di Atlanta, la serie ideata proprio da Glover.

DVD-quote:

“Indovina Chi Muore a Cena? ”
Casanova Wong Kar-Wai, i400Calci.com

>> IMDb Trailer

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150 Commenti

  1. Paolo Vintaggio

    sono a metà e mi sta intrippando di brutto…
    è da un po’ di tempo che non avevo le viscere rivoltate a ‘sta maniera per un film!
    speriamo che il resto sia all’altezza ma penso proprio di si! :D

  2. sniffo

    Visto ieri.

    Mi è solo venuto un dubbio. Se il metodo della farfalla prevede il trapianto del cervello del bianco nel corpo superiore del negro, perchè non si vede un solo super-nero nel gruppo dei vecchi ricconi ma solo tre lobotomizzati?

    • Pitch f. H.

      Solo UN dubbio ti è venuto? Guarda, a metter nero su bianco tutte le incongruenze e plot hole di questa cloaca di film si potrebbero riempire due cartelle.

  3. Anonimo

    A un anno di distanza, mi ero perso questa recensione, leggendo i commenti noto che come sempre queste tematiche facciano uscire allo scoperto i razzisti. Non pensavo ce ne fossero tanti a leggere questo sito.

    • Samuel paidinfuller

      Eh ma la musica è cambiata, mo li ricacciamo tutti a casa loro sti bastardi razzisti!!

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