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Cambiare tutto per tornare all’origine: la recensione di Spider-Man: Homecoming

I piangina della fedeltà a oltranza ai fumetti — quelli che, ehi, loro non sono razzisti o sessisti ma sarebbe meglio, per il bene di tutti, che quello dei comics restasse un mondo popolato esclusivamente da maschi bianchi eterosessuali — hanno dato a tutti una gran lezione di coerenza quando, a fronte della notizia che nel nuovo reboot di Spider-Man zia May sarebbe stato interpretato da Marisa Tomei, si sono lamentati anche di quello.

Facciamo un passo indietro. Per chi non lo sapesse, zia May è la zia, ma di fatto praticamente la madre adottiva, di Peter Parker — l’Uomo Ragno. Nei fumetti ha millediciassette anni, è malata, mezza invalida e mezza rincoglionita (quando le esigenze narrative lo richiedono: una volta ha quasi sposato il dottor Octopus) e perennemente in ansia — praticamente è una nonna del Sud Italia; il suo ruolo è far sentire costantemente in colpa Peter Parker, qualunque cosa faccia o non faccia, perché “Oh no, zia May si starà preoccupando!”. Marisa Tomei, invece, è un’attrice eccezionale e una donna bellissima, ha da poco superato la cinquantina ma mi venisse un colpo se dimostra più di 45 anni.
Lamentarsi perché un personaggio originariamente decrepito è stato affidato a un’attrice più giovane e più figa effettivamente non è né razzista né sessista, è da rompicoglioni e basta.

Per quel che mi riguarda, la cosa mi aveva fatto immediatamente piacere. Prima di tutto perché odio zia May col fuoco di mille soli e finché la trasformano in qualsiasi altra cosa mi sta bene a prescindere, ma non è solo questo. C’è qualcosa di estremamente più ragionato — e indovinato — in questa scelta: l’Uomo Ragno è stato inventato negli anni 60, le sue storie, le sue origini, i suoi poteri e il suo costume, la maggior parte dei suoi comprimari sono tutti stati concepiti negli anni 60. E, notizia bomba, da allora è cambiato quasi tutto. Non solo la moda e i gusti della gente, sono cambiati i rapporti tra genitori e figli, la “mezza età” è slittata di almeno una decina d’anni, posto che esista ancora qualcosa come la mezza età, è cambiato il concetto di adolescente e quello di adulto: può un liceale di oggi avere una zia, e un tipo di rapporto con quella zia, uguale a quello descritto in dei fumetti di quasi 60 anni fa?

Io non so dire se la zia May di Marisa Tomei è quella giusta, ma sono abbastanza sicuro che se venisse inventata oggi, è esattamente così che verrebbe scritta.

Questo è un po’ il principio che ha guidato tutto questo secondo reboot dell’Uomo Ragno, anticipato in Captain America: Civil War ed espanso in Spider-Man: Homecoming.

I film di Raimi prendevano dai fumetti quello che aveva senso prendere e mettevano del loro per correggere tutto quello che poteva risultare ridicolo o indigesto a un pubblico ancora “vergine” rispetto al concetto di film di supereroi in costume. Quelli di Mark Webb hanno cercato di rendere tutto più giovane e più cool mancando clamorosamente il punto (e il casting), come se “aggiornare” un franchise significasse prendere di peso storie vecchie di 50 anni e aggiungere uno skateboard. La prima cosa che salta all’occhio di Spider-Man: Homecoming, diretto da Jon Watts (Clown, Cop Car) e scritto da (prendere fiato prima di leggere) Jonathan Goldstein, John Francis Daley, Jon Watts, Christopher Ford, Chris McKenna e Erik Sommers, è come non gliene freghi mezza di essere “fedele” al fumetto, nel senso di rispettare tutti quegli elementi della trama e snodi narrativi che il pubblico conosce a memoria: il ragno radioattivo, zio Ben, Mary Jane che ti chiama “tigre”, diciotto Goblin, la morte di Gwen Stacy…

In Homecoming Zia May è giovane, “Mary Jane” è una ribelle secchiona e un po’ inquietante, Flash Thompson è un douchebag con la macchina costosa che fa il dj alle feste e partecipa al “decathlon accademico” (è una cosa, a quanto pare) perché giocare a football non è più l’unico modo per essere figo in un liceo americano; per lo stesso motivo Peter Parker non è più un secchione solitario, ha degli amici, perché nel 2017 (tecnicamente il film è ambientato nel 2020), con internet, i social network e The Big Bang Theory, non è più credibile che un nerd non abbia amici. E il costume gliel’ha fatto Tony Stark perché comunque, anche nel 2020, non sarà mai credibile che un adolescente sappia cucirsi da solo un costume da supereroe.

Nello scrivere Spider-Man: Homecoming i suoi autori hanno fatto piazza pulita della mitologia dell’Uomo Ragno per concentrarsi su un unico fondamentale particolare: l’intuizione avuta da Stan Lee e Steve Dikto che Peter Parker debba essere un ragazzo del suo tempo. Finché questa regola viene rispettata, non è importante che zia May sia vecchia o che Mary Jane sia caucasica, che il costume sia una calzamaglia o un’armatura super-tecnologica, che la coscienza di Peter abbia la voce di zio Ben o di Tony Stark. Non stiamo parlando di Superman, che non sarebbe Superman se non venisse da un altro pianeta, o di Batman, che non sarebbe Batman se non fosse un orfano miliardario; dell’Uomo Ragno puoi cambiare potenzialmente tutto (lo dimostra il successo che ha avuto e continua ad avere lo Spider-Man “Ultimate” Miles Morales) purché ti ricordi che è una storia di adolescenti per adolescenti.

All new all different regaz

Per questo motivo questo nuovo Spider-Man è il più atipico e anomalo visto finora e allo stesso tempo è il più fedele al fumetto originale; è una vera interpretazione di Spider-Man, dove le altre due saghe erano una maldestra imitazione.

E questa era la parte per tutti gli appassionati di fumetti.
Per quelli invece che quest’anno hanno fatto sesso: Spider-Man: Homecoming è un buon film? Sì. È il miglior film di supereroi fatto finora? Sta tranquillamente nella Top 3. È il miglior film sull’Uomo Ragno? Ragazzi, io non ho mai capito l’ossessione morbosa che hanno alcuni di voi per gli Spider-Man di Sam Raimi, con inspiegabile predilezione per il 2 (che a me è sempre parso identico al primo), ma sì: è molto meglio degli Spider-Man di Raimi. Sotto qualunque aspetto: degli effetti speciali, che logicamente hanno fatto passi avanti incredibili; della trama che finalmente non si vergogna di raccontare una storia di eroi in calzamaglia e non sente il bisogno di mascherarla da metafora di qualcos’altro; delle interpretazioni, che non comprendono gente visibilmente in imbarazzo, fuori posto o semplicemente incapace.

A proposito di questo, su Tom Holland c’è poco da dire: è perfetto. Maguire era un ottimo Peter Parker ma uno Spider-Man assolutamente ridicolo; Garfield aveva il fisico, ma era veramente troppo fico per essere un Peter Parker credibile. Holland è la sintesi perfetta, centra il personaggio dentro e fuori il costume, ha il carisma, la parlantina, i tempi comici giusti, senza contare la fisicità dell’atleta (il fatto di essere un ballerino che nel tempo libero fa parkour non deve aver guastato) e l’aspetto, finalmente credibile, di un ragazzino.
È il primo caso che mi viene in mente, dopo i protagonisti di Harry Potter, di un attore così giovane (classe 19fucking96) messo sotto contratto per un franchise così imponente (lo rivedremo almeno in altri due seguiti di Homecoming e nei due Infinity War): sarà molto interessante vederlo crescere, o meglio, come la Marvel deciderà di crescerlo.

Chi invece non aveva niente da dimostrare e comunque si è divorato il film è Michael Keaton, probabilmente il primo cattivo che la Marvel imbrocca sul grande schermo (Wilson Fisk di Daredevil e Killgrave di Jessica Jones lo superano ancora a destra, ma vengono dalle serie di Netflix e un processo di scrittura del personaggio completamente diverso); finalmente un personaggio con uno spessore e non un espediente narrativo che serve solo per mettere in moto il secondo atto e dare all’eroe di turno qualcuno da picchiare nel terzo. L’origine “dal basso” di questo Avvoltoio, il suo desiderio di rivalsa proletario, perfettamente coerente con la mitologia di Spider-Man, tutta fatta di sfigati e perdenti in cerca di riscatto, e le sue motivazioni, tutto sommati condivisibili, ne fanno una variazione sul tema di Walter White, il protagonista di Breaking Bad: un uomo che ha seguito le regole e ha ottenuto solo calci in faccia, che messo alle strette da un mondo che premia i furbi anziché gli onesti imbocca la strada del crimine e scopre di esserci dannatamente portato, che continua a ripetere di fare quello che fa per provvedere alla propria famiglia ma che in realtà è inebriato dal potere che ha ottenuto.
Keaton è il primo cattivo del MCU con cui lo spettatore può empatizzare, arrivare per un attimo quasi a tifare per lui; è affascinante, convincente e in un paio di momenti davvero spaventoso. Tra l’altro, credo sia il primo caso di un attore che ha interpretato a quasi 30 anni di distanza un supereroe in una megaproduzione e un supercattivo in un’altra — con in mezzo un meta-film sul fatto che i film di supereroi sono stupidi.

“Genocidio culturale” il cazzo

A chiosa di due personaggi così indovinati, c’è un rapporto tutt’altro che banale tra eroe e antagonista, dove ancora una volta gioca un ruolo fondamentale il divario di età fra i due. In generale, è la prima volta in un film di Spider-Man che l’età del suo protagonista è un fattore determinante per la trama. L’impressione che ho sempre avuto con Maguire e Garfield era che quando il loro Peter Parker indossava la maschera, di colpo diventava qualcun altro — o meglio, di colpo si trasformava in un adulto: responsabile, maturo, eroico; i suoi avversari potevano avere il doppio dei suoi anni (Goblin) o essere suoi coetanei (l’altro Goblin), non cambiava niente perché, nel momento in cui sfoggiavano i rispettivi costumi, qualsiasi caratterizzazione si azzerava, restavano solo due archetipi che se le davano. Questo non accade in Homecoming, dove il Peter Parker di Tom Holland rimane un teenager anche quando ha addosso il costume: vuole combattere i cattivi, ma ne è anche intimidito; fa a botte con loro, ma spesso ne è sovrastato fisicamente (azzeccatissimo in questo senso il design dell’Avvoltoio). Non è un caso, tra l’altro, che le scene più memorabili non siano le scazzottate, ma i momenti in cui Spider-Man agisce da solo: il salvataggio sul Monumento a Washington, quello sul traghetto di Staten Island, la sequenza delle macerie (e la corsa nei sobborghi, che ha una funzione prettamente comica, ma funziona per gli stessi motivi). Sono i momenti che rimangono più impressi anche perché sono quelli in cui emerge più chiaramente il carattere di questo Spider-Man, che è coraggioso ma immaturo, ansioso, imbranato, imprudente.

La scelta (vincente, e francamente necessaria) di non raccontare per la terza volta le origini del personaggio incide molto su questo. Non c’è traccia, a questo giro, di quell’opprimente senso di colpa e di responsabilità che caratterizzano di solito l’Uomo Ragno. Forse zio Ben è morto in altre circostanze, forse non esiste nessuno zio Ben o forse le cose sono andate esattamente come da tradizione (lo scopriremo nei prossimi film, forse), quel che è certo è che le motivazioni e le ambizioni di Peter sono, almeno per il momento, molto più leggere: vuole che le ragazze lo notino, che i ragazzi lo ammirino, che gli adulti lo rispettino. E per questo combina casini, fa il buffone, cade, si rialza e cade di nuovo, fa sempre la cosa giusta ma non sempre la fa nel modo più giusto. In Spider-Man: Homecoming essere un supereroe non è una croce, né una missione, ma un’aspirazione. (E tutto sommato non è che sia un brutto messaggio, un protagonista che si comporta bene perché è una brava persona e non perché gli è capitata una tragedia.) Questa non è certo l’unica chiave di lettura per un personaggio con una storia lunga e complessa come l’Uomo Ragno, ma in questo momento è la più fresca, la più adatta a un film che punta ad essere puro intrattenimento e la più in linea con l’universo cinematografico Marvel, la cui manifesta mancanza di gravità è ormai un marchio di fabbrica.

L’unico appunto che gli si può fare è di essere poco spontaneo. Scritto da mezza dozzina di persone e diretto da un robot, costruito scientificamente, con un’attenzione maniacale ad ogni particolare, questo reboot era una scommessa che la Marvel non poteva permettersi di perdere, non dopo essere finalmente riuscita a rimettere le mani sul suo personaggio più prezioso. Ma è una scommessa vinta, per il momento direi che ce lo possiamo far bastare.

Spider-Man è tornato a casa, lunga vita a Spider-Man.

DVD-quote:

“La terza volta non si scorda mai.”
Quantum Tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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113 Commenti

  1. Alex-T

    Ciao, vi segnalo che in questa frase avete scritto Mary Jane anziché Liz :

    “Finché questa regola viene rispettata, non è importante che zia May sia vecchia o che Mary Jane sia caucasica”.

    Ne approfitto anche per ringraziarvi per le vostre recensioni che ho scoperto da poco, le trovo molto ben fatte e quelle sui film che non vi sono andati molto a genio mi strappano sempre qualche risata!

    Ciao

  2. Calhoun

    Manco per il cazzo, Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, questo è l’Uomo-Ragno. E strizzare l’occhio al politicamente corretto infarcendo i comprimari di meticciato non lo rende un film moderno. Semplicemente i Marvel Studios hanno creato questo Homecoming perché non potevano fare altrimenti, perché la storia delle origini di Peter l’aveva tirata fuori già il primo di Raimi e perché Gwen era già morta in Amazing. E Zia May è la rompicoglioni vecchia, perché deve essere vecchia perché deve responsabilizzare un ragazzino di 15 anni con la forza sovrumana. Poi sia i film di Raimi che quelli di Amazing non coglievano in pieno lo spirito, ma in questo “Torna a casa Uomo Ragno” i personaggi si reggono solo per lo spessore degli attori. Marisa Tomei, grande attrice e grande fregna, ha quattro battute ridicole in croce, Michael Keaton è Michael Keaton ma con quelle smorfie che fa da mostro teatrale gli puoi far recitare pure le pagine gialle e ti da un’emozione. Il regazzino è bello ma non balla, come si dice dalle mie parti. Tutti i comprimari coetanei di Peter sono degli sfigatoniche sembrano usciti da Breakfast Club e non si capisce perché Peter sia quello bullizzato e non loro. Ma quale bel film? Un film godibile ma niente di più.

  3. Sylvester Starnone

    Visto in aereo qualche ora fa, concordo al 100%. Finalmente uno Spider Man divertente, non una palla adolescenz-paternalistica.

  4. Marlon Brandon

    Film godibilissimo, fresco, profuma di adolescenza.

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