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Doctor Wu 2 – La vendetta di Lionel Richie: la recensione di Kung Fu Traveler 2

Perché c’è sempre Ryan coinvolto in queste cose?

Ce l’abbiamo tutti l’amico o il conoscente scienziato di cinema giusto? Il mio si chiama Rudjero Kobayashi, fa il mercenario nei giorni dispari, l’alcolista in quelli pari, ha un problema congenito al lobo frontale che gli preclude la capacità di sintesi e inizia ogni conversazione decantando i miglioramenti di Tarantino tra Le iene e Pulp Fiction. Kobayashi fa vedere Quarto potere alle pettorute fuori corso del Dams solo per poter bisbigliare loro cialtronate tipo: «Guarda, la profondità di campo» prima di tentare di limonarle, in omaggio allo sciupafemmine della redazione dei Calci. Oggi vi consegniamo l’arma finale contro tutti i Kobayashi di questo mondo, il film di cui è impossibile parlare sensatamente, il pezzo di cinematografia che ha quasi fatto collassare il maccosometro di Val Verde – Miike, sotto una campana di vetro e adagiato sulla chaise longue in grifone che si è costruito con le sue mani. Oggi vi consegniamo l’esperienza sensoriale di Kung Fu Traveler 2, sigla!

Party, karamu, fiesta, forever

Prima le buone notizie di servizio: per vivere appieno la tempesta emotiva che è Kung Fu Traveler 2 non è necessario aver visto il primo film, che a questo punto verrà archiviato come un costoso esperimento sulle pettinature di Tiger Chen, fortunatamente risoltosi in questo secondo capitolo di A spasso nel tempo – Caccia agli alieni con l’utilizzo alternato della Lionel Richie e della Severus Piton con la permanente.

Ma cosa, ma basta

Il pretesto per questo bis è gustosissimo, e ha proprio la faccia di un produttore con un sigaro mezzo masticato in bocca che dice: «Fottesega di trovare una giustificazione per un sequel, facciamolo e basta». Si parte sempre nel futuro e la Cina è sempre l’unico argine all’invasione aliena, ma gli scarti di CGI exraterrestri che combattono gli scarti di CGI robotici programmati dagli umani si sono evoluti e adesso non basta nemmeno il kung fu. Ma se ha funzionato nel film precedente, funzionerà anche adesso, dice il produttore grattandosi una chiappa e ruttando il codice fiscale di Donnie Yen. Quindi il Tiger Chen umano manda un secondo Tiger Chen robot nel passato, lo pettina come un coglione per distinguerlo dal Tiger Chen robot del primo capitolo e gli ordina di imparare lo stile del Nord e da qui in poi è tutto in discesa perché la manfrina è esattamente quella dell’altro film e se gli sceneggiatori hanno fatto copia incolla perché io devo essere lo stronzo che riscrive tutto?

L’esatto momento in cui il film si è alzato e se n’è andato, in polemica con se stesso

Eppure ecco che si entra, seppur brevemente, nell’indicibile. Ovvero in quella mezz’ora in cui Kung Fu Traveler 2 è un buon film. Tiger Piton arriva nel passato al nadir della dinastia Qing, quel periodo tra ‘800 e ‘900 in cui i signori della guerra cominciavano ad avere fin troppo potere e a porre le basi per l’instabilità che porterà al dissolvimento dell’Impero. Lo accoglie un fulmine, che lo impalma e lo fa diventare Tiger Richie, un robot dalle fenomenali abilità marziali ma senza memoria e con le funzioni sociali e cognitive di un bambino di sette anni. Seguono momenti buffi in cui Tiger Chen, l’attore, non sfigura. Lo accoglie la tizia che l’aveva accompagnato nel primo film, diventata nel frattempo (sono passati 17 anni) consulente di un ambizioso commissario giudiziario dei Qing. Il quale, devo ancora riuscire ad accettarlo, è un cattivo scritto gran bene. Un uomo che si è fatto da sé, figlio del suo tempo, spietato, arrivista e machiavellico; ma anche carismatico e in grado di essere umano con i suoi sottoposti, in fin dei conti tormentato dal prezzo che potrebbe pagare per soddisfare i suoi sogni di grandezza. Il commissario sfrutta il talento di Tiger Richie per sconfiggere i maestri di arti marziali delle scuole del Nord – altra bella idea, già vista in tutte le salse ma sempre funzionale per far menare le mani in maniera sensata al tuo protagonista – e carpirne i segreti, allo scopo di raccogliere tutte le conoscenze e raggiungere lo stile perfetto.

Rinunciare, ma con stile

Ed è tutto molto bello e godibile e persino normale, almeno fino a quando regista e sceneggiatori non si ricordano che stanno facendo un sequel e hanno una cornice fantascientifica da giustificare. Da un momento all’altro, senza nemmeno un piccolo accenno di convulsioni, Kung Fu Traveler 2 perde la testa, fa tornare il fumo nero alieno che possiede la gente e la fa diventare malvagia (RIP Ruggero dei Timidi) e ridà la memoria a Tiger Piton che, nel giro di poche scene, impara a prendere a calci i proiettili, si esibisce nel numero di can-can supersonico che ha reso celebri Chun-Li e Kenshiro, sconfigge chi c’è da sconfiggere, redime chi c’è da redimere e rende blasfemo chi deve rendere blasfemo. È molto difficile cercare di rendere a parole il crescendo rossiniano di inspiegabile stupidera che, nel giro di pochi minuti, trasforma Kung Fu Traveler 2. Da film che hai già visto qualche volta, ma con il bonus di essere girato discretamente e di essere mediamente buffo, si trasforma in una roba di un trash raro e prezioso, con il malus di una computer grafica abbastanza ridicola. È un viaggio intenso ed emozionale, pieno di rabbia, stupore e maccosa, che va vissuto con profonda consapevolezza e una discreta quantità di acidi.

DVD quote:
«Fate uscire Triple Threat prima di dover scagliare Tiger Chen nell’umido»
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

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5 Commenti

  1. Ma bravissimo.
    Queste sono recensioni che mi cambiano la giornata (in meglio) di film che mi cambiano la giornata (in peggio)

  2. Dave CerchioBautista

    No niente, giusto per dire che io un film di nome “Rabbia, stupore e maccosa” andrei a vederlo di corsa.

  3. Kairos

    Mi ricorda più Cocciante.

  4. Sex de Fer

    Tiger Ritchie. Porca Puttana.
    devo vederli, entrambi.

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