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Sodomia e pettonudismo: la recensione di A Prayer Before Dawn

Sì che il carcere imbrutisce, ma qua si partiva già da ottimi livelli

Nel mio personale inferno cinematografico esistono moltissimi gironi ad hoc. C’è quello per chi è convinto che l’inseguimento in galleria de Il cavaliere oscuro sia la miglior scena del genere di sempre. Il loro contrappasso è essere percossi da Matthew McConaughey sul pomo d’adamo con un’aletta di pollo fritta mentre William Friedkin e Walter Hill li osservano scuotendo la testa delusi. C’è il girone per quelli che pensano che Nic Cage non sia il più grande attore di sempre. Il contrappasso è un giorno all’anno di Face/Off con Cage, 24 ore nei panni dell’alpha supremo godendosi quel regime di squilibrio chimico neuronale, commercialisti sull’orlo del collasso emotivo ed epicità seguiti da 364 giorni da miserrimi uomini qualunque. E c’è un angolino di inferno dedicato ai film tratti da storie vere che si concludono con il faccione della persona reale a cui la finzione si è ispirata. Alla maggior parte dei cineasti che pigramente sfruttano questo ricatto emotivo ho sempre augurato la regia del biopic degli artigiani della qualità di PoltroneSofà – titolo: La Ferilli si è fermata a Forlì, colonna sonora dell’orchestra Casadei feat. Modena City Ramblers. Ma non condanno l’oscuro carneade Jean-Stéphane Sauvaire, che pur cedendo alla facile tentazione, lo fa con rispetto e coerenza per la sua narrazione e comunque alla fine di un film che spacca un buon numero di culi. La pro loco delle prigioni di Bangkok presenta: A Prayer Before Dawn. Sigla!

La storia è quella di William Moore, per gli amici e i compagni di carcere (e fino a sopraggiunta maturità emotiva) solo Billy, di professione orgoglioso suddito della Regina. Viene dalla Liverpool ma quella tosta, è cresciuto con un padre alcolista e abusivo, per il 17esimo compleanno si è regalato il primo soggiorno in prigione e nel tumultuoso prosieguo della sua vita ha passato 15 anni in 22 luoghi di soggiorno forzato diversi. Per fuggire da tossicodipendenza e criminalità, a un certo punto Billy ha avuto la brillante idea di trasferirsi in Thailandia, locus amoenus notoriamente privo di stimoli illegali. A Bangkok e dintorni ha vissuto di sotterfugi, spaccio e botte clandestine, ha scoperto la metanfetamina locale tagliata con la caffeina – la yaba, roba che si dà anche ai cavalli e ai kamikaze – e ha fatto la vita del bomber strafatto finché non è stato beccato con una dozzina di cellulari rubati che aveva recuperato da un birmano loschissimo. Qui inizia il film: a Sauvaire non interessa tanto la strada che ha portato Billy all’inferno, quanto l’infame percorso di catarsi che lo ha visto partire da un fondo del barile ben raschiato – tossicodipendente, incazzato, autodistruttivo, solo, in carcere, in Thailandia e con un bel culetto sodo – e risalire sui gomiti, con l’aiuto dell’arte di menare, fino a una mezza salvezza.

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Le carceri del vecchio Siam sono quei posti in cui l’umidità tropicale costringe al pettonudismo costante, in cui si dorme in 70 in una cella e in cui è molto probabile passare la prima notte di villeggiatura accanto a un cadavere. Come in tutte le prigioni che si rispettino, anche qui le sigarette sono la valuta più pregiata. Si scambiano per la droga, si puntano nei combattimenti fra pesci – ti amo, Thailandia – e servono a pagare l’accesso alla palestra di muay thai della prigione, luogo gestito dallo Zdenek Zeman thai e in cui sudore e gomitate in faccia garantiscono una vita carceraria privilegiata oltre a, in caso di incontri vinti, soldi e sconti di pena. Ma prima di arrivare al paradiso della scienza degli otto arti e poter prendere a ginocchiate i fegati di altri galeotti, Billy dovrà fare il percorso lungo e a spirale. C’è tutto il repertorio dei prison movies e, a detta dell’omonima autobiografia a cui il film si ispira, è tutto vero: le guardie corrotte che vendono yaba, i capicella che organizzano stupri di gruppo, le ammazzatine con coltellacci fatti in casa, le torture trasmesse in filodiffusione, i suicidi per disperazione. Billy, prima di trasformarsi in William e centrare (un minimo) la propria malandata esistenza, dovrà assistere a (ed evitare di essere il beneficiario di) tutta questa melma, cercando nel frattempo di disintossicarsi.

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C’è molta bellezza in un cinema che sa essere abbastanza onesto e rispettoso della storia a cui si ispira da restare documento, ma che ha comunque un filtro estetico, uno sviluppo narrativo e una attenzione nella messa in scena in grado di costruire un percorso di pathos cinematografico. Sauvaire mostra tutto quello che c’è da mostrare, niente sconti di pena per lo spettatore, e con il quadro spesso saturo di corpi seminudi e accatastati trasmette con successo la claustrofobia, il caldo soffocante, la disperazione della vita carceraria. Con Billy, interpretato da uno spiritato Joe Cole (il John Shelby di Peaky Blinders), perennemente illuminato da un occhio di bue naturale: è l’unico pezzo di carne pallido e intonso, libero dai tatuaggi tradizionali thailandesi, nell’intero carcere. Sauvaire e collaboratori rendono A Prayer Before Dawn quanto di più simile a un’esperienza cinematografica in soggettiva. Il missaggio sonoro segue le percezioni di Billy, muovendosi tra dettagli magnificati e altri lasciati sullo sfondo, e l’assenza di sottotitoli nella maggior parte dei dialoghi in thailandese fa vivere allo spettatore il medesimo senso di straniamento e frustrazione che rende la già complicata routine del protagonista ancor più difficoltosa. Poi se vi doveste trovare, post visione, a svegliarvi tutti sudati con i residui onirici di qualche faccia tatuata di un brutto ceffo thailandese, avreste tutte le ragioni del mondo: accanto a Cole recitano, infatti, solo ex carcerati. Tecnicamente, regista e soci non si sono inventati niente: c’è un po’ di Fuga di mezzanotte, tocchi di Bronson e persino una spolverata dell’Undisputed pre-Scott Adkins. Ma nel suo insieme, grazie alla cura per i dettagli e a un certo manierismo che ha permesso il passaggio al Festival di Cannes, A Prayer Before Dawn è potente e funziona molto bene.

DVD quote:
«Una potente ginocchiata muay thai nel fegato»
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

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9 Commenti

  1. Johnny Shelby che fa a mazzate in un carcere thailandese?
    Venduto!

  2. marco

    Sintetico divertente e convincente.

  3. Maxnataeleale

    Grazie di esistere

  4. sacco brown

    nic cage è il PEGGIORE attore mai esistito.

    • Dembo

      Beh si vede che hai visto i film sbagliati e dai troppa retta ai meme di internet..
      Joe e The trust sono lì a dimostrare quanto Nic sia sottovalutato

    • sacco brown

      8mm mi è bastato. l’unico film che salvo di nic cage è face off.
      Per il resto mi sembra di guardare stefania sandrelli. Che stia scopando, morendo, uccidendo, piangendo ha sempre la stessa faccia da cerebroleso.

  5. ramaya

    Poteva essere amore invece era un risciò.

  6. Ang Lì

    Solo per fare la punta al cazzo alla recensione, del resto di piacevole lettura: l’inglese abusive non può essere traslato direttamente nell’italiano abusivo, che significa un’altra roba. “Alcolista e violento”, oppure “alcolista e dedito agli abusi nei confronti del figlio” o che so io, ma abusivo no per favore, non è un garage.

    • Enrico

      La parola giusta sarebbe stata abusante, che in lingua italiana esiste, infatti c’è l’abusante e l’abusato.

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