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La ballata dei 400calci su La ballata di Buster Scruggs

È uscito La ballata di Buster Scruggs, nuova antologica opera cinematografica-ma-che-sta-su-Netflix dei fratelli Coen, un film che parla di morte, di West, di morte nel West e altre tematiche attigue. È un’opera divisa in sei capitoli, tutti diversi, tutti interessanti, e potevamo noi essere da meno? Ovviamente no! Si chiama “domanda retorica”. E dunque, ecco a voi i pareri di Xena Rowlands, Jackie Lang, Darth Von Trier e Stanlio Kubrick.

IL PEZZO DI XENA

«UOOOO»

«Quella che vedrete è una storia vera» recita l’inizio di Fargo, e la parola chiave è “storia”. Può esistere una storia vera? La ballata di Buster Scruggs, apparentemente, non si pone il problema, ci promette delle storie, con lo stesso ambaradan iconografico di un vecchio classico Disney, tipo La spada nella roccia o Il libro della giungla: un bel libro che si apre, si sfoglia, con splendidi disegni – anticipatori di un momento topico della vicenda che seguirà, un trucco efficace per giocare con le nostre aspettative –, qualche frase stampata che il narratore inizia a leggerci, e qualche altra che facciamo in tempo ad afferrare con gli occhi prima che si trasformi in cinema.

[Cinema, sì, anche se l’impossibilità di mettere un’etichetta fissa a La ballata di Buster Scruggs è un elemento importante: per almeno due anni doveva essere “la prima serie tv dei fratelli Coen” ed è diventata un film all’improvviso, con la conferenza stampa che presentava l’ultima Mostra del cinema di Venezia, in cui risultava ufficialmente un lungometraggio, per giunta in Concorso. Poi i Coen al Lido hanno parlato di «omaggio ai film a episodi, in particolare quelli italiani degli anni 60» e Tim Blake Nelson ha raccontato che al suo capitolo i fratelli lavoravano da tipo 15 anni almeno, e che l’idea era sempre stata di farci un film. Per quel che mi riguarda, chissenefotte. La ballata di Buster Scruggs non avrebbe mai potuto essere una serie tv ai tempi in cui le serie tv erano o comedy da 20 minuti o drama da 40, in onda un episodio a settimana da settembre a maggio (eccetto hiatus) sulle reti generaliste Usa – perché semplicemente nessun network l’avrebbe approvata, e i Coen difficilmente sarebbero andati a lavorare per il piccolo schermo. Ma oggi? Beh, nell’epoca del binge watching, delle serie che sono «come film da otto ore», dei grandi nomi di Hollywood che preferiscono fare tv perché al cinema o supereroi o niente – sì, certo, avrebbe potuto esserlo tranquillamente. Ma c’è dentro anche così tanto cinema – nello sguardo, nella sostanza stessa delle immagini, oltre che ovviamente nelle ispirazioni – che, cosa gli vuoi dire, certo che La ballata di Buster Scruggs è un film a episodi, come quelli di una volta. Ve lo vedete su Netflix però, che vuol dire che l’accecante totale della Monument Valley su cui si apre se ne starà stretto – se va bene – dentro il vostro televisore, e questo forse un po’ vi dispiace.

Ma comunque.]

«Mmm-mm»

Il filo conduttore dei sei episodi, è ovvio, è LA MORTE, e okay: caso mai a qualcuno fosse sfuggito, l’ultimo episodio, che s’intitola appunto The Mortal Remains, lo esplicita. Però c’è anche quella questione della storia, nel senso di racconto e nel senso di affabulazione – o storytelling come dicono quelli che ne sanno oggidì – che poi è un altro modo di dire menzogna, balla. E il western è una delle menzogne più grandi, e più belle, di sempre. Perché i miti, lo sappiamo, sono delle balle con appena appena un fondo di verità, e l’America ha costruito il proprio raccontandosi d’indiani senza volto e cowboy girovaghi, di valorosi eroi alla conquista della Frontiera, di pistoleri romantici come Han Solo e fuorilegge dal cuore d’oro, carovane di bravi padri pellegrini, sceriffi coraggiosi, etc. etc. L’ha fatto con quelle stesse dime novel che qui fanno da cornice a ogni episodio, l’ha fatto con lo spettacolo di Buffalo Bill (che era un attore, soprattutto), e poi naturalmente e più di tutto l’ha fatto con il cinema. Era una balla hollywoodiana, o un sogno in vendita – se volete – fatto in quella fabbrica che i Coen hanno esplorato, tra l’altro, in Barton Fink e in Ave Cesare.

Solo che qui, in questa ballata di Buster Scruggs non ci sono eroi. Non c’è niente di mitico, ci sono solo poveracci sfigati, simpatici stronzi, imbecilli, falliti che finiscono malissimo, generalmente con un proiettile in fronte (un foro bello tondo, ché il cerchio ai Coen piace sempre). E, usando le stesse melodie western con cui gli States si sono costruiti la propria mitologia (e poi l’hanno confutata, spogliata, rivisitata, ribaltata, derisa: il western non muore mai, nonostante gli annunci, e ogni volta parla dell’America al presente), guardando dall’interno di una chitarra attraverso il buco (tondo) della sua cassa armonica, i Coen cantano la (loro) verità: non l’eroismo, neanche lo spirito d’avventura, neanche l’indomabile necessità umana di scoprire cosa c’è oltre il confine per conoscere meglio se stessi. L’America si è fatta sull’avidità, la corsa all’oro, la violenza, la sopraffazione, il sangue di una massa di ceffi non esattamente sveglissimi. Coordinate d’incertezza totale, la perfetta ricetta per il caos, per quei beffardi scherzi del destino che, prima o poi, ti raggiungono in fronte, come un proiettile. Appunto. «Well, the future is something you can’t never tell about. But the past, that’s another story» chiosa il prologo di Mister Hula Hoop.

Ogni episodio di La ballata di Buster Scruggs – e sono tutti diversi, dunque sì, è un film diseguale, discontinuo, a qualcuno piacerà ovviamente più un capitolo o un altro (il mio preferito, per esempio, è quello con Tom Waits, All Gold Canyons) – in qualche modo è anche una parabola sul raccontare, sul fare spettacolo, sul mettere in scena: perché sì, sono grandi balle, ma appunto bellissime, e comunque sono l’unico modo che abbiamo per dare un senso al caos di cui sopra. E soprattutto perché, come dice l’irlandese, più di tutto abbiamo bisogno di distrarci con qualcosa, mentre aspettiamo la morte: «People can’t get enough of them [stories] because, well, they connect the stories to themselves. I suppose, and we all love hearing about ourselves. So long as the people in the stories are us, but not us».

DVD quote

«A mille ce n’è nel mio western di fiabe da narrar»
(Xena Rowlands, i400calci.com)

IL PEZZO DI DARTH

«Beautiful, beautiful brown eyes»

La particolarità di questo film antologico dei Coen è non tanto quella, appunto, di essere un film a episodi ma di essere un mixtape di Americana in forma filmata. Per Americana si intende una sfuggente miscela di cose che rappresentano l’anima più autoctona della cultura popolare degli Stati Uniti: dai quilt ricamati alla musica tradizionale passando per le cosiddette campfire stories, le storie avventurose, paurose, goliardiche che si raccontavano nei bivacchi delle carovane e nei campeggi. Immagino abbiate tutti presente l’episodio delle torte di mirtilli in Stand By Me, per capirci; ecco quelle sono le campfire stories. Nel film dei Coen si parte proprio da un libro di vecchi racconti popolari sulla frontiera per narrare sei storie, sei brani di tono diverso ma accomunati dalla Morte, da sempre regina del racconto popolare, qui come negli USA e come in tutto il pianeta immagino. E come per un’antologia di racconti da bivacco non c’è un parametro stabilito su personaggi e racconti: alcuni sono sopra le righe, altri sono mortiferi, altri sono moralizzanti e altri semplicemente divertiti.

L’unica costante è lo stile dei registi e la loro abnegazione a rendere vivo e convincente un materiale che è più della letteratura e della canzone che del cinema. La musica, al di là della sua presenza come sempre magistrale nei film dei Coen, è stata il pensiero a cui correvo più spesso durante la visione, perché è un film profondamente folk & country. Il folk appalachiano di Roscoe Holcomb, quello straziante dei minatori irlandesi che racconta murder ballads, povertà, violenza e il country degli inizi, quello dei treni di Jimmie Rodgers e i gospel timorati di Roy Acuff, quello fatto di personaggi assurdi e storie indifferentemente o terribili o esilaranti. Ma al di là del rimando strettissimo delle tematiche degli episodi del film ai testi di certa musica è proprio l’operazione in sé, quella di creare delle nuove mitologie che sembrano essere lì da sempre ma sono state in realtà appena inventate, che mi ha collegato ancora di più al country. Una cosa che molti ignorano, perché l’operazione è evidentemente riuscita, è che la musica country non è una musica storica in senso stretto, al netto delle sue parentele più antiche e nella forma in cui la conosciamo è un prodotto abbastanza recente rispetto alle sue colleghe musiche tradizionali, risale infatti circa agli anni Trenta del Novecento.

«’Cause I’m a singin’ cowboy with a guitar in my hand. Yeah, I’m a singin’ cowboy and I’m gonna sing again»

Come converrebbe Hobsbawm la musica country fu una tradizione inventata coscientemente negli anni delle grandi migrazioni dalla campagna verso le città, tra gli anni venti e trenta del secolo scorso, per dare a questa nuova working class qualcosa da ascoltare e che la facesse sentire più a casa, così sradicata dai paesaggi e dalle consuetudini come era, che la rendesse meno alienata. E con la musica, che raccontava struggimenti e divertimenti di una campagna lontana quantomai mitizzata, arrivarono anche i costumi; perché non potevi rendere credibile quella musica in abiti civili, dovevi vestirti da cowboy affinché l’illusione del novello trovatore funzionasse e nasce così la figura del Singing Cowboy, categoria a cui appartiene non a caso il personaggio titolare del film.

I Coen fanno praticamente quell’operazione: vestono i panni dei western troubadours e ci cantano sei racconti sulla vita e la morte nel west, un west in cui tutti gli archetipi sono esagerati come nelle canzoni country, come nelle favole della tradizione contadina e lo fanno così bene che si stenta a credere che siano tutte storie scritte l’altroieri tanto suona antica la loro ballata. Data la disparità di toni e temi non tutti gli episodi sono per tutti, probabilmente, ma come quando mettete su un disco di Hank Williams (e spero voi tutti lo facciate, di tanto in tanto) dovete mettere in conto che ci saranno canzoni neorealiste sulla solitudine e l’alcolismo così come scanzonate storie surreali di indiani di legno innamorati.

Personalmente, lo ammetto, le ho apprezzate tutte le strofe della ballata di Buster Scruggs e mi colpisce come nelle recensioni che ho letto in giro nessuno abbia evidenziato l’attinenza con certi modelli musicali e narrativi radicalmente americani. I fratelli Coen sono da sempre degli esploratori divertiti dell’America più profonda, anche quella profondamente sbagliata, e in questo film probabilmente raggiungono sulla faccenda un livello di ricercatezza sul tema difficilmente replicabile e troppo facilmente ed erroneamente liquidabile come un puro esercizio di stile. Molti mi chiedono quale sia il mio episodio preferito e ancora non sono in grado di dirlo ma di sicuro Buster Scruggs, così sospeso tra Tom Mix, Gene Autry e Pee-wee Herman, è un mio nuovo personaggio cult.

«EH»

DVD quote:

«Da tenere sullo scaffale dei dischi accanto a Folkways»
(Darth Von Trier, i400calci.com)

IL PEZZO DI JACKIE

In questo trionfo di color correction che hanno girato i Coen con Bruno Delbonnel non c’è davvero niente di realistico, niente dell’America dell’Ovest di fine ‘800, non c’è il Far West ma solo il western, cioè c’è solo il genere cinematografico.

Ai Coen non importa davvero niente di cosa accadesse lì in quegli anni, non gli interessa degli indiani massacrati e di tutte le questioni irrisolte della storia americana. A loro interessa dei westernacci peggiori visti in tv o al cinema, di quel genere come mitologia, serbatoio di personaggi. Delle storie più scalcinati, dei B movies a cavallo tra cui ci sono delle perle ma anche no.
E qui ci sono tutti. In 6 storie c’è un campionario di tutti i caratteri del west. La ballata di Buster Scruggs è pornografico nel ricostruire le cose che il cinema e la tv hanno fatto con il west a partire da quel momento fantastico all’inizio in cui proprio Buster Scruggs parla in camera e quando cambia l’inquadratura si gira per parlare nell’altra videocamera, come fossimo in un programma televisivo.

“Gente che muore”
olio su Netflix, 2018

In quelle storie, alle volte divertenti, in altri casi amare, in altri ancora dotate di una dolcezza che non ci si crede che sia frutto della stessa mano che ha scritto e diretto i restanti episodi, loro ci leggono quello che leggono in tutti i propri film: l’avvicinarsi inesorabile alla morte. Si nota di più perché sono 6 storie diverse e tutte hanno a che vedere con il morire, che poi è un tema abbastanza frequente nel west. Così accade che di tutte queste vallate colorate, di queste inquadrature classiche da west fasullissimo, west proprio da interno degli studios, non ci sia altro che morte ovunque: James Franco che finisce due volte impiccato, Liam Neeson che medita la morte dei suoi freaks, i becchini che chiudono, Tom Waits che la scampa non si sa come e la storia assurda (e per questo coeniana) che coinvolge Zoe Kazan, una specie di Romeo e Giulietta tutto sbagliato senza nessuna mano del destino ma solo affidato alla cretineria e alle paure umane.

“Gente che medita di ammazzare”
serigrafia su monitor, 2018

Questo vedevano loro in quelle storie di cui è stata piena la loro infanzia e età adulta: l’inevitabile fine di tutti, presto o tardi, un unico grandissimo racconto dei molti modi in cui non volendolo, oppure cercandosela la gente muore male.

È di morte che parla il west, qualsiasi sia il suo argomento, dell’assurda avventura che è vivere vicinissimi alla morte. E di questo parla La ballata di Buster Scruggs, molto più di Il Grinta la loro visione del west, qualcosa con cui divertirsi, qualcosa di un po’ puerile e anche kitsch ma alle volte per questo bello.

“Gente che si diverte ad uccidere”
Incisione su memory card, 2018

Dvd-quote:

«Sticazzi del far west, viva il Western!»
(Jackie Lang, i400calci.com)

IL PEZZO DI STANLIO

«Ehi!»

Ci serve ancora il West?

La questione è meno oziosa di quello che potrebbe sembrare.

Il cinema, ci dicono, serve perché racconta storie universali che ci spiegano qualcosa sull’uomo e la condizione umana e l’umanità. Il cinema di genere, proseguono (chi? loro), serve perché circoscrive queste storie in recinti tematici ben definiti, fornisce confini e regole allo spettatore per orientarlo e farlo sentire a casa, e serve perché il qualcosa che ci vuole spiegare lo fa emergere da un substrato di avventura, mistero, genericamente intrattenimento. Il cinema di genere, poi, ha questo incredibile superpotere di essere immortale e infinitamente ripetibile. Pensateci: l’horror parla di avere paura, ed è di fatto atemporale. La fantascienza parla del futuro, e il futuro si sposta sempre un po’ più avanti ogni giorno che passa. Il fantasy è para-temporale o qualcosa di simile. Del thriller ci interessa la tensione e il mistero, non il periodo storico nel quale è ambientato. Ci sono noir che si svolgono nel futuro, eppure non rinunciano alle loro femmes fatales, agli investigatori burberi e silenziosi e ai vicoli sferzati dalla pioggia.

Il western, invece, quantomeno nella sua accezione più classica, è un genere che da più di un secolo racconta da tutti gli angoli possibili (9 volte su 10 romanzati e/o esagerati e/o stravolti) un periodo di circa trent’anni della storia degli Stati Uniti d’America, che se ci pensate è un orizzonte infinitamente più limitato di quelli citati sopra. Lo chiamiamo “mitologia”, ma è perché settant’anni di imperialismo culturale americano ci hanno convinto che quello che i loro trisnonni facevano un secolo e mezzo fa per sopravvivere a un contesto sociale, politico, geografico, persino biologico molto specifico sia in realtà una qualche Avventura Universale che parla a tutti noi; in altre parole sono riusciti a far credere a quelli dell’Iliade e dell’Odissea e dell’Eneide che la loro mitopoiesi è più grossa e dura della nostra.

«Ah-ha!»

Tutta questa menata non nasce da un’indigestione ma dalla visione dei primi due capitoli di La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen, un film a episodi (6) che racconta la vita nel West da una piccola collezione di punti di vista diversi. E che si apre con quelli più banali: prima il pistolero killer infallibile (e tutto pazzo e vestito di bianco, perché sono comunque i Coen e se possono giocare non si tirano indietro), poi il rapinatore di banche guascone e un po’ imbranato, che finisce con l’avere a che fare con la giustizia (altrettanto imbranata) e con gli indiani cattivi (meno imbranati ma crudeli). Inattaccabili sul piano formale, come del resto tutto il film, i primi due capitoli della Ballata esistono sospesi in un universo in cui le loro storie hanno ancora un senso di esistere, nell’illusione che la libertà delle sconfinate pianure americane abbia un qualche interesse e valore al di fuori del vago senso di nostalgia – vicaria, nel caso di uno spettatore non a stelle e strisce – che suscita la loro visione.

Poi entra in scena Liam Neeson e i Coen ci spiegano che fin lì stavano scherzando, che hanno voluto aprire con la leggerezza e il fottesega per farci mettere comodi prima di far piovere le mazzate. Non che i due abbandonino l’intrinseca americanità di queste sei storie: si parla pur sempre di immigrati che si arrangiano per sopravvivere, di gente che cerca l’oro, di coloni che attraversano il deserto in cerca di fortuna. È che invece di esserne schiavi, invece di divertirsi a fare il West come fanno per la prima mezz’ora di questo bizzarro e destrutturatissimo film, la imbrigliano e la usano per raccontare storie di persone di cui ti frega, che non si limitano a fare il circo ma che vivono, respirano e ti lasceranno addosso qualcosa una volta calato il sipario.

C’è poi nella Ballata, come nel 90% dei film western delle ultime decadi peraltro, la forte sensazione che stia per finire tutto, che le commedie e le tragedie che si consumano in scena siano il gran finale, forse addirittura un bis non del tutto richiesto; e c’è la convinzione che non sia necessariamente un male, che la vita vada avanti anche dopo la morte del Vecchio West.

«Uh?»

In quest’ottica anche i primi due capitoli acquistano un certo senso: sono colpi di coda, gli ultimi gemiti di un mondo nato morto, la cui estinzione era scritta nel destino fin dall’inizio; e quindi sono completamente scemi, non prendono nulla troppo sul serio perché sanno che comunque, anche se dovessero sopravvivere a questa rapina o a questa sparatoria, non possono pensare di durare. Non lo so, tutto è possibile, come è possibile che sia voluta la scelta di aprire sul più amorale e puramente cattivo dei personaggi e chiudere con i più teoricamente virtuosi e civilizzati, in una sorta di discesa agli Inferi al contrario che comunque sia, civiltà o meno, finisce con una bella cavalcata sul carretto della morte. È possibile e non scritto a chiare lettere quindi ciascuno interpreti il film come preferisce. A me interessa di più un’altra considerazione, nata dalla visione dei successivi quattro capitoli di La ballata di Buster Scruggs: e cioè che sì, il West ci serve ancora.

DVD quote:

«Sì, il West ci serve ancora»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer

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45 Commenti

  1. Oliver Die Hardy

    Senza nulla togliere alla bravura di tutti, ma:
    ” Lo chiamiamo “mitologia”, ma è perché settant’anni di imperialismo culturale americano ci hanno convinto che quello che i loro trisnonni facevano un secolo e mezzo fa per sopravvivere a un contesto sociale, politico, geografico, persino biologico molto specifico sia in realtà una qualche Avventura Universale che parla a tutti noi; in altre parole sono riusciti a far credere a quelli dell’Iliade e dell’Odissea e dell’Eneide che la loro mitopoiesi è più grossa e dura della nostra.”

    Stanlio, se ora diventassi un tuo stalker invidioso ed ammirato e poi facessimo che le cose vadano un po’ come in quei film con lo stalker invidioso ed ammirato ti seccherebbe tanto?
    No, chiedo, come stalker invidioso ed ammirato ci tengo comunque a conservare una certa educazione.

  2. I Coen sono sinonimo di qualità nel cinema moderno, anche nei loro lavori “minori”

  3. Revenando

    @Xena “ambaradan”, come credo giá saprai, é modo di dire derivato da una strage fascista.

    Capisco la necessitá di scrivere “quirky” in Internet per differenziarsi, ma qui si sta parlando di cinema che é comunicazione, perció meglio evitare certe pigrizie.

  4. Pitch f. H.

    Liam Neeson senza un telefono in mano fa un effetto strano.

  5. Lolly

    @Revenando: ci mancava il tuo politically correct, imbecille. Cambia sito.
    L’unica cosa che è pigra qui è il tuo presunto neurone.

  6. Anonimo

    Ottimi interventi, però occhio che il dp stavolta (come per A proposito di Davis) non è il fiammeggiante Deakins ma l’alonato Delbonnel.

  7. Stan Lee Donen

    Bellissima la vostra recensione a episodi, all’altezza del recensito. Il mio episodio preferito (della rece) è quello di Xena, a cui vorrei suggerire che la forma filmica del Libro di Storie fa venire in mente certamente il cinema disneyano degli anni ‘50 e ‘60, ma più che La spada nella Roccia o Il Libro della Giungla io direi Lo Scrigno delle Sette Perle (Melody Time) del 1948. Personalmente ho pensato molto all’edizione Garzanti del libro Cuore che avevo nel ‘67 o giù di lì. Secondo episodio preferito quello di Stanlio, perchè risponde in maniera esatta all’importante domanda: ci serve ancora il West? ”Il Western è il più malinconico di tutti i generi cinematografici” come dice Clélia Cohen (ma guarda un po’). Come faremmo senza? Come farei IO senza?

  8. Stan Lee Donen

    E mi chioso da solo: l’ultimo episodio dello Scrigno era La Storia di Pecos Bill, “il più grande e miglior cowboy che sia mai vissuto”, narrata in musica da Roy Rogers, Bob Nolan e i Sons of the Pioneers, la crema dei Singin’ Cowboys.

    • “…He’s the western Superman, to say the least.”
      Ottima riflessione.
      Che poi quella canzone stessa, e quell’episodio del film con lei, è una mini antologia a sé.
      Un effetto Droste di antologie western e singing cowboys.

  9. Ingram Bergman

    Bellissime recensioni. Visto il film, me lo figuro proiettato ai corsi di cinema. Il che per me non è una grandissima qualità. Bello, non pane per i miei denti.

  10. GGJJ

    Il film mi è piaciuto tantissimo, cosi come la recensione. Concordo sul fatto che la condivisione della mitologia del west derivi dall’imperialismo culturale americano, ma non solo. Intanto, ovviamente, rispetto all’Odissea, l’Iliade e l’Eneide è avvenuto molto più di recente, ma è anche avvenuto in un momento abbastanza vicino temporalmente da farci conoscere qualcosa al riguardo, ma sufficiente lontano nel tempo e nello spazio da non farci conoscere abbastanza, dando quindi sia epicità che contorni vaghi alla vicenda. Materiale perfetto da leggenda.

    Stupendo dire che questo non è un film sul west, ma un film sui western! E poi una considerazione finale, sul fatto che quasi tutti i western danno la sensazione che sta tutto per finire. Non a caso quasi tutti i western i sono ambientati verso la fine dell’epopea, diciamo dalla battaglia di Little Big Horn (1876) e conseguente annientamento della resistenza Lakota in poi. Pochissimi sono ambientati nel periodo di tempo in cui il west era ancora VERAMENTE una terra incognita che però offriva infinite opportunità. Ad esempio il periodo dell’indipendenza texana o della guerra col Messico (1846-48) e subito dopo, quando ad esempio è ambientato quel capolavoro di libro che è Meridiano di Sangue

  11. Kylo Kal

    Non è un paese per Shindler

  12. Brainiac

    L’episodio di Neeson è una fucilta in faccia, anche perchè nel primo film che non andrà al cinema ci strappano il cuore con la storia più “cinematografica” (nel senso cinema alla vedi Chaplin, Melies, De sica, Bunuel) e raccontandoci di spettatori sempre meno numerosi, sempre meno interessati, sempre più poveri e di “produttori” che hanno deciso di ammazzare l’artista-cinema che non fa guadagnare più e vivacchiare per la nuova “gallina” dalle uova d’oro. Cazzo sta cosa, con Netflix acceso, brucia davvero. Sono io/spettatore quel cazzo di bifolco che ha ammazzato il Cinema?

  13. Ang Lì

    Nessun colonialismo culturale americano ci avrebbe imposto un bel nulla se fossimo arrivati pronti all’intrusione cinematografica yankee. Invece al posto del nostro, di passato, abbiamo succhiato avidamente quello altrui, quantunque posticcio, perché il nostro era stato accuratamente rimosso dalla reazione culturale al fascismo. No all’Impero romano (imperialista, lo dice il nome), no al Medioevo (reazionario, vergogna), no al Risorgimento (nazionalista, stiamo scherzando?), no a tutto quello che non fossero il fascismo, la guerra, la resistenza e più tardi il sessantotto e gli anni di piombo. Sì, certo, abbiamo inventato il peplum; e poi lo abbiamo rapidamente dimenticato, perché non è mai stato l’elaborazione di una mitologia personale ma una moda passeggera basata sullo stesso provincialismo kitsch che ti fa fare la foto col centurione finto di fronte al Pantheon. Mi fa abbastanza ridere quindi che si parli addirittura di “questioni irrisolte della storia americana” quando è vero casomai che attraverso la capacità del cinema western di “parlare dell’America al presente” quelle questioni sono state sviscerate, analizzate e descritte in modo spesso doloroso e finanche eccessivo dallo strumento culturale par excellence del paese a stelle e strisce. Paragonata alla riflessione condotta dal nostro cinema sul nostro passato, quella americana sembra in realtà un incrocio fra una seduta di psicanalisi e una lectio magistralis di storia culturale; mentre noialtri, che come recita il detto eravamo già finocchi quando ancora gli ammerigani si arrampicavano sugli alberi, non siamo mai stati capaci di risalire col racconto oltre i grattacapi di nostro nonno. Sì, abbiamo ancora bisogno del West; ma più ancora, avremmo bisogno della lezione che il cinema western avrebbe tuttora da impartire ai cosiddetti intellettuali di casa nostra.

    • Tutto vero, eh? Però sviscerare questioni allo sfinimento non significa risolverle. I nativi, lo schiavismo, questa idea di stato federale come entità distante e da tenere a distanza, l’eccezionalismo e il manifest destiny, la fissa per le armi che sono più importanti della salute… se l’america continua a parlare del West è perché non ne è mai uscita del tutto.

    • Ang Lì

      Grazie per la risposta!

    • Rocco Alano

      @Ang Lì, il tuo discorso mi sembra un’accozzaglia avvilente di luoghi comuni.
      Di quali intellettuali stai parlando? Quando c’erano e avevano seguito, fino alla fine degli anni ’70 quindi, in Italia si facevano grandi numeri sia con il cinema d’autore che con quelli di genere (era un circuito virtuoso). Anche dopo, Umberto Eco ha fatto i fantastilioni con un mistery medievale come “Il Nome della Rosa” e il tanto vituperato Saviano ha contribuito a realizzare uno dei prodotti televisivi italiani più apprezzati all’estero come Gomorra, rendendo pop (ma non per questo meno odiosi) i suoi camorristi. E, tanto per restare in territorio Sollima, vogliamo parlare di “Romanzo Criminale” (anche quello parla della nostra storia ed è opera di un intellettuale)?
      Poi mi rendo conto che, oggi, attaccare gli intellettuali finocchi e mondialisti porti un sacco di like su facebook.

    • stefano

      concordo … tra l’altro in un’epoca di politicizzazione di qualsiasi forma d’arte (metá 60 – 80)alla fine gli artisti più premiati e ricordati sono quelli che hanno saputo esprimere “l”arte per l’arte” (e nel caso nascondere il messaggio in una confezione anche in grado di intrattenere)..cosa che in America si é quasi sempre fatto e da noi poco e male se non malissimo

    • marco

      Ang Lì, sottoscrivo ogni parola tre volte. Se Stanlio apre bocca sull’America, leggo attento, perché è evidente che ha un’opinione meditata e figlia dell’osservazione (anche se avercene, qui, di un sentimento che ci faccia tenere a debita distanza lo Stato, che manco federale è). Ma l’Italia è esattamente lì dove la poni. Gli errori fatti dal fascismo e gli errori della reazione al medesimo hanno bloccato tutto, ma proprio tutto.

    • stefano

      concordo con ang li specifico ..dai come si fa a parlare di romanzo criminale o Gomorra come esempi … lui parla di tempi precedenti al fascismo e e al 68 che sono stati di fatto abbandonati dal punto di vista cinematografico a parte rarissime eccezioni.
      Non è colpa nostra se il cinema italiano post grandi maestri si è ridotto al cinema da cucina con gente che piange e/o urla per le solite tre menate patetiche..non parlerei proprio di intellettuali visto il livello infimo…
      gli ammmerigani hanno quella come storia da raccontare e gli/ci piace abbastanza direi quando lo fanno

    • Errata Corrige

      Roccocane, finocchi e mondialisti lo hai aggiunto te a intellettuali,
      non fare il manipolatore paraculo

  14. IoMeMedesimo

    Ma esce al cinema da noi?

  15. Cristoforo Nolano

    Sarà che in questo periodo sono letteralmente in fissa con Red Dead Redemption 2 (una bomba talmente bomba che dovrebbe entrare di diritto nella storia del western), ma ho apprezzato tantissimo questa ballata. Le musiche, i colori, le atmosfere… questo è il West.

  16. Zen My Ass

    Ottima recensione multipla per un film che e` davvero un compendio della poetica dei Coen virata in salsa western. Mi e` piaciuto (piu` delle loro ultime due prove), anche se e` ovviamente discontinuo in qualità. Gli episodi con Tom Waits (il migliore) e Zoe Kazan svettano, gli altri hanno il loro perché ovviamente pur avendo senso solo se visti nel complesso del film. Buono.

  17. dirty harryhausen

    «Da tenere sullo scaffale dei dischi accanto a Folkways»

    quanti ricordi, grazie anche per questo <3

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