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The Clovehitch Killer: non me l’aspettavo

Avvertenza: The Clovehitch Killer è un giallo. Un giallo anomalo, ma è un giallo. Ora, se guardate il trailer l’identità dell’assassino del titolo è palese, evidente. Anche perché nell’economia del film è l’ultimo dei problemi. Nel pezzo che state per leggere questa cosa viene data per scontata. A voi la scelta se continuare a leggere o meno. Se chiedete a me non cambia nulla, ma decidete voi.

Il clovehitch, lo dico per voi che a differenza mia non avete viaggiato, visitato il mondo, conosciuto le genti, è il nodo barcaiolo. Lo si usa per ormeggiare la barca in porto o, in montagna, per legarlo a un moschettone che va messo poi in uno chiodo di sosta. Un nodo semplice, uno dei primi che si impara, uno tra i più stabili e sicuri che esistano. Una volta che il moschettone o la barca sono lì, al loro posto, legati col nodo barcaiolo, non c’è modo di levarli. Il clovehitch killer è un assassino seriale che, prima di seviziare e uccidere le proprie vittime, tutte donne, le incapretta con delle funi bloccate poi con un nodo barcaiolo. È quello che i ragazzi della scientifica nei film chiamerebbero il suo M.O., il modus operandi. Se preferite è la sua firma.

T’ho beccato subito, Clovehitch Killer!

La piccola cittadina di Clarksville, una di quelle piccole comunità americane tutte uguali, con le casette di legno a tre piani, il giardinetto ben curato sul davanti e il porch dove bere whisky le caldi sere d’agosto dietro, è tristemente passata alle cronache per essere il territorio di caccia del clovehitch killer. Qui ha ucciso in maniera orribile dieci donne e terrorizzato tutti. Sono passati dieci anni dal suo ultimo delitto, ma Clarksville ancora non si è ripresa del tutto. Si vede che, sotto quell’apparente normalità, qualcosa s’è definitivamente rotto. A guardarli con più attenzione quei giardinetti, si vede che sono trasandati. Il portico dove lo zio Rudy beveva il suo whisky nelle calde serata d’agosto avrebbe bisogno di una bella smerigliata. Anzi, forse sarebbe proprio il caso di rifarlo. Tutto è in uno stato d’abbandono, le strade sono piene di spazzatura, gli edifici sono vecchi, brutti, decadenti. Clarksville è diventata una città fantasma. Ok, sono dieci anni che il killer non si fa sentire, ma cose del genere non si dimenticano facilmente.

C’è comunque un bel clima, no?

Tyler Burnside (Charlie Plummer) è un ragazzino adolescente che sta studiando per diventare un pilota dell’aeronautica americana. La sua è una delle classiche famiglie di Clarksville. Conservatori, ultra religiosi, tanto per bene. La mamma è una casalinga un filo sovrappeso e invecchiata male, il papà è un bell’uomo non più giovanissimo che, a fianco della sua attività principale, il muratore, dirige i giovani boy scout. È un leader, un uomo carismatico, uno tra gli uomini più rispettati del paese. Certo, anni fa sembrava dovesse fare chissà cosa… poi però è arrivata la famiglia, due figli, c’è stata la crisi, la mancanza di lavoro, un brutto incidente al fratello che l’ha messo su una sedia a rotelle e le cose hanno preso quella piega lì. Niente di cui lamentarsi, sia chiaro. Lui è ancora il vecchio califfo di un tempo. Certo, adesso c’ha quel mal di schiena che lo perseguita ma è ancora un punto saldo di riferimento per tutta la sua famiglia e per la comunità. Insomma, se c’è un bravo Cristo a Clarksville, quello è il signor Burnside.

Da bambini è importante avere delle figure di riferimento

Poi succede che una sera Tyler prende di nascosto il furgoncino di papà per andare a limonare con la sua fidanzatina. Lei ad un certo punto mette le mani nello scompartimentino che c’è in basso sulla portiera del passeggero e trovo qualcosa: un ritaglio di un giornale. Aspetta che apro e guardo bene. Ma cos’è? Un ritaglio di un giornale porno, questa è una donna nuda… Una donna nuda legata e incaprettata, imbavagliata. Scusa, Tyler, mi spieghi perché hai una roba del genere in macchina? E il giovane Tyler cade dal pero. Sicuramente non è roba sua, anche se la fidanzatina non sembra crederci, ma chi può aver messo una roba così turpe nella macchina di suo padre? Può essere che ci sia finita per caso? No, è impossibile. Vabbè, ma se è stato un suo collega? Ma chi? Papà non ha più colleghi. E se…

Papi, non sai cosa ho trovato in macchina!

Nella testa di Tyler si insinua il dubbio. E quando quello si insinua è difficile fare finta di niente. Anche perché poi basta veramente poco, basta grattare un minimo la superficie, quella superficie bella, pulita, ordinata, ineccepibile, per vedere che lì sotto è un disastro.

Canticchiando.

The Clovehitch Killer è un piccolo film a sottrarre che si traveste da giallo per poi parlare d’altro. Di una guerra psicologica non dichiarata tra un figlio e il proprio padre. Parla di come certi dubbi portino poi a conseguenze inarrestabili, di come dietro a una facciata rispettabile, dietro a un perbenismo anestetizzante, si possa celare la pazzia, la malattia mentale più profonda, le perversioni più letali. Parla dell’incubo, della paura che le cose brutte possano accadere anche a noi, che i mostri non siano là fuori ad attenderci nel buio ma in casa nostra, al caldo, davanti alla televisione a vedere la partita con una lattina di cherry cola in mano.

Va tutto bene, ragazzi. Tutto benissimo.

Duncan Skiles, il regista, è uno che ha fatto mille mila cosa. Ha diretto uno dei segmenti di quel folle progetto che era Our RoboCop Remake, è un montatore, direttore della fotografia, ha scritto una serie come The Fuzz (buddy cop tra un poliziotto in carene ed ossa e un muppet. Sì, tipo il film con Melissa McCharty che non s’è visto nessuno. No, non come Meet the Feebles) e regista di una serie di corti e documentari. L’esordio sul lungo l’ha fatto con una commedia d’amore indie e poi ha deciso di dirigere questo The Clovehitch Killer. Il film è volontariamente lento, distante per forma e ritmo dai canoni del genere più comunemente inteso. Non c’è sorpresa, manca la tensione, nessun colpo di scena, nessuna rivelazione inaspettata. L’orrore è già di fronte a noi, ma facciamo finta di non vederlo. Ed è per questo che poi, una volta aperti gli occhi, quando quel piccolo dubbio che abbiamo fatto finta di avere svanisce, si palesa inatteso in tutta la sua forza. Skies crea un clima sospeso in cui la paura si insinua sotto pelle, in scelte solo apparentemente sbagliate: recitazione quasi monocorde, commenti musicali dissonanti, ellissi inaspettate. Alla fine rimane una sensazione di malessere difficile da scacciare.

Malessere difficile da scacciare

Un film distante dai nostri canoni, un’eccezione meritevole, che qualcuno potrebbe – anche giustamente – ritenere noioso ma ce ha il coraggio di approcciare la materia in modo inedito. Ultima nota per Dylan McDermott, attore solitamente scarsissimo, specie di versione goffa e zarra di Ross di Friends, che qui, proprio per i motivi di cui sopra, funziona alla grandissima. Quando convince la moglie ad andare in vacanza dalla madre o quando è in casa da solo è veramente eccezionale.

DVD-Quote:

“Hai presente quei gialli in cui non succede nulla ma hai paura lo stesso?”

Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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19 Commenti

  1. Salve, sono Dylan McDermott. Perchè cazzo ce l’avete tanto con me? Nella prima e nella seconda stagione di American Horror Story sono stato semplicemente GRANDE. Andate a riguardarvi la scena in cui mi masturbo furiosamente sotto la doccia. Le mie qualità interpretative non saranno quelle di sir Antony Hopkins ma quanto siete crudeli, porca troia? Non mi merito la qualifica di attore cane: ora torno alla mia ciotola di friskies e aspetto una risposta.

    • Casanova

      Ciao Dylan! Grazie per il tuo commento, proprio non ce lo aspettavamo! Questa scena in cui ti facevi le manovelle sotto la doccia in AHS proprio non me la ricordo, ma è anche vero che in quella serie succedevano cose matte ogni 32 secondi per cui, boh, non fa niente. Mi dispiace tu ti sia indispettito per il nostro giudizio negativo nei confronti del tuo talento recitativo, ma difficilmente mi viene in mente uno più graziato dalla vita di te. Grazie ancora e ciao, Dylanone. Posso chiamarti Dylanone?

    • Of course!

    • Mattanza De La Fuente

      Ma quanto sono d’accordo.
      Solitamente scarsissimo..
      Bah.

  2. David Lynchaggio

    Non per fare il rompiballe, perché comunque la rece mi è piaciuta e magari al film gli darò un’occasione, ma M.O. e firma non sono sinonimi. La differenza non é facilissima da capire ma c’è.

  3. Anonimo

    La trama è quasi identica a Un bel matrimonio di Stephen King con i personaggi cambiati

  4. Donnie ¥

    A me questo schema alla “tenente Colombo” non dispiace per nulla

  5. GGJJ

    Però scherzi a parte a me Dylan McDermott in AHS veramente non m’era dispiaciuto..

  6. Trustworthy data ! an well-connectedability
    Are you in?

    https://drive.google.com/file/d/1lOmyDqq_HjJrZcLjh2kpgSeU4fFR9nPD/preview

  7. IoMeMedesimo

    Sembra interessante, se posso ci dò una possibilità.

  8. Steven Senegal

    Casano’ ma che hai? stai sempre incazzato, non sei più quello di una volta
    tutto abboston a boston?

  9. El mariachi de Puerto

    Cinema, netflix or where?

  10. Daniela Caneschi

    Visto dopo aver letto la stuzzicante rece: thriller dignitoso, discretamente confezionato ed interpretato, ma davvero troppo prevedibile. Mentre il ragazzo protagonista è roso dai dubbi, lo spettatore invece non viene mai messo nella condizione di dubitare – la pista dello zio poteva costituire una chance in questa direzione ma viene presentata in maniera troppo sciatta e frettolosa. Ora, io adoro Colombo quindi non trovo nulla di male nel fatto che il responsabile sia evidente già nei primi minuti, a patto però che la trama sappia tener desta l’attenzione: qui invece la sceneggiatura zoppica, il ritmo è blando più che riflessivo, certe sequenze sembrano incerte sul tono fra il drammatico ed il caricaturale. Il conclusione: vedibile ma anche no.

  11. Emilione

    Sembra decisamente ispirato alla vera storia di Dennis “BTK” Rader

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