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May The Devil Take You, ‘tacci tuoi

Il nostro amico Timo Tjahjanto è caldo come una sauna, ragazzi. Non abbiamo ancora finito di contare i morti (spoiler: tantissimi) della sua ultima fatica, quel The Night Come for Us che rischia di essere il miglior action della stagione, che ecco spuntare un suo nuovo film: May The Devil Take You. Questa volta siamo dichiaratamente in territorio horror. Non importa se per body count e per tasso di emoglobina anche The Night Comes for Us rischia di finire nel genere, qui la cosa è proprio dichiarata fin dal titolo: un film horror cor demonio.

“Buongiorno, sono il Demonio”

Il boss della malavita di The Raid è a casa da solo preso molto male a guardare la foto della sua famiglia. Una mogliettina e una bambina tutta cute. Mentre evidentemente pensa a una vita di fallimenti, mestizie, rosicamenti vari, bussano alla porta. Si presenta una donna di bianco vestita e dagli occhi demoniaci. Dopo aver fatto un paio di sguardi strani, la donna si trasferisce in cantina dove disegna un pentacolo in terra, piazza un paio di candele e – per non farsi mancare nulla – una testa di caprone mozzata di fresco in mezzo al suddetto pentacolo. Insomma, il cattivo di The Raid sta facendo un patto col demonio: non ne può più di una vita di fallimenti, mestizie e rosciamenti vari, no, lui vuole essere un numero uno, vuole soldi, fama e successo. Cosa che avviene per ellissi durante i titoli di testa. Il nostro diventa un imprenditore di successo, uno degli uomini più ricchi del paese. Ma tu, proprio tu, mi insegni che i patti col demonio hanno un lato oscuro della medaglia non proprio esaltante: la mogliettina viene colta dal morbo della morte, lui si risposa con una attrice famosa evidentemente attirata solo dal vil conio, fa altri tre bambini ma poi comincia a perdere tutti i soldi e si ammala di una strana malattia che ti riempie la faccia di pustole schifosissime e ti manda in ospedale.

Una bella sciarpetta di capelli demoniaci e sei coperto per l’inverno

Qui comincia il film: la prima figlia del cattivo di The Raid, Alfie, è cresciuta da sola. Non ha goduto dei soldi del padre, anzi, è cresciuta a furia di asprezze e risentimenti e oggi è una mezza ladruncola che ruba il portafoglio ai pervertiti che le toccano il sedere in metropolitana. Dall’altra parte invece la situazione è piuttosto differente: mentre il padre è lì con le pustole in un letto d’ospedale a contare i minuti che lo separano dalla morte (brutta, vista che ha fatto un patto col demonio) la sua seconda moglie e i tre figli contano i minuti che mancano per mettere le loro manacce sui pochi soldi che rimangono. Tanto, voglio dire, alla fine quello che ancora rimane è solo la casa in campagna, quella dove la piccola Alfie è cresciuta, la stessa che ha ospitato il rito demoniaco. Andiamo lì a vedere quanto riusciamo ad alzare vendendo il servizio buono di posate di papà?

Fa ridere perché c’è il segnalibro.

Una volta che il padre muore, non dopo aver vomitato un paio di litri di sangue in fazza alla ragazza di uno dei suoi figli, il resto della famiglia si sposta nella famigerata casa in campagna. Se nella prima sequenza aveva già l’aria di essere curata meno del campo da tennis della villa su Sunset Blvd. di Norma Desmond, adesso sembra uno squat della periferia berlinese nel 1994. Mentre le tensioni tra Alfie e il resto della famiglia stanno per esplodere, succedono due cose: 1) assistiamo a dei flashback smarmellatissimi 2) si risveglia il demonio. La prima cosa abbassa pesantemente la qualità del film (che già esteticamente non sembrava Fincher), la seconda porterà un sacco di gente a vomitarsi del sangue in fazza a vicenda.

Vomitata di sangue in fazza in 3, 2, 1…

May The Devil Take You è un evidentemente omaggio al cinema di Sam Raimi. È il tentativo del nostro amico Timo di prendere La Casa, arrivare ai livelli de La Casa 2 e spostare il tutto verso Drag Me To Hell alla fine. Buonissime intenzioni, per l’amore del Dimonio, ci mancherebbe altro. Ma come sappiamo di buone intenzioni è lastricato il disastro e la noia che è questo film. Come abbiamo detto, esteticamente siamo dalle parti della peggior soap opera possibile. E non fate quelli che ci guardano male, eh? Siamo gente di bocca più che buona ma qui, tra la recitazione da denuncia di tutti gli attori, tra gli smarmelli insistissimi dei flashback, tra la sciatteria dei set e l’inguardabilità del digitale, siamo oltre ben oltre il livello di sopportazione. Ci si potrebbe rifare con la storia, la trama, ma anche qui si casca male. L’idea di base, quella del risolvere tensioni famigliari tra Alfie e i suoi fratellastri nel momento in cui la madrina si trasforma (anche fisicamente) in un mostro, è pochissimo sviluppata e rimane sempre e solo di superficie. Per non sbagliare però, Timo riesce ad appesantire il tutto con i già citati flashback, una confusione di base che ad un certo punto non si capisce più una ceppa, dialoghi interminabili e sequenze che per non portare allo sbadiglio dovrebbero essere accorciate di un buon 50%.

Dai, Timo.., abbiamo capito.

Rimane l’aspetto fondamentale: l’horror. Scusate, l’horror alla Raimi. L’altra sera ero in un locale dove fanno musica dal vivo. Mi aveva portato un mio amico che conosceva la band. Mi aveva promesso che era una roba: “tipo i Pavement, guarda, più i dischi solisti di Spiral Stairs”. Quando hanno cominciato io ci ho sentito un po’ di quella roba lì, ma pensavo di più ai Live. Ora, per chi non avesse questi riferimenti musicali in cantina, diciamo che Timo vorrebbe fare Sam Raimi ma ricorda di più la deriva più becera del J-Horror periodo 2006/2008, quando ormai tutto era finito. Manine che spuntano dal buio e afferrano piedi, ciocche di capelli in gola o che ti avvolgono tipo turbante, capelli neri lunghi e sporchi davanti alla faccia… Insomma, avete presente. Sciatti luoghi comuni utilizzati pure male. Peccato perché il sangue è tantissimo (forse si esagera un filo con le vomitate di sangue in fazza), c’è una scena che vi rimarrà decisamente impressa e l’idea sembra quella di voler regalare allo spettatore un giro sull’ottovolante pazzo della paura… ma il risultato è diametralmente opposto: una noia sinistra venata di puro imbarazzo.

So 2006, massimo 2008

DVD-Quote:

“Timo, forse è arrivato il momento di darsi una calmata”

Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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2 Commenti

  1. Mado’ cosa hai tirato fuori: i Live. Li odiavo di un odio irrazionale, tipo Homer che odia i Teletubbies. Li avevo cancellati dalla memoria, loro, le loro canzonette da wannabe REM e il codino del cantante (che col senno di poi sembra il fratello scemo di Colin Farrell). E ora che me li hai ricordati ti perseguitero’ tramite la fattucchiera.

  2. SonoSionSono

    Sinceramente non l’ho trovato malaccio.
    Può darsi anche che dopo aver visto quei veri aborti da vera soap opera, usciti anche loro due Netflix e anche loro dall’Indonesia, dal nome di “Target” e “Sabrina”, il mio livello di sopportazione si è abbassato di molto, e ho apprezzato “May The Devil Take You”.
    Cast di merda (tranne la Islan che mi è piaciucchiata) e film che scopiazza da una parte e dall’altra, ma (senza troppe pretese) l’ho trovato da sufficienza e anche qualcosina in più.
    Almeno Tjahjanto non ha paura di tirare fuori il gore anche quando non serve, e non come quella bambola di merda di Soraya.

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