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Jean-Claude Van Déjà vu: la recensione di We Die Young

Gentili lettori e lettrici,

Questa introduzione andrà in onda in forma ridotta e grafica per venire incontro alle capacità cinematografiche di chi ha scritto e diretto We Die Young. Un film che nella testa del regista – l’esordiente Lior Geller, nel Guinness dei primati per aver realizzato il cortometraggio studentesco più premiato di sempre. Storia vera – voleva essere una cosa sporca, cattiva e arrabbiata tipo questa

Salvo poi sbagliare balsamo, perdere per strada la chioma fluente e ripiegare su un ciuffo insulso e poco memorabile, tipo questo

Per finire la giornata a guardarsi intensamente allo specchio e riflettere su cosa sia andato storto, giungendo alla seguente conclusione

Altro che traipol minacces o traipol frontieres. Il vero sballo è la traipol seegla.

“Merda, di nuovo”

Mara Salvatrucha non è il bellissimo nome di una delle coriste – quella che sta in mezzo e che fa gli sguardi più zuzzurelloni – di Gloria Estefan. Mara Salvatrucha o MS-13, è una gang fondata a Los Angeles dal peggio della criminalità centroamericana, incattivita e imbruttita da decenni di ingerenze politiche ed economiche da parte degli Stati Uniti. Mara Salvatrucha, che nel corso degli anni si è espansa in tutto il mondo, fa quello che fanno tutte le gang che si rispettino – spaccio, estorsione, prostituzione, ammazzatine e via dicendo – ma con il bonus dei machete e dei tatuaggi in faccia. A questo punto della recensione, abbiamo già superato a destra con pernacchia e dito medio il livello di analisi socio-politica e antropologica di We Die Young. Dice, magari a We Die Young non importa molto di buttare lì un sottotesto di analisi socio-politica e antropologica. Vero. Tanto quanto è vero l’incipit paraculo in cui la voce fuori campo di Lucas, protagonista 14enne e braccio destro ufficioso della primera palabra (il boss) del capitolo locale di MS-13, ci avvisa che il suo quartiere degradato e comandato con pugno di ferro da cattivissimi guatemaltechi carichi di anfetamine è a soli venti minuti di macchina dalla Casa Bianca. Dettaglio trascurabile, ma sintomo di un film che non ha ben chiari i suoi intenti e cerca di rimediare sparando tutte le sue cartucce in un colpo solo e a occhi chiusi; o sintomo di un film che forse vuole solo darsi un tono che non ha, e di cui non ha nemmeno bisogno.

Come quando metti il papillon a un matrimonio pieno di gente con la faccia pittata e il machete nella tasca interna della giacca

A maggior ragione se la tua storia è di quelle semplici semplici, che trovi nel pacco omaggio per l’iscrizione al corso di sceneggiatura e a cui devi solo aggiungere i nomi dei personaggi e qualche dettaglio. Non è difficile. È bastato trasformare “Protagonista svantaggiato si trova in situazione di merda contro antagonisti impossibili da sconfiggere, interviene in suo soccorso deuteragonista deus ex machina con misteriose motivazioni personali” in “Il 14enne Lucas sta in una gang, non vuole che il fratello minore faccia la stessa fine e per proteggerlo scazza male; interviene in suo soccorso Daniel, veterano dell’Afghanistan vittima di stress post traumatico, reso muto da una ferita di guerra, dipendente dagli oppiacei e con motivazioni personali fintamente misteriose”. Il resto – specialmente quando è solo accennato come in questo caso – è fuffa, utile giusto per dire di te stesso che hai scritto e diretto un film che sì, ha per co-protagonista Jean-Claude Van Damme e un tot di gente ammazzata male, ma che è anche, volendo, possibilmente, con l’aiuto del giusto ufficio stampa, una rispettabile storia di denuncia sociale, ben ancorata agli annosi problemi del presente.

“Hai detto denuncia sociale? Fammi recuperare un attimo il machete”

Però la mamma – per vostra conoscenza: Gamera Gifuni, stella del Kabuki di Val Verde – mi ha insegnato che non si fanno i processi alle intenzioni. Quindi, al di là del superfluo e solo potenzialmente fastidioso pretesto contestuale, We Die Young è un thriller lineare e senza troppe sorprese, che si muove a ritmo costante e con una messa in scena didascalica, ma corretta, che predilige la camera a mano e un montaggio che alterna equamente i vari punti di vista intrecciati della narrazione. Non c’è nulla di tecnicamente sbagliato nel lavoro di Lior Geller. Solo che il suo film puzza tantissimo di sindrome da studentello ansioso, di quelli che arrivano a un esame preparati il giusto e con il preciso scopo di evitare la bocciatura, mettere in saccoccia il più classico dei venti a calci in culo e tornare a casa a giocare a Overwatch. Non è difficile sostenere questa teoria. Geller sceglie di andare sul sicuro e sul banale concentrandosi quasi totalmente sulla sua generica cornice senza arte né parte, lasciando volutamente sullo sfondo due interpretazioni tangenti al fulcro del film, ma abbastanza enormi. C’è David Castañeda che è tutto metodo, tic, occhi che non sbattono le palpebre e intensità furiosa nel ruolo di Rincon, la primera palabra in lotta con se stesso, tra rigurgiti di umanità che cozzano con le crudeli necessità del business sanguinolento che conduce. E poi c’è Jean-Claude Van Damme, che sembra vittima del desiderio formulato male fatto a un genio della lampada un po’ stupido, un po’ stronzo o entrambi. Van Damme è ufficialmente entrato nella fase della carriera post JCVD in cui può finalmente recitare, ma il contrappasso è che deve fare sempre e solo lo stesso ruolo e agli ordini di registi claudicanti. Il suo Daniel – carcassa d’uomo dolente, sconfitta eppure dignitosa – è quasi esattamente lo stesso personaggio che ha interpretato in Lukas, con l’ulteriore espediente del mutismo e delle reazioni scomposte ai flashback traumatici, oltre alla difficoltà aggiunta di una sceneggiatura e una regia ancor più medie. La volta in cui un regista di quelli giusti libererà Van Damme dal suo nuovo giorno della marmotta, a Val Verde ammazzeremo il mostro grasso per festeggiare.

DVD quote:
«Premio Bravo fuori tempo massimo a Jean-Claude Van Damme»
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

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6 Commenti

  1. Rocco Alano
  2. Past

    che voce era Layne Staley…porca miseria…

    per il resto, mi so rotto le palle di perdere tempo dietro a van-damme…lo scorso WE mi sono rivisto timecop in blu ray…preferisco ricordarlo cosi.

  3. Sì, vabbè.
    Ma LE BOTTE come sono coreografate e girate?
    Shaky cam e “buio oltre e al di qua della siepe” o roba dignitosa?

  4. La metafora musicale spiega tutto alla perfezione. Peccato che il cantante degli Alice in Chains sia davvero morto giovane…

  5. JAMES VAN NOKER

    MA PORCA P……!!! Quando rivedro’ un Van Damme usato per bene e non SPRECATO ???!!
    QUANDO LO RIVEDRO’ ROTEARE I SUOI CALCI PERFETTI E URLARE DI RABBIA???!!!
    SPERO CHE UN GIORNO IL DIO DEI CALCI MI ASCOLTI ….

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