
PEOPLE = SHIT
Un’opinione su Get Out ce l’avete già ed è inutile che stia qui a farvi il riassunto. Era un film fatto da una persona di colore e rivolto principalmente a tutte le persone di colore degli Stati Uniti d’America (e del resto del mondo, anche, ma in misura minore), un approccio che ha indispettito alcuni che si sono sentiti esclusi, e che altri hanno saggiamente ignorato preferendo concentrarsi sul fatto che si trattava di un ottimo horror, teso e divertente e girato da uno che il genere lo conosce e lo ama, che di questi tempi è sempre grasso che cola.
Noi, cioè Us, cioè U.S., è in un certo senso la risposta di Jordan Peele a chi si era sentito escluso da Get Out. Non ha ancora il carattere di universalità dei Grandi Horror di Carpenter e Romero e degli altri nomi che il regista omaggia in continuazione e alle cui fonti, stilistiche e tematiche, si abbevera con gran gusto – è comunque un altro film fatto da americani per gli americani, che parla di cose molto americane, della società americana, del rapporto tra etnie e classi sociali in America, dell’1% e del 99% su suolo statunitense –, ma è un atto di accusa, o un dito puntato, o quantomeno un’arguta provocazione rivolta a tutti coloro, bianchi o neri che siano, che nella vita si sono goduti almeno un po’ di privilegio.
Noi (Peele incluso dunque, se si sentisse immune dalle sue stesse accuse l’avrebbe intitolato Voi) è un horror di ricchi e poveri, che in questo momento storico nel quale sembra esserci in atto uno scontro ideologico globale tra le elite cittadine e le masse oppresse rurali significa che è anche un horror di cugini di campagna, solo che qui la campagna [SPOILER] e la città diventa lo sfondo sul quale si svolge la sfida.

«Uaaaaaaooooo»
Ora parliamo un po’ del film: la versione breve è che è uno home invasion che a un certo punto sbrocca. Tutto ciò che succede dopo lo sbrocco informa quello che è successo fino a quel momento e lo riempie di significato, il che vuol dire che leggerne prima della visione equivale a rovinarsi il film. C’è di buono che Peele e compagnia mettono abbastanza carne al fuoco nel corso dei primi due atti da risparmiarmi dal dover chiudere qui la recensione dicendo «è bello, fidatevi, andatelo a vedere!». Indi per cui, SIGLA!
Al di là di ogni considerazione ideologica o politica, Peele è uno che ci tiene a dimostrare le sue credenziali di valido regista horror. Noi si apre come fossimo negli anni Ottanta, con una splendida sequenza girata ad altezza bambina che fa da prequel alla vicenda e ci introduce (o non ci introduce, in stile Blair Witch) al mostro del film; in realtà si apre letteralmente negli anni Ottanta, con la piccola Adelaide che si perde al luna park, finisce nella stanza degli specchi e lì incontra se stessa, spaventandosi a morte (una cosa che Peele non fa in Noi è andarci leggero con il simbolismo). La reincontreremo dopo i titoli di testa trent’anni dopo, con la faccia di Lupita Nyong’o e il marito che è Winston Duke, il quale si riconferma un gran talento dopo Black Panther e, ehm, Modern Family.
Anche Lupita si riconferma (che fa un po’ ridere detto di una che ha già portato a casa un Oscar), e la sua prestazione mostruosa è una buona fetta del motivo per cui Noi è riuscito così bene. Come in un classico horror con la final girl, la non più piccola Adelaide è il cuore pulsante della faccenda: la reincontriamo, dicevo, che sta andando in vacanza con tutta la famiglia, in quella stessa casa e su quella stessa spiaggia dove trent’anni prima aveva avuto l’Incontro. Richiamando senza troppa vergogna la sequenza iniziale di Shining, Peele ci fa conoscere i nostri eroi calcando la mano sulla loro mondanità, presentandoceli come una normalissima famiglia borghese mediamente ricca con la figlia adolescente in fase di ribellione e il figlioletto silenzioso e un po’ timido.

Nella foto: la famiglia tradizOK scusate la smetto.
È la più classica delle tavole apparecchiate per uno home invasion: una famiglia normale, una casa isolata, un misterioso incidente avvenuto trent’anni prima per dare un tocco soprannaturale alla faccenda; ci sono pure gli amici della famiglia Wilson, capitanati da un’eccellente Elisabeth Moss e chiaramente inseriti per avere un po’ di carne da macellare abbastanza in fretta per scaldare l’atmosfera. E a un certo punto loro, cioè noi, cioè i sosia della famiglia Wilson vestiti da Slipknot, che compaiono sulla soglia della loro villetta tenendosi per mano, prima di, ehm, invadere loro la casa.
È qui che Peele gira tre volte la manetta del simbolismo e comincia lentamente a decostruire l’idea di home invasion per andare infine a parare da tutt’altra parte, con un’accelerata che richiede una certa dose di sospensione dell’incredulità ma che ha perfettamente senso se interpretata come allegoria e non investigata razionalmente.
Sto correndo troppo. Prima di giungere al punto, Noi mette in scena un’ora abbondante di horror casalingo di altissimo livello, che separa i suoi personaggi facendo esplodere il film in quattro direzioni diverse e che ha il senso della misura necessario a gestire il tutto senza perdersi né far calare mai il ritmo. C’è sangue e violenza e morti creative (più che in Get Out, perché so che ve lo state chiedendo), c’è del gran cinema e una gran bella gestione degli spazi soprattutto negli interni, e più di un tocco di comicità usata per spezzare la tensione e dare il tempo alla narrazione.

«Ueeeeeeei»
C’è pure, lo dicevo già sopra, una prestazione spaventosa da parte di questa persona qui su, che interpreta due personaggi opposti complementari e che sono dunque i due poli attorno a cui gravita la faccenda. Sul come li interpreta ci sarebbe da scrivere un pezzo a parte (il lavoro che fa con la voce, ma anche con il linguaggio del corpo, è sovrannaturale), sul perché è dove mi vedo quasi costretto a fermarmi. Giusto il tempo di dire che la sua non-Adelaide, o Sosiadelaide, o Red come si chiama di fatto nel film, è il primo e più importante bastone messo tra le ruote della home invasion classica, perché ha un motivo per fare quello che sta facendo, ed è un Motivo Importante e più grosso anche di lei, non è tanto questione di entrare in casa di una famiglia e rovinar loro l’esistenza ma più simbolicamente di sostituirsi a loro (una motivazione che credo non sorprenda nessuno).
Il “perché” è dove Peele abbandona definitivamente ogni freno inibitorio e si lancia in un finale che non ha alcun cazzo di senso se analizzato con piena razionalità ma che vuole molto chiaramente dire delle cose, e lo fa con buona efficacia e un impatto visivo fuori scala. Certo, rispetto al sintetico e direttissimo Get Out Noi ha il difetto di buttare troppa carne al fuoco e di accumulare strati su strati di significato, arricchendo il metaforone ed elevandolo a livelli barocchi e quasi ingestibili di complessità; il che vuole anche dire che per una volta non mi sentirei stronzo a scrivere che “poteva anche durare un quarto d’ora in meno”. Ma a me la bulimia cinematografica piace, soprattutto se presentata con questo entusiasmo: Noi vuole dire tantissime cose, tutte le cose, e non sarò certo io a criticarlo perché non sa scegliere né stare mai zitto.

Semmai lo criticherei perché a fine visione resta un po’ la sensazione di aver assistito un’altra volta a uno spettacolo costruito su misura per gli americani più che per gli esseri umani, ma qui dovremmo aprire un’immensa parentesi su come guardare i film di Hollywood significhi nell’80% dei casi guardare un film che non parla esattamente di noi ma dal quale possiamo comunque imparare qualcosa per via di una certa universalità di molti comportamenti umani e bla bla bla. Ma forse non è questa la sede giusta per parlare di imperialismo culturale statunitense, non quando stiamo discutendo di un film che sugli americani dice tante cose brutte, una sorta di schiaffo in faccia (e ripeto, anche un autoschiaffo, non c’è nessuna torre d’avorio dietro Noi) a chi crede di essere buono solo perché non è patentemente cattivo. In questo senso Noi è infinitamente più ecumenico di Get Out, e chi vuole trarne insegnamenti o ammonizioni di qualche tipo lo farà senza fatica. Per tutti gli altri resta comunque un horror teso, violento, divertente, ben girato e in grado di omaggiare i classici senza diventare quasi mai derivativo.
In sostanza, sia che vi interessi solo la superficie sia che vogliate anche la ciccia, avercene.
Blu-ray 4K UltraHD Superpiù-quote suggerita
«Avercene»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)












20 Commenti
Visto giovedì scorso, molto bello.
Sto meditando un secondo giro, classico film che ad una seconda visione regala nuovi spunti.
Nota di merito alla Adelaide bambina, butta lì due espressioni che vi perseguiteranno nei vostri incubi.
Ps: big up per i tag.
mi è piaciuto molto, ci sono dei momenti molto potenti che giorni dopo ancora mi fanno ripensare al film. ma DA QUI SPOILER
lo spiegone finale l’ho trovato davvero pesante, troppo didascalico, un piccolo difetto che peele aveva anche mostrato in get out. chissà se nel suo twilight zone ci sarà lo stesso problema. ho capito che siamo in anni in cui se non sottolinei tutto con l’evidenziatore perdi una fetta di pubblico, ma l’horror è sempre stato metaforico anche in modi più sottili di questo. e inoltre lo spiegone non mi ha chiarito alcune cose ugualmente, la dinamica tra chi sta sopra e chi sta sotto è un po’ contraddittoria e in questo senso non capisco chi dice che anche il bambino si è scambiato di posto. anzi se qualcuno lo ha capito meglio di me accetto qualsiasi tipo di aiuto e vi ringrazio in anticipo.
comunque avercene, di film così.
SPOILER GRANDI COME UN LUNAPARK
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Il bambino non si è scambiato: HA SOLO CAPITO TUTTO
SPOILER
anche secondo me, ma lo scambio del bambino è una delle teorie che va per la maggiore . più che altro se il bambino fosse quello di giù non dovrebbe essere tanto legato alla mamma, che in quel caso non sarebbe la sua vera madre dato che lupita 2 era una bambina quando è venuta su.
Meno spaventoso di quel che credevo (credo anche nelle intenzioni), altro non avrei il coraggio di dire ad un tizio che sta reinventando il thriller.
Reinventando mica tanto, Peele “si limita” a pensare e a dirigere con la testa un thriller, cosa che viene fatta a cervello spento ormai da troppi anni.
Lupita fuori parametro ma ancora più brava è la sorella gemella (Lupita ha una sorella gemella a cui fa fare le scene più cazzute, non fatevi fregare); così come la figlia adolescente, i cui occhi me li sogno la notte.
Ah, ACAB.
@Stanlio Kubrick
Si Stanlio, io me ne sono accorto dei tag.
Sia del primo che del secondo. ;)
Mi è piaciuto, ha una gran confezione e alcune scene molto fighe ma quando scopre la carte e spiega il mistero onestamente mi ha fatto scendere tutta la tensione e curiosità accumulata nell’ora precedente. Rimane godibile ma “Get out” mi è sembrato più equilibrato in tutto mentre in questo film si sente un pò troppo la voglia di strafare, sia in durata che in spiegoni/metaforoni.
Nella media per quanto riguarda l’aspetto thriller/horror classico (con tanto di solite scelte idiote dei protagonisti), ingenuo nelle “invenzioni”, didascalico nelle metafore. Azzarderei quasi NOIOSO, nel complesso.
A mio parere un passo falso, dopo quella bomba di Get out.
“…c’è del gran cinema e una gran bella gestione degli spazi soprattutto negli interni, e più di un tocco di comicità usata per spezzare la tensione e dare il tempo alla narrazione.”
Uno dei (molti) problemi di questo film, anche da te sottolineati, secondo me è proprio l’uso dell’ironia di cui parli.
In Get out per esprimerla veniva utilizzato, rendendola efficacissima, l’amico poliziotto del protagonista, in una dinamica dentro/fuori (dentro la tensione restava sempre alta mentre fuori, al nostro fianco, l’ironia spezzava il ritmo senza intaccare il centro della storia), qui la stessa ironia, praticata continuamente dal marito di Adelaide fa svaccare troppe scene a livello di sospensione dell’incredulità, rendendolo a tratti parodistico.
Poi la troppa carne al fuoco di cui parli, pessimamente gestita e mal spiegata (un esperimento del governo su corpo e anima, buttato là), fa crollare la tensione nel finale, nonostante la trovata finale sull’equivoco tra gemello buono/gemello cattivo.
Come scrive Dave, molto ma molto più equilibrato Get Out, e onestamente realizzare un film “come allegoria e non investigata razionalmente” per me vuol dire fallire nel fare il film, anche se magari vien fuori che avevi pure scritto un bel saggio politico.
w.
Bella recensione! Sono d’accordo: avercene di film così! Però allo stesso tempo non Us non mi ha convinto fino in fondo… la parte “horror casalingo”, come l’hai definita, è praticamente Funny games di Haneke! Non voglio usare parole come plagio o scopiazzatura, ma qui l'”omaggio” è più che evidente!
E poi la storia… ho i miei dubbi, via. Ne ho pure scritto sul blog, se hai voglia di dare un’occhiata. Ciao!
“Il “perché” è dove Peele abbandona definitivamente ogni freno inibitorio e si lancia in un finale che non ha alcun cazzo di senso se analizzato con piena razionalità ma che vuole molto chiaramente dire delle cose, e lo fa con buona efficacia e un impatto visivo fuori scala”.
Parto da qui ma con due premesse:
1) Ho visto il film una sola volta, quindi qualcosa potrebbe essermi sfuggito;
2) Scriverò del finale, quindi lo SPOILER sarà il mio migliore amico
Scoprire che alla fine in realtà è lei la sosia, spiacenti, ma per me è una stronzata colossale. Ma proprio colossale.
Peele ha toppato come se non ci fosse un domani.
Non perché non siano legittimi i simbolismi; non perché, come lui stesso ha dichiarato, in realtà loro siamo noi; non perché i twist di shyamalaniana memoria non siano apprezzati; ma semplicemente perché non era plausibile.
Non c’è stato un foreshadowing uno che abbia legittimato lo scambio della ragazzina.
Non puoi imbastire un ottimo film di due ore in cui la protagonista si rompe il culo oltre ogni misura per salvarsi, per poi capovolgere così a cazzo tutto quello che hai mostrato solo per ragioni simbolico-sensazionalistiche.
È come fare una verticale di Barolo e chiuderla col Tavernello. Fai sì colpo, ma, cazzo, per tutte le ragioni sbagliate!
Mi spiace, ma non l’ho digerito. Ma proprio zero.
E poi, a dirla qua, più che metaforone sui ricchi e poveri (non la band) io ci ho visto un’analisi psicanalitica incentrata sulla rielaborazione di un trauma, che a mio avviso è la rottura della famiglia della versione bambina di Adelaide.
Il film inizia coi suoi genitori che sono in collisione (anche se non ci viene esplicitato); lei per tutto il film lotta per mantenere l’unità della propria di famiglia, che una copia di sé (quella traumatizzata nell’attrazione degli specchi) cerca di distruggere.
Ciclicamente il film inizia con una famiglia persa e finisce con una famiglia salvata. Il lei-sosia a mio avviso è la metafora del trauma familiare iniziale, da affrontare, elaborare e superare.
Averci buttato quel ribaltamento così slegato da tutto quello mostrato prima, è imperdonabile.
Per me invece ce n’è a pacchi di foreshadowing, in particolare Lupita in versione Adelaide scivola spesso nella versione Red cambiando la voce e il linguaggio del corpo in alcuni momenti chiave. Il fatto che lei (Red che ha preso il posto di Adelaide dico) faccia il possibile per difendere la sua famiglia invece di schierarsi con “i cloni” io l’ho visto come un modo per dire “non è che chi nasce nel privilegio è ontologicamente diverso da chi nasce povero, è il privilegio stesso che ti cambia”, e infatti Red/not-Adelaide fa di tutto perché non si scopra il segreto degli “altri”, perché vuole mantenere la sua posizione privilegiata.
Se me la metti così potrei dirti che (se non ricordo male) la versione red-Adelaide è l’unica che usa un linguaggio verbale mentre gli altri no, ma io questo particolare non l’ho interpretato come un foreshadowing, l’ho interpretata come una caraterizzazione/differenziazione del “villain” principale rispetto all’esercito di “sottoposti” (un po’ come i capi-zombi di Romero – Giorno degli zombi + Terra dei morti viventi – che sapevano fare qualcosa in più rispetto agli altri ma che non per questo “non erano più zombi” – spero di spiegarmi). L’unico ricordo che ho di lei versione “noi” che cambia voce è quando ammazza la versione “red”. Le altre movenze per me erano giustificate dal fatto che si era detto che aveva avuto un passato come ballerina. Il twist finale per me è inaccettabile a livello concettuale perché non è plausibile per il percorso di affermazione/difesa della protagonista. La tua interpretazione è legittima, ma per come ho interpretato io il film non è sufficiente e coerente per giustificare un ribaltamento teso, sempre a detta mia, esclusivamente a farti dire: “oh, cazzo!”, e non: “oh, cazzo, che gran signifcato metaforico”.
Capisco cosa intendi ma io nella doppia interpretazione di Lupita ci ho visto molte più cose di quelle che dici tu; ci sono un paio di momenti (per lei) di tensione estrema (in particolare quando sembra inevitabile che dovrà tornare su quella spiaggia e in quel luna park) durante i quali smette di esprimersi come Adelaide e grugnisce e ansima come Red, e in questo senso secondo me si spiega la sua scarsa voglia di tornare in quei luoghi: all’inizio ti viene da pensare che non voglia farlo perché da piccola è stata traumatizzata, man mano che il film procede ti viene il dubbio che non voglia tornarci per qualche altro motivo.
Io il ribaltamento l’ho visto proprio come un “sono riuscita a sfuggire a una condizione di merda e non esiste che ci torno, per questo non voglio avere più nulla a che fare con il prima”; più che altro è ironico e significativo che quello che lei (cioè Red cioè non-Adelaide) è riuscita a ottenere semplicemente mettendo le mani addosso alla sua sosia da bambina è esattamente quello che la sua sosia da bambina ha deciso di voler regalare a tutti i cloni (cioè, in sostanza, essere riconosciuti, guardati, presi in considerazione).
Di fatto è Una poltrona per due, o almeno fa gli stessi ragionamenti sulla questione natura vs. cultura.
Questo intervento è interessante, e ti ringrazio per averlo scritto, mi da su che riflettere. Ammetto però che, di base, è il significato della sequenza iniziale che ci distanzia. Per come è costruita, per come è inserita nel film, per come sottolinei il contesto (disastrato) della famiglia di Lupita-bambina, la reputo con un valore che dà al film una chiave di lettura di un certo tipo. Più che altro mi sono chiesto: perché prestare così tanta attenzione ai dettagli familiari (di disgregazione prima e di mantenimento poi), se alla fine tutto “andava in vacca” (passami la formula)? C’è troppa ambiguità gratuita nel twist finale (ma se lei è la sosia, i figli sono come “noi” o sono figli-sosia? Se sì, allora perché sono “normali”? Ma se i sosia sono stati creati dagli uomini, e in quanto sosia sono diversi, lo sono solo perché devono essere istruiti o perché, ontologicamente, sono sosia-zombi? Se sono sosia-zombi che devono imparare, e se accettiamo il twist, perché la bambina (che nella sequenza inziale parla) poi regredisce al punto di (quasi) disimparare il linguaggio? E’ un dare-avere? Se sì, di nuovo, il contesto quanto influisce? E perché? E come sarebbero nati i sosia? Troppi punti di domanda buttati là senza una risposta plausibile, e che non ci sia una risposta o un barlume di una risposta a me non fa dire: “wow, questo sì che è vago a tal punto da farmi riflettere in maniera universale”; uno sviluppo narrativo non giustificato fatico a vederlo diversamente da così, mi spiego). Ripeto, ho visto il film una sola volta. Forse quando lo rivedrò amalgamerò anche i tuoi spunti.
Aggiungo un punto al ragionamento, poi la smetto.
Terminata la visione mi sono venuti in mente, così, di colpo, due film molto diversi tra loro ma entrambi con un twist finale che ribaltava/allargava il senso di quanto mostrato: Il sesto senso e La donna che canta.
Il primo praticamente è un foreshadowing che giustifica la scoperta finale; il secondo aumenta il senso di “mostruosità” attorno all’interpretazione politica del film.
In entrambi i casi, seppur in maniera diversa, le anticipazioni erano calibrate distinguendo nettamente il senso di ciò si voleva anticipare da ciò che effettivamente veniva confermato.
Per quanto lo si scoprisse alla fine attraverso il twist, ricollegando le tessere del puzzle si capiva che ogni elemento era strutturato per poi avere la plausibilità di essere altro.
In sintesi: i registi hanno legittimato la natura dissimulata della storia facendoti capire che era tutto netto tra ciò che ti era stato presentato come vero e ciò che non lo era, anche se veniva dis-velato nel finale.
In Noi io questo non l’ho colto. Non ho colto una separazione precisa che legittimasse il twist finale. Il mondo dei “nostri” e quello dei “loro” non erano differenziati in maniera netta perché dissimulati, come vorrebbe far credere il finale. Era tutto chiaro e netto perché i due mondi erano due cose separate. La natura era precisa perché chiara, non distinta nella consapevolezza d’essere dissimulata.
So che è un intervento un po’ contorto. Spero ne sia chiaro il senso.
Sembra promettente, andrò a vederlo stasera e poi vediamo se torno qui a infiammare la sezione dei commenti rivolendo indignatamente i soldi indietro o tesserò le lodi del Kubrick Stanlio.
Sono costernato per l’off-topic sfacciato ma:
L’altro giorno ho visto Brutti e Cattivi con Santamaria e mi sono divertito un casino. Mi ha sorpreso che non sia stato coperto a suo tempo visto che ci sono scene supercalciabili ed è politicamente scorrettissimo (specialmente per quello che ti aspetteresti da una commedia italiana del 2019, ma anche in generale direi). Poi fa genuinamente ridere.
Plus: Marco “Ciro “”O’ Immortale”” Di Marzio” D’Amore irriconoscibile in un ruolo instant-cult.
Visto giovedì, l’ho trovato davvero ben girato e ben recitato ma il mio grosso dubbio è il finale che sinceramente mi ha un po sgonfiato il film.SPOILER forse sono io pirla ma il tirare fuori il governo che crea cloni che vivono nei tunnel della metro mi è sembrata una discreta forzatura che spiega malamente le esatte copie di tutta la cittadina e mi ha un po ammazzato il film