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Punti di Sutura #3: Possum

Mi chiamo Bongiorno Miike e sono l’anima sofferente dei 400calci. A me tocca il meglio del peggio, o il peggio del meglio a seconda che il capo supremo Nanni Cobretti sia di buono o cattivo umore. Siccome però l’umore del capo  supremo Nanni Cobretti è notoriamente imperscrutabile, non ho mai capito quale sia il meglio e quale il peggio. Quello che ho capito è che devo soffrire. Tanto.

SIGLA

 

Anamnesi

Ferita accidentale provocata da un impatto da corpo contundente e spigoloso. Tipo un volume del Mereghetti.

 

Punti di sutura richiesti

3 (tre) incrociati. E la chiudiamo qui.

 

1) Possum è un film fradicio.

Un film lurido, muffo, zuppo di liquame, poroso e fungino, unto e macilento come un paio di infradito di spugna abbandonate all’ingresso di un sottopasso stradale in provincia di Terni. Un film che vien giù a pezzi e non si tiene insieme nemmeno con la saliva cimurrosa. E sono serenissimo nello scrivere tutto questo, eh? Niente di personale. Infatti serenamente concepisco che un’opera tanto putrescente e trasudante velleità  possa trovare qualcuno che l’apprezzi. Anzi, pardon, dei connoisseurs che vedano in Possum una rinascita dell’horror psicologico europeo. Io so che ci sono. Non li giudico. Ma li biasimo.

Il ruffianissimo libercolo illustrato tracimato da Babadook. Gli venisse…

2) La sapete la storia che sta dietro alla nascita di Possum? No?

Benissimo mettetevi comodi che accendo l’aria condizionata. Lì c’è l’acqua tonica, qui il gin. Servitevi da soli.
Orbene.
Nell’era dei comici che si danno all’horror (Krasinski che fa A Quiet Place, Peele che fa Get Out e Us), Matthew Hollness, quello che ha creato la parodia dell’autore horror Garth Marenghi dice “Ma come? Io no? Che sono… Il figlio della schifosa?”.

Solo che lui non vuole fare un filmettino come quelli là, quelli degli americani. No, lui è BRI-TAN-NI-CO, è uno che ha fatto la parodia degli autori horror, è depositario di una cultura antica, è uno che è cresciuto con Shakespeare, con Beckett, con Tennessee Williams,  con il tè delle cinque, con la Regina Elisabetta, con la moquette nei bagni che anche le verruche vanno in giro con le ciabatte. Lui conosce tutti phrasal verbs. Lui ha cultura. Lui.

E quindi (direte voi miei piccoli lettori)?

E quindi il buon Hollness decide di ribaltare il tavolo e buttarsi nel cinema espressionistico tedesco. Letteralmente. Possum è un film che era stato concepito per essere girato in bianco e nero. Ed essere un film muto. Nel 2019. Un horror in bianco e nero. E muto. Io non so voi ma solo per questo io ho le mani caricate a coppini. Il problema del buon Matthew (che, a questo punto, sono sicuro che nell’intimità pretende di essere chiamato Matiëù con l’accento sulla U) pè che lui si sente tanto di essere il nuovo Robert Wiene.

In è al massimo il vecchio Professor Guidobaldo Maria Riccardelli.

CA-LI-GA-RI!

Tutto in questo film supplica attenzioni: i titoli di testa (tra i più velleitari che io abbia avuto la sfortuna di incontrare) che richiamano Bergman e Fassbinder, i grandi spazi e lunghi silenzi, la composizione dell’immagine da manualetto del cinema d’essai, il montaggio non lineare, il sottotesto dell’abuso sessuale… Peraltro, proprio sull’ultimo punto, si manifesta tutta l’essenza cedevole di questo regista di pura forma: il sottotesto abusante non ha mai il coraggio di mostrarsi in tutta la sua esplicita potenza traumatica. Rimane lì. Come la spolverata di tartufo sulla mortadella del discount giusto per fare “qualità”. Il labirinto in cui si perde la mente che viene devastata dall’abuso infantile, mi permetteranno, è qualcosa che qui finisce ad essere pura estetica e superficialità. Si vede l’impegno di raccontare una storia ma non c’è davvero il coraggio di volerla raccontare per come è.

 

La simmetria kubrickiana. La percepite la qualità?

Se c’è infatti una cosa che manca a Possum, tra le tante, è infatti il coraggio: il coraggio, in primis, di essere un film. Poi il coraggio di essere un film che racconta qualcosa. Possum è il trionfo del precotto, l’apologia dell’assemblaggio acritico, il campione di tutti i tradimenti artistici che ti guarda fisso negli occhi e ti ripete in maniera incessante, assillante e soffocante la trimurti Qualità – Citazione – Dettaglio. Non è un film, è un baracchino semovente dello street food biologico sui Navigli a Milano gestito da un quarantenne che indossa un beanie ad agosto e cerca di convincermi che il suo hamburger è fatto solo con manzi selezionatissimi che hanno deciso di donare il loro corpo all’alimentazione umana.

3) Tutti. Tutti. TUTTI. Tutti hanno una grande idea per un grande film. Ce l’ha il panettiere. Ce l’ha il copywriter. Ce l’ha l’avvocato. Ce l’ha il tuo dentista. Solitamente queste persone si limitano a coccolarsi questa loro clamorosa intuizione per tutta la vita come un dolce rimpianto da artisti incompresi portandola alla luce esclusivamente alla terza birra rossa della serata. O non appena scoprono che il tuo mestiere è vagamente connesso al mondo del cinema/della televisione/della scrittura/non del dentista. È a questo che servono i pitch: a scremare le idee buone dalle intuizioni carine senza perdere troppo tempo. Il pitch, di fatto, è il classico “raccontami la tua idea in 5 minuti”.

Ora, sapete qual è l’errore più comune che fanno tutte le persone che non hanno le basi della narrazione ma che pensano di avere avuto una grande idea per un film? È scambiare erroneamente una caratteristica peculiare del protagonista con la storia che si vuole raccontare.
“Oh, c’ho sta storia pazzesca di un tipo che se mangia il gelato si trasforma in gelato”.
“Allora… la storia è quella di questa famiglia in cui i bambini invecchiano e i genitori ringiovaniscono”.

“Dunque, c’è una casa dove abita uno che non può uscire se c’è il sole”
E via così.

Solitamente la grande consolazione è che i produttori, quelli seri, sanno benissimo la differenza che intercorre tra “c’è un burattino di legno animato a cui cresce il naso ogni volta che racconta una bugia” e “Pinocchio”.
Tutti i produttori? No, in uno sparuto angolo del mondo c’è ancora qualcuno pronto a investire dei soldi che di fronte a un ex comico con velleità registiche che in un pitch porta come idea  “C’è un orfano che va in giro con un burattino inquietante in una borsa”. Fine.  Perché Possum è questo: pura totale atmosfera fine a sé stessa per quattro quinti di pellicola. La storia non avanza (c’è una storia?), i conflitti interiori non vengono espressi e tutto si riduce a una riproposizione a tratti grottesca, a tratti pedissequa, molto spesso ridicola della saga di Linus che cerca di abbandonare la sua coperta.

Storyboard

Una inconsistenza di cui metà del cast, ovvero un bravissimo e impegnatissimo Sean Harris, è più che consapevole. Tanto è vero che spesso e volentieri lo si vede tremendamente impegnato a far percepire che c’è un senso in tutto quello che sta accadendo in scena. È uno sforzo meritorio quando gli riesce. Anche se, nella maggioranza del tempo, recita la parte di chi ha bevuto per errore del latte cagliato. Beato lui, ci verrebbe da dire.

“Secondo me andava buttato”

 

DVD-Quote suggerita
Come un paio di infradito di spugna abbandonate all’ingresso di un sottopasso stradale in provincia di Terni.

Bongiono Miike, i400calci.com

Imdb | Trailer

 

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11 Commenti

  1. Vincenzo Schifo

    Voglio il film su quello che mangia il gelato e diventa un gelato.

  2. Past

    possum?

    non possum…

  3. Ang Lì

    Visto tempo fa. Non mi è dispiaciuto, in realtà. Io credo che, nella misura in cui funziona, lo fa proprio perché decide di non raccontare ma di lasciare all’interpretazione. Stiamo parlando di un film dove un burattino straordinariamente simile a un ragno non lascia mai un protagonista depresso che passa il 70% del film a tentare di sbarazzarsene. Cioè, è una roba che urla _metafora_ da ogni fotogramma, se alla fine allo sceneggiatore venisse l’uzzolo di sciogliere l’ambiguità e spiegare la metafora verrebbe giù tutto come un castello di carte. La forze della pellicola sta nella capacità espressiva delle immagini, nell’inquietudine che trasmette quel cazzo di coso che sbuca fuori da ogni angolo nelle pose più grottesche. Ora son tutti bravi a criticare, ma sfido chiunque a rincasare di notte e trovarlo assiso nella penombra senza avere un infarto. E ve lo dice uno per il quale la roba che si regge tutta sull’estetica tipo Neon Demon costituisce ampia giustificazione per la restaurazione del Minculpop.

    • Cicciput

      Quoto. E quoto anche la recensione, in realtà. Non si capisce granché, è un grosso metaforone, ha due idee in croce, è girato bene ma di quel bene perfettino che fa venire un po’ i nervi, lascia insoddisfatti. Però inquieta, non poco, e quindi in automatico per me è un ottimo film horror. Meglio questo, con tutti i suoi vistosi difetti e le poracciate sparse (non nella forma, tra parentesi il pupazzo è uguale a un npc di Bloodborne ed è una ficata), piuttosto che i centomila film di possessioni del dimonio tutti uguali che sono usciti negli ultimi trent’anni, per dire.

      PS non vedo più i nomi di chi commenta, sono il solo?

    • personalmente ho visto un film che non stava insieme. Fatto solamente di atmosfera. Con una metafora tanto banale quanto inutile. Poi benissimo il pupazzone che fa paura ma allora non è un film. È un poster.

  4. Puffo Quattrocchi

    Tennessee Williams però non è inglese.

    • Aveva discendenze inglesi

    • Ang Lì

      Casomai ascendenze. Un tratto in comune con molti americani. Ah, poi volendo fare la punta al cazzo Beckett era irlandese e ha lavorato per lo più in francese a partire dai 40 anni, cioè per la stragrande maggioranza della sua carriera. Nulla di ciò comunque inficia il punto principale della recensione, che – se ho ben compreso – è che il film non ti è piaciuto tantissimo.

  5. dirty harryhausen

    spero almeno che Like a possum sia in colonna sonora
    https://www.youtube.com/watch?v=be-5g93qvQc

  6. blair wich premier

    /summon cicciolina: recensite hagazussa edddddai!

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