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Re-enter the Dragon: Warrior, una serie da un’idea di Bruce Lee

Fra qualche settimana arriverà finalmente anche in Italia C’era una volta a… Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino (il penultimo della sua carriera? Boh, secondo me ci trolla, come sempre), e avremo tutti delle fortissime opinioni sulla scena in cui Brad Pitt fa a pugni con Bruce Lee (non è uno spoiler: era nel teaser trailer!). O magari no, chi lo sa? Nel frattempo, però, ha fortissime opinioni Shannon Lee, la figlia di Bruce, che, come forse avrete letto, non ha gradito affatto quella sequenza, e quando Tarantino ha difeso le sue scelte, ha ribattuto con un «è meglio che ti stai zitto». Nessuno dovrebbe sorprendersi, io credo: Shannon Lee di lavoro fa la “protettrice della memoria di Bruce Lee”. Mettere la nota vocale a piè pagina per ricordare «guardate che mio padre non avrebbe mai fatto una cosa del genere» è un po’ un suo obbligo contrattuale, metti che poi qualcuno vede un film di Quentin Tarantino e pensa che è tutto vero, tipo il finale di Inglourious Basterds (voi ridete, ma sono ragionevolmente sicura che è successo).

Tanto più che nel frattempo, per proteggere e omaggiare la memoria di suo padre Shannon Lee ha comunque fatto delle cose, non se n’è stata con le mani in mano seduta sulle royalties. Per esempio ha prodotto Warrior, che non è uno dei molti film che si intitolano Warrior, ma una serie tv. In primavera è andata in onda in Usa su Cinemax, in Italia l’hanno piazzata in piena estate su Sky Atlantic, e magari vi è sfuggita, quindi eccoci qui, a parlare eccezionalmente, sui 400 calci, di una serie tv, rigorosamente da combattimento. Ovviamente: sigla!

La leggenda, per come la raccontano la famiglia Lee e tutto l’entourage della serie, è questa: è fine anni 60 e Bruce Lee – che è diventato celebre facendo Kato, la spalla del Calabrone verde nell’omonimo telefilm (è così infatti che lo chiama Brad Pitt in Once Upon a Time… in Hollywood), ma ora The Green Hornet è finita e lui non trova ruoli – ha un’idea per una serie tv. L’idea – semplice, geniale, d’impatto, presto prenditi subito tutti i miei soldi – è: western + kung fu. Non è solo una di quelle cose un po’ vaghe ma anche un po’ aleatorie, come l’origin story di Miami Vice, che sarebbe nata da un tovagliolo sporco con su scritto a biro “MTV cops”. Bruce ci aveva pensato bene. In un mondo contemporaneo (più o meno) civilizzato, nessuno si sfida davvero a combattimenti d’arti marziali per strada (purtroppo, diciamolo). I criminali (e gli americani in genere) si sparano, che è più comodo, e d’altronde, nella stragrande maggioranza dei casi, real life fighting is awkward. Invece, frugando nel passato e trovando il periodo storico giusto, ci può stare. E il periodo storico giusto, quello in cui Lee rintraccia la possibilità di unire la sua doppia discendenza americana e hongkonghese, è la San Francisco di fine Ottocento: che è a tutti gli effetti Far West, anzi è il più West possibile, ed è stata protagonista di una massiccia immigrazione dalla Cina e teatro delle violentissime Tong Wars, combattute corpo a corpo prevalentemente a colpi di accette nei vicoli di Chinatown. E dunque Bruce Lee scrive un soggetto, un lungo trattamento e pagine di schizzi e appunti per pitchare a Warner e Paramount la storia di Ah Sahm (che avrebbe naturalmente interpretato lui), un immigrato cinese con nonno americano che sbarca a San Francisco per cercare la sorella perduta e si trova coinvolto negli scontri tra clan. La famiglia Lee dichiara che Warner e Paramount non vollero realizzare lo show perché sarebbe stato inconcepibile, nella tv di allora, avere un protagonista asiatico, e che trasformarono il progetto in Kung Fu, la serie con David Carradine (che è il motivo per cui Carradine sarà poi Bill in Kill Bill: cerchi che si chiudono a destra e a manca). Paramount e Warner ribattono che il problema di avere Bruce come protagonista non era tanto di etnia quanto di accento troppo marcato, e che comunque Kung Fu già era in lavorazione indipendentemente dal pitch di Lee. La verità è probabilmente un misto tra le due versioni, e comunque nessuno la ammetterà mai.

E dunque: questo trattamento, che s’intitolava The Warrior, diventa una di quelle leggende appartenenti al folklore hollywoodiano e in particolare al mito di Bruce Lee, finché Shannon non lo ritrova tra i vari documenti del padre e finché il nostro amico Justin Lin, che ne è a conoscenza come tutti, non le chiede di leggerlo, rimanendone impressionato e urlando FACCIAMOLO IERI. Ci vogliono ancora un po’ di anni, ma alla fine la macchina produttiva si mette in moto: per fare l’autore e showrunner prendono Jonathan Tropper, che è uno dei co-creatori di Banshee, una serie dove si menava talmente bene che era stata recensita perfino sui 400 calci (e da uno che si chiama Tarantino: coincidenze? Io non credo), e la rete che produce è la stessa di quella serie, l’adrenalinica e testosteronica Cinemax. Nel 2019, 40 anni dopo il suo originale concepimento, Warrior arriva miracolosamente sui nostri piccoli schermi.

arriva tipo così

Chiariamolo subito: Warrior non è, con tutta probabilità, la serie che aveva in mente Bruce Lee. Non perché sia un tradimento delle sue intenzioni, ma perché la televisione, e la serialità televisiva, tra gli anni 60 e il 2019 sono cambiate completamente. È ironico, ma per farsi un’idea di com’era la tv nel 1969 un buon metodo è guardare proprio C’era una volta a… Hollywood (scusate, non è colpa mia se continua a saltar fuori), che è in larga parte ambientato in quel mondo e su quei set. Oggi la serialità è diventata adulta e complessa: i budget si sono alzati (anche se non sono mai alti come un blockbuster cinematografico: no, neanche quelli di Game of Thrones), il pubblico è più consapevole, la Critica con la C maiuscola l’affronta come una cosa seria, la scrittura si è raffinata, i personaggi sono diventati “tridimensionali”, hanno “un’evoluzione e un approfondimento psicologico”, il contesto dev’essere verosimile e possibilmente parlare all’attualità, e lunghi archi narrativi orizzontali sono di gran lunga preferibili alle trame di puntata verticali. E poi Cinemax, nello specifico, è una rete via cavo per cui si paga un abbonamento, quindi: sangue, violenza e tette sono inclusi nel pacchetto (non li avreste visti su nessun canale negli anni 60).

pugni

Com’è dunque Warrior? Per certi versi, è una serie tv vecchio stile. Non vecchio “anni 60”, però, ma vecchio “prima che arrivassero lo streaming e il binge watching e ogni serie tv fosse costretta a trasformarsi in un film lungo”. Warrior è una serie-serie: le interessa prima di tutto creare un mondo, popolarlo di personaggi interessanti e ben definiti, e poi farli muovere, possibilmente a lungo, possibilmente per tutte le stagioni che il network deciderà di ordinare, anno dopo anno, finché si esauriranno pubblico e/o idee. I personaggi, inizialmente, sono più che altro funzioni narrative: Ah Sahm è l’antieroe tormentato, è un guerriero solo in potenza, perché ha il talento e le abilità, ma non ancora la testa. Sbarca a San Francisco e subito fa a botte con i primi irlandesi che gli capitano a tiro, e così finisce venduto al reclutato nel clan Hop Wei, dove farà amicizia con Young Jun, il figlio del boss testa calda e super sbruffone. È la San Francisco di fine Ottocento, quindi c’è ovviamente un bordello cinese immerso nei fumi dell’oppio, guidato con intraprendenza dalla bella e determinata Ah Toy, che nasconde più di un segreto (avete capito che qui è il luogo in cui maggiormente si espleteranno le necessarie quote “tette” e “sesso”). La sorella di Ah Sahm, quella per cui lui ha attraversato l’Oceano, è diventata la spietata concubina del boss del clan rivale degli Hop Wei, e come luogotenente ha quello spettacolo vivente che è Joe Taslim. Ci sono anche alcuni caucasici: gli irlandesi sono l’altro principale gruppo di abitanti della città, fino a poco tempo fa erano la forza lavoro a basso costo, ma ora vengono rimpiazzati da una nuova forza lavoro – i cinesi – ancor più a basso costo, e come quasi sempre accade in questi casi se la prendono con gli immigrati anziché col capitalismo. Il poliziotto corrotto Big Bill viene assegnato suo malgrado a pattugliare le strade di Chinatown, e ad accompagnarlo c’è l’ultimo arrivato Richard Lee, che è un ex soldato sudista eppure è incredibilmente l’unico sbirro (l’unico uomo?) non razzista di tutta la città. C’è il minaccioso capoccia della mafia irlandese destinato a diventare il vero villain della storia, c’è il sindaco imbelle e manipolabile sposato a una giovane donna caparbia, Penelope, che ovviamente non lo ama e che – figurarsi – avrà una love story alla Romeo e Giulietta proprio con Ah Sahm.

joe taslim = <3

Capite che l’originalità dei personaggi qui non è il punto, anzi: il punto sta proprio nell’appoggiarsi ai loro caratteri tipici da feuilleton, racconto pulp d’appendice, dime novel, scegliete voi. Mi auguro, certo, che nel prosieguo della serie (già rinnovata per una seconda stagione) assumano un po’ più di spessore e si stacchino dai tipi caratteriali standard su cui sono costruiti, ma è anche vero che a Warrior, evidentemente, non interessa essere un raffinato e realistico dramma storico che indaghi l’insondabile universalità dell’animo umano, non è Mad Men, e non è nemmeno The Terror (ah, The Terror consigliatissimo, tra l’altro, quanto meno la prima stagione, ché la seconda non l’ho ancora iniziata).

A Warrior interessa in primo luogo essere una serie tv di menare, e in secondo luogo una serie tv di menare con stile. La ricostruzione storica c’è, è fatta molto bene su set ricchi e dettagliatissimi (hanno girato in Sudafrica e hanno costruito scenografie versatili, che potessero essere facilmente riutilizzate per scene diverse, così da aggirare i limiti di budget), ma è generalmente più simile a quella stilizzata ed evocativa che si farebbe in un bel fumetto, punta tutto sul creare l’atmosfera giusta, piena di suggestioni romanzesche avventurose, e ci riesce. E poi, soprattutto, ci sono le ottime e frequenti scene di combattimento, coreografate con occhio amorevole e rispettoso a Bruce Lee stesso: Tropper, dice, ha un’esperienza venticinquennale nelle arti marziali, e ne ha approfittato per riempire la serie di omaggi, più o meno evidenti. Andrew Koji non è Bruce Lee manco per il cazzo, ma sono tutti abbastanza svegli da non pensarci nemmeno a tentare un’imitazione, ma a lavorare se mai di piccole citazioni costruendo un personaggio nuovo. È il percorso di Ah Sahm, che scende dalla nave fin troppo consapevole delle proprie abilità e con una spavalderia sfacciata che finirà per ritorcerglisi contro, a ricalcare secondo gli autori l’evoluzione dello stile di Lee, dall’iniziale Wing Chun appreso in patria a un combattimento più “da strada” fino alla sintesi del Jeet Kune Do. Ma in generale, sostengono Tropper e la folta truppa di coreografi e stuntmen, in tutta la serie c’è una grande attenzione a creare combattimenti allo stesso tempo spettacolari e realistici, conferendo a ogni personaggio uno stile di lotta personale e sensato, e a filmare il tutto come si deve, senza tagli di montaggio epilettici o camere mosse o controfigure dolorosamente evidenti (sì, Iron Fist, ce l’ho con te: non ti hanno cancellata abbastanza in fretta). Ed è vero: dal combattimento in cella del terzo episodio a quello su un “ring” del nono, passando per le risse in strada e pure per i ben più prosaici pugni degli irlandesi, per non parlare del quinto episodio stand alone ambientato nel deserto e in un saloon e innaffiato di spirito spaghetti western, l’azione di Warrior è un’escalation abbastanza esaltante che lascia con l’acquolina in bocca per la seconda stagione.

amorevoli omaggi

Insomma: l’ambientazione e l’estetica tra Gangs of New York e Peaky Blinders e le botte sincere e ben coreografate perseguono (e per quanto mi riguarda raggiungono) il doppio obiettivo dell’intrattenimento puro e dello swag così essenziale al fascino di Bruce Lee. Ci sono margini di miglioramento in Warrior, sì, sotto svariati aspetti, dai riferimenti politici all’attualità sacrosanti ma un po’ troppo gridati ad alcuni personaggi ancora eccessivamente macchiettistici (e altri sottoutilizzati, tipo il misterioso e ambizioso Wang Chao), ma ecco: ho proprio voglia di vederli, questi miglioramenti. E quindi aspetto con una certa impazienza la seconda stagione.

Dvd quote suggerita: «Il furore della Cina colpisce anche quarant’anni dopo» Xena Rowland, i400calci.com

Trailer | IMDb

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28 Commenti

  1. Bradlice Cooper

    Maledetta pigrizia indotta da Netflix. Volevo vedere Warrior, ma mi sono accontentato di The Wu Assassin.

    • Io sono nato nel 73 e bruc lee era un mito allora come oggi sono passati 63 anni dalla sua morte ma il suo ricordo vive dentro di noi, lui era più che un maestro di Kung fu la sua memoria va onorata e nessuno si dovrebbe permettere di gettare fango con le sue falsità sul nome di Bruce Lee chi rispetta la sua memoria non condividerà affatto come Sharnnon lee

    • Zavits

      “…sono passati 63 anni dalla sua morte…” facciamo 46, va, che già mi sono sentito abbastanza vecchio con la recensione precedente sui Banana Splits…

  2. GGJJ

    Ho visto la serie e sono totalmente d’accordo su tutto. Tra l’altro, sinceramente, Andrew Koji è meno cane come attore di quel che avrei potuto pensare. E se è vero che i personaggi sono tutti da fumetto, è anche vero, come è stato scritto, che sono da fumetto ATTUALE, cioè un pochino più complessi ed in “grigio” di quello che sarebbero stati tempo fa. Cioè, alla fine il protagonista entra cmq a far parte di una “tong”, e quando è libero dai problemi suoi non si fa mica scrupoli a partecipare all’omicidio di sgherri della tong rivale con conseguente incendio del carico di oppio. Anche il personaggio del “corrotto” Big Bill mi piace, è ricco di sfumature. Valga il dialogo con Richard Lee (sono riusciti a dare IL NOME anche ad un ariano :D), che gli dice di essere del sud, ma assolutamente antischiavista: “Non importa quello che pensi tu. La schiavitù è cmq quello a cui tu e la tua famiglia dovete la prosperità, e questo non potrà cancellarlo nessuno”. Forse meno adrenalinica di Banshee ma più curata in generale.

    Insomma, m’è piaciuta. :D

  3. The Mat(Bat)

    Mi interessa parecchio e avevo già letto un paio di commenti positivi (adesso si tratta di recuperarla). Purtroppo Wu Assassins non mi ha proprio preso e al quinto episodio ero già abbastanza annoiato…

  4. Parere personalissimo sarebbe stata un ottima graphic novel visto che mi pare girata come tale.
    Simpatico rivedere Tom Weston-Jones in un ruolo simile a quello di Copper (che mi era piaciuta molto) e che tra l’atro come serie un pò Warrior attinge.
    Vero Koji meno cane di quanto mi aspettassi ma per me il ruolo doveva essere affidato a Joe Taslim che, sempre parere personalissimo, ha un carisma ed una presenza scenica nettamente superiore a TUTTI.
    Piccola postilla: Adoro Iko Kuwais, provo enorme simpatia per Byron Mann ma Wu Assassin mi ha deluso alquanto.

  5. Rocco Alano

    Boh, Banshee non mi aveva preso. Belli gli scontri, ma dei personaggi non ti fregava un cazzo di niente alla fine

  6. Raimondo Vinello

    Wu assassin dopo 12 minuti ho staccato
    Banshee era una bomba termonucleareglobale
    Questa è più alla : prima ti impisello poi un paio di manate le tiro
    Comunque è un gradevole passatempo

  7. @nicolamadrulz

    Unico difetto…10 puntate sono volate via troppo in fretta!
    Comunque non un capolavoro ma è quello che mi piace vedere in una serie tv leggere e “calcista”.
    Onestamente non vedo l’ora di vedere la seconda serie, anche perché dopo una particolare frase dell’ultima puntata ho molte aspettative sul personaggio di Chao (il culattone haker in Banshee per capirci).
    Poi adoro tutto quello che tira fuori la Cinemax perché mi ha regalato Banshee e Strike Back (ed ancora mi chiedo perché su i400calci nessuno dei redattori abbia mai fatto uno speciale sulla sezione 20 e i suoi membri che si sono alternati nelle varie serie, essendo per me il “telefilm calcista per eccellenza”, pur con le poverate e ingenuità che si trovano nelle puntate).

    • Ariadne Jones

      Grazie, grazie, GRAZIE per aver citato Strike Back. Scott e Stonebridge sempre nel cuore.

    • @nicomadrulz

      Ma spezzo una lancia anche in favore del nuovo team che oltre i sergenti Wyatt e McAllister (anche se fisicamente son 2 nani paragonati alla prestanza di Scott e Stonebridge) annovera per la quota rosa quello spettacolo del caporale Novin (https://pbs.twimg.com/media/D20hDa7UwAYCq-b.jpg ed io la tengo d’occhio Alin Sumarwata perché oltre essermi innamorato spero di vederla in qualche produzione action hollywoodiana di rispetto!) oltre la topona russa capitano Zarkova.

  8. Vista su sky a due puntate alla volta nel corso di quest’estate: uno stillicidio!
    Serie che ho apprezzato assai, anche perché nello stesso periodo ho iniziato a giocare a red dead redemption 2, ambientato più o meno nello stesso periodo ma su tutt’altra costa.
    Risultato: la serie l’ho ormai finita (sto compensando con un rewatch integrale di banshee; integrale perché per ragioni di tempo negli ultimi anni mi accontentavo di rivedere il folgorante pilot di tanto in tanto), mentre in rdr2 ho superato di poco il 50% di completamento ^_^”

    In ogni modo, serie consigliatissima ed una delle poche che io abbia visto in cui un “bottle episode” come quello con il viaggio nel deserto risulti tanto efficace e coinvolgente da permettere alla serie di rimanere convincente anche qualora quella fosse la sua anima e non solo un divertissement!

    Nathan

  9. Serie curatissima con buone coreografie ad eccezione di qualche combattimento raffazzonato. Purtroppo, quando non si menano parte il deficit dell’attenzione.
    Molto al di sotto di Strikeback (Diplomacy is overrated), e anni luce da “Banshee”.
    http://www.sarascrive.com/welcome-banshee-recensione/

  10. Hm. Se.
    Custode della memoria, come no.
    Diciamo che difende i suoi interessi, visto che l’unico bene di proprieta’ redditizio lasciatole dal padre e’ il nome stesso, e tutto quanto vi e’ legato ad esso.
    E’ pur vero che il nome di Bruce Lee e’ stato usato spesso a sproposito, e praticamente da chiunque.
    Ma non mi pare certo il caso di essere cosi’ intransigenti.
    Senza contare che Quentin e’ da sempre fan dichiarato di Bruce, e il suo lo vedo come un sentito ed affettuoso omaggio.
    Insomma, ricordo ancora quando diceva che lo avrebbe tanto voluto in Kill Bill, se fosse stato ancora vivo…

  11. Franchi simone,artista marziale

    L’ho visto! Mi é,piaciuto tanto! E spero nel proseguo….

  12. Quindi in quanto a educazione e rispetto direi che sono a posto. Tu molto meno.

    • Sorry, doppio commento.

    • Alessandro si intrufola con rispetto tra Lavits e VandalSavage

      Se mi posso permettere, non è necessariamente sgradevole avere link esterni, così abbiamo più roba da leggere! Ciò che secondo me rende glorioso questo blog è che non è un supponente lago, ma un golfo che scambia le sue acque con l’oceano, un porto per mille navi, un cuore pulsante di arte, filosofia, convivio, modernità, insomma tutto ciò che tocca l’uomo e la sua cultura, un crocevia di tante cose… e finché l’offtopic non è cafone e conclamato, credo arricchisca più che distrarre. Aggiungi poi che il link parla proprio di cose a tema, non mi stupisco che Nanni abbia dato il suo consenso, il boss è di vedute molto ampie.

    • Alessandro si scusa da morire per aver sbagliato il nickname di Zavits

      Zavits non Lavits. Scusa fratello.

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