Crea sito

Io vi troverò un elefante e una bambina. La recensione di Furie

È un film in cui succedono cose

Quando sono molto triste faccio una cosa che funziona quasi sempre: guardo i fuochi d’artificio. Quando nemmeno quello funziona, attingo alla saggezza dei maestri più illuminati. Mi metto a ripensare, con stima e affetto immutati, a The Protector – La legge del Muay Thai. Ma non al celebre pianosequenza, né alla scena spaccaossa o a chissà quali altri prodigi di menare. Mi concentro piuttosto su Tony Jaa che abbaia qualche variazione sul tema di “Dov’è il mio elefante?”, ”Datemi il mio elefante!” o ”Rivoglio il mio elefante” e immagino la risatina da scolaretta di Ron Swanson. Mi fa stare molto meglio. Purtroppo non funziona con Furie, un film che Netflix ha scoperto, insieme alla definizione di “diaforesi”, in un suo recente viaggio in Vietnam. E che in buona sostanza é una solida variante sul tema di The Protector, ma con il regista Lê Văn Kiệt che si ingobbisce tutto serioso e decide di sostituire gli elefanti con l’unica figlioletta di una madre single. In più alla mamma con i pugni in faccia nelle mani, la bimbina gliela rapiscono per un riattamento a scopo vendita organi. Che son cose su cui davvero non si dovrebbe ridacchiare. Sigla!

Cartoline con su scritto “Saluti dal Vietnam!”

Il ministero del turismo vietnamita e la pro loco della municipalità di Cần Thơ sono lieti di presentare il rustico villaggio di pescatori da cartolina sulle rive del fiume Hậu: foreste di bambù, palafitte in legno, il mercato con le spezie, niente gas, luce o acqua corrente. Un angolo di vita antica e tradizionale che non si fa mancare alcuni lussi della modernità come le motorette che sfrecciano sul lungofiume, i minivan che ti portano alla metropoli, la riscossione crediti a botte di stinchi rotti. Hai Phượng è una delle persone deputate a scassare le tibie dei contadini che non riescono a saldare i debiti con l’usuraia locale, un fiorellino che così profumato non lo si vedeva dai tempi della signorina Trinciabue. Hai fa brutto ai poveracci per due motivi: per garantire alla figlioletta Mai, di cui si occupa da sola, un futuro migliore del suo; e perché lo ritiene l’unico comportamento plausibile per la categoria di persone a cui dice di appartenere, quella dell’immondizia che ha sbagliato, fallito, tradito la famiglia e non ha mai avuto il coraggio di chiedere scusa, espiare le proprie colpe e tornare sui propri passi. Succede che il precario idillio rurale venga smantellato da un manipolo di bruti, a cui viene la pessima idea di rapire Mai e portarla a Saigon – nel film scelgono di chiamarla così, un caro saluto e una sonora pernacchia agli amici del partito comunista di Ho Chi Minh City – dove progettano di sottoporla, lei e un sacco d’altri bambini, a cose sgradevoli. Alla mamma tigre si chiude all’istante la vena Liam Neeson, e parte all’inseguimento.

Lei è la Gina Carano vietnamita e ne sa a pacchi

Ma seriamente. Cos’è che gli vuoi dire a un film tipo Furie? Puoi chiedergli come si pronuncia il suo titolo, quello sì. Furie i cavalli del West? Furie, furie, furie di tuttu l’annu? La erre va ammosciata in memoria del dominio coloniale francese? Va arrotata per sbeffeggiare la tentata invasione americana? Chissà. Ma per il resto non puoi mica dirgli tanto altro a un film tipo Furie. Che è onesto e trasparente sin dalle sue prime scene, e quindi si fa largo a calci in bocca fino a una conclusione prevedibile e dovuta senza slealtà nei confronti dello spettatore. È un film che non fa mai finta di essere quello che non è. Un film di menare furbo, che parte da un presupposto netto – non so come si dica “Facciamo Io vi troverò alla maniera di The Protector e ci mettiamo una mamma come protagonista” in vietnamita, ma è quello – con al timone ottimi artigiani dell’action di qualità, a partire dalla regia e senza tralasciare fotografia, coreografie, montaggio e scelta delle location. Il trucco funziona molto meglio se hai come protagonista Veronica Ngo, una di noi che magari vi ricordate nel sequel del 2016 di La tigre e il dragone, o forse l’avete vista in Bright, mentre alcuni ce l’hanno presente per il minuscolo ruolo in Star Wars – Gli ultimi Jedi nei brevi panni della sorella maggiore di Rose. Comunque una super ganza che era già stata co-protagonista di The Rebel, un film piuttosto bello e piuttosto calciante che nel 2007 ha ridato ossigeno al boccheggiante cinema di genere vietnamita. Ngo si porta sulle spalle fisicamente ed emotivamente un film che ha un soggetto e una forma ben definiti, ma che è stato sceneggiato venti minuti prima dell’inizio delle riprese da uno che poi è finito in un programma protezione testimoni, ha chiesto di essere rimosso dalla pagina dei crediti di Imdb e nei titoli di coda del film stesso ha deciso di farsi chiamare A Type Machine.

È un piacere conoscerla signor Machine

E alla fine Furie è quel film lì, uno di quelli che suscita interesse con una premessa universalmente vendibile – mamma che sa picchiare causa passato losco va su tutte le furie, ohohoh, quando le rapiscono la figlia – e che formalmente non delude le aspettative di fomento, anche grazie alle facce e ai toni giusti. Ma è anche quel film che fra un combattimento all’altro arranca su dialoghi vaghi, scaglia sentenze in cerca della DVD quote giusta (“Ogni sacrificio è doloroso. Importa ciò per cui ci sacrifichiamo” o “Puoi imparare a essere un’eroina. Ma devi accettare il dolore, e non arrenderti mai”) e si assicura di mantenere viva l’attenzione degli spettatori meno concentrati nei due modi più stupidi: tappeto costante di musica generica drammatico-tensiva e flashback desaturati, se serve anche di cose che sono successe dieci minuti prima. Però sai cosa alla fine. Anche chi se ne frega.

DVD quote:
«Quando si menano le mani così, anche chi se ne frega»
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

10 Commenti

  1. Massimo Mantovani

    Anche “Clash” è un grande film di Veronica Ngo.

  2. Raimondo Vinello

    Visto su Netflix , film dove si meno un pochetto ma manco tanto.
    Film da mandibola a terra e occhi strabuzzati fuori , per il suo infinito menare d’ignoranza è The Night Comes for Us .
    Da The Raid tù che non vedevo roba simile

  3. Carpenberg

    Cercando A Type Machine su IMDB viene fuori che ha scritto pure questo, che però per me ha troppe EFFE e non riesco a pronunciarlo: https://www.imdb.com/title/tt5232488/
    :(

  4. GGJJ

    Però se alla fine è onesto che gli vuoi dire? Cioè uno non è che vede un film del genere per la sceneggiatura sagace o per l’approfondimento psicologico dei personaggi, lo vede per gustarsi un sacco di botte date da qualcuno/a che le sa dare in una location particolare e poco conosciuta. Mi pare che questo il film lo offra, no?

    The night comes for us filmone, ma come dice avdf, già recensito.

  5. Dottor Polemicus

    Sì ma una volta una recensione del genere sarebbe stata 90% analisi mazzate, 10% fuffa (sceneggiatura, personaggi, produzione, cazzi e mazzi dell’autore), mentre ora è il contrario.
    L’hipsteria ha finalmente preso il sopravvento

  6. Ma davvero vogliamo discutere della sceneggiatura (essenziale e funzionale alla storia), quando in giro (soprattutto su Netflix, ma anche nelle sale) c’è lammerda? Sono l’unico al quale la recitazione, soprattutto della protagonista e della bambina/elefante è parsa due spanne sopra la media? I dialoghi, poi, pur farciti di luoghi comuni, chissà come suonavano nella lingua originale e chi li ha tradotti.

  7. ciacci 'nguyen

    veronica ngo che tral’altro ricordiamo ha “recitato”, uhm ..no. .. ha “tirato calci in fazza come non ci fosse un domani” nel bellisssimo capolavoro Dòng máu anh hùng dandosi il cambio calcistico col comprimare johnny tri ‘nguyen contro un dustin ‘nguyen di jump street 21 al soldo degli occupanti francesi insieme ad un fracco di altri attori viet bravissimi di tutto rispetto dei quali non ricordo il nome ma solo il cognome : ‘nguyen. Un caposaldo del cinema di menare che ancora ricordo scena x scena…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.