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Stranger scarier darker regazzini: la rece di Scary Stories to Tell in the Dark

Sì, lo so cosa state per dire: basta, basta, basta regazzini in bicicletta che corrono su strade impolverate di nostalgia a risolvere misteri misteriosi. È il motivo per cui in un sacco di negozi di chitarre c’è il divieto di suonare Stairway to Heaven: capolavoro l’originale, bellissimo ascoltare uno bravo che la suona bene, ma sentire ogni giorno un vago strimpellio stonato che c’assomiglia, anche se a produrlo sono principianti simpatici e volenterosi, diventa in fretta uno strazio. E Scary Stories to Tell in the Dark comincia proprio così, nella solita città di provincia americana, in un passato intriso di luce malinconica, auto d’epoca e regazzini in bicicletta, la sera di Halloween che si avvicina e, avendo letto anche solo il titolo prima di iniziare la visione, s’immagina facile dove stiamo andando a parare.

Eppure.

La nostalgia in realtà ce la mettiamo noi, come riflesso condizionato, perché gli ultimi – boh? Dieci? Di più? Donnie Darko lo consideriamo? – anni di produzione cinematografica-seriale-pop ci hanno abituati così, ragazzini in bicicletta + avventure sci-fi/horror = nostalgia anni 80, ma in realtà in Scary Stories to Tell in the Dark di nostalgia non ce n’è davvero un granché – e poi comunque è ambientato nel 1968. I regazzini ci sono perché è un film per regazzini – che non gli impedisce di essere apprezzato dagli adulti, ovviamente, ma il target principale è chiaramente pre e prima adolescenza (non gente di mezza età che rimpiange la giovinezza perduta e cerca di riviverla su piccolo e grande schermo), infatti in Usa è stato classificato PG-13. Fun fact: riesce a infilare diverse belle sequenze più tese e paurose di tanti horrorini standard che promettono mega spaventi e che escono senza alcun divieto, a dimostrazione che sì, se c’impegniamo e ci crediamo tutti insieme, un altro horror è possibile. È, insomma, un “semplice” film per regazzini ambientato nel 1968, per una ragione ben precisa, su cui torniamo più avanti. È un film che probabilmente se fosse uscito quando ero io regazzina, avrei adorato, videoregistrato, rivisto molte volte, consumato la cassetta. È un capolavoro? No. Innova il genere? Non direi proprio. È un bel film fatto bene? Sì, cazzo, una volta tanto, per quanto mi riguarda, è un bel film fatto bene. Sigla!

Scary Stories to Tell in the Dark è tratto da una trilogia di libri per ragazzi, ma occhio, anche qui, a non farvi cogliere dal pregiudizio automatico: non si tratta di una saga young adult con sospiri angst, dolori di crescita e triangoli amorosi interspecie. Bensì di raccolte (da Alvin Schwartz) di racconti paurosi, brevi, brevissimi, quasi sempre di una o due pagine: storie pescate dal folklore americano, quelle che i padri pellegrini e gli esploratori della Frontiera si raccontavano attorno al fuoco nelle gelide notti di allegra colonizzazione (lo specifica anche l’introduzione del primo libro), e che i ragazzi hanno continuato generazione dopo generazione a raccontarsi al campeggio arrostendo marshmallow o durante i pigiama party, aggiungendovi man mano nuove inquietanti leggende metropolitane. A fare la fortuna dei tre volumi è stata sicuramente anche l’ostilità riservata dalle solite organizzazioni di genitori preoccupati, che hanno cercato (e in alcuni casi cercano tuttora) di farli bandire da librerie e biblioteche. E oltre alle storie – grandi classici, molte delle quali abbiamo già sentite cento volte, anche senza sapere bene da chi – sono efficacissimi i disegni di Stephen Gammell, in bianco e nero, che sembrano insinuarsi tra le pagine proprio come i fantasmi e i mostri vari di cui si racconta.

un rassicurante libro per bambini

E infatti il nostro amicone Guillermo Del Toro, produttore del film, è chiaramente affezionato soprattutto a quelle immagini, capisce che possono, anzi, devono essere punti fermi anche nella versione cinematografica. Versione che il nostro Guillermone avrebbe anche dovuto dirigere, ma che infine ha affidato al norvegese André Øvredal, ottima scelta, considerato anche che il film con cui s’è fatto conoscere dal mondo è un horror finto found footage ispirato al folklore della sua terra d’origine. Guillermo e André, come tanti di noi, hanno una sana passione per gli effetti speciali artigianali, sanno che la sensazione di tangibilità che può darti un prop fisico è quasi impossibile da ricreare al computer, e dunque i mostri di Scary Stories sono «90 % practical, 10 % CGI», o almeno così assicura Del Toro nelle interviste. Mi ha impressionato scoprire che il mostro che ritenevo generato digitalmente, il Jangly Man, è in realtà impersonato da un abilissimo contorsionista (Troy James), mentre il cadavere in cerca del proprio pollicione perduto è Javier Botet, attore spagnolo affetto dalla sindrome di Marfan già apparso sotto forma di varie creature in tanti horror contemporanei. E i due mostri – per me – indiscutibilmente più inquietanti di Scary Stories, lo Spaventapasseri e la Pale Lady, sono in realtà la stessa persona, Mark Steger, che tra le altre cose di lavoro fa anche il Demogorgon di Stranger Things.

ispirazione

Ma non ci sono solo mostri, in Scary Stories to Tell in the Dark (sapete dove ci sono solo mostri? Nella Guida da combattimento ai mostri grossi che presenteremo in anteprima a Lucca Comics & Games 2019! Non mancate! Compratela! Pre-ordinatela su Amazon! Vi aspettiamo anche all’imperdibile V Convegno di cinema di menare il 1° novembre!). Come anticipavo, ci sono soprattutto i regazzini: i tre amici di sempre Stella, Auggie e Chuck, all’«ultimo Halloween» della loro infanzia, e il nuovo arrivato, e un po’ più grande Ramón, di passaggio in città, ufficialmente in cerca di lavoro stagionale e puntualmente vittima del razzismo d’abitudine dei “bei” vecchi tempi. Del Toro non voleva un film a episodi e gli sceneggiatori Dan e Kevin Hageman l’hanno accontentato inserendo alcuni dei racconti più famosi delle raccolte letterarie dentro una cornice narrativa da un lato molto classica, dall’altro efficace, soprattutto perché per questi regazzini noi finiamo per temere davvero, non indossano nessuna plot armor e subiscono tutte le conseguenze, spesso irreversibili, degli avvenimenti orrorifici che capitano loro.

whisky ragnetto scala la montagna…

Dicevamo: è la sera di Halloween del 1968, e dopo essersi presi una specie di vendetta sul bulletto di quartiere Tommy e aver stretto un’istantanea amicizia con Ramón durante una proiezione al drive-in di La notte dei morti viventi, il neo-quartetto di compari decide di festeggiare la notte delle streghe visitando l’immancabile casa infestata del paese. La strega di questa particolare magione è un’altra regazzina, Sarah Bellows, la figlia della famiglia più ricca e influente della città (nell’Ottocento), che, rinchiusa in casa dei genitori per qualche ragione, usava attirare i bambini del paese, raccontar loro storie dell’orrore attraverso le pareti e poi avvelenarli. Nell’infestata magione Stella trova il libro su cui Sarah scriveva – col sangue! – le proprie storie e qui cominciano i guai: «Non sei tu a leggere il libro, è il libro che legge te», e dopo averti letto si scrive da solo una bella storia in cui tu sei protagonista, ti capitano tante cose brutte, e alla fine muori. «Ecco perché non leggo!» commenta a un certo punto uno dei protagonisti, e io sono scoppiata a ridere come una scema.

non giudicate sarah dalle apparenze, per favore

Quanto è difficile fare bene una cosa così semplice, e classica? Non un capolavoro, niente di innovativo, si diceva, ma un bel film, appassionante, divertente e soddisfacente? Insomma, suonare davvero davvero bene Stairway to Heaven (okay, forse Stairway to Heaven non è così difficile, ma insomma, reggetemi il gioco sulla similitudine, please)? È chiaro anche solo dalle prime due righe di trama che Scary Stories to Tell in the Dark non inventa nulla, ma rimescola carte note (lo stesso libro che si scrive da sé è venuto in mente a Del Toro ripensando al suo stesso Il labirinto del fauno). Ma, con piccoli tocchi ben assestati (i momenti horror, grazie a twist anche minimi, non vanno mai esattamente come ci si aspetta), Øvredal riesce a ri-suonare benissimo questa canzone, recuperando sì una certa ispirazione Amblin-kinghiana ma anche una freschezza che a film come questi mancava da un po’ (anche e soprattutto perché, come si diceva in apertura, gli ultimi tot anni di cinema e tv con la formula Spielberg+King ci hanno giusto un po’ fracassato i marroni).

vieni a giocare con me…

A me non sembra cosa da poco. E anche la struttura alla “dieci piccoli indiani” del film, che dopo il primo atto poteva diventare in fretta ripetitiva (nuova storia che si scrive sul libro di Sarah Bellows => nuova sequenza di paura tratta da uno dei racconti dei libri di Schwartz => i superstiti continuano a indagare fino alla => nuova storia che si scrive sul libro di Sarah Bellows, e così via) viene messa in scena in modo vario, senza paura di essere genuinamente disgustosa (i ragni!) o di rallentare il ritmo invece di accumulare jump scare a muzzo (la Pale Lady), fino a un bel finale che prima di arrivare a una risoluzione inevitabilmente un po’ prevedibile, trova nuovamente il modo di essere inquietante il giusto.

E così, tutto è bene quel che finisce bene: ai regazzini una buona dose di paura non troppo edulcorata, agli adulti un divertente giro di giostra. Oppure no? Come da tradizione, le Scary Stories to Tell in the Dark ci lasciano in sospeso con un colpo di coda: agitando l’ombra del sequel…

Dvd quote: «Non sei tu a leggere la recensione, è la recensione che legge te! Buh!», Xena Rowlands, i400calci.com

Trailer | IMDb

E ORA IL MINI-ANGOLO DELLO SPOILER

La ragione per cui il film è ambientato nel 1968 non è la nostalgia, ma in effetti un altro terreno potenzialmente scivoloso: la metafora. Non è neppure un vero sottotesto, visto che viene costantemente richiamato in primo piano: i giorni in cui si svolge il film sono gli ultimi della campagna elettorale che portò Richard Nixon – “trickie Dickie” il soprannome, quasi come un trick or treat – a essere eletto presidente degli Stati Uniti, e poi a intraprendere la fallimentare “vietnamizzazione” del conflitto in Vietnam insieme a quel simpaticone del suo amico Henry Kissinger, che in teoria era un disimpegno dopo l’escalation voluta da Johnson, ma in pratica fece durare la guerra – ufficialmente – per altri sette anni. Immagini del Vietman e della campagna elettorale fanno capolino dalle televisioni accese durante tutto il film, nella prima scena vediamo Tommy che decide di arruolarsi per andare a «shoot some commies», e più avanti si scopre che Ramón non è un lavoratore stagionale, ma sta cercando di evitare la leva obbligatoria.

E la storia di Sarah Bellows, quando viene finalmente svelata, fa eco a quella con la S maiuscola: la famiglia di Sarah ha avvelenato i bambini della città in nome del profitto, e ha rinchiuso, torturato e fatto ammattire la ragazza (diversa perché albina) che voleva dire la verità, trasformando la menzogna in una presenza infestante che continua a mietere vittime e non può avere pace; così – ci suggerisce il film – gli Stati Uniti hanno continuato per anni a sacrificare i propri figli in un conflitto insensato per ragioni economiche e strategiche, pagandone le conseguenze per almeno una generazione a venire. Il ribaltamento del “mostro” del film in “vera vittima”, ancora una volta non è un’idea nuova, soprattutto recentemente, ma il modo in cui i due piani scorrono paralleli – e il fatto che non è davvero fondamentale incrociarli, uno può benissimo godersi il film fregandosene della cornice storica e metaforica – aggiunge un’ulteriore sfumatura d’interesse al film.

E così è ovviamente politica anche la morale, esplicitata, del film, quella intrecciata al coming of age di Stella (la vera protagonista, se vogliamo, e infatti è lei che si rispecchia e sdoppia in Sarah, arrivando a sostituirla nel finale), quella sul “potere” delle storie che scegliamo di raccontare: di fare del male, o di guarire. Tutti i riferimenti all’oggi non sono assolutamente casuali. Sono riferimenti – perfino didascalici – cui Del Toro ci ha abituato da La spina del Diavolo fino a La forma dell’acqua; stanno bene in vista, ma non prendono mai il sopravvento del film. Che resta un bel film di regazzini, e perdindirindina se non vorrei tornare di nuovo regazzina anche io per godermelo ancora meglio.

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22 Commenti

  1. Ubik

    Quando una recensione si apre citando Wayne’s World… E ti senti a casa. Vi amo.

  2. Rocco Alano

    “Donnie Darko” non mi pareva esattamente un film affetto da “nostalgite”. Magari era un po’ una palla, ma di anni ’80 aveva solo l’ambientazione.

    • Cicciput

      Anche perché era ambientato nell’88, dodici anni prima dell’uscita (come se un film di oggi fosse ambientato nel 2007, e di che dovrei avere nostalgia?) e a parte qualche riferimento a Bush e Dukakis e la colonna sonora coi Duran Duran nemmeno ci si fa caso. Sì, va in bicicletta, ma insomma… non c’era ancora l’effetto “Uh guarda come E.T.”. Tra l’altro, rivisto di recente e non mi ricordavo fosse una così mastodontica rottura di palle, roba che dopo mezz’ora ero in crisi. E lo ricordavo come un bellissimo film.

      (P.S. anche il captcha mi propone biciclette. Sono ovunque.)

    • Killing Joke

      Insomma… c’era anche la presenza di due icone degli anni ’80 come Patrick Swayze e Drew Barrymore, per dire

    • Sfera eppasta

      La tecnologia ha ampliato la percezione tra i vari anni. Non è una logica che regge. dal 1988 al 2007 sembra un era geologica. 2007 al 2019 tutto sommato sono intercambiabili. Donnie Darko è intriso di nostalgia.

    • Rocco Alano

      Ma Donnie Darko è del 2001

    • Nonnino

      Scusate l’OT, ma mi unisco a coloro i quali a fine proiezione di Donnie Darko han dovuto cercare i coglioni che nel frattempo si erano entrambi svitati

  3. Past

    mi è piaciuto, per essere pg-13 coi regazzini non è affatto malvagio, cè una certa ripetività nella storia, ma fila bene…100 volte meglio di cacabelle 3…in questo periodo poi ci sta come le caldarrroste.

  4. ma va bene davvero per i bambini? oppure di notte si svegliano urlando? Sto cercando di far uscire dal tunnel Disney i miei figli, ma se poi rimangono insonni per un mese anche no.
    (segnalo che su input del sommo sito gli ho fatto vedere http://www.i400calci.com/2018/01/gioie-infantili-taron-la-pentola-magica/ senza conseguenze).

    • eh, dipende molto dall’età, e anche dalle loro abitudini di visione… fai conto che è PG-13 quindi teoricamente sconsigliato ai minori di 13 anni, direi che è proprio il tipico film per ragazzi, non tanto per bambini. poi davvero conosco infanti che si sono sparati dario argento a otto anni e son venuti su tutto sommato non troppo psicopatici, per cui è tutto soggettivo…

    • Anonimo

      A ma figlia di sette anni di 7 anni ha fatto paura i goonies… La cosa interessante è che ni ha visto senza batter ciglo giocare a alien isolation e reident evil 7. :p

    • Cavaliere Eskere

      L’ho visto l’altro ieri e se a tua figlia hanno fatto paura i Goonies, lascia perdere.
      Ci sono dei bei momenti di tensione e il rischio di immedesimarsi con i bambini è alto.

  5. Capitan Impallo

    Visto l’altra sera, sorpresa piacevolissima

  6. Alessandro per una volta apprezza un film MENO dei recensori, è il mondo alla rovescia!!!

    Non riesco a crederci, sarà che Novembre porta l’oscurità, sarà che odio i comics, o che ho fatto una messa nera così grossa la settimana scorsa che ho praticamente cambiato carattere dopo, come se mi si fosse svegliato un lato della personalità che in genere dorme, però boh.

    A me è piaciuto, ma un quarto di quanto mi aspettavo. 7 striminzito perché è fatto bene bene. Ma non ha NIENTE del carisma dei libri da cui è tratto, l’aspetto gotico è a malapena accennato, e il finale è banalissimo, come spiegazione e soluzione. Un film che a 5 minuti dalla fine ti chiedi, “Oh ma quand’è che “comincia” ?!”
    Gustoso, ma… vuotino. Diciamo che perfino senza il mega-hype deluso, gli avrei dato 7 e 1/2 ma non di più. Con l’hype, beh, lasciamo stare.

    Ecco, credo di aver intuito come spiegarvi: vi ricordate quello che avete provato quando avete visto il primissimo film di Resident Evil, che non ha NULL della gloria del gioco e siete usciti pensando che faceva DAVVERO SCHIFO, perché anni e anni di hype intimo ed emotivo erano stati delusi come se il vostro fratellino appena nato, oltre a rubarvi la mamma, avesse cagato per terra sul vostro giocattolo preferito, che avevate innocentemente lasciato in giro come fanno tutti i bambini finché non scoprono il duro mondo fuori dall’essere figli unici? Avete presente che anni dopo, riguardando Resident Evil (soprattutto dopo le ABOMINAZIONI INGUARDABILI che sono tutti tutti tutti i sequel, peggiori di quello che sarebbe stato un direct to video di Uwe Boll se si fosse pure preso sul serio), avete pensato “No, via, passata la delusione, non è bruttissimo, è un robusto film di zombie, certo non è resident evil, ma è grazioso, certo più di 7 comunque non glielo posso dare”, avete presente?

    Ecco, qui è IDENTICO. Delusione Hype dai libri? Come se avessi trovato mia moglie che si fa scopare a pecora da mio fratello appoggiata al muro della cappella dove stanno sepolti la mia precedente moglie e il figlio che ebbi da lei.
    Passata la delusione? Grazioso, ma per niente eccelso.

    In definitiva: una delle più grosse delusioni cinematografiche della mia vita. Di sicuro la più grossa dell’anno (ci va vicino il remake della Bambola [che] Assassina [un franchise fichissimo con un film INGUARDABILE], ma nemmeno quello mi ha deluso così tanto).

    • Mamoru Osho

      Ciao Alessandro, a me invece è successo il contrario: incuriosito dai primi trailer, ho acquistato i libri, ma li ho trovati abbastanza dimenticabili, non fosse per quelle illustrazioni, davvero inquietanti. L’altra sera sono andato al cinema aspettandomi una sciocchezza per ragazzini, e invece sono stato molto sorpreso da quanto tutto scorreva abbastanza liscio, senza annoiare, e con scelte interessanti anche in una sceneggiatura piuttosto semplice (il finale può suggerire l’ipotesi di un sequel, ma visto al di fuori dell’ottica commerciale, è molto amaro e malinconico e starebbe benissimo cos’). Sì, come dice Xena, è solo un film senza grandi pretese per adolescenti, ma se lo confronti con gli horror Blumhouse a basso costo per lo stesso target (Obbligo o verità, ad esempio), questo è oro.

    • Alessandro si spiega con Mamoru Osho

      Ok, a valle della tua analisi devo ritrattare e spiegarmi. Non sono andato a vederlo aspettandomi “…solo un film senza grandi pretese per adolescenti”, sono andato a vederlo aspettandomi ciò che Joker è stato, meritatamente o immeritatamente, per il cinecomic.
      Sono andato a vederlo credendolo un colossal costato quanto Avatar, un segnale che il cinema, a furia di esplorare, aveva finalmente imparato a pescare, per gli horror, anche dalle storie “per bambini”, capaci di assorbire ed esprimere un male incredibilmente penetrante proprio perché incomprensibile, simile ad un sogno sinistro più che ad un banale e conclamato “incubo”.
      Se vuoi capire cosa intendo, vai su YouTube e ascoltati “Drummer of Tedworth”, dell’album Thill Smitts Terror, del 2017, di un gruppo black metal che si chiamano Slagmaur. Fanno canzoni su storie horror che però sono state usate, col tempo, anche come favolette noir. Già la cover dell’album è atroce, c’è una sorta di bambinaia -che si capisce che è morta perché ha la faccia bluastra- che legge delle favole a due bambini -anche loro morti- in una grande casa vittoriana. Sai tipo le foto agghiaccianti in stile The Others con la Kidman? Ecco. Quell’atmosfera. Credevo che Scary etc etc sarebbe stata la rinascita dell’Horror, qualcosa che avrebbe disintegrato la duologia di It e tutti i vari Hereditary etc.

      Se va paragonato alla roba Blumhouse allora sì è oro. Colpa mia, troppo hype. Hai ragione tu, scusa.

    • Mamoru Osho

      Assolutamente non ho ragione: semplicemente siamo andati al cinema con aspettative diverse, il che è normale. Grazie per la spiegazione, ci leggiamo in giro ;)

  7. Film fatto bene con dei mostri fighissimi e un buon senso del racconto, però veramente mobbasta con sti ragazzini in bicicletta…

  8. Anonimo

    Si io questo manco ci provo! Per la cronanca a me da bambino faceva paura frannkestain jr e ho detto tutto.

    • Alessandro da un consiglio ad Anonimo

      Non sottovalutarti. Anche a me faceva paura Frankenstein Jr da piccolo. Oggi pratico sedute spiritiche da vent’anni. Siamo potenti quanto la cosa che ci fa più paura. Ogni primo contatto col nostro destino è in forma di uno scontro. Più uno di base ha paura, più vuol dire che pensa in termini di minaccia/lotta, a differenza di chi vola tra le nuvole senza pensieri, vuol dire che è nato per dare calci, non per prenderli.
      Esplorati.

  9. Mamoru Osho

    Bella recensione, che condivido. In particolare, il metaforone (che poi metaforone non è) è la cosa più gustosa della pellicola e si ricollega allo stile di Del Toro; come ho detto sopra, spero che il finale non sia pensato per aprire la strada a un sequel, ma solo per rendere il tutto più mesto: la Storia non dà speranze e chi si perde per strada purtroppo non sempre può tornare senza cicatrici allo status quo.

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