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Intorno al futuro: la recensione di All’ombra della luna

I viaggi nel tempo. Che belli i viaggi nel tempo. Appena mi dici che ci sono dei viaggi nel tempo in un film, io me lo guardo. “You had me at hello”, diceva quella là. Io dico invece: “You had me at viaggi nel tempo”.

Quando scopro allora che Jim Mickle, nostro migliore amico dai tempi di Cold in July, ha fatto un film sui viaggi nel tempo e che me lo posso vedere anche subito su Netflix – SDENG! Cancella tutti i miei impegni di oggi, dico alla mia immaginaria segretaria, che ho un film sui viaggi nel tempo da vedere. Sigla!

Il film in questione si chiama All’ombra della luna e, sai che c’è?, non è per niente male. Non è un capolavoro eh, non è uno di quei film che gioca con le regole dei viaggi nel tempo per farti esplodere la testa con chissà quale rivelazione. Va dritto per la sua strada con una premessa e un’esecuzione semplici semplici e cade, per farla breve, a piedi pari nella teoria dell’acquario di cui abbiamo giù ampiamente parlato. Ma fa tutto questo con una cura dei dettagli superiore alla media e schiaffandoci dentro un bel metaforone che, per una volta, non soffoca la piacevolezza della visione.

All’ombra della luna inizia nel 1988. Una serie di persone apparentemente senza alcun legame vengono fatte fuori a Philadelphia. Il killer misterioso inietta loro un isotopo radioattivo nel collo che scioglie loro il ciavvielle, procurando l’infausto insorgere del morbo della morte. I due agenti di polizia e migliori amici Thomas “Locke” Lockhart (Boyd Holbrook di Narcos*) e Winston Maddox (Bokeem Woodbine di un sacco di robe) – che, siccome è il 1988, sono uno bianco e uno nero – riescono a rintracciare l’assassina e a farla fuori. Eppure nove anni dopo tutto ricomincia. E ancora nove anni dopo. E ancora.

Devi catturare un serial killer. Hai scelto l’uomo giusto.

Non occorre molto a Lockhart, o allo spettatore che ha visto più di un film nella sua vita, per unire i puntini e capire che l’assassina viene dal futuro. Ma gli ci vorrà un po’ di più, tipo tutto il film, per capire il movente dei delitti. Voi invece lo avrete capito praticamente dal fotogramma uno, un bel flashforward che, senza un singolo dialogo, vi spiega comodamente tutto quello che dovete sapere. You’re welcome.

Insomma, se state cercando le sorprese, ecco… no. Se invece cercate un film che, a differenza delle ultime cose viste su Netflix in ambito sci-fi, abbia almeno un senso di cosa significhi raccontare una storia in maniera avvincente e con del ritmo, allora sì dai. Mickle, che evidentemente c’ha avuto i cazzi suoi in casa, ama molto parlare di famiglia. Ma non le famiglie fatte di bro dai muscoli depilati messi in risalto da canotte strette, donne bellissime dai muscoli depilati messi in risalto da canotte strette e automobili truccate. Insomma, non le famiglie normali che conosciamo tutti. No, parliamo di famiglie strane, disfunzionali, in cui il lutto è sempre dietro l’angolo e ci costringe a fare i salti mortali per tenere insieme i pezzi della nostra vita.

FAMIGLIA.

All’ombra della luna è tutto un film sulla famiglia, intesa sia come nucleo famigliare che come comunità più estesa. E per questo è un film sull’America che dice cose molto importanti sull’America e, così facendo, anche un po’ sul resto dell’umanità. È un film che usa i viaggi nel tempo per sbatterci in faccia un futuro molto plausibile fatto di odio e divisione. E il messaggio che alla fine il film veicola è che siamo noi per primi, nel nostro piccolo, a dover fare del nostro meglio per evitare un futuro così. E che l’unico modo per evitare altre guerre è che letteralmente tutti scopino con tutti così che tutti siano dello stesso colore. Dai, è un bel messaggio.

Poi, oh, siamo su un sito che si chiama i400Calci e quindi non so come prenderete la seguente informazione, ma: All’ombra della luna non è un film che finisce con una mega scena d’azione che surclassa tutte le precedenti scene d’azione (ce ne sono eh), cagando loro in testa dall’alto dei suoi palazzi distrutti in CGI mentre mezzi blindati volano da un grattacielo a un altro. Ovvero, ancora, come finiscono normalmente tutte le storie. È un film che finisce con un dialogo, il che ha perfettamente senso visto che di dialogo si parla, ma ha anche perfettamente senso in quanto finisce all’inizio. Ok, so che vi sto mettendo una gran confusione ma insomma, vedete il film e poi ne parliamo.

#morbodellamorte

Volevo dire un’ultima cosa circa il film di Jim Mickle che si intitola All’ombra della luna. Ed è questa. Viviamo giorni strani in cui si è acceso un fortissimo dibattito su cosa sia e cosa non sia cinema. Credo che il motivo non sia che oggi meno cose sono cinema, ma forse che lo sono più cose. Una serie TV di alta fascia è cinema. Le serie Netflix che non hanno più i cliffhanger tra le puntate, le pause pubblicitarie, arrivano tutte in una botta e te le spari in binge sono cinema. I film Marvel s Il panorama dell’intrattenimento sta cambiando molto rapidamente ed è normale che anche dei giganti del cinema fatichino a starci dietro, soprattutto quando hanno superato i settanta.

Ecco, tutto questo per dire che All’ombra della luna è cinema eccome. È un bel filmetto curato esteticamente, in cui, come dicevo, Mickle è stato attento anche ai dettagli. Si capisce da pochi tocchi che siamo negli anni ’80, ’90 o 2000. Da come è fatto un cellulare (sto parlando con te, Anna di Luc Besson!). Dall’acconciatura di un personaggio o dai suoi vestiti. Non ci sono pesanti riferimenti pop non richiesti, brutte canzoni in colonna sonora che ti fanno tirare fuori la cassettina che avevi dimenticato nella tua vecchia cameretta, solo per ascoltarla qualche minuto e capire perché non l’avevi più ascoltata da quindici anni. E anche il make-up con cui viene invecchiato progressivamente Boyd Holbrook è essenziale e (quasi) sempre efficace.

Era da tempo che sognavo di scriverlo: “Book ‘em, Woodbine!”

Ma la cosa più figa è che, quando inizia e siamo nel 1988, All’ombra della luna pare un film girato negli anni ’80. Poi il suo stile si modifica lievemente per diventare sempre meno nostalgico a mano a mano che ci avviciniamo al presente.

Alla fine, dai, bravi tutti. Un metaforone condivisibile che non infastidisce, infilato in un action di fantascienza che non sfigurerebbe su un Urania a caso. Ci posso stare.

Ciao.

DVD-quote:

“You had me at viaggi nel tempo”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

*Courtesy of Netflix, all rights reserved.

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11 Commenti

  1. Sidney

    I dt in stottofondo mi hanno aiutato ad assimilare meglio il concetto di amore universale espresso a un certo punto

  2. jax

    bene, molto bene ero titubante, potrei esserlo meno.

  3. Bell’inizio, girato in stile anni ’80. Poi due coglioni, due coglioni e ancora 2 COGLIONI. A tratti può commuovere, vabbè fine.
    Recensite qualcosa di interessante, che sono dieci, dodici recensioni che recensite cazzate.
    Per esempio “CAM” o “The Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot”.

  4. First197

    La pensavo come te sui film “viaggio nel tempo” finché non ho visto “see you yesterday”. Comunque su questo film sono pienamente d’accordo, anche perché è un argomento già esplorato in tutte le direzione ed è veramente difficile trovare qualcosa di nuovo da dire. Bravi tutti.

  5. Pitch f. H.

    Il film non l’ho visto ma recupero stasera.

    Una cosa che, nel 2019, mi pare quantomeno anacronistica, è continuare ad interrogarsi su cosa possa definirsi: “cinema”, come se con tutta la merda che circola la definizione “cinema” sia attestazione e certificazione di qualità.

    Una piece teatrale ripresa con la telecamera e proiettata al cinema è “cinema”. Un concerto ripreso con la telecamera e proiettato al cinema è “cinema”.

    Sarebbe più semplice per tutti -sia per pubblico che per recensori- cominciare ad abbandonare l’arcaica concezione di “cinema”. Esistono solo film belli e film fatti col culo.

    “The Raid”, che per motivi di distribuzione non ho visto al cinema e neanche su una piattaforma streaming, cessa di essere “cinema”? Chissene, è un FILM della madonna ed è tale visto anche in lo-res sullo smartphone attraverso un corsarodellostreaming o similare.

    In sostanza, la questione: “un bel film di netflix può considerarsi cinema?” è anche interessante, ma attribuisce al cinema, che ai giorni nostri è solo un luogo alternativo per vedere un film, una connotazione “qualitativa” che poco o nulla ha che fare con la realtà in cui viviamo.

    Ps: anche “Troppo belli” e qualsiasi film della Buy è stato proiettato al CINEMA. È cinema anche quello.

    • ste

      su forma e modalità di fruizione del cinema se ne parla adesso perché é da poco che esistono mille piattaforme e media efficaci tra tablet PC Netflix ecc…poi che una serie TV o un episodio cinematografico di un universo tipo Marvel da 10 15 film abbiano la stessa dignità di un film dello stesso genere per carità non lo negherei…solo non sono la stessa cosa per mille motivi…prima di tutto la difficoltà di raccontare qualcosa in un tempo compreso tra 1 ora e mezza e 3 ore circa e stop…senza seguiti stagioni ecc ad allungare brodi e compensare con la quantitá…e per me già questo basta a capire cosa possa essere cinema e cosa no. (Sarò scemo ma per me l’episodio migliore della mia serie preferita non vale quanto un film dignitoso di pari genere)

  6. Wherewolf

    Nota a margine, ma Michael C. Hall che ha fatto di male? Io lo adoro e lo vorrei vedere in ruoli di primo piano, ma proprio non sfonda. Pure qui è marginale e pure sotto tono.
    Forse lo sovrappongo troppo a Dexter.
    Il film si lascia guardare anche piacevolmente, qualche maccosa qua e là. Il protagonista che accetta tutta la storia senza sbroccare troppo (e senza che nessuno gli metta uno di quei camicioni tanto carini che si allacciano dietro) mi è parso forse il punto più debole di tutto il film.

  7. Michael C. Hall ha fatto di male le ultime cinque stagioni di Dexter… Comunque come attore spacca i culi, peccato che non venga sfruttato a dovere. Detto questo Cold in July a me era piaciuto parecchio e quindi questo lo guarderò al più presto. Avevo un po’ di dubbi perché recentemente con Netflix sto passando da robe guardabili (Wounds per esempio) a ciofeche tipo Nell’erba alta e Eli e temevo che questo rientrasse nella seconda categoria. Adesso, invece, inizierò a guardarlo un po’ più a cuor leggero.

    • “Wounds” è guardabile? Finché non ti rendi conto che è LAMMERDA fatta film, forse. La stagione di Dexter con Lumen e la gang di stupratori qual’era? In quella mi par di ricordare si riguadagnasse un bel po’ di terreno perso.
      In ogni caso “All’ombra della luna” (ma la luna perché mai dovrebbe fare ombra?) non ha niente a che fare con Cold in July: puoi tranquillamente passare oltre.

    • Donnie Danko

      Quella che dici tu, Pico, è la quinta stagione (e tra l’altro io all’epoca scoprii Dexter proprio con una puntata di quella stagione lì).
      Ad ogni modo: sì, dopo le prime due stagioni Dexter ha avuto una qualità altalenante, però personalmente non boccerei tutto quello che è venuto dopo, alcune delle stagioni successive, anzi, mi sono piaciute. Lui poi l’ho trovato sempre bravo. È che in generale i protagonisti delle serie tv mi sembrano che facciano fatica a passare a fare ruoli importanti al cinema (almeno con costanza). Pensate ai protagonisti di quella bomba che era Breaking Bad, qualcosa hanno fatto dopo la serie però niente di che.

    • Meh, addirittura la merda fatta film? :) Boh, io l’ho trovato suggestivo. Sono rari comunque gli attori passati dalla tv al cinema in maniera vincente, tipo George Clooney… adesso pare che facciano il percorso al contrario, ma ben venga.

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