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Kidnap and revenge: la rece di The Furies

Siamo stati al Be Afraid Horror Fest, a presentare la nostra Guida da combattimento ai Mostri Grossi e ad assistere al loro programma di film matti. Dopo Bullets of Justice, questo è un altro di quelli.

Splendide cornici, Oz edition.

Sono un po’ in imbarazzo a parlare di The Furies, un film che si apre con un utilizzo non ironico dell’Inception horn.

Proveniente dall’Australia, e più precisamente dall’immaginazione rutilante del jimmybobissimo Tony D’Aquino (nessuna parentela con Tosca ma una certa somiglianza con David Duchovny), The Furies è un rape and revenge senza il rape, un classicissimo horror di gente rapita e torturata e potenzialmente ammazzata che prova a giocare con tematiche c.d. “moderne” e a lanciare interessanti provocazioni intellettuali ma che di fatto riesce solo nell’intento primario di ogni buon horror australiano che si rispetti (= far schifo, in senso buono), fallendo clamorosamente su ogni ulteriore livello di lettura.

Sono un po’ in imbarazzo perché è un film dove un gruppo di belle ragazze (etichettate per l’appunto come “belle”) vengono rapite e intrappolate in mezzo al nulla dell’Australia, e lì cacciate da un gruppo di brutti ragazzi (etichettati, con estrema fantasia, come “bestie”). Il tutto per uno scopo che ovviamente lascio scoprire a voi ma che se avete visto più di tre horror negli ultimi quindici anni avete già capito, e che dovrebbe ulteriormente commentare sulle tematiche che, secondo l’amico D’Aquino, sottendono a questa storia di gente che si prende ad accettate in da la fazza; voglio dire che stiamo parlando di un film che si apre con una classica soggettiva raimiana che insegue per i boschi una tizia con un bellissimo culo che poi inciampa e viene raggiunta dal mostro, e prosegue con una didascalicissima scena nella quale le due protagoniste scrivono su un muro con la bomboletta spray “FUCK PATRIARCHY”. Voglio dire che stiamo parlando di un gruppetto di donne-angelo che vengono letteralmente perseguitate da maschi deformi che si esprimono a grugniti e che le vogliono morte, e che troveranno dentro di loro la capacità di et cetera, donne forti, ribaltamento delle prospettive e dei ruoli di genere, in generale un sacco di BLA BLA che nell’horror esiste da decenni e che con tutto l’impegno non riesce in pieno a controbilanciare il fatto che stiamo parlando di un film che per tre quarti d’ora buoni gode un sacco a farci vedere donne che piangono prima di morire in modi orrendi.

Delicatissimi metaforoni.

Uff, che papiro, non so se è chiaro il succo: The Furies ci prova un sacco a vendersi come film woke e che prova ad andare oltre alla sua essenza di smorgasbord di massacri, ci mette tutto il suo impegno per mettere in mostra i suoi sottotesti, quando poi in fin dei conti ne facevamo tutti tranquillamente a meno perché se c’è una cosa, una sola cosa, che al simpatico D’Aquino viene bene è fare l’horror amorale e costituzionalmente crudele e irrispettoso. E quindi tutto il resto, tutta la sovrastruttura, tutte le metafore, tutti i graffiti pseudofemministi e i malcelati discorsi sull’empowerment, finiscono per essere poco più che orpelli, minuzie, retropensieri, [altre parole difficili di questo tipo]. Per cui, se volete godervelo, il consiglio è di non accettare i suoi termini, di rifiutare le seconde letture e di affrontare l’esperienza per quello che è: una gigantesca macelleria. Sigla!

Voglio dire, immaginatevi un disco dei Cannibal Corpse che tenta di promuovere tematiche sociali e di stimolare una discussione sulle sovrastrutture patriarcali sottese alla nostra civiltà e sul superamento dei ruoli di genere. Ecco, l’amico Tommaso D’Aquino (o era Tony? da qui in avanti per me è Tommaso) è un Chris Barnes che si è flippato con Freeda senza farsi troppe domande; ma che è comunque cresciuto con Tobe Hooper e con il Wes Craven di Le colline hanno gli occhi, oltre che con tutta quella scuola a cavallo tra lo splatter e il torture porn che gli storici e i geografi del cinema chiamano “ozploitation” e che negli ultimi anni, per farla semplicissima, è riassumibile in “quelle robe tipo Wolf Creek“. Con in più quell’immancabile tocco post-moderno-strutturalista-meta- alla Cabin in the Woods (o, se volete un titolo ingiustamente dimenticato, My Little Eye) che dovrebbe, in teoria, elevare il film da semplice experiment in terror a boh, qualcosa di più intelligente e ragionato, immagino.

Il problema, che una volta che ci si arrende diventa in realtà un punto di forza, di The Furies è che Tommy D’A è un esecutore diligentissimo e pure un po’ noioso, con una conoscenza enciclopedica di quello che funziona nei film splatter e un approccio tra il didascalico e il modulare alla costruzione degli stessi. Altre persone meno fini di me lo definirebbero “uno scolaretto di merda”, che fa un sacco di cosine carine già fatte meglio e con più efficacia da un botto di gente prima di lui, e in effetti aspettatevi una quantità improponibile di momenti tipo questo:

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ma anche tipo questo, che servono per comunicarci che la nostra protagonista sta per avere una crisi epilettica:

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Un botto, eh? Non uno, non due, non cinque, letteralmente un tappeto di questa roba. Che sono poi istanti di pura vanità tra una macelleria e l’altra, perché intendiamoci: i campi lunghissimissimi di TDA, che abbracciano l’immensità dell’outback australiano, e i suoi primi piani intensi (invece, numero di piani americani: pochissimi), e i momenti visionari, sono poco più che parentesi masturbatorie; la ciccia di The Furies è un polpettone i cui ingredienti sono: “tizia che corre piangendo nei boschi, inseguita da un mostro”, “tizia che si nasconde dal mostro, piangendo”, “tizia che viene squartata”, e da circa metà film in avanti l’ambiziosissimo ribaltamento, “tizia che massacra il suo aguzzino per farci vedere che è un Personaggio Forte”.

Non è un problema di per sé, eh? Intendiamoci. È anche un po’ l’unico modo per portare avanti una storia la cui intera trama è letteralmente riassumibile in “tizie vengono rapite e inseguite nei boschi da tizi cattivi”: morte dopo morte, violenza dopo violenza, fino al momento in cui la preda diventa predatrice. Anche perché quando il St. Tommy rallenta e prova ad approfondire la personalità delle sue protagoniste, uuuuuh signora mia che disastro! D’accordo, Airlie Dodds è una specie di apparizione tra il fantasmatico e il divino, una versione eterea di una giovane Uma Thurman che voglio dire, no? eh? devo spiegare? con una protagonista del genere tu signor D’Aquino hai anche gioco facile a sederti da parte in rispettoso silenzio e lasciarla esistere e basta. Perché oltretutto quella ci crede un casino anche quando le dai da girare scene senza senso o in totale contrasto con quanto detto finora sul suo personaggio, e quindi vai Airlie, fai quello che vuoi se poi quello che vuoi è

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Ma il resto! Oh il resto, che magnifico disastro! La mia preferita è Linda Ngo nei panni di “generic token asian girl”, alla quale viene affidato un personaggio che pare scritto da tre persone diverse che non hanno mai comunicato tra loro, e che affronta la sfida con lo stesso talento con cui Mesbah arrivò al Milan quando ancora sembrava che i Mesbah fossero gli incidenti di percorso e non la normalità rossonera. Sono serio, se da qualche parte nel mondo riuscite a trovarmi una persona che nel 2019 ha recitato peggio di Linda Ngo in The Furies segnalatemela per favore, sono mortalmente curioso. Il resto del cast va un po’ meglio per contrasto, ma tenete conto che ci muoviamo comunque su livelli Asylum, magari non Tara Reid-Asylum ma purtroppo neanche Ian Ziering-Asylum – solo una generica mediocrità, nobilitata a malapena dalla mattanza.

Perché poi alla fine quello interessa, no? Cioè: ideologicamente, politicamente, The Furies prova a fare qualcosa che non è ahinoi in grado di fare, e il risultato è goffissimo, tipo quando assistete a una scena super-imbarazzante e stringete i denti aspirando l’aria tra gli incisivi emettendo quel suono tipo “gvvhhhhhhh” che intere generazioni associano a una qualsiasi scena con Ben Stiller in Ti presento i miei. Poi però The Furies è anche uno splatteraccio con pochissima se non zero CGI e un sacco di effetti pratici, gommapiuma, pappa di pomodoro e crudeltà estrema. E quindi a un certo punto si alzano le mani, si tira un gran sospirone e ci si gode l’artigianato, e questa insopprimibile voglia tutta australiana di usare l’ultraviolenza per dare fastidio su tutti i livelli possibili. C’è questa cosa meravigliosa dei brutalissimi killer australiani che definirei l’anti-rasoio di Occam, per cui se esistono due modi per ammazzare la tua prossima vittima e uno è semplice e lineare e l’altro è complicato, coreografico e con una possibilità non nulla di fallire male tu scegli sempre il secondo. Come i suoi illustri predecessori, Tommaso D’Aquino vive per dare fastidio: il suo approccio al genere è come una gigantesca partita di “chi distoglie lo sguardo per primo perde”, è morboso ben oltre i confini della pornografia, né gli manca il talento per farlo! Messa in altri termini, quando tra qualche mese usciranno le nomination ai Sylvester 2019 aspettatevi di vedere The Furies quantomeno nella categoria “miglior omicidio”.

ODDIO DICI PROPRIO QUELLO?!

E allora peccato per tutto il resto. Per il tentato commento, che è banale, sciatto, fuori fuoco e confusionario. Per la faciloneria con cui viene affrontato tutto quello che non è “gente morta male”. Anche per una certa ripetitività di soluzioni visive e narrative, e per un finale che riscrive i concetti di “pigrizia” e “paraculata”. Perché poi la ciccia di The Furies (l’ultraviolenza, la pura crudeltà, il fastidio) è di qualità, e meriterebbe miglior fortuna, o quantomeno una cornice presentabile.

DVD quote:

«Un film che ridefinisce il concetto di sfacciataggine»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer

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12 Commenti

  1. Rocco Alano

    Stanlio, cuore rossonero, ti offro la mia spalla se tu mi offri la tua.

  2. Carpenberg

    Ma era un festival sugli uomini-maiale?

  3. Anonimo

    Ma perchè cazzo non scrivete mai se e quando escono sti cazzo di film madonna puttana

    • Fatemi capire, fate tanto i politically correct ultimamente, ma le bestemmie vanno bene?

    • Brusco

      Semplice perché sono film presentati nei festival e se ci sarà una distribuzione ,spessissimo , non è dato sapere
      Le madonne le tiro anche io , con una parvenza di motivazione , così a vanvera perdono il loro valore educativo

    • Alessandro

      La blasfemia NON è reato, è solo associabile alla turbativa di quiete pubblica se genere offesa in credenti che sporgono querela. Me la sono studiata la cosa, perché io bestemmio di continuo in modo fantasioso e profondamente volgare, come parte di un “terrorismo culturale” anti-cristiano (non antireligioso, io sono religiosissimo, ma il mio dio e quello servito dalla chiesa non vanno d’accordo) che serve a disturbare lo status quo in modo legale (poi lo disturbo anche in altri modi, forse meno legali). Gesù era un figo ma il cristianesimo moderno non c’entra nulla con quel macho che morì ammazzato per non piegarsi alle logiche merdose dei romani, la fede di oggi è spazzatura, e va distrutta, e perché no godendo mentre lo si fa. La bestemmia non è reato. Ma se uno sporge querela sono 50 euro di multa.
      Per questo, suppongo, lo staff non le censura. Poi se uno esagera, lo farà di sicuro, ma una così qui e là è solo un intercalare dialettale.
      E poi dai non è vero che fanno i Politically correct. O almeno, a me non sembra, se mi fai degli esempi magari cambio idea e so meglio con chi (lo staff intendo) ho a che fare… a me sembrano molto onesti e non ipocriti…

      Comunque il film è trovabilissimo, dipende se ti intendi di corsi d’acqua montani inglesi, chi ha occhi per intendere in tenda, li tiri fuori dalla tenda e intenda…

      Quasi quasi me lo vedo, sembra grezzissimo

  4. Zosimo Rossato

    @Stanlio: non ho visto questo capolavoro, ma in merito a “se da qualche parte nel mondo riuscite a trovarmi una persona che nel 2019 ha recitato peggio di Linda Ngo in The Furies segnalatemela per favore, sono mortalmente curioso”, per me, Yvette Monreal in Rambo 5. Semplicemente indecente. Mai visto tanta incapacità recitativa. La scena del dialogo in cucina con Sly è surreale per quanto lei non sappia trasmettere un’emozione che sia una. Ps: stima vera per la sigla 🤘

  5. AnnaMagnanima

    My little etero me lo ricordo ancora con piacere

  6. Ubik

    Aspettando un film sull’uomorsomaiale… <3

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